Il Partito Comunista e la rivoluzione

Piove a Livorno, il 21 gennaio del 1921 e l’acqua, spinta dal vento, entra a rovesci dal tetto sfondato in più punti e dai finestroni senza vetri dell’ex Teatro San Marco, adibito a magazzino militare durante la guerra, dove penzolano, zuppi, brandelli del palco scenico e diventano infine pozzanghere le buche aperte nel pavimento di marmo. In questo scenario, pigiano, per lo più in piedi (molti con l’ombrello aperto) i comunisti appena usciti, cantando l’Internazionale, dal più decoroso e accogliente Teatro Goldoni, dove il PSI tiene, da sei giorni, il suo XVII° Congresso, aperto da un omaggio a Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht, uccisi a Berlino nel silenzio complice dei loro compagni socialdemocratici. Un omaggio che era già un appello alla scissione, pronunciato dal rappresentante dei giovani Secondino Tranquilli: “L’anno scorso la gioventù russa, per ricordare Liebknecht, davanti al Cremlino bruciò il fantoccio di Schiedeman, quest’anno la gioventù socialista chiede ai rappresentanti comunisti di bruciare il fantoccio dell’unità”.
Una scissione già avvenuta o in corso d’opera nei partiti socialisti di tutto il mondo, fra chi vuole aderire alla Internazionale Comunista accettandone i 21 punti costitutivi e creare un partito comunista con l’esclusione dei riformisti moderati e chi si oppone o avanza dubbi e distinguo. In Italia la corrente maggioritaria è quella di Serrati (centristi), vicina alla III Internazionale ma restia all’espulsione della destra e dubbiosa sulla possibilità di una rivoluzione nel Paese, sull’esempio dell’Ottobre russo; i riformisti di Turati (avversi all’idea di rivoluzione, contrari alla presa del potere da parte del movimento operaio attraverso la forza del movimento di massa e conseguentemente – come sempre accaduto e accade in ogni revisione – favorevoli solo ad un percorso graduale e parlamentare, di fatto subordinato al capitale ) sono una esigua minoranza.
I comunisti, con quasi sessantamila voti, sono già un partito nel partito, con la loro struttura, i loro giornali – Il Soviet di Amedeo Bordiga a Napoli e L’Ordine Nuovo di Antonio Gramsci a Torino – una presenza forte e attiva nelle fabbriche occupate e fra i braccianti riuniti in leghe contro gli abusi degli agrari e le prime scorrerie fasciste. Dopo il voto sulle tre mozioni, in un clima estremamente agitato, solo i comunisti dichiarano, per bocca di Bordiga, la scissione e convocano i propri aderenti “alle 11 al Teatro San Marco per deliberare la costituzione del Partito Comunista, Sezione italiana della III Internazionale”. È stato uno scontro fra “lo scetticismo contro la fiducia del proletariato”, annoterà Gramsci commentando l’ inaspettata vittoria del moderatismo turatiano, resa possibile dall’incertezza di Serrati che, dirà Zinoviev, “ha preferito rimanere con quindicimila riformisti piuttosto che passare con sessantamila comunisti”.
Nasceva così, ottanta tre anni fa, quello che sarebbe diventato il più forte Partito Comunista dell’Occi­dente europeo, da un gruppo di giovani intellettuali e operai che credevano nella rivoluzione comunista, mentre la borghesia italiana apriva le porte al fascismo e l’unico paese socialista era accerchiato e affamato.
La nascita stessa del Partito Comunista indicava già in sé – filosoficamente, diremmo – la rottura con il positivismo italiano, entro il quale risiedeva l’idea riformista e subordinata che tanto il socialismo si sarebbe fatto da sé, senza rotture rivoluzionarie, senza l’obiettivo della presa del potere rivoluzionario da parte del movimento operaio. Una rottura col positivismo e con la subordinazione al capitale che proveniva essenzialmente dalla grande lezione – politica e filosofica – di Lenin, che non solo aveva teoricamente svelato e chiarito il rapporto esistente tra rifiuto della presa del potere rivoluzionario e subordinazione riformista al capitale, ma aveva anche ricollocato al centro, rompendo col positivismo e col gradualismo riformista, l’azione soggettiva dell’uomo e la sua possibilità di modificare il divenire storico, negando così la concezione stessa della Storia come destino immutabile.
Il ruolo soggettivo, dunque, l’emancipazione della “classe” dal destino storico subordinato, l’azione autonoma di lotta attraverso il soggetto rivoluzionario configurato da Lenin e poi da Gramsci: il Partito Comunista.
Alla fine degli anni 80 il soggetto erede di Livorno, il PCI, dopo aver svolto un ruolo storicamente straordinario per l’emancipazione del movimento operaio complessivo in Italia e allargato le basi sociali della democrazia e dello Stato, veniva sciolto da Occhetto.
Lenin, Gramsci, Livorno 1921, l’azione soggettiva: “ Perché non noi, oggi ?”, pensavamo quel grigio febbraio del 1991 in una Rimini fredda e semi deserta che accoglieva il XX° e ultimo Congresso del PCI, il Congresso della cancellazione del più grande Partito Comunista al mondo non al potere.
Caduto il Muro di Berlino e i governi del “socialismo reale”, in un mondo diventato unipolare sotto l’imperialismo USA e le sentinelle della NATO, il PCI cadeva, senza interventi esterni, per volontà del suo gruppo dirigente, al quale il gran corpo del Partito, in larga misura, si adeguava. Per obbedienza, per convinzione, per stanchezza, per disperazione ?
Ad ogni snodo storico, passato e recente, si riconferma il problema: nell’animo profondo delle compagne e dei compagni c’è la verità, ma essa non trova il modo per emergere e manifestarsi.
Anche a Rimini 91, come a Livorno del 21, sono tre le mozioni in campo: quella del segretario, Occhetto, che propone un nuovo nome e un nuovo simbolo in virtù della sua idea, secondo la quale andava emergendo prepotentemente dalla società civile un nuovo movimento ed una nuova “sinistra diffusa”; la nostra mozione – “Rifondazione Comunista” – capeggiata da Armando Cossutta e Sergio Garavini, e la mozione “ Per un moderno partito antagonista e riformatore” di Bassolino, che lascia ai suoi la libertà di coscienza su nome e simbolo.
“ Fare come a Livorno” è il pensiero di tutti noi, anche se non pronunciamo mai la parola scissione; è Occhetto che si scinde dal comunismo, noi continuiamo a proclamarlo con orgogliosa convinzione e stiamo costruendo, pezzo per pezzo, un nuovo partito con questo nome, ormai da un anno.
Non piove domenica 3 febbraio a Rimini e la “ Sala E” della Fiera dove ci riuniamo, un centinaio di delegati, non è un deposito militare dismesso, anche se gli somiglia molto – una specie di hangar senza palchetti né sedie, con manifesti e bandiere attaccati alla meglio sulle pareti di lamiera. Non abbiamo cantato l’Internazionale, siamo usciti alla spicciolata mentre nella sala del Congresso cadeva la bandiera rossa e saliva la quercia del PDS (attenzione a questi simboli: la quercia, dalla chioma alle radici, è l’ininterrotta, pacifica, “non violenta” continuità tra cielo e terra, è – simbolicamente – l’interclassismo che non prevede rotture rivoluzionarie; la falce del simbolo comunista, come diceva Lenin, non è solo l’emblema dei contadini, ma “è la falce che taglia, che recide alle radici il vecchio mondo e costruisce il nuovo). Saliva la quercia del PDS con l’incongrua – appunto – falce e con il martello tra le radici, ancora per poco, e ancora lì solo per trascinarsi dietro e ingannare i compagni.
La solennità del nostro momento è nelle poche, rauche parola: “ Viva il comunismo”, negli abbracci, nelle lacrime, nel sorriso di Paolo Volponi, già molto malato, che lascia l’ospedale per essere con noi, pallido, malfermo sulle gambe ma raggiante, con noi uomini e donne di tutte le età e di tutte le regioni, mandati qui da migliaia di compagni che aspettano una telefonata per esporre la bandiera rossa in centinaia di sedi contestate che hanno dichiarato di voler restare “sezione comunista”. Pensiamo tutti alle cose immediate da fare – tessere, locali, gruppi dirigenti, giornale – e tutti sappiamo che il più difficile comincia ora. Pensiamo ai dissensi, agli abbandoni, alle diversità da portare a sintesi che vennero dopo il 21 gennaio di Livorno, una volta finiti i canti, le ovazioni, le lacrime di commozione e di speranza. Pensiamo alla lunga e dura fatica del costruire. Pensiamo alla fase storica difficile, senza l’Ottobre al fianco, agli attacchi che di nuovo verranno alla nostra storia, alle pressioni per rinunciare al Partito comunista e alla sua idea, al suo progetto, ai tentativi che come sempre torneranno per liquidare di nuovo il Partito comunista, alla fatica quotidiana per il socialismo. Forse Gramsci, Terracini, Bordiga, Togliatti, avevano le stesse preoccupazioni, vedevano la strada in salita davanti al Partito comunista appena nato, ma erano convinti della necessità di farcela. Perché non noi, ora ?
Così ci dicevamo a Rimini.
E da Rimini già ben più di un decennio è passato E questo è ancora il punto: di nuovo, è possibile ora?
Il nostro lavoro nel PCI, che per tanti anni ci ha visti impegnati, per quanto ne siamo stati capaci, di svolgere al meglio il nostro ruolo di costruttori e dirigenti comunisti, fino allo scioglimento, pensiamo possa forse darci utili indicazioni.
Nello svolgimento dei nostri compiti crediamo di aver fatto tutto il possibile per salvaguardare quel “miracolo politico” straordinario e originale che era il PCI. Un partito che ha dato un contributo essenziale alla crescita sociale, economica, democratica, culturale degli italiani e che è stato percepito, vissuto, persino da tanti avversari, come componente viva, determinante, attiva, coerente, della società, componente che aveva un forte capacità di iniziativa.
Un partito che sino agli anni 80 ha sempre operato tenendo conto che il conflitto sociale non era solo difesa dei diritti ma anche fondamento della democrazia e consentiva la vitalità delle istituzioni, da cui faceva discendere il dovere di non dimenticare mai il ruolo centrale dei lavoratori.
C’è da domandarsi: come mai questo partito aveva saputo mobilitare centinaia di migliaia di militanti per anni, per decenni, militanti mossi solo da una grande passione politica e del tutto disinteressatamente? Una spiegazione, forse la principale, può trovarsi nel fatto che il PCI ha usato sempre il linguaggio della ragione e quello dei sentimenti, degli interessi materiali e degli ideali. Ma se il PCI era così perché dovremmo considerare la sua storia quasi del tutto inutilizzabile ? Perché arrivare addirittura a pensare di dover compiere un “parricidio”? Certo, se guardiamo agli ultimi anni del PCI non c’è da stare allegri, ma se guardiamo agli anni precedenti, quelli della clandestinità e della lotta antifascista e quelli successivi alla Liberazione, vediamo certo degli errori ma anche un ricchissimo patrimonio di esperienze e di valori che hanno piena validità e possono essere utilizzati anche oggi. Il mondo è profondamente cambiato, la sconfitta è stata terribile e dunque bisogna cambiare linguaggio e pratica politica, ma sempre alla ricerca degli obiettivi per cui siamo nati storicamente.
Dunque, non c’è dubbio che dobbiamo guardare al futuro, ma attingendo a quanto c’è di buono nel nostro passato. D’altro canto, se da un lato “ nel cercare dove sbagliammo” anche noi “ci sentiamo più vivi e più forti ”, verifichiamo altresì quanta parte di Lenin, di Gramsci, di Togliatti sia ancora utile per le lotte presenti e future; non solo gli errori: verifichiamo quanto la loro lezione sia servita affinché il PCI divenisse, come già detto, il più grande Partito comunista al mondo non al potere, affinché si raggiungessero quegli straordinari obiettivi dei quali ancora si può essere fieri e orgogliosi.
Esaminiamo gli errori del passato anche per capire sotto quali vesti oggi può riapparire lo stalinismo, nelle forme deleterie e nefaste del leaderismo, del carrierismo, del servilismo verso il capo, nell’opportunismo e nella democrazia negata. Per evitare tali pericoli occorre lottare a viso aperto, e ci piace qui citare un passo degli scritti di Gramsci, un passo che fu utile per il passato, lo è per il presente e lo sarà per il futuro. Scriveva Gramsci: “ Il capo non crea un deserto attorno a sé; tende a suscitare uno strato intermedio (di quadri) tra sé e le masse, a far crescere possibili concorrenti ed eguali, ad elevare il livello di capacità delle masse, a creare elementi che possano sostituirlo nella funzione di capo”.
In conclusione: continuiamo a sfogliare le pagine di Lenin e di Gramsci. Poiché esse non ci fanno sorgere solo dei dubbi; in esse riusciamo spesso a trovare idee, analisi che ci spiegano il passato del movimento operaio ed altre che ci sorreggono e stimolano a condurre con più efficacia la lotta di oggi e a lavorare per un mondo migliore, per il socialismo, secondo la lezione più viva che mai di quei compagni che sotto la pioggia del tetto fatiscente del Teatro San Marco, il 21 gennaio del 1921, aprirono, in Italia, la nostra storia di comunisti.