Il pericolo di un partito “leggero”

Sono un giovane di venti anni e quello appena trascorso oltre ad essere stato, a mio avviso, il Congresso più importante della storia del partito della Rifondazione comunista, è stato anche il mio primo Congresso.

A Congresso finito penso di poter affermare che provo un po’ di delusione. La mia posizione è stata quella di aderire al documento di maggioranza e di votare le tesi alternative 14-15/ 39 / 51-52 / 56. Il perché è molto semplice. Il documento di maggioranza, seppure da me condiviso, presentava dei punti estremamente deboli.
Com’è possibile, infatti, ritenere superata la nozione classica di imperialismo, in un momento come questo, in cui gli Stati Uniti, forti della dissoluzione dell’Urss, stanno estendendo ad Est il loro dominio geopolitico?
Gli interventi militari degli Usa negli ultimi anni sono stati maggiori rispetto a quelli sostenuti dal ’45 al ’90. Se una guerra tra diversi stati imperialisti non si è ancora verificata, è solo perché oggi non esiste al mondo un altro stato che sia capace di fronteggiare la potenza militare degli Usa.
La crescita del movimento no global è sicuramente un positivo fenomeno di risveglio sociale degli ultimi anni, ma non vorrei però che abbagliati dal movimento ci scordassimo del nostro primario referente sociale: la classe operaia. Sottovalutare la rinascita del movimento operaio in un momento storico in cui il conflitto sociale diventa sempre più aspro, è, a mio avviso, un errore tattico gravissimo. Se le tesi di maggioranza propongono inoltre di considerare la lezione della ricerca marxiana come imprescindibile, cosa significa disincrostarlo dalle esperienze del novecento, che costituiscono il suo approfondimento e arricchimento storico e politico.

Che un partito comunista si richiami a Marx soltanto a parole non è sufficiente. Questo già lo facevano tutte le socialdemocrazie del novecento, e noi dobbiamo essere ben altra cosa. Per questo io continuo a credere fermamente che, oltre Marx, noi dobbiamo considerare e fare nostro tutto ciò che di buono il socialismo ha teorizzato e realizzato. Vogliamo forse dimenticare i decreti emanati immediatamente dopo la rivoluzione russa, sulla famiglia, sulle abitazioni, sull’istruzione, e sull’assistenza sociale? O dimenticare che l’Urss fu il primo paese in cui le donne hanno ottenuto diritti politici? Vogliamo anche scordare che se in occidente siamo riusciti ad ottenere uno stato sociale minimo, è stato anche perché occorreva fermare la “minaccia” comunista proveniente da est? Infine voglio parlare del partito che avrei voluto veder nascere dal nostro Congresso. Credo, infatti, che una struttura leggera come quella voluta dalla maggioranza, non sia all’altezza di affrontare le durissime prove cui saremo chiamati nel prossimo futuro. Solo una struttura pesante può permettere al partito di radicarsi sul territorio, acquistando sedi e creando quadri preparati il cui compito sia quello di formare i giovani del nostro partito. E per formazione non intendo solo quella teorica, ma anche una formazione all’agire politico, che possa guidare i possibili futuri dirigenti.

Questo era il quadro che avrei voluto vedere; avrei voluto cioè, un partito che uscito dal Congresso si fosse realmente rinnovato, che fosse stato attento allo sviluppo del movimento, anzi che lo avesse aiutato a crescere, ma che non commetta l’errore del socialdemocratico Bernestein: fare del movimento tutto, e del fine nulla.