Il materialismo storico nella critica letteraria di Sanguineti

1. VITTORINI E SANGUINETI: DAL SOGGETTIVO ALL’OGGETTIVO

In seguito alla morte di Elio Vittorini avvenuta nel febbraio del 1966, Edoardo Sanguineti scrisse l’introduzione, già richiestagli anni prima dallo scrittore siciliano, alla nuova edizione einaudiana di Conversazione in Sicilia pubblicata di lì a pochi mesi. L’indagine che ne emerge mette in luce, con la sua caratteristica scrupolosità esegetica, una serie di elementi mostranti, in ultima analisi, la distanza presente tra l’opera in questione e la tradizione neorealista, alla quale essa era stata per molti aspetti precedentemente accostata. Sanguineti evidenzia del libro di Vittorini, la sua posizione di «bivio tra mito e storia» come replica, «su un piano diverso», dell’«antinomia letteraria di base tra lirismo e narratività ». Si tratta dell’«invenzione di un simulacro narrativo della realtà», lontano tanto «da ogni mistificazione sublimante» quanto da qualsiasi elaborazione «mimetica». Tale situazione di indefinitezza limbale in cui versa Conversazione in Sicilia, tra elementi di «narrativa al quadrato» e di «lirismo estatico-ermetico », afferma Sanguineti, immerge di fatto ogni capitolo in una sorta di «rito… catechistico» che «conosce soltanto, onde stazionare in liturgia, esiti oracolari» [1]. Si tratta di parole che collidono con quel progetto vittoriniano così condensato su Il Politecnico: «“Perisca lo spirito!”. Cioè: la cultura prenda il potere» [2]. Esse rivelano piuttosto, e malgrado i buoni propositi di Vittorini, la prospettiva spiritualistica che questi aveva dell’arte e, in senso estensivo, della cultura; una prospettiva che nonostante la polemica con i suoi esponenti principali quali Carlo Bo, risultava incapace di scalfire quei presupposti fondamentali su cui l’ermetismo si basava, finendo, al contrario, per assumerli per certi versi come propri: Elio Vittorini e Carlo Bo, engagement ed ermetismo, si ritrovavano in ultima analisi nella fede del «valore universale e trans-storico della cultura» [3], che giungeva ad estendere oltremisura il potere attitudinale del soggetto artistico, sganciandolo dalle dinamiche storico-terrene in cui, e da cui, viene normalmente determinato ed affibbiandogli la funzione ontologica di coordinazione delle virtù umane. La cultura in Vittorini, anziché esser pensata generata dall’incontro con l’oggettivo storico, veniva concepita producentesi “per partenogenesi” e come tale considerata superiore ai diversi gruppi sociali in lotta tra loro. Inoltre, se «cultura è verità che si sviluppa e muta» [4] essa intrattiene con l’autenticità un rapporto identificativo e privilegiato che scolpisce le forme di un nuovo aristocratismo intellettuale. Malgrado gli sforzi in senso contrario dello scrittore siciliano, questi tende a muoversi pur sempre all’interno dell’orizzonte crociano, un orizzonte che dalla cultura moderna è stato, per molti aspetti, superato soltanto a parole. Rimangono intatti, anche in Vittorini, quegli «ideological pattern s» che, come avevano rilevato C. Cases e F. Fortini a proposito di Leo Spitzer, «tendono, per quanto storia e cultura, ad ordinarsi in una Geistesgeschichte» [5]. Lontano dalla prospettiva vittoriniana, il materialismo storico di Sanguineti supera, da parte sua, questa forma di dogmatismo soggettivista. Il suo invito all’impegno degli intellettuali suona profondamente differente da quello di Vittorini. Se per quest’ultimo il coinvolgimento sociale delle figure culturali risulta un fatto meramente arbitrario, una prerogativa del soggetto, secondo l’esponente del Gruppo ‘63, ciascuno di noi, a prescindere dalla propria volontà, si esprime quotidianamente «a seconda di codici circostanziati» producendo come conseguenza che «tutto quello che facciamo ha sempre un significato di implicazione sociale, sia quando parlo dei massimi sistemi di filosofia, sia quando dico buongiorno » [6]. Se per Vittorini l’invito all’impegno intellettuale si riduceva ad un semplice versamento sul sociale di quei contenuti ontologicamente progressivi propri di ogni forma di cultura, in Sanguineti esso significava piuttosto liberarsi da uno stato di falsa coscienza e di fideismo intellettualistico, per giungere a comprendere che «impegnati» lo si è «sempre e comunque» [7]. La natura dell’engagementvien e dunque trasposta, rispetto alla prospettiva di Vittorini, dal soggettivo all’oggettivo, mettendo in frutto gli insegnamenti di quella lezione gramsciana che – aveva scritto il critico genovese – produsse le proprie categorie a partire da «una serrata polemica contro il soggettivismo estetico e culturale, in funzione dei tratti oggettivamente sociali e storici della produzione letteraria e artistica e intellettuale» [8].

2. MISERIA E RICCHEZZA DELLA LETTERATURA

Naturalmente, la presa di distanza di Sanguineti dall’engagement soggettivo di Vittorini, non costituisce alcun tipo di accostamento alle posizioni dell’ermetismo, le quali rimangono anch’esse racchiuse in un tipo di soggettivismo unilaterale con inflessioni solipsistiche generanti una sorta di ideologia letteraria in senso deteriore:

“Le anime belle per definizione, in verità, sono arrivate subito dopo, con quella letteratura come vita, per cui doveva poi valere soprattutto, ahimè, come suole avvenire per alquante equazioni ideali, la formula di permutazione: una vita come letteratura” [9].

Il bersaglio polemico, pare qui evidente, è Letteratura come vita, il saggio di Carlo Bo che per diversi anni ha ricoperto la funzione di una sorta di Manifesto dell’Ermetismo. In contrapposizione e in spiegazione di tale prospettiva, Sanguineti non soltanto nega l’esistenza di una neutralità ideologica della letteratura, ma ritiene altresì che in molti casi quell’ideologia di cui la letteratura si fa portatrice determina nel lettore una distorsione, ancorché sublimata, dei dati essenziali della realtà effettuale. E tuttavia, se da un lato la letteratura si rivela potenzialmente depositaria di una forza mistificatrice e deformante, per un altro verso essa può farsi portatrice di un rischiaramento delle dinamiche conflittuali e recondite della vita moderna: è questo, ad esempio, il caso di Honoré de Balzac:

“questi fu un grandissimo scrittore reazionario, ma un vero, grande realista, che, da destra, riuscì a capire il carattere catastrofico e rovinoso del dominio borghese in nome di un rimpianto del legittimismo, della monarchia, del cattolicesimo, ecc., ma che valeva infinitamente di più come diagnosi corretta dello stato delle cose, dello stato della questione e di appoggio al “che fare?” di quei maledetti poeti socialisti che Engels scherniva rabbiosamente, e che proponevano mondi ideali, soli dell’avvenire, felicità future, sorti magnifiche e progressive, e non dicevano niente. Facevano della mera retorica, laddove Balzac insegnava davvero come le cose procedevano, dettando un quadro della borghesia da cui finalmente si poteva imparare qualcosa” [10].

Il parametro di giudizio di Sanguineti critico diviene la misurazione della quantità di ideologia e di dato oggettivo presente all’interno dell’opera d’arte, il livello di mistificazione e il grado di attenenza alla realtà contingente e alle sue dinamiche profonde, la distanza tra parole e cose, il livello di pathos democratico o aristocratico che l’opera emana, la variabile prospettica e sentimentale che fa dell’opera un mondo o che la connette al mondo, il livello di coscienza storica che mostrano i suoi intrecci. Sono le ragioni che inducono gli apprezzamenti per quel primo Pavese, in cui «i propositi narrativi sono in piena espansione, e la scoperta che i fatti devono essere subordinati alle catene immaginative non ha ancora preso il sopravvento»; è la fase che privilegia «quel momento antilirico, che ne ha fatto un poeta di opposizione assolutamente singolare» [11]. Dietro tali procedimenti analitici e metri di giudizio agisce la lezione di György Lukács, il quale aveva mostrato come le istanze ideologiche del gruppo sociale dominante nelle società occidentali moderne si traducesse, in materia estetica, in una reclusione intimistica entro la quale si procedeva ad una «decomposizione delle forme epiche e drammatiche in momenti lirici» [12]. Nel complesso, l’utilizzo pratico della strumentazione concettuale storico-materialistica, non consentiva soltanto di scernere in ambito artistico le istanze ideologiche che ogni opera, sia pur a livello inconscio, promanava, ma permetteva altresì un allargamento degli orizzonti prospettici sull’opera stessa, concepita ora, anche grazie a Sanguineti, sempre più come un tessuto alquanto articolato e complesso, serbatoio pulsante di elementi vitali e profondamente umani. Ciò costituiva anche una sfida polemica nei confronti della critica tradizionale, che nel suo approccio tecnicistico finiva col determinare un inaridimento dell’opera ed una soppressione dei suoi legami con l’esistenza reale.

3. “ESSENZIALISMO FILOLOGICO” E MATERIALISMO STORICO

Questa sorta di “critica della critica acritica” condotta da Sanguineti contro gli esegeti tradizionali, prende di mira la figura di filologo essenziale e la metodologia “essenzialmente filologica”, nell’approccio ad un’opera. Quest’approccio, condotto nella propria unilateralità ideologica, conduce non già soltanto ad un impoverimento del testo preso in esame ma, spesso e volentieri, anche ad un suo completo travisamento. È quanto avviene nel libro Ambiguità di Gramsci, di Perry Anderson.

La metodologia adottata emargina gli aspetti storici e contestuali dei Quaderni del carcere, per concentrarsi su quello che per il filologo essenziale costituisce l’aspetto principale: il linguaggio. In virtù quindi della «potenza dell’etimo», Anderson rileva che «la nozione di Stato, in Gramsci “oscilla fra tre definizioni” » e dacché secondo questi «la parola non falla, non può fallare, non si dedurrà che Gramsci impiega la parola Stato in tre accezioni diverse, e che dunque occorre prestare un po’ di attenzione, leggendo e interpretando, ma si dedurrà che Gramsci non sapeva bene che pesci prendere e che c’aveva tre soluzioni in testa» [13]. È chiaro qui il problema ermeneutico che Sanguineti tenta in tono polemico di dipanare: l’essenzialismo filologico e l’etimologismo, assumendo come premessa la priorità relazionale dell’elemento linguistico su quello storico, presuppongono altresì un’unica accezione, un unico valore semantico per ogni vocabolo. L’adozione pertanto di uno stesso lemma all’interno di discorsi con- cettuali differenti, non può implicare altro, secondo l’essenzialismo fi – lologico, che una confusione da parte dell’autore sulla voce impiegata. Diversamente Sanguineti, privilegiando l’aspetto storico su quello linguistico, non concepisce le parole quali monete coniate e ne comprende la duttilità referenziale. Come che sia, afferra facilmente come i tre concetti di Stato in Gramsci presuppongano tre accezioni semantiche differenti con cui questi utilizza la parola Stato. La prima è in senso tradizionale o in senso stretto, ovvero inteso come “società politica”. La seconda è in senso lato, ovvero inteso come “società civile”, giacché per Gramsci anche la società civile è una forma di Stato. E infine lo S t a t o come superamento del conflitto differenziatore tra “società politica” e “società civile” e approdo alla cosiddetta società regolata. Sanguineti spiega quest’ultimo passaggio citando l’intellettuale sardo: «Quando si intenda “dialetticamente (nella dialettica reale e non solo concettuale)” l’“unità storica di società civile e società politica”, lo Stato è concepito come “superabile dalla ‘società regolata’” (Q 734). In vista, povero Anderson, di uno “Stato senza Stato” (Q 764)», e conclude ironicamente: «Ma come se lo può pensare, uno “Stato senza Stato”, dico io, il Filologo Essenziale» [14]. Nel complesso dunque, la predilezione dell’approccio ai testi linguistico- sincronico su quello diacronico, rischia di condurre ad errori interpretativi piuttosto rilevanti, giacché, come mostra il critico genovese, il linguaggio stesso, lungi dal costituire una strumentazione invariabile e di segno neutro, assorbe le mutazioni storiche su di sé e viene attraversato da istanze ideologiche ben determinate, quantunque non sempre facilmente rilevabili [15]. Per riportare un esempio, «l’espressionismo… fa già ideologia, per sé, alla varietà dei contenuti, anche di quelli suggeriti dall’esperienza interiore, imprime un suggello d’anima in forme costanti, in modi coerenti di linguaggio» [16]. Nella capacità di cogliere analiticamente tutte le varianti connettive e le implicazioni dialettiche più rilevanti di un testo consiste la qualità migliore nel lavoro culturale di un materialista-storico. È necessario, nella sostanza, comprendere che

in ogni questione culturale e estetica, letteraria e artistica, come in ogni questione linguistica, stanno “altri problemi”, e questi occorre decifrare e sciogliere, nel concreto, ogni volta, se veramente si vuole decifrare e sciogliere quella questione puntuale, in tutta la sua precisa determinazione e specificità […] Si tratta di riconoscere, assai semplicemente, che non si dà né linguaggio, né letteratura, comunque intesi, che nell’esperienza sociale, e che linguaggio e letteratura sono sempre modi di tale esperienza sociale, sono pratiche ideologiche e storiche. Anzi, non vi è riduzionismo peggiore, se questo si teme, che ridurre a “linguaggio” il linguaggio, a “letteratura” la letteratura. E l’ideologia a “ideologia”, scindendola e depurandola arbitrariamente dal suo significato pratico concreto. E il paradosso del materialismo storico, al riguardo, riposa tutto in questo: nel fatto che “gli altri problemi” sono quelli per cui la prassi “letteraria” è riconosciuta realmente come “prassi”, e così effettivamente significata e compresa [17].

4. DA EDORARDO SANGUINETI A EDWAR SAID

Si comprende a tal riguardo il proposito sanguinetiano di «un ritorno a Gramsci» [18]. Ancora oggi infatti

le ragioni di una riforma culturale, così impostata, contro una rosa di nozioni individuali e municipali, elitarie e corporative, del fare letteratura, quelle, massimamente nel quadro tecnologico maturo delle comunicazioni di massa, non sono affatto scomparse, e devono essere riprese e, in qualche maniera, riformulate.[19]

Attualmente ad aver accolto l’invito di Sanguineti sono stati Edward Said e i Postcolonial Studies che assieme ad altre branche degli Studi Culturali hanno desunto dalle riflessioni gramsciane alcuni tra i fondamenti costitutivi della propria ermeneutica. Anche in Said l’engagement è oggettivo e non una prerogativa del soggetto; le forme e le materie letterarie non prescindono dai processi storici, da cui piuttosto dipendono i mutamenti di quelle che Raymond Williams definisce le strut – ture del sentire. Le opere sorgono su una conflittualità storica che le forme estetiche tendono, il più delle volte, a sublimare e, in ultima analisi, a nascondere. Compito del critico è, ad avviso di Said, quello di fare emergere quella conflittualità che ha dato vita all’opera e le dinamiche di occultamento messe in moto in maniera più o meno consapevole da parte dell’artista. È presente in ogni testo una particolare «struttura di atteggiamento e riferimento», che sia pur proveniente dall’istanza culturale inconscia dell’artista, il critico deve rilevare mediante una «lettura contrappuntistica» [20]. Il presupposto riabilitato in seguito al decentramento mnemonico subito, è quello della mondanità dell’attività intellettuale e artistica:

la mondanità è ciò che distingue l’intellettuale dall’esperto, dallo scienziato erudito, dall’accademico di professione; la mondanità è ciò che spinge l’intellettuale a farsi critico nel vero senso della p a rola piuttosto che restare spettatore passivo o silenzioso funzionario dell’egemonia esistente [21].

L’a-mondanità è ciò che presiede per Said a quella sorta di dogmatismo filologico che attraversa per molti versi l’Orientalismo stesso. Quest’ultimo in effetti «si organizzò sistematicamente come strumento di acquisizione di documentazione sull’Oriente e di una sua razionale diffusione come forma di conoscenza specialistica» [22]. Tale a-mondanità accademica e inaridimento tecnicistico finiva per produrre una deformazione, ancorché sotto vesti erudite, non già soltanto della realtà effettuale ma altresì dei testi e delle opere letterarie che ci si proponeva di analizzare. Quella tipologia di critico definita e schernita da Sanguineti come Filologo Essenziale è pressoché lo stesso tipo di figura culturale che, a detta di Said, dà origine a quella «“visione” generale» sull’Oriente quale «sinonimo di stabilità e immutabile permanenza» a cui l’intellettuale palestinese, richiamandosi allo studio di Talal Asad, dà il nome di «essenzialismo sincronico» [23]. Contro questa deformazione da parte dell’ideologia filologica che colpisce realtà, testi e loro rapporto, Said ricorda che

i testi hanno modi di esistenza i quali, anche nella loro forma più rarefatta, sono sempre avviluppati nelle circostanze, nel tempo, nel luogo e nella società – in breve: essi sono nel mondo e di conseguenza sono mondani [24].

A sua volta Sanguineti esprime tutti i suoi apprezzamenti nei confronti di Gozzano per aver saputo far emergere nella sua arte, la mondanità dell’opera, per aver fondato, assieme a Lucini, «un fronte di realismo », per quella sua tipica «effige», in sostanza, «di malato frivolo e mondano» [25]. Ma, a fronte di queste analogie, occorre chiedersi: da quale tradizione culturale attingono i due critici? In quale autore si rileva, più che in ogni altro, l’inestricabile relazione tra mondo e cultura e si propone un approccio integralmente mondano all’intero patrimonio conoscitivo e testuale? Sentiamo Giorgio Baratta:

Se vogliamo collocare Marx nella storia della filosofia, potremmo dire che egli si propone di pensare in modo radicalmente mondano e cioè di spegnere definitivamente quella metafora del sole o della luce nella concezione della verità, che accompagna fin dagli inizi il percorso contemplativo e speculativo della filosofia occidentale [26].

Pare in questo senso che la riflessione dei due critici si muova entro coordinate interpretative che non sarebbero esistite senza la lezione di Marx. Nonostante dunque i molti limiti che ancora sussistono tanto in Sanguineti quanto in Said (e ancor più acutamente in molti critici dei Postcolonial Studies come Robert Young) – limiti di antihegelismo preconcetto di matrice francofortiana nel primo e strutturalista nel secondo – la vitalità attuale della loro lezione sta a testimoniare, da un lato, la non totale chiusura del conflitto egemonico, dall’altro la nonobsolescenza, ovvero la profonda ricchezza e attualità del materialismo storico.

*l’ernesto, Urbino

NOTE

1 Edoardo Sanguineti, Introduzione a ElioVittorini, Conversazione in Sicilia, Einaudi, 1966.
2 Marco Forti-Sergio Pautasso (a cura di),Il Politecnico, Rizzoli, 1975, p. 58.
3 Pietro Cataldi, Le idee della letteratura. Storia delle poetiche del Novecento. La Nuova Italia Scientifica 1994, p. 131.
4 Vittorini, in Forti-Pautasso, cit. p. 180.
5 Fortini Franco, Verifica dei poteri. Scritti di critica e di istituzioni letterarie, Einaudi 1989, p. 166.
6 Sanguineti vero & f a l s o, intervista a Edoardo Sanguineti su “La Repubblica” del 07/04/2006.
7 Edoardo Sanguineti: Intellettuali impegnatevi, su “Liberazione” del 08/06/2006.
8 Edoardo Sanguineti: Introduzione a Gramsci: Letteratura e vita nazionale, Editori Riuniti 1987, p. XXIII.
9 Edoardo Sanguineti: Introduzione a Id. (a cura di): Poesia italiana del Novecento, Einaudi 1969, p. LIX.
10 Edoardo Sanguineti: Come si diventa materialisti storici?, Manni 2006, pp. 19-20.
11 Edoardo Sanguineti: Introduzione a Id. (a cura di): Poesia italiana del Novecento, Einaudi 1969, p. LX.
12 György Lukács: Lo scrittore e il critico, in Id., Il marxismo e la critica letteraria, Einaudi 1964, p. 418.
13 Edoardo Sanguineti: Introduzione a Schede gramsciane, Utet 2004, p. IX.
14 Ivi., p. XI.
15 Cfr. Su ciò Edoardo Sanguineti: Ideologia e linguaggio, Feltrinelli 2001.
16 Edoardo Sanguineti: Introduzione a Id. (a cura di): Poesia italiana del Novecento, Einaudi 1969, p. LIII.
17 Edoardo Sanguineti: Introduzione a Gramsci: Letteratura e vita nazionale, Editori Riuniti 1987, p. XVII.
18 Ivi. p. XV.
19 Ivi. p. XXIV.
20 Cfr, Edward Said, Cultura e imperialismo, Gamberetti Editrice 1998, pp. 77, 91.
21 Joseph A. Buttigieg, Introduzione a Edward Said, Cultura e imperialismo, Gamberetti Editrice 1998, p. XII.
22 Edward Said, Orientalismo ( 1979 ) , Feltrinelli 2008, p. 167.
23 Ivi. p. 237.
24 E. Said, cit. in Joseph Buttigieg, cit. pp. XII-XIII.
25 Edoardo Sanguineti: Introduzione a Id. (a cura di): Poesia italiana del Novecento, Einaudi 1969, pp. XLIII-XLIV.
26 Giorgio Baratta: Individuo e mondo. Da Gramsci a Said. Postfazione a Edward Said, Cultura e imperialismo, cit. p. 400 (corsivi dell’autore).