Il pericolo di un “berlusconismo” senza Berlusconi

Dopo le “primarie”, momento alto in cui i cittadini di sinistra hanno deciso di far sentire la loro volontà, la gestione del risultato è passata interamente, di nuovo, nelle mani delle oligarchie dei partiti. I quali, come dovrebbe essere noto, ma non lo è, fanno i propri interessi e non quelli della gente.
Entusiasmarsi è purtroppo impossibile. Più facile uscire disgustati dai ping pong che servono essenzialmente a punzecchiarsi l’un l’altro, a mandare segnali e a respingerne, a predisporre le proprie truppe cammellate, in vista dell’unica battaglia cui tutti pensano, del tutto interna allo schieramento di sinistra e concernente la divisione dei posti di governo e delle poltrone parlamentari.
E’ chiaro che la distanza tra la società e i rappresentanti nelle istituzioni è divenuta abissale. Della destra non parlo, parlo della sinistra. Tangentopoli era uno scherzo al confronto di quanto accade adesso. Era un’anomalia, e di piccola portata, tutto compreso. Adesso, anche a sinistra, ci si muove su logiche spartitorie dei poteri dello stato e su convergenze spurie, inciuci di ogni tipo, che rivelano cointeressenze in cui le destre e le sinistre di un tempo s’incontrano quotidianamente. Gli scandali finanziari di questa estate hanno dimostrato fino a quale punto interi settori del centro sinistra sono stati assorbiti nella spartizione, nelle scalate.
E, poichè vanno a pranzo insieme, non si vede perchè non dovrebbero mangiare insieme, in tutti i sensi. Pensare che da questa gente possa ancora emergere un programma politico “alternativo” è pura illusione. Quando un consigliere di circoscrizione torinese prende lo stipendio di un metalmeccanico, è ovvio che la corsa al posto politico diventa l’unica cosa che conta. E quando gli apparati dei partiti sono ormai composti di funzionari pubblici che fanno il doppio lavoro cioè usano il tempo pubblico per fare il lavoro di partito, e usano il potere pubblico per fare gli affari propri), è chiaro che non c’è più nessuna dialettica politica e la maggior parte di quei funzionari segue la direttiva di chi l’ha collocato nel famoso “posto”. Perfettamente logico, dunque, che si riscontri una generalizzata separazione tra popolo e “classe politica”. Un tempo parlare di classe politica, almeno a sinistra, era uno strafalcione. Adesso è la migliore descrizione dello stato di cose esistente. La politica è divenuta una professione, per giunta assai ben retribuita, direttamente e indirettamente. E la selezione dei “quadri” – si fa per dire – avviene in base al censo. Tant’è che l’attuale amministratore del partito DS non si perita di dichiarare che i candidati devono “pagare” il partito per la carica che il partito gli garantisce. Costo di un seggio, circa 60 mila euro. Parola sua. Così si capisce bene perchè operai e operaie, lavoratori e lavoratrici, sono spariti dalle rappresentanze parlamentari del centro sinistra.
Cosa pensi questo ceto politico lo verifichiamo tutti i giorni. Quando arrivò al potere lo fece scegliendo di inseguire il modello americano liberista, con qualche correzione moderatrice, o remora, imposta dalle circostanze della storia pregressa del movimento operaio e democratico italiano. Seguendo per altro la parabola di tutti gli ex-comunisti dell’est europeo e del mondo intero. Nessuna originalità, nemmeno in questo. Il fatto è, però, che quel modello, che sembrava loro più che vincente, l’unico ormai possibile dopo la fine del comunismo, era già entrato in crisi prima ancora che loro lo sposassero.
Fossero stati appena appena attenti a quello che succedeva nel mondo si sarebbero posti il problema del “che fare”. Ma, essendo già il prodotto di una mutazione antropologica, non erano ormai più in condizione di connettere, di rimettersi a studiare, a produrre idee. Infatti la cosa più probabile che emergerà dalla manfrina programmatica di questi mesi sarà la riproposizione, moderata, moderatissima, del modello di crescita che impazza negli Stati Uniti e nella maggioranza delle élites politiche europee (non degli europei).
L’entusiasmo davvero smodato con cui Eugenio Scalfari ha salutato l’intesa programmatica DS-Margherita è la descrizione del dato di fatto che è un’ipotesi moderato-centrista quella che si avvia a guidare il paese, non un’ipotesi di reale rinnovamento e risanamento del paese. La miopia di questi disegni (che dicono due cose simultaneamente, e cioè che il centro-sinistra ha in testa solo l’amministrazione dello stato di fatto all’interno dell’accettata come inevitabile dominazione imperiale, e, che c’è un’intesa tra i potentati economici e la classe politica affinché non si fuoriesca da questi rigidissimi parametri) è davvero tremenda. Ma sarebbe ancora più tremendo farsi delle illusioni sulle prospettiva “riformatrici” di questa intesa.
Gli scienziati lanciano appelli sempre più disperati alla ragione, perchè si capisca che occorre modificare profondamente il meccanismo di crescita indefinita che ha caratterizzato gli ultimi trent’anni dell’economia mondiale; perchè si prenda atto che stiamo tutti insieme trascinando il pianeta in un baratro, ma le sinistre sembrano sorde, perfino incapaci di capire. E quei pochi che capiscono fingono anch’essi di non capire perchè hanno paura di dire la verità alla gente.
Infatti pensano che, dicendola, perderanno voti. E così schiacciano il piede sull’acceleratore del disastro. Ne risulta che nessuno di loro affronta il problema di costruire un’alternativa decente, e nessuno è nemmeno capace di rispondere alle inquietudini che – nonostante il sistema mediatico continui a raccontare bugie sullo stato del mondo – serpeggiano ormai largamente sia nell’elettorato di destra che in quello di sinistra. Invece di cercare di capire e interpretare questa domanda, anche i leader del centro sinistra puntano, come dicono, al centro. Un centro, per giunta, inesistente, perchè la gente, inquieta della sua condizione di crescente precarietà, non sta andando al centro per trovare rifugio. Una parte, ancora legata alla sua storia, va a sinistra, per il momento. Per meglio dire: vorrebbe andare a sinistra, ma in Italia non trova il luogo in cui potersi fermare, nel quale condividere le proprie aspirazioni, di cui potersi fidare. Poi – quando la crisi assumerà un andamento galoppante – la coagulazione principale di gruppi sociali impauriti e senza guida avverrà a destra, alla destra estrema. La storia dovrebbe averci insegnato qualche cosa.
Invece questa sinistra continua a puntare su un elettorato di consumatori, di individui atomizzati e ormai lasciati ai margini da una società dove dominano élites ristrette ed egoiste, intolleranti e violente. Tanto più violente quanto più insicure anch’esse. L’ossessione centrale, la vera ideologia che lega tutti, è la lotta contro il terrorismo internazionale. Una ossessione ormai divenuta ideologia. Invece guerra e consumi insostenibili, disuguaglianze lancinanti, terrorismo, paura: tutti questi ingredienti di una miscela esplosiva non vengono invece né visti, né interpretati. Parigi e le sue periferie sono un segnale già dimenticato, ma i problemi si aggravano di giorno in giorno, mentre è evidente che non ci sarà lavoro per milioni e milioni, nemmeno quello precario.
Le forze di sinistra non possono avallare questo processo, neanche in parte: hanno l’obbligo morale di contrapporsi a un sistema iniquo e illegittimo. Se continuano a prendere parte alla sua gestione, senza dire la verità, verranno anch’esse identificate con il sistema. E, come è già avvenuto, i più poveri, i più miserabili, non voteranno a sinistra, ma a destra. Perchè la destra mente meglio di questa esangue sinistra, perchè la destra – a proposito di “idee forti”, che piacciono tanto a D’Alema – è, in questo momento, il luogo della rivoluzione.
Alla vigilia di questa nuova campagna elettorale, di questa nuova partita a ping pong è più che mai presente la sensazione che i due antagonisti si trovino dalla stessa parte del tavolo e trattino le regole del gioco e le modalità di conservazione del potere. Al lato opposto del tavolo la società civile, senza racchetta.
Quale allora deve essere la nostra strategia, di chi non si sente rappresentato, di chi intende debellare una volta per tutte il berlusconismo dalla politica italiana e intraprendere la strada per la ripresa democratica del paese?
Innanzitutto le priorità: un’eventuale vittoria di Berlusconi sarebbe un colpo fatale per le basi democratiche di questo Stato. Se il centrodestra riuscisse a battere i suoi avversari (aiutato dalla legge proporzionale) o dopo il voto (con il crollo prematuro del neonato governo di centrosinistra) ci aspettano tempi davvero bui, e assisteremo allo smantellamento di ogni struttura istituzionale del nostro Paese, dalla Costituzione alla Presidenza della Repubblica. Dunque il primo compito è quello di unire tutte le forze: dai partiti alle associazioni per togliere il potere ai lanzichenecchi che lo hanno occupato.
Tuttavia questo sforzo non può bastare. Rimanere chiusi dentro questa prospettiva non ci aiuta. Anzi è proprio questo angusto orizzonte che favorisce le oligarchie del centro- sinistra. Chiunque critica loro – essi dicono – sta oggettivamente dalla parte di Berlusconi. Ma da questa analisi emerge che stanno lavorando per un berlusconismo moderato, cioè per un berlusconismo senza Berlusconi. Bisogna cercare, per quanto possibile, di rompere questo inganno, ed esigere da coloro che saranno chiamati a rappresentare il popolo della sinistra che rispettino il mandato ricevuto. Contro la loro “realpolitik” dobbiamo semplicemente reclamare una “Realdemocrazia”. Li paghiamo per questo.

Lo si deve fare con proposte semplici e chiare. Che, come dice scherzosamente Travaglio, sono tutte molto “moderate”. Anzi un tempo erano moderata, ma essendosi spostato il baricentro, adesso paiono estremiste. Chiedere, in primo luogo, l’azzeramento dei provvedimenti ad personam e di tutte le leggi demolitrici dell’assetto costituzionale approvate dall’attuale governo. Nessuna cultura di governo degna di una tradizione riformista o radicale può permettersi di convivere con l’eredità del centrodestra, che dalla scuola alla giustizia, dal lavoro alla cultura, dall’ambiente alla Costituzione, ha violentato l’anima stessa della nostra società, demolendo le strutture portanti della convivenza civile. Vanno abrogate tutte le leggi di questo governo, proponendo rapidamente alternative reali, perché l’emergenza democratica in corso non consente l’uso del fioretto, ma impone quello del bisturi. Un atteggiamento simile non manifesterebbe, come da qualche parte di dice di temere, una mancanza di cultura di governo ma , viceversa, darebbe prova di coscienza della gravità della situazione in atto. E rappresenterebbe al meglio i voti popolari.

La questione morale, in secondo luogo, deve essere posta al centro del nuovo programma di governo. Bisogna ripristinare il senso della responsabilità, del bene comune, della convivenza solidale. Tutti bastioni che sono stati pesantemente logorati, con il consenso dell’opposizione, o con la sua pigna connivenza. Il lavoro deve tornare ad essere la prima delle preoccupazioni dei governanti. Tutto il lavoro, in tutte le sue componenti e manifestazioni, il che significa riportare la realtà al centro della nostra attenzione. Lavoro e giustizia sociale significano tutela di chi lavora e dei più deboli. Significano riduzione e non aumento della precarietà, e la fine di un’idea insulsa di flessibilità che ha colpito i lavoratori senza dare alcun respiro all’economia del paese. Una riforma della giustizia, che risponda alle esigenze di undici milioni di cittadini che non riescono ad avere, appunto, giustizia.
Una riforma fiscale, che stabilisca una diversa ripartizione dello sforzo di finanziamento dei servizi e degl’investimenti, verso un potenziamento della ricerca, della scuola, dell’università, della formazione. Non più “meno stato”, ma “uno stato migliore”, prendendo atto che le privatizzazioni selvagge degli ultimi anni, organizzate dal centro-sinistra, non solo non hanno portato alcun miglioramento dell’efficienza dei servizi, ma neppure sono servite al rilancio dell’economia e dell’occupazione. Cioè non sono servite ad altro che ad accumulare nuovo potere nelle mani di privati spregiudicati.

Sarà necessario operare da subito una scelta precisa contro la guerra, e una ripulsa dell’idea stessa di scontro tra civiltà, per spezzare la spirale di paura che ci sta portando verso derive autoritarie, a scapito delle nostre libertà e di quelle dei nostri figli. Il dialogo e la diplomazia devono sostituire i piani militari dell’attuale amministrazione USA. E’ lo stato di guerra permanente, sotto l’evidente utilizzazione strumentale del terrorismo, quello che fa comodo all’Imperatore e ai suoi vassalli. Il tutto all’insegna della conservazione delle macroscopiche disuguaglianze nella distribuzione delle ricchezze mondiali.
Uno sviluppo sostenibile, che significa calcolare la ricchezza di una società con criteri che non siano più quello solipsistico del prodotto interno lordo. Scrivo queste righe mentre la polizia manganella i dimostranti della Val di Susa. Gente che non rifiuta il progresso, come si usa dire, ma che vuole sapere a che cosa serve. Gente che dovrebbe subire le conseguenze di progetti faraonici concepiti da tecnocrati lontani che non sanno nemmeno calcolare non solo gli effetti dei loro disegni, ma l’utilizzabilità futura delle scelte che sottendono. La cosa più significativa è, purtroppo, che anche il centro-sinistra, abbacinato dalle litanie “sviluppistiche” non sa distinguersi dai tecnocrati europei e nostrani, non sa chiedere conto di quale sarà il contesto ambientale, economico, sociale in cui verrà a collocarsi quest’opera. Con un sottinteso tutto da dimostrare: che il mondo tra vent’anni, quando la TAV sarà completata, sarà di nuovo e ancora in quella crescita che lo ha già portato sull’orlo del collasso e dentro la guerra infinita.
L’esempio della TAV è un paradigma: quello di un centro-sinistra che non sa guardare al futuro con realismo, e che nella sua cecità è sempre più simile alla stupida saccenza dei potentati che stanno portando il mondo alla catastrofe. La stessa cecità che s’intravvede in tutto il programma con cui costoro andranno al governo, dopo avere sostituito Berlusconi.
E infine un ultimo punto, forse il più decisivo, anch’esso paradigmatico del tipo di “sviluppo” che queste forze vorrebbero dare al paese: la democrazia nella comunicazione. Senza una profonda riorganizzazione del sistema dell’informazione- comunicazione, che lo sottragga al monopolio dei privati (anzi di un solo privato) e lo riporti nelle mani della collettività, non sarà possibile spiegare a grandi masse popolari le distorsioni clamorose dentro il nostro sistema economico e sociale. La televisione è ormai divenuta il centro della politica. Ed essa à stata lottizzata clamorosamente, dai partiti, di destra e di sinistra, che ne hanno realizzato l’appropriazione indebita. Un’altra privatizzazione: quella della classe politica, ai danni della collettività dei cittadini.
Per questo, per la stessa salvezza della democrazia, oltre che della decenza nazionale, oltre che della salute mentale e culturale della nostra gente, occorre sottrarre a questa oligarchia il controllo mediatico. Una specie di ultima spiaggia, oltre la quale c’è una lobotomizzazione di massa fatta di menzogne, e di omissioni, ma soprattutto di intrattenimento imbecillente, e di una pubblicità ossessiva, tale da rimbambire le grandi masse. Il centro-sinistra, con l’inciucio Rai, ha dimostrato di essere all’interno di questa logica e di volerci restare: da Mastella a Bertinotti compreso. Purtroppo anche a sinistra del centro sinistra poco si è capito, fino ad ora, della portata davvero epocale di questa battaglia. Compito di coloro che vogliono mantenere aperta una prospettiva alternativa a questa deriva moderata e strategicamente suicida, sarà di dare battaglia in primo luogo su questo fronte.

Occorre dunque non cadere preda delle illusioni. La crisi verrà prima che questa “classe politica” sia in grado di capire, prima ancora di decidere se intende ravvedersi. Un governo di centro-sinistra che nasce sotto queste ipoteche non potrà soddisfare nemmeno le aspettative di gran parte di quelli che lo voteranno. La prossima guerra dell’ Impero s’incaricherà di mostrare l’inganno di un compromesso raffazzonato. Ne risulterà un’ondata di delusione devastante, e uno sganciamento definitivo dei partiti del centro-sinistra dalla società civile. Un evento inedito e probabilmente irreversibile. Per questo occorre fin d’ora lavorare per far nascere nuove forme di partecipazione, in grado di coinvolgere associazioni, comitati popolari, assemblee permanenti, forum di discussione, semplici cittadini. Allora potranno svilupparsi modalità di rappresentanza ora impraticabili, capaci di dare voce ai problemi reali della comunità, verso un movimento democratico oltre “questa sinistra”. Il rinnovamento e la riforma della politica di cui l’Italia ha bisogno non potrà avvenire all’interno della politica attuale, ma solo da uno scontro drammatico tra essa e le spinte popolari, uniche in grado di rigenerare democrazia. Ma solo se ad esse verrà offerto un quadro di riferimento preciso e alternativo. Altrimenti saranno le forze della reazione a prendere il sopravvento.