Il G8 nell’epoca della competizione globale

Il premier canadese Chretien non era riuscito a nascondere il proprio disappunto per lo stravolgimento dell’agenda del G8. Lo stravolgimento del calendario di discussione imposto dall’amministrazione Bush con il suo progetto sul Medio Oriente, non ha solo cambiato l’ordine dei lavori ma ha portato subito alla luce le divergenze dentro la “camera di compensazione” rappresentata dall’annuale vertice degli otto paesi più potenti del mondo.
Per spargere un pò di nebbia su questa contraddizione, è stata utilizzata ancora una volta l’Africa e l’ennesimo, improbabile piano di aiuti (il “Piano d’Azione per l’Africa”) ma la coltre di nebbia è stata squarciata da fattori pesanti come macigni: i segnali di dolore che venivano da Wall Street investita dagli scandali finanziari di giganti come Worldcom e Xerox; il testa a testa tra Euro e Dollaro che sta cambiando la mappatura mondiale degli investimenti di capitale e la riempie di incognite; il perdurante conflitto commerciale tra Unione Europea e Stati Uniti ed infine le divergenze strategiche sulla gestione della crisi in Medio Oriente.
La “camera di compensazione” non sembra più adeguata a concertare e mediare, come in passato, le crescenti rivalità tra i soggetti principali della competizione globale. “Dal romitaggio di Kananaskis è emerso come non mai il senso di isolamento dei Grandi” – commenta il Sole 24 Ore – “condannati ad una cooperazione necessaria ma sempre più difficile, ad un dialogo che invece di avvicinare sembra scavare tra loro solchi di incomprensioni e conflittualità sempre più profondi”.1
Certo, l’amministrazione Bush non nasconde di voler utilizzare la “lotta al terrorismo” come elemento coesivo del campo occidentale – come era stata in passato la lotta contro la “minaccia sovietica” – ma anche per rinnovare la propria egemonia strategica sui partner. L’Unione Europea, il Giappone e la Russia concedono molto agli Stati Uniti sul piano della lotta al terrorismo ma è ormai evidente la loro recalcitranza a subirne passivamente le ricadute economiche e geopolitiche2.

Divergenze sul Medio Oriente

Il Medio Oriente è tornato ancora una volta ad essere il rivelatore delle divergenze tra europei e statunitensi. Il goodbye di Bush ad Arafat (che tanto somiglia a quello di Brzezinski nei primissimi anni Ottanta) e l’appiattimento statunitense sulla politica israeliana, ha visto una levata di scudi niente affatto formale da parte di molti leader europei. I soli a seguire Bush sulla sua strada sono stati i fedelissimi Blair e Berlusconi. Un importante quotidiano ha ironizzato sul fatto che Bush abbia scambiato per dei sì i dubbi degli europei sul progetto per il Medio Oriente. Tant’è che il comunicato finale del vertice del G8 si limita a parlare dell’urgenza “di una riforma delle istituzioni palestinesi” e “della necessità di elezioni corrette”. Nessun riferimento dunque alla liquidazione di Arafat come proposto da Bush che su questo si è trovato in minoranza.
Ma anche sull’attacco all’Iraq (e peggio ancora contro l’Iran), gli europei hanno la chiara percezione di una operazione statunitense tesa a destabilizzare le relazioni economiche – soprattutto in campo energetico – e politiche dentro l’area di influenza europea. Stretto tra l’oltranzismo bellicista della leadership israeliana e la contrarietà dei partner europei ed arabi, sull’Iraq “Bush è sulla graticola” commenta Le Monde.

L’ipoteca degli armamenti

Un altro capitolo del vertice del G8 è stato quello sugli armamenti. Siamo qui in presenza di un effetto ambivalente: da un lato vi è una foglia di fico, dall’altro un problema che ancora non si è manifestato chiaramente. La foglia di fico è rappresentata dal programma “10+10 =10”. Si tratta di un finanziamento che verrà erogato in dieci anni e con quote da 10 miliardi da parte di Stati Uniti, europei e giapponesi alla Russia. L’obiettivo dichiarato è quello di finanziare lo smantellamento e la distruzione dell’ex arsenale sovietico sul piano nucleare, chimico e batteriologico, per evitare che finisca sul mercato internazionale degli armamenti e dunque “nelle mani di gruppi terroristi o di stati-canaglia”.
Un primo problema riguarda gli impegni di spesa. Al momento il Giappone si è impegnato solo per 200 milioni di dollari, mentre gli europei non hanno neanche indicato il proprio impegno finanziario.
Nei fatti, gli Stati Uniti vorrebbero imporre ai loro partner di finanziare gli effetti dell’accordo bilaterale USA-Russia sulla riduzione delle armi strategiche che prevede lo smantellamento di centinaia di testate nucleari.
In secondo luogo, gli Stati Uniti continuano a finanziare il loro tentativo di ripresa economica attraverso le spese militari e quelle connesse. È un terreno sul quale i partner europei e il Giappone appaiono più che riluttanti perchè da anni è in corso la melina sull’aumento della compartecipazione finanziaria degli alleati della NATO alle spese militari dell’Alleanza. La “guerra infinita” pone oggi lo stesso problema ma con una pesantezza e una arroganza assai superiori al passato. Washington non fa mistero – e i vari partner lo hanno ben compreso – di voler tornare ad usare il fattore militare come elemento di supremazia nei rapporti internazionali sia verso i “nemici” che verso “gli amici”.

L’escalation delle spese militari degli Stati Uniti
(in miliardi di dollari)
1998: 259 2001: 301
1999: 279 2002: 328
2000: 290 2003: 379
(dati dell’Ufficio Bilancio del Congresso degli Stati Uniti)

L’escalation bellica avviata dagli Stati Uniti stride apertamente con le priorità e le ambizioni strategiche dell’Unione Europea. Le intese raggiunte al vertice G8 di Kananaskis sulla questione degli armamenti rappresentano dunque una foglia di fico ed un problema tuttora aperto.

Dalla concertazione alla competizione

Un altro luogo comune che occorre ormai smantellare, è quello secondo cui i vertici dei G8 sono le assisi in cui i “Grandi della Terra” decidono le sorti del mondo. In realtà, come abbiamo già segnalato in altre occasioni, il G8 come la WTO o l’ONU, non sono più gli organismi di governo sovranazionali ma delle camere di compensazione delle contraddizioni emergenti tra i maggiori protagonisti delle relazioni economiche e politiche internazionali.
Ogni incontro del G8 o della WTO, non viene preparato solo dal lavoro degli sherpa sui vari dossiers ma viene accompagnato e preceduto da riunioni “parallele” informali di vari gruppi di pressione, laboratori e think thank, i quali cercano in qualche modo di condizionare od orientare i lavori dei vertici internazionali.
Al contrario di una certa vulgata no global, questi apparati paralleli segnalano ormai da tempo una grande difficoltà. I loro interessi transnazionali si conciliano sempre meno con gli interessi strategici derivanti dalla competizione globale tra i vecchi e i nuovi blocchi emergenti: Stati Uniti ed Unione Europea soprattutto, ma anche Cina e, tendenzialmente, il progetto di rivincita islamica sintetizzato – più o meno artatamente – da Al Quaeda e Bin Laden.
Il fallimento del vertice del WTO di Seattle e l’andamento della Conferenza dell’ONU di Durban, rappresentano un po’ emblematicamente gli eventi significativi di questo nuovo scenario.
Il vertice del G8 a Kananaskis, è stato ad esempio accompagnato da un “G8 ombra” (coordinato per l’Italia dal noto Istituto per gli Affari Internazionali) a cui hanno preso parte tra gli altri Henry Kissinger, l’ex presidente della FED Paul Volcker, l’ex ministro delle Finanze russo Fiodorov, l’ex ministro degli esteri Renato Ruggero.
Il messaggio che questo think thank informale ha inviato ai capi di stato riuniti nel vertice ufficiale del G8, esprime tutte le preoccupazioni dei sostenitori della concertazione internazionale espressisi storicamente con la Commissione Trilaterale. Il documento approvato infatti si dice preoccupato per lo scontro commerciale tra Stati Uniti ed Unione Europea – invocando una moratoria delle misure adottate – e per la competizione tra Euro e Dollaro, suggerendo infatti una assistenza ed un accompagnamento graduale e non traumatico del tasso di cambio del dollaro USA.
Analogamente, un altro potente centro di potere transnazionale – l’International Chamber of Commerce – prima dell’inizio del vertice ufficiale, ha incontrato il presidente di turno del G8, il primo ministro canadese Chretien, per manifestargli le proprie preoccupazioni sull’inapplicazione delle decisione indicate dal vertice della WTO a Doha e sullo scontro commerciale tra Stati Uniti ed Unione Europea.
Il documento della ICC (Le imprese e l’economia mondiale) mette apertamente sotto accusa la politica americana e l’amministrazione Bush perchè, “il governo del paese che ha la leadership dell’economia del mondo, predilige il rapporto con i propri elettori rispetto ad una proficua gestione dei problemi emersi dalla globalizzazione con i governi dei paesi che gli sono partner… È necessario che il G8 stemperi queste istanze protezionistiche”3. Occorre ammettere – volendo rimanere intellettualmente onesti – che per essere uno strumento della globalizzazione, il vertice del G8 dà la netta impressione di non funzionare più, oppure, più realisticamente, che non può che far convivere nella camera di compensazione le contraddizioni che derivano dalla fine di un certo modello di concertazione internazionale e il ritorno ad una fase di competizione globale di cui il protezionismo è uno dei segnali più chiari.
Colpisce la straordinaria sottovalutazione di questa tendenza che anima l’analisi e il dibattito nella sinistra.
Si ha l’impressione che ci si limiti a fotografare la realtà degli anni Novanta anni accontentandosi di maneggiare categorie note e luoghi comuni ma senza cogliere gli elementi di novità e di conflitto che ci presenta lo scenario futuro.
C’è materiale abbondante per cominciare a discuterne seriamente. Prima si comincia a farlo meglio è per tutti.

Note

1 “L’ottimismo gratuito ha perso la maschera”, Sole 24 Ore del 29 giugno

2 Indicativa di questo cedimento alle pressioni americane è l’adozione della legislazione antiterrorismo da parte dell’Unione Europea che ha
portato alla messa al bando delle FARC colombiane, del Fronte Popolare di Liberazione della Palestina, delle Brigate Al Aqsa e di altre organizzazioni della resistenza palestinese.

3 “Globalizzazione, un’opportunità per tutti”, Sole 24 Ore del 27 giugno