IL PARTITO CHE SI FA SOCIETA’ – NO ALLE SCORCIATOIE SENZA PROGETTO

IL PARTITO CHE SI FA SOCIETA’

La politica si è sempre più trasformata in pura tecnica della gestione del potere, separata dal sociale.
Il conflitto sociale è inteso e demonizzato come intralcio per la governabilità, la trasformazione della società, se proprio non si riesce a farla sparire dal pensiero, viene relegata a materia culturale.
Dilaga la spettacolarizzazione e personalizzazione della politica, la cui responsabilità non sta solo a destra.
In un clima di “crisi” della politica e di speculazione della medesima, si manifesta un insorgenza “populista”, un “sovversivismo” delle classi dirigenti.
Dietro la formula > (il vocabolario dice che per semplificare occorre ridurre) una parte significativa di ceto politico, intellettuale, “mediatico”, che ritiene l’eccesso di democrazia e di complessità politico-sociale un ostacolo per la governabilità, maschera la sua aspirazione per un meccanismo elettorale che riduca la rappresentanza istituzionale a pochi, cela la volontà di “dare” il potere all’economia, concedendo alla politica riformista e moderata, il ruolo di moderazione degli eccessi del potere economico (la Confindustria ringrazia e rilancia).
La recente, pesante, sconfitta elettorale, su un terreno tradizionalmente favorevole alla sinistra – quello amministrativo – ha fatto dire e parlare di crescente antipolitica, incrinatura del rapporto di fiducia tra cittadini e Partiti.
Penso, più semplicemente, ad un giudizio negativo dato, dove abbiamo governato, perché abbiamo sacrificato gli interessi del nostro popolo alla governabilità ed alle compatibilità, e dove eravamo all’opposizione perché non abbiamo fatto ciò che dovevamo fare, il tutto comprensivo della forte disillusione sull’agire (o non agire) del governo.
Sotto accusa, come è giusto sia, è la tua politica, il tuo fare e non altro.
Si sono elevate voci: per colmare l’attuale > occorre che i Partiti si diano un’adeguata organizzazione, ma anche i movimenti se la diano, in quanto l’alternativa di società si rende possibile solo se incontra la politica, le sue istanze, le sue rappresentanze.
Che dire: meglio tardi che mai.
E se la sentita esigenza di un ritorno alla > ripropone al centro della scena della politica, la questione del socialismo, EVVIVA!!
Ferve la discussione a sinistra.
Concordo con il Segretario, F. Giordano: non possiamo permetterci il lusso di una tattica attendista.
Giusta la sua proposta: avviare sul serio il processo di unità a sinistra, dando vita subito ad un Coordinamento Nazionale di tutte le forze politiche e delle associazioni/organizzazioni interessate, per promuovere una campagna politica di massa sui contenuti che qualificano oggi l’iniziativa e l’identità della sinistra, coinvolgendo cittadine/i, territori, ecc.
Una campagna sul che fare ed il fare, ma anche su ciò che siamo, vogliamo e possiamo diventare.
Nel Partito è precipitata la tesi dell’andare >, fare presto e subito un nuovo Partito di sinistra, motivata da una sorta di “stato di necessità”, causato dalla nascita del PD, dall’esito disastroso dei risultati elettorali.
Risposta politicista a problemi veri, riedizione, per molti, di un vissuto, >, e da qui l’immediata reazione: ma non è bastato toccare con mano, ieri ed oggi, il “prodotto” dell’andata oltre.
Sento, però, che è il portato anche di una concezione sempre più presente nel Partito, ai vari livelli, che tende a chiudere il “tutto della politica” nelle Istituzioni e quindi ad attuare scelte che ne garantiscono la presenza, tout court (nasce da qui il divenire sempre più Partito elettoralistico di questi ultimi anni, giustamente denunciato, autocriticamente, alla Conferenza d’Organizzazione).
NO, compagne/i che sostenete questa tesi, non c’è bisogno di alcun scioglimento, di perdita di identità.
La risposta ai problemi posti sta nel rioccuparsi della società, dei suoi problemi, in particolare di quelli delle grandi masse popolari e produttive, riportando lì il baricentro dell’azione del Partito, ahimè, trasferito, da tempo, nelle Istituzioni (a tutti i livelli).
I valori identitari del PRC, così come quelli di altri, siano, con pari dignità, messi a disposizione di tutte/i coloro, che del processo di unità d’azione a sinistra vogliono farne parte, contribuendo così alla costruzione di una rinnovata cultura politica all’altezza dei tempi e del bisogno di egemonia, conferendo il massimo di efficacia alla sinistra di alternativa.
Avverto, altresì, il tentativo di “mettere in soffitta”, le decisioni della Conferenza d’Organizzazione, il progetto del >, l’alter ego del Partito altro, di massa, degli anni ’90.
Va rapidamente sconfitto.
Una fase nuova si è aperta nella vita interna del Partito, determinata dalla diffusa consapevolezza (esperienza docet) che una sommatoria di parti separate non formano un’organizzazione.
Per affermare questa fase nuova ed essere nel contempo protagonisti delle vicende politiche e del processo di unità d’azione a sinistra, occorrono urgenti scelte, in primis procedere al recupero del radicamento del Partito, ancorato saldamente alla società civile ed ai luoghi del conflitto, organizzato nei luoghi di lavoro e di studio, nei territori, presente nelle organizzazioni/associazioni sindacali, culturali, di massa e di categoria, nei movimenti.
I Circoli siano di nuovo concepiti non come terminali di un apparato burocratico, ma luogo dove si esercita la capacità di entrare in rapporto con tutti i soggetti della società, con i movimenti, per realizzare una forma più alta ed avanzata della politica, non separata dai contenuti, dalla partecipazione democratica e non delegata.
Circoli, sedi del saper fare.
L’esigenza è più Partito, non meno Partito, del > connotato di una propria autonomia teorica, politica, organizzativa, con una sua identità ed un pensiero strutturato, che operi come intellettuale collettivo per la ricomposizione di un blocco sociale, che colleghi la quotidianità dell’azione politica con la prospettiva della trasformazione della società.

On. Aurelio Crippa.

NO ALLE SCORCIATOIE SENZA PROGETTO

E’ davvero paradossale che il comp.Bertinotti, parlando nell’assise fondativa della sezione italiana della sinistra europea, ne abbia contemporaneamente decretato la morte, indicando l’urgenza del suo superamento nella direzione della costruzione di un nuovo soggetto politico della sinistra.
Il fatto è che l’estinzione della neonata sezione italiana della sinistra europea porta con sé il superamento del soggetto principale di quella costruzione: Rifondazione Comunista. Una contraddizione macroscopica. Siamo indotti a ritenere che probabilmente, anche sulla sinistra italiana, avevamo idee diverse.
E infatti abbiamo sempre sostenuto che la costruzione del nuovo soggetto non era la risposta alla nascita del partito democratico già in divenire, ma che esso nasceva dalla necessità più profonda di unificare le forze anticapitalistiche, organizzate e non, dentro un progetto minimo in cui tutti potevano riconoscersi: ma la discriminante mi pareva essere l’idea del superamento della società capitalistica.
Esattamente l’idea opposta a quella che oggi ci propone il comp.Bertinotti e altri: unirsi in un soggetto unico senza identità progettuale, solo perché gli altri, abbandonando ogni riferimento alla sinistra, hanno fatto altrettanto al centro.
Ma davvero la nascita del partito democratico ci parla della crisi della sinistra? Non è forse vero che il partito democratico rappresenta lo sbocco naturale di un processo in cui DS e Margherita hanno maturato da tempo e portato a compimento un progetto di società che si colloca, pur con alcuni elementi differenziali dalla destra, dentro l’orizzonte neocapitalistico? Abbiamo dimenticato il senso vero dell’esperienza dell’Ulivo?
Oggi la sinistra democratica di Mussi rompe con quel progetto, ma lo fa condividendo con esso l’orizzonte strategico, secondo il quale il luogo privilegiato della politica sono il governo e le istituzioni e che solo su quel terreno si misura la competizione fra diversi. L’azione sociale rivolta alla modificazione dei rapporti di forza fra le classi non è considerata la pratica principale dell’agire politico. La prospettiva della trasformazione sociale per il superamento degli assetti capitalistici non è contemplata. E non lo era neppure prima. Esiste dunque una differenziazione strategica, che è sostanzialmente identica a quella che nel 1992 ci ha portato ad affermare nella sinistra italiana la presenza di una forza anticapitalistica che nella rifondazione di un pensiero e di una pratica comunista ha trovato la ragione stessa del proprio essere strumento di liberazione degli oppressi del XX° secolo.
Rimane il riferimento alla sinistra, ossia un terreno di confronto per la ricerca di una unità di azione, che non rappresenta tuttavia il riconoscimento di un progetto comune.
Il cantiere dunque è altrove e il lavoro dovrebbe innanzitutto partire da noi.
La crisi della sinistra non si supera evitando di analizzare dentro di noi gli errori gravi del recente passato e inventando un nuovo soggetto, sommatoria di diversi, priva di un progetto comune, illudendosi così di superare le difficoltà. Il nuovo soggetto non è la risposta ai problemi. Se gli iscritti si allontanano e non partecipano più alla vita politica del partito, spesso allontanandosi dalla politica stessa “perché tanto sono tutti uguali”, chiediamoci se li abbiamo coinvolti nelle decisioni o se invece queste sono state prese sopra le loro teste. Perché li abbiamo spinti a schierarsi in correnti cristallizzate che hanno distrutto la democrazia interna? E ancora chiediamoci se il tamburo dell’innovazione non ha prodotto anche guasti culturali nel corpo del partito, nobilitando l’idea che tutto il passato era da buttare, mentre anche il nuovo che proponevamo aveva un senso relativo e affondava le proprie radici in esperienze significative del movimento operato del passato. Se il nostro quotidiano ha vendite da bollettino parrocchiale, davvero pensiamo di aumentarne la diffusione, lanciando proposte ammiccanti del tipo “abbracciamoci tutti insieme”?
La conferenza di organizzazione ha proposto un’autocritica forte e seria. Pratichiamola, non lasciamola imbalsamata nei riti delle conferenza stessa, dove si è parlato bene, ma con la riserva mentale di continuare a fare come prima, segnalando così la presenza di un fattore corruttivo grave, costituito dalla divaricazione tra gli enunciati verbali e la pratica concreta.
Riattiviamo i circoli, chiamiamoli a discutere della posta in gioco, bandiamo ogni politicismo, chiamiamo l’esercito di parlamentari a confrontarsi con gli iscritti, riattiviamo una interlocuzione con il mondo del lavoro, dei precari, confrontiamoci con le nuove povertà e il disagio sociale, trasformiamo il partito in un luogo dove gli oppressi possano sentirsi a casa loro. La ricostruzione del blocco sociale dell’alternativa necessita di un partito comunista di massa moderno e aperto, promotore di movimenti di lotta, ma capace esso stesso di ascoltare i movimenti e dialogare con essi in un rapporto fecondo senza gerarchia di saperi. Non ci sono scorciatoie e l’esperienza storica lo dimostra.

Fausto Cò – Segreteria Federazione Piacenza.

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