Il mondo alla rovescia del revisionismo storico

Dopo il successo degli ultimi libri di Pansa e di Vespa e i quasi quotidiani scoop del Corriere sui trascorsi fascisti di intellettuali di sinistra – colpevoli di non aver rinnegato il comunismo o di essere morti prima di avere l’opportunità di farlo – e sui meriti misconosciuti di vari fascismi, non può stupire l’accoglienza riservata a Cuori neri. Dal rogo di Primavalle alla morte di Ramelli, 21 delitti dimenticati degli anni di piombo di Luca Telese. Si tratta di un volume di quasi ottocento pagine, in gran parte occupate da interviste, ritagli di giornali d’epoca e brani di atti giudiziari, con il quale l’autore dichiara di voler superare le tracce di una stagione di odio conquistando una “memoria condivisa”, per costruire la quale la sinistra deve riconoscere che “le mani che hanno assassinato questi ragazzi sono state armate da una stagione di slogan farneticanti e criminali” e la destra rassegnarsi all’idea che “anche i miti, dopo più di un quarto di secolo, debbono essere ricondotti a una dimensione storica”. Una tesi. Questa, esposta nell’introduzione e ripresa nelle ultime pagine, dove il sindaco di Roma intitola una strada a Paolo Di Nella, l’ultimo dei 21 cuori neri; una tesi sostenuta dal revisionismo della destra moderata che ha trovato spazi significativi anche a sinistra,, e che è stata allargata ad altri periodi della nostra storia, fino a oscurare la differenza fra i “ragazzi di Salò” e i loro coetanei partigiani. Che si tratti di una tesi difficilmente sostenibile lo dimostra proprio Telese, riducendo le ideologie “che hanno avvelenato una generazione” a una sola, quella “che armò le mani che hanno assassinato questi ragazzi”, in un’Italia dominata dalla sinistra che aveva dalla sua parte, oltre a intellettuali a tutti i livelli, polizia, magistratura e giornali (Berlusconi docet), e nella quale era pericoloso portare in tasca un giornale diverso dall’Unità e dove i camerieri di un Grill dell’autostrada potevano immunemente scendere in sciopero per non servire il pranzo a Giorgio Almirante, un galantuomo che cercava di educare i giovani alla non violenza e che aiutava, di tasca sua, le famiglie dei camerati morti. Per contro la sinistra extraparlamentare si nutriva solo di truci slogan (“uccidere un fascista non è reato”), mentre il PCI, pur condannandone gli eccessi, avanzava l’ipotesi – peraltro presa in serio esame dagli stessi inquirenti – che alcune di quelle morti fossero da addebitare a contrasti interni alla destra, oltre a mantenere un totale ostracismo contro fascisti vecchi e nuovi. Non gli “opposti estremismi” di democristiana memoria quindi, ma un estremismo rosso, ben organizzato e coperto dalle istituzioni, contro alcune sporadiche e spontanee risposte di giovani disperati: come stupirsi allora se, in quel clima, qualche fascista passò alla lotta armata? Con un’accurata scelta di testimonianze, le vittime sono immancabilmente descritte come “bravi ragazzi” amanti della famiglia, dello studio, del lavoro, fedeli alle amicizie e agli ideali, emarginati e aggrediti proditoriamente, e la loro morte sempre comunque frutto di un odio cieco – anche quelle avvenute in circostanze tuttora oscure, anche i due casi nei quali è stato comprovata una morte accidentale. Lo assicurano cittadini rispettabili, eletti nelle istituzioni nazionali o romane come Buontempo, Alemanno, Gramazio. I (pochi) fascisti che perfino Telese ritiene indifendibili sono descritti come schegge impazzite, senza legami organici con le organizzazioni della destra. Tutto quello che noi, popolo della sinistra variamente collocato, abbiamo visto, vissuto e subito in quegli anni, sarebbe frutto delle allucinazioni di menti malate di antifascismo.