Il movimento degli USA contro le guerre e le politiche imperialiste

New York

Con le manifestazioni unitarie svoltesi in oltre 250 città, lo scorso 20 marzo il movimento contro la guerra degli Stati Uniti ha mostrato non solo la propria vitalità, ma anche la propria crescente consapevolezza nella sfida per porre fine all’occupazione dell’Iraq.
Il numero dei partecipanti che sono scesi in piazza ha superato ogni aspettativa degli organizzatori: 100.000 a New York, 50.000 a San Francisco, 20.000 a Los Angeles, 10.000 a Chicago, altre migliaia e centinaia in decine e decine di città e numeri inferiori nel resto delle città in cui si è manifestato. Forse i manifestanti sono stati 250.000–-300-000 in tutto.
Sebbene le manifestazioni non siano state imponenti come quelle che l’anno scorso chiedevano di fermare la guerra, il loro esito è stato sorprendentemente forte per un’iniziativa in opposizione all’occupazione.
Vi sono inoltre stati promettenti sviluppi, come l’iniziativa dei portuali della baia di San Francisco che il 20 marzo hanno bloccato il porto di Oakland/San Francisco, la manifestazione delle famiglie dei militari a Fort Bragg e la partecipazione alle manifestazioni di militari in servizio e della riserva.
Come a Roma e in altre città europee, all’interno del movimento si è verificato un dibattito per determinare le principali parole d’ordine delle manifestazioni e l’indirizzo del movimento. La coalizione ANSWER ha spinto per gli slogan “Portiamo a casa le truppe, subito” e “Fine dell’occupazione in Iraq, Palestina, Haiti, ovunque”. L’altra coalizione “United for Peace and Justice” ha promosso lo slogan “Il mondo dice ancora no alla guerra”. Le due coalizioni hanno agito poi unitariamente per realizzare una più forte mobilitazione capace di crearsi uno spazio per continuare la battaglia politica.
Se le precedenti manifestazioni nazionali negli Stati Uniti, tenutesi il 25 Ottobre 2003 a Washington, San Francisco e Los Angeles avevano mostrato che il movimento dello scorso anno era ancora vivo, il 20 Marzo hanno dimostrato che esso è in continua crescita e che si sviluppa, anche nel bel mezzo della campagna elettorale.
La portata delle manifestazioni del 20 Marzo ha mostrato che la resistenza del popolo iracheno ha imposto negli Stati Uniti il tema dell’occupazione dell’Iraq come tema scottante dell’iniziativa politica. Indubbiamente la reazione degli elettori spagnoli, di rifiuto e di sconfitta per il governo di destra di Aznar, spingerà ancora in avanti il movimento negli Stati Uniti.

LA MACCHINA DELLA PROPAGANDA

La più grande macchina di propaganda che il mondo abbia mai conosciuto, l’apparato mediatico dominante negli USA, è in un duplice senso menzognera. Mente e distorce gli eventi mondiali, al fine di giustificare la politica USA. Inoltre presenta la popolazione americana come se all’unanimità appoggiasse la politica estera di Bush. A causa di queste distorsioni, anche persone progressiste e politicamente consapevoli, tanto negli Stati Uniti che all’estero, possono seriamente sottovalutare il potenziale di resistenza alla politica USA da parte della popolazione degli Stati Uniti.
Tuttavia, malgrado il basso livello di coscienza di classe e politica della popolazione, malgrado la crescente intimidazione e repressione attraverso il Patriot Act, un movimento di massa è sorto, prima contro la guerra USA e ora contro l’occupazione dell’Iraq. Questo articolo vuole cercare di spiegare come ciò possa essere accaduto, introducendo alle differenti tendenze presenti negli Stati Uniti nel movimento contro la guerra, alle que-stioni che vi si dibattono e i suoi progetti per le future mobilitazioni. Una delle maggiori forze presenti nel movimento contro la guerra è la coalizione ANSWER. ANSWER è l’acronimo di Act Now to Stop War and End Racism (Agire subito per fermare la guerra e metter fine al razzismo). Lo scorso giugno ANSWER ha iniziato a chiamare alla mobilitazione per la dimostrazione del 25 Ottobre. La coalizione “United for Peace and Justice” (UfPJ), un’altra fra le maggiori organizzazioni contro la guerra, si è unita nell’appello nello scorso settembre e ha condiviso la piattaforma del raduno di Washington. La protesta del 25 Ottobre è stata la prima dimostrazione nazionale unitaria di queste due grandi coalizioni contro la guerra, cosa che ha rappresentato un passo in avanti per il movimento (2).
La coalizione ANSWER chiede l’immediato ritiro delle truppe straniere dall’Iraq e la fine dell’occupazione. Anche la coalizione UfPJ ha sostenuto questi slogan a partire dalla manifestazione del 25 Ottobre, ma alcuni gruppi interni
all’UfPJ propongono un piano per un graduale passaggio nell’occupazione alle forze dell’ONU. Entrambe le coalizioni hanno chiamato alla mobilitazione per la manifestazione del 20 Marzo 2004, giornata globale contro la guerra indetta dal documento finale del Forum Sociale Europeo del 16 novembre 2003.
La grande sfida organizzativa che sta ora di fronte agli attivisti del movimento contro la guerra consiste nel continuare ad allargare ed approfondire il movimento contro l’occupazione, nel collegare questo movimento con la lotta dei lavoratori per il lavoro e i diritti sociali, nel prendere contatto con le famiglie dei militari e con i militari stessi, e coinvolgerli attivamente nel movimento contro la guerra. Allo stesso tempo, si tratta di combattere la repressione della macchina di stato capitalista.
Una sfida particolare consisterà nel riuscire a consolidare un movimento indipendente dai due partiti capitalisti nel corso delle elezioni nazionali. Con un presidente di estrema destra come George W. Bush, molte forze contro la guerra vengono trascinate nella campagna elettorale di qualche candidato del Partito democratico. Esse potranno ritenere che lo slogan “Chiunque purché non sia Bush” possa ridurre i pericoli di nuove guerre o porre più velocemente fine all’occupazione dell’Iraq. All’inizio della campagna elettorale i media indicavano il generale Wesley Clark, responsabile del bombardamento su obiettivi civili in Yugoslavia nel 1999, come un “candidato della pace”. Ora il probabile candidato democratico, John Kerry, viene indicato come se fosse un campione della pace, anche se è stato un sostenitore dell’invio di più truppe in Iraq ma con più alleati.

Nonostante questo problema delle elezioni, il movimento contro la guerra statunitense ha organizzato la giornata del 20 Marzo 2004, e azioni globali sono continuamente allestite, con raduni e proteste contro l’occupazione. ANSWER ha iniziato a consolidare le proprie strutture formando i comitati locali “Portiamo a casa le truppe, subito” in paesi, città e campus universitari nel paese. Ha pure iniziato i contatti con altri settori della società americana per mobilitare contro fenomeni di regresso sociale causati dal dirottamento di fondi governativi verso le spese di guerra. Per esempio, circa 70,000 lavoratori dei supermercati nella California meridionale sono stati in sciopero a partire dall’11 Ottobre 2003 o progettavano di farlo, fino al 2004 quando finalmente si è risolto. Lo sciopero ha coinvolto un gran numero di lavoratori sottopagati, molti dei quali immigrati o figli di immigrati. Dal momento che lo sciopero ha avuto un impatto immediato sulla gente che fa la spesa in questi supermercati, era importante per il sindacato dei lavoratori conquistare in un modo o nell’altro la solidarietà degli utenti. Le sezioni locali della coalizione ANSWER sono state in grado di intervenire durante lo sciopero al fianco dei lavoratori, aiutandoli a raggiungere l’opinione pubblica. ANSWER ha tenuto incontri nelle aree dei supermarket chiedendo ai clienti di appoggiare i lavoratori in sciopero (3). I sindacati negli Stati Uniti non hanno avuto un grande ruolo nel movimento contro la guerra, come invece l’hanno avuto in Italia e In Gran Bretagna. Ma questo potrebbe cominciare a cambiare, se l’aumento del budget militare combinato con i tagli ai servizi sociali mostrasse chiaramente la loro intima connessione.

I SOLDATI USA RIFIUTERANNO DI COMMETTERE CRIMINI DI GUERRA?

Dopo aver visto in televisione scene di soldati USA far fuoco su civili iracheni o invadere le loro case, potrebbe apparire difficile immaginare che questi stessi soldati possano avere un ruolo nel movimento contro la guerra. Ma allora si dimenticherebbe quanto sia contraddittorio il ruolo dei soldati ordinari. Essi sono giovani della classe operaia americana, molti di loro provengono dagli ambienti più oppressi della società USA, come le comunità afroamericana, latinoamericana e degli immigrai. Ciononostante essi vengono spediti ad occupare un altro paese e a commettere crimini di guerra contro la popolazione locale, proprio come avvenne con le truppe italiane un tempo inviate ad occupare l’Etiopia o con le truppe tedesche che occuparono un tempo l’Italia.
Durante la guerra contro il Vietnam, molti militari USA commisero analoghi crimini contro il popolo vietnamita. Al tempo stesso, molti singoli sodati s’opposero a diventare parte della macchina da guerra. Quando la guerra scoppiò, intere unità rifiutarono di andare in battaglia. La disillusione delle truppe ordinarie nei confronti della guerra svolse un ruolo concreto nello spingere Washington a lasciare il Sudest asiatico.
Potrebbe qualcosa di simile accadere in Iraq? Il 15 novembre corso un gruppo di attivisti contro la guerra si è recato a Jacksonville, nel North Carolina, presso la grande base della Marina denominata Camp Lejeune, per un’azione che intendeva saggiare il morale di quello che viene solitamente considerato il corpo più patriottico e militarista delle forze armate USA, i marines.
I dimostranti erano andati a visitare Steven Funk, un marine oppositore alla guerra, condannato a sei mesi di prigione per essere stato assente senza permesso e per aver dichiarato la propria opposizione alla guerra in Iraq. Funk, la cui madre è originaria delle Filippine, è pure apertamente gay. Si potrebbe pensare che fosse il bersaglio di ingiurie da parte degli altri militari. Invece la delegazione ha scoperto che Funk aveva più amici che nemici nella prigione. Egli ha condiviso molte delle 700 lettere che ha ricevuto un po’ da tutto il mondo con i compagni di prigione, alcuni dei quali non ricevono lettere. Essi discutevano di questioni politiche e della guerra con lui. Un prigioniero diceva di essersi rifiutato di far fuoco su civili in Iraq.
Dal momento che solo quattro della delegazione erano andati a visitare Funk, gli altri attivisti avevano messo in piedi una piccola dimostrazione nel locale centro commerciale WalMart. Anche lì, in mezzo alla cittadella militare, essi hanno trovato molti pollici alzati da parte di sostenitori come pure gesti osceni da parte di oppositori. Contemporaneamente alla visita e alla manifestazione, alcuni altri attivisti hanno proiettato nel college della comunità locale un video-film, “Metal of Dishonor”, a un gruppo composto soprattutto di militari. Si tratta di un ilm sull’utilizzo da parte del Pentagono di armi ad uranio impoverito e del pericolo per chiunque vi rimanga esposto, militari compresi. La proiezione ha suscitato grande interesse fra i marines presenti, preoccupati del fatto che essi e il loro equipaggiamento non fossero contaminati da uranio impoverito (4).
Chiunque ne abbia esperienza sin dal tempo della guerra in Vietnam, sa come sia difficile trovare appoggio in questa base. Il tipo di risposte riscontrate a Jacksonville è un segno importante del crescente scontento fra i militari. Attualmente il Pentagono ha posto 60,000 membri della Riserva in attesa di chiamata. Questi militari della Riserva sono solitamente più anziani di quelli in servizio attivo, hanno famiglia e professioni civili, e possono trovare davvero spiacevole questa richiesta di nuovi sacrifici. Essi possono essere inviati in Iraq per sostituire troppe che sono state lì negli ultimi sei-nove mesi e destinate al ritorno. I militari sostituiti, non più a lungo soggetti ad una situazione di disciplina di guerra, possono essere incontrati per poter iniziare a parlare francamente dell’occupazione.
In occasione della protesta del 25 Ottobre scorso, ANSWER ha pubblicato un tabloid di quattro pagine contenente le argomentazioni del proprio slogan “Portiamo a casa le truppe, subito”, materiale organizzativo per i sostenitori e articoli per presentare le posizioni di ANSWER su altri rilevanti argomenti. Fra questi vi è l’appoggio di ANSWER alla liberazione del popolo Palestinese, la difesa della Cuba socialista contro gli attacchi dell’imperialismo USA, compresa la solidarietà per i cinque cubani condannati negli USA per preteso spionaggio, la solidarietà al prigioniero afroamericano condannato a morte Mumia Abu Jamal, e in opposizione alla globalizzazione imperialista (5). Per la manifestazione del 20 Marzo ANSWER ha pubblicato un analogo tabloid di otto pagine.

LA STORIA DI ANSWER

Per comprendere come questa organizzazione anti-imperialista sia stata in grado di raggiungere un ruolo di punta all’interno del movimento contro la guerra negli Stati Uniti, si deve tornare indietro, all’11 settembre 2001, La storia di ANSWER inizia appunto dopo quel fatale 11 Settembre, quando l’amministrazione Bush ha iniziato a sfruttare gli attacchi al World Trade Center e al Pentagono per scatenare la guerra infinita. Precedentemente all’11 Settembre, un ampio fronte di organizzazioni aveva pianificato una manifestazione per il 29 Settembre a Washington contro la Banca Mondiale e il FMI.
Una di queste organizzazioni era l’International Action Center (IAC), il cui membro fondatore è l’ex ministro della giustizia USA Ramsey Clark. La sede nazionale dell’IAC si trova a Manhattan, a New York. Molti membri e amici lavorano nelle torri del World Trade Center o nei paraggi. Quando le torri vennero abbattute, alcuni arrivarono alla sede dell’IAC, quel giorno tutta piena di polvere e di fuliggine. Qualche altro non lo avrebbe mai più fatto, e si trova fra le migliaia di scomparsi le cui foto sono appiccicate su ogni lampione e autobus della città. Altri erano fra i lavoratori dell’emergenza medica e dottori che cominciavano a lavorare per soccorrere i feriti. Mentre era ancora difficile rimanere nella strada prospiciente la sede dell’IAC con l’aria irrespirabile per la pol-vere e la fuliggine, gli organizzatori dell’IAC potevano immaginarsi che questo sarebbe stato un evento della massima portata. Preso sarebbe stato chiaro che l’amministrazione Bush si sarebbe messa alla testa di una guerra in Afghanistan e poi nel Medio Oriente.
Prima che le bombe cominciassero a cadere in Afghanistan, un’altra guerra ebbe inizio su vari fronti negli Stati Uniti. Nelle settimane seguenti l’11 Settembre, centinaia se non migliaia di assalti ebbero luogo contro arabi, asiatici, mussulmani, sikh. Il governo federale diede pure inizio ad un’immediata intensificazione dei suoi poteri di polizia interna, facendo stazionare truppe di polizia e Guardia nazionale in tutte le città, operando più di 1,000 arresti soprattutto fra cittadini di origine medio-orientale o dell’Asia meridionale.
Gli attacchi dell’11 Settembre e l’offensiva sciovinista dell’amministrazione Bush stordirono molte delle organizzazioni che stavano preparando la protesta a Washington per il 29 Settembre 2001, e molte si ritirarono. I gruppi rimanenti, compreso l’International Action Center, decisero che era di cruciale importanza andare avanti, ma riorientando e trasformando la manifestazione. Essi si concentrarono su una piattaforma contro la guerra e riunirono tutti creando il comitato di direzione della coalizione ANSWER. Della coalizione fanno parte le organizzazioni Free Palestine Alliance, International Action Center, IFCO Pastors for Peace, Kensington Welfare Rights Union, Korea Truth Commission, Nicaragua Network, Partnership for Civil Justice, Middle East Children’s Alliance e la Mexico Solidarity Network of U.S./Canada. Qualche mese dopo la Bayan USA/International e la Muslim Student Association of U.S./Canada sono entrate nel comitato di direzione di ANSWER.
Ne è risultato che, a dispetto della mobilitazione sciovinista, gli attacchi dell’11 Settembre risvegliarono anche l’interesse fra i giovani americani e stimolarono quel che può essere descritto come un sentimento pacifista. Il 29 Settembre 2001 ci sono stati circa 25,000 dimostranti a Washington, e altri 15,000 a San Francisco. ANSWER è nata negli Stati Uniti in questo contesto politico, caratterizzato dall’ondata di sciovinismo favorevole alla guerra e dagli attacchi razzisti contro i mussulmani. Dai suoi inizi ANSWER è stata sia un movimento per la giustizia sociale, quanto un movimento contro la guerra. La prima ferma risposta alla campagna di propaganda di guerra di Bush, quando questa esercitava una tremenda pressione a ritirarsi e a nascondersi, ha fatto guadagnare molta credibilità a ANSWER all’interno del movimento progressista negli Stati Uniti e nel mondo.

PALESTINA LIBERA!

Sette mesi dopo la protesta del 29 Settembre, ANSWER ha dato vita alla più ampia dimostrazione in appoggio al popolo palestinese della storia degli Stati Uniti. Più di 100,000 dimostranti a Washington il 20 Aprile 2002. La dimostrazione è stata anche il risultato unitario di un fronte fra ANSWER e diversi gruppi per la pace. La dimostrazione era stata indetta inizialmente per protestare contro l’occupazione dell’Afghanistan e i piani di attacco all’Iraq. Ma gli eventi mondiali intervenuti avevano modificato l’obiettivo. Quando, il 29 Marzo 2002, l’esercito israeliano ha invaso la West Bank e mosso con forza omicida contro la città di Jenin, la solidarietà con la Palestina è divenuta l’obiettivo principale della protesta di ANSWER. Le moschee hanno organizzato centinaia di autobus per recarsi a Washington per questa protesta. Nonostante la repressione, fra le 30,000 e le 40,000 persone delle comunità arabe e mussulmane sono intervenute per unirsi con altri in quello che è stata una veramente storica manifestazione di solidarietà con la Palestina. Quando i piani dell’amministrazione Bush per invadere l’Iraq si sono fatti evidenti, ANSWER si è concentrata sulla mobilitazione per “fermare la guerra prima che parta”. Il 26 Ottobre 2002, circa 200,000 persone hanno circondato la Casa Bianca, e altre 150.000 hanno marciato a San Francisco, convocate da ANSWER con l’appoggio di altre forze contro la guerra. Il New York Times, un cui primo articolo cercava di sottostimare e sminuire la protesta, è stato poi costretto a smentirsi pochi giorni dopo. Si è trattato della prima ammissione da parte dei media controllari dal potere che un’opposizione di massa alla guerra esiste (6).
Quando il numero dei dimostranti ha raggiunto le quasi 500,000 persone alla successiva manifestazione di ANSWER il 18 Gennaio 2003 a Washington – con più di centinaia di migliaia di dimostranti lo stesso giorno a San Francisco – la corporazione dei media ha finalmente dato ampia risalto al fatto che un imponente movimento contro la guerra si era improvvisamente alzato contro i piani di guerra di Bush contro l’Iraq (7). Nel frattempo, a partire dall’11 Settembre 2001, il governo USA aveva ingaggiato una criminale guerra aerea contro l’Afghanistan, aveva dato semaforo verde ai devastanti attacchi di Ariel Sharon contro il movimento nazio-nale palestinese, aveva inviato truppe nelle Filippine e in Nord Africa, e aveva sguinzagliato il bigotto razzista John Ashcroft, il Dipartimento di Giustizia e l’INS in una campagna di repressione e intimidazione razzista, calpestando i diritti democratici. E stava preparando la campagna di conquista dell’Iraq.

LA CLASSE DIRIGENTE USA APPOGGIA LA GUERRA AL 100 PERCENTO

Di questa guerra e delle relative intimidazioni, tutto viene appoggiato, con maggiore o minore grado d’entusiasmo, dalla monolitica macchina della propaganda e dall’intero establishment politico di entrambi i partiti capitalisi, Democratico e Repubblicano. Non vi è stato lungo tutto questo periodo e durante l’estate 2003 alcuna incrinatura nell’unità di classe fra i capi politici, i banchieri e le loro rappresentanze. Nessun ambiente dissidente della borghesia imperialista si è levato per dare il pur minimo incoraggiamento o copertura a chi si oppone alla guerra.
Questa situazione contrasta con quella presente in Europa, dove non solo vi sono masse di lavoratori che si oppongono alla guerra, ma pure ampi settori della borghesia imperialista europea si sono per motivi propri opposti ai piani americani di guerra contro l’Iraq. I grandi monopoli in Francia e in Germania hanno molto da rischiare se la guerra di USA e Gran Bretagna contro l’Iraq dovesse andar male. Ma essi hanno pure da perdere anche se avesse successo, in quanto lascerebbero all’imperialismo USA il controllo del maggior produttore mondiale di petrolio. Anche in paesi come la Spagna e l’Italia, dove i regimi di Aznar e di Berlusconi hanno deciso di appoggiare l’aggressione Anglo-americana nella speranza di raccogliere le briciole dalla tavola dei padroni, sezioni della classe dirigente si sono opposte alla guerra. In ogni parte d’Europa questa divisione nella classe dirigente offre aperture alla mobilitazione di larghe masse contro la guerra. Ma questo vuol anche dire che le forze socialdemocratiche e pacifiste intendono svolgere un ampio ruolo in queste mobilitazioni, spesso di guidarle e di diluirne l’impatto politico, specialmente in Francia e in Germania.
Negli Stati Uniti, tuttavia, un profondo movimento cresce lottando contro tutto il peso dell’opinione pubblica capitalista, in questo periodo veramente reazionaria. Questo significa che le forze socialdemocratiche negli Stati Uniti non hanno accesso ai politici della classe dirigente o ai sostenitori che essi potrebbero trovare in altri momenti, solitamente nell’ala sinistra del Partito Democratico. Manifestazioni spontanee vengono organizzate in centinaia di città, paesi e campus universitari, ma l’esistenza di un movimento nazionale necessariamente è assistita dalle iniziative della coalizione ANSWER.
A partire dall’Ottobre e Novembre 2002 hanno iniziato ad apparire articoli su riviste come The Nation, Mother Jones e sulla rivista telematica Salon.com che attaccavano la leadership di ANSWER. Benché gli autori di questi articoli presentassero le loro proposte come consigli rivolti al movimento contro la guerra utili ad una maggiore efficacia organizzativa, molti di essi avevano l’aria di antiquate lusinghe anti-comuniste. I “consigli” erano che ANSWER avrebbe allontanato le masse contro la guerra presentando oratori che vorrebbero liberi Mumia Abu Jamal e il prigioniero politico pellerossa Leonard Peltier e che difendono i 5 cubani imprigionati, che ANSWER sarebbe “antisionista”. Molti membri del gruppo dirigente di ANSWER sono stati attaccati semplicemente per il loro essere membri del Workers World Party, il quale ha difeso la Yugoslavia contro la NATO e vuol difendere il governo della Korea del Nord contro l’aggressione USA (8).
Workers World ha risposto così a questi attacchi: “Potrà seccare ai grandi saggi che il Workers World rifiuti di prestar fede ad ogni pretesa del governo imperialista USA di presentare i suoi interventi in tutto il mondo come animati dalla volontà di estendere democrazia e sviluppo, o per lo meno di sconfiggere dittature sanguinarie e pericolose. Workers World non può certo condividere tutte le posizioni politiche di qualsiasi regime le cui sovranità e risorse siano subendo gli attacchi dell’imperialismo. Ma sa che una sostituzione di regime imperialista non è mai la soluzione; che l’insediamento di un regime fantoccio neocoloniale, non importa come camuffato e reso presentabile, rappresenta la morte dell’ autodeterminazione dei popoli e di ogni genuina democrazia. Tocca al popolo di questi paesi, non agli interventisti costruttori di imperi, scegliere quale tipo di governo essi vogliono e chi devono essere i loro leader” (9). È stato in questo medesimo periodo – durante il weekend del 26 Ottobre 2002 – che alcune formazioni del movimento contro la guerra hanno dato vita a quel che è diventata la coalizione “United for Peace and Justice”, che qualcuno definisce come l’alternativa più mainstream ad ANSWER.
La caratteristica di ANSWER è stata quella di allargare e di unire il movimento offrendo una piattaforma ad ogni genuina azione contro la guerra, incurante dell’immagine politica. Allo stesso tempo, comunque, ha garantito che le voci di neri, latini, asiatici e dei popoli nativi americani, come pure quelle dei popoli in lotta per la loro liberazione contro il governo USA in tutto il mondo, potessero essere udite chiare e forti. Molti di questi gruppi sono rappresentati nel comitato di direzione di ANSWER e svolgono un importante ruolo con la loro capacità di raggiungere le comunità di immigrati. ANSWER ha concretamente dimostrato che non vi è contraddizione fra il dar voce alla lotta contro l’imperialismo e l’allargamento del movimento.
La manifestazione del 15 Febbraio 2003 a New York è stata organizzata sotto impulso della coalizione United for Peace and Justice. ANSWER si è attivamente mobilitata per essa sulla Costa orientale. Sulla Costa occidentale, ANSWER, UfPJ e altre coalizioni, come “Not in Our Name”, hanno congiuntamente sponsorizzato la manifestazione. Circa 500,000 persone hanno dimostrato a New York, insieme a circa 14 milioni in tutto il mondo. ANSWER si è mobilitata il 15 Marzo a Washington, appena prima che la guerra iniziasse. L’UfPJ, con il pieno sforzo organizzativo da parte di ANSWER, ha organizzato la marcia del 22 Marzo a New York. Anche sulla Costa orientale questa è stata un’iniziatica congiunta. Poi, dopo che l’esercito USA ha conquistato Baghdad il 9 Aprile, ANSWER ha risposto con un’altra manifestazione, a Washington, il 12 Aprile 2003, con decine di migliaia di persone che marciavano all’insegna di “L’occupazione non è liberazione”.
Insieme all’organizzazione contro l’occupazione, ANSWER sta pure lottando contro il tentativo del governo di intimidire e reprimere il movimento. Nel Novembre 2003 ANSWER ha iniziato una campagna denominata “Sottoscrivere per difendere il Primo Emendamento, Opporsi agli obiettivi dell’FBI contro il movimento contro alla guerra”. Si tratta della risposta ad un articolo di prima pagina del New York Times del 23 Novembre intitolato: “L’F.B.I. esamina a fondo le riunioni contro la guerra – Posizioni ufficiali sugli sforzi per individuare gli ‘elementi estremisti’”. L’articolo cita un memorandum interno all’FBI circolato dieci giorni prima della manifestazione dei 25 Ottobre. La campagna di ANSWER è finalizzata alla raccolta di firme in difesa dei diritti dei dimostranti (10).

IL DIBATTITO SUL RUOLO DELLE NAZIONI UNITE
Riguardo al dibattito nel movimento
sul possibile ruolo dellONU, facendo riferimento a quanto pubblicato da Il Manifesto del 23 Novembre 2003, questo sta avvenendo anche in Italia, ANSWER ha espresso chiaramente le sue posizioni. In una dichiarazione in proposito, il membro del comitato di direzione di ANSWER Brian Becker, ha scritto:
“Il problema di fondo della posizione che vorrebbe il passaggio all’ONU della responsabilità in tema di sicurezza e ricostruzione in Iraq, è che questa richiesta è in contrasto con il fondamentale diritto del popolo iracheno di decidere autonomamente il proprio destino. L’Iraq è stato formalmente un paese sovrano per 80 anni e poi un paese autenticamente sovrano negli ultimi 45, a partire dalla rivoluzione irachena del 1958. La sua sovranità è stata sospesa unicamente da un’illegale invasione e occupazione. Coloro che invocano un passaggio di mano all’ONU dell’occupazione, argomentano che senza una forza di supervisione ‘neutrale’ esterna, e che possa provvedere alla ricostruzione delle risorse, l’Iraq cadrà in un ulteriore stato d’anarchia e di caos. Tale argomento, che sembra basarsi sulla ricerca del male minore, si fonda tuttavia su due assunti errati: 1) che l’attuale ONU possa svolgere un ruolo indipendente e progressista in Iraq, e, 2) che il popolo iracheno possa accontentarsi di qualsiasi cosa tranne che della completa indipendenza del proprio paese. È l’occupazione da parte delle forze USA e britanniche – la cui autorità è stata ratificata il 22 Maggio dalla Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU n. 1483 – che ha portato alla condizione che essi stessi definiscono di ‘caos e anarchia’. Quando l’Iraq stava sotto l’autorità irachena, questa condizione non esisteva. (…)
“I soldati USA e i loro famigliari, molti dei quali hanno marciato a Washington il 25 Ottobre, si stanno avvicinando al movimento contro la guerra perché si stanno rendendo conto di essere stati ingannati dall’amministrazione Bush. Molti erano disposti a rischiare la vita e di essere feriti quando credevano all’affermazione del presidente che l’Iraq rappresentava un grave e imminente pericolo per il popolo degli Stati Uniti. Avendo compreso che si trattava di una menzogna, l’idea di sacrificare ancora anche una sola vita è diventata troppo da sopportare. Perché mettere i soldati USA o qualsiasi altro soldato straniero in una situazione in cui essi possono uccidere ed essere uccisi per uno sfacciato progetto coloniale? Questi soldati devono tornare a casa, non domani ma oggi. Con innumerevoli forme di resistenza, sia armate che pacifiche, il popolo iracheno mostra la sua volontà che l’occupazione straniera del suo paese finisca subito. Abbracciando lo slogan ‘Portiamo a casa le truppe subito; mettere fine all’occupazione dell’Iraq’, il movimento contro la guerra invia un messaggio ad entrambi, al popolo iracheno e ai soldati americani. Afferma l’appoggio al diritto fondamentale all’autodeterminazione dell’Iraq, mentre contemporaneamente dice ai militari USA: ‘Questa è una guerra dei ricchi. La vostra vita e la vostra dignità sono troppo preziose per essere usati come carne da cannone dall’imperialismo” (11).

Note
1 Washington Post, 25.10. 2003.
http://www.internationalanswer.org/news/update/102603o25wpost.html
2 Documento unitario di UfPJ e ANSWER per la manifestazione del 25 Ottobre 2003.
http://www.internationalanswer.org/news/update/090503o25unity.html
3 “Lo sciopero dei lavoratori dei supermercati contunua/Attivisti contro la guerra lanciano una campagna di solidarietà,” By Preston Wood, Workers World, 27.10. 2003,
http://www.workers.org/ww/2003ufcw1127.php
4 “Picchetti in appoggio ad un marine oppostore imprigionato”, By Minnie Bruce Pratt, 27.10.2003, Workers World,
http://www.join-snafu.org/news/pickets112703.htm
5 Tabloid a cura di ANSWER per la manifestazione del 25 Ottore 2003.
http://www.internationalanswer.org/pdf/o25tabloid.pd
6 New York Times. 30.10.2002, “Adunata indetta a Washington per rafforzare il movimentocontro la guerra”.
http://www.internationalanswer.org/news/update/103002nyto26.html;
“Manifestazionedi 100.000, Marcia contro la guerra in Iraq”, Washington Post, 27.10. 2002,
http://www.internationalanswer.org/news/update/102702washpost.html
7 New York Times 20.1.2003, editoriale “Un’agitazione nella nazione”.
http://www.internationalanswer.org/news/update/012003nyted.html
8 Polemica anti-comunista travestita da consigli al movimento contro la guerra, “Dietro il manifesto /Le strane origini dell’odierno movimento contro la guerra”, David Corn in LA Weekly, 1-7,11.2002.
http://www.laweekly.com/ink/02/50/news-corn.php
9 “ D i v i d e re e conquistare non è lavorare”, Deirdre Griswold, Workers World,6/2/2003.
http://www.workers.org/ww/2003/redbait0206.php
1 0 “ Sottoscrivere in difesa del PrimoEmendamento, Opporsi agli obiettivi dell’FBI contro il movimento contro alla guerra”,
http://www.internationalanswer.org/campaigns/fbi/index.html
11 “ Portariamo a casa le truppe, subito! Perché questo è lo slogan giusto per il movimento contro la guerra!, di Brian Becker, 19.11.2003,
http://www.iacenter.org

* Biografia dell’autore.
John Catalinotto è editore delegato del giornale Workers World, coordina la corrispondenza internazionale pe l’International Action Center. Durante la guerra in Vietnamha aiutato ad organizzare l’American Servicemen’s Union, una organizzazione di soldati che promuoveva i diritti per i soldati USA, incluso il diritto a rifiutare l’obbedienza in una guerra illegale. È co-editore del libro del IAC “Metal of Dishonor”, riguardante l’uranio impoverito e tradotto in italiano, e del libro “Hidden Agenda: the U.S./NATO Takeover of Yugoslavia”.