Il lavoro nell’era liberista: un tributo di sangue

*Avvocato del Lavoro – Consulente Giuridico FIOM Nazionale

Il tributo di sangue – come era chiamato un tempo dai difensori del popolo – il balzello pagato in nome della crescita e dello sviluppo – come potremmo chiamarlo noi –,secondo l’ultimo rapporto della Organizzazione Internazionale del lavoro,è questo: nel mondo ogni anno 270 milioni di lavoratori sono vittime di incidenti sul lavoro e 160 milioni contraggono malattie professionali. Lo studio rivela che i lavoratori morti nell’esercizio del proprio mestiere superano i due milioni ogni anno, dunque ogni giorno il lavoro uccide a livello planetario 5.000 persone: cifre, segnala il rapporto,inferiori alla realtà. Secondo l’ultimo annuario Inail, contenente i dati 2002, nell’industria e servizi gli infortuni sul lavoro sono stati circa 895.000, quelli nell’agricoltura circa 73.000, nel complesso 968.000: di questi 1.400, nei tre settori,gli infortuni mortali, in prevalenza di lavoratori di età inferiore ai 39 anni. Le malattie professionali,denunciate nello stesso periodo e negli stessi settori, sono state 27.266: ma i dati Inail non dicono delle centinaia di migliaia di lavoratori che arrivano alla fine della loro vita attiva ormai sfiancati, logori,esausti, non più in grado di vivere bene la terza età. Le conseguenze dell’attività lavorativa comportano tra i pensionati un’esplosione di malattie: tumori, scompensi cardiovascolari, attacchi cerebrali,artrosi, handicap sensoriali ecc. Non c’è che da prenderne atto:al lavoro è strettamente legata una questione di vita o di morte, totalmente sfuggita di mano al controllo preventivo delle istituzioni e delle forze sociali delegate a quel controllo. Se ne possono dare diverse ragioni, più o meno plausibili, ma tra tutte ce n’è una essenziale: l’ideologia liberista della insindacabilità dell’organizzazione del lavoro,immanente agli interventi istituzionali destinati alla prevenzione e non di meno condivisa dal sindacato,nella gestione degli spazi acquisiti a partire dal decreto legislativo 626 del 1996. Da qui anche l’alibi imprenditoriale teso a spostare (vigliaccamente) il terreno della responsabilità dell’infortunio dall’impresa al lavoratore, tramite il tentativo di creare la generale convinzione che, di regola, è lui la causa del suo infortunio, la sua disattenzione o la sua impreparazione; e, di conseguenza, che è la sua formazione la soluzione decisiva per risolvere il problema. Può essere che anche da questo si tragga un qualche vantaggio per la sicurezza dei lavoratori,in particolare dei più giovani;ma attenzione, che non sia un altro espediente per parlar d’altro,per evitare il nodo primario della responsabilità dell’impresa nella organizzazione di tutti gli aspetti, di tutte le modalità delle attività lavorative. Se e quando il sindacato deciderà che per la sicurezza dei lavoratori non debbono esservi tabù, un primo passaggio ineludibile è la verifica delle ragioni delle inerzie o inadeguatezze istituzionali (legislative ed applicative: ASL, Magistratura,ecc. ) probabilmente dovute assai più a deficienze organizzative che a carenza di mezzi e persone: ricordando che, per non restare alle buone intenzioni, occorre attrezzarsi e creare rapporti di collaborazione con professionalità dotate di competenze specifiche. E poi, sopratutto,è il momento di mettere davvero la prevenzione tra gli obiettivi primari di lotta, ripensando, per cambiarle, le politiche sinora seguite. Si rileggano gli accordi sulla prevenzione firmati con le associazioni imprenditoriali, si ripensi ai risultati che da quegli accordi si attendevano,si verifichi quali di quei risultati si sono realizzati. Non serve il mea culpa di nessuno; è ora però che la Cgil, prima ancora delle riunioni nazionali, più o meno auto celebrative,dei propri RLS, dica ai lavoratori perché, nonostante gli RLS e le loro funzioni, la quantità e la gravità degli infortuni sul lavoro,negli ultimi cinque anni, anno per anno, è rimasta invariata (nel me-dio periodo 1998-2002 si sono verificati4.911.878 infortuni sul lavoro,secondo un indice pressoché costante di circa 1.000 infortuni a danno). È molto probabile che, con l’abituale onestà, si debba ammettere che quella strategia partecipativa,sinora seguita come criterio guida, non va, che va cambiata, va sostituita con una strategia di lotta che direttamente coinvolga i lavoratori,nella legittima pretesa di lavorare in sicurezza: anzitutto a partire dal proprio luogo di lavoro e dalle concrete modalità organizzative e produttive che costituiscano un pericolo immediato o futuro perla vita dei lavoratori. Insomma,grandi vertenze aziendali sulla sicurezza,facendo della democrazia e del conflitto la via maestra. Questa è la partecipazione che darà risultati sicuri, non quella dei datori di lavoro.