Il fuoco di Parigi

– Come giudica i disordini di questi ultimi giorni nella “banlieu” parigina?

Per prima cosa bisogna sottolineare che questo tipo di avvenimenti non è una novità. In questo caso specifico sono correlati , concretamente, alla morte di due giovani folgorati in un trasformatore dell’EDF. Queste morti hanno fatto esplodere un cumulo di rancori causati dalla discriminazione e dalla segregazione, di cui sono vittime questi giovani e questi quartieri. E se la collera si è manifestata con questa rivolta e queste automobili bruciate… è perché una logica si è sovrapposta ad un’altra. Perché, al contrario di ciò che si immagina, molti dei manifestanti sono persone che lavorano in questi quartieri e non sono affatto in uno stato di miseria o di completo abbandono. Ma ogni progetto messo in atto per pacificare un quartiere può essere annullato da avvenimenti choc come la morte di questi due giovani. In quel momento la logica della repressione prende il sopravvento.

– Una repressione rappresentata dal ministro degli interni, Nicolas Sarkozy, il cui discorso non ha fatto che gettare benzina sul fuoco …

E’ evidente. Anche se l’aspetto della sicurezza non risale a Sarkozy. Ricordiamoci la campagna del 2002: il governo Jospin aveva anch’esso dato una grande visibilità mediatica a questo tema. Con i risultati che sappiamo. Sarkozy l’ha fatta diventare una strategia politica, accompagnata da leggi molto dure e discorsi estremamente caricaturali e offensivi che hanno provocato nuove umiliazioni, stigmatizzazioni, etichettature.
Credo che Sarkozy sia il simbolo della frammentazione avanzante della società francese, e direi di più, della sua etnicizzazione. E ciò nel momento in cui si decompone anche la capacità dello Stato di gestire i problemi delle periferie. Che cos’è la politica Sarkozy? È «meno Stato» nell’azione sociale – cioè meno sovvenzioni alle associazioni di base, laiche, di educazione popolare, che sono in uno stato di precarietà totale – e «più Stato» per gli strumenti della “sicurezza”. Lasciando nel contempo sempre più spazio ai promotori della morale, alle strutture religiose, ai cattolici impegnati nel sociale ancora presenti nei quartieri popolari, ma anche, naturalmente, ai musulmani.

– Lei scrive nella sua ultima opera: «Non c’è alcun dubbio che le attuali violenze scoppiate nelle periferie popolari [senza alcun riferimento ovviamente, agli ultimi avvenimenti di Seine-Saint-Denis – NdR] sono simili a quelle degli operai privi di protezioni sociali all’inizio dell’era industriale». Può precisare il suo pensiero?

Stiamo ritornando in una fase regressivo, che possiamo definire «incertezza dell’esistenza», che genera posizioni e atteggiamenti diversi nelle classi medie rispetto alle classi più sfavorite. Il guaio è che questo regresso, anziché suscitare una presa di coscienza politica sulle cause delle ineguaglianze sociali, quale conseguenza del liberalismo, genera semplicemente una violenza interna, una tendenza all’autodistruzione, nonchè comportamenti razzisti, da una parte e dall’altra. Razzismo nei rapporti con le popolazioni straniere. Razzismo nelle frange più disperate che non colgono la possibilità di inserirsi nelle lotte politiche classiche (partiti, sindacati, associazioni laiche). Tutto ciò genera un ripiegamento su se stessi di numerosi soggetti delle periferie che, invece di unirsi per ricomporre una società più umana, più giusta, si battono gli uni contro gli altri. È ciò che rende particolarmente pericolosa la situazione attuale. Chi ne trarrà vantaggio? Sicuramente le classi dominanti e i poteri economici, che non cessano di dislocare in avanti le loro posizioni in questa congiuntura post-nazionale, mondializzata e de-politicizzata.

– Stiamo dunque ritornando ancora al vecchio concetto ottocentesco: «classi laboriose, classi pericolose»?

In effetti ci sono delle somiglianze. Le classi pericolose del XIX secolo, erano dei contadini che venivano nelle città per trovare lavoro, ma che non ne trovavano affatto dato che l’industrializzazione non era totalmente compiuta. Ma erano comunque subalterni alla logica della produzione industriale. E in quanto senza lavoro, queste classi erano considerate socialmente pericolose. Oggi siamo di fronte ad un fenomeno simile, cioè a popolazioni condannate ad una disoccupazione di massa L’aggravante supplementare di oggi è la de-politicizzazione della società e la crescita del fattore etnico-identitario prodotto dalla mondializzazione.

– Questi avvenimenti segnano la sconfitta di trent’anni di politiche per la città?

È una questione complessa. Le politiche per la città possono essere giudicate un modesto tentativo, una sorta di cerotto su una gamba di legno, appena sufficienti ad evitare le esplosioni più gravi. Nello contempo hanno però permesso di compiere alcuni interessanti progressi nel campo dell’educazione con le Zone di Educazione Prioritaria (ZEP), e in quello degli alloggi, aprendo una riflessione sul modo di far evolvere i progetti abitativi finalizzandoli alla ricomposizione del tessuto socio-associativo. Ma è altrettanto vero che le politiche per la città non hanno realmente permesso agli abitanti di emanciparsi e di appropriarsi della vita dei loro quartieri. Chi ha diretto e dirige questa politica sono per lo più “promotori di progetti” calati dall’alto ed esperti soprattutto in comunicazione. In quanto tale, la politica delle città ridiventa un mezzo per inquadrare le classi popolari e per continuare a concentrarle nei ghetti.

– Lei chiede nel suo ultimo libro – a partire dal titolo – di «ri-politicizzare l’insicurezza». Cosa intende dire precisamente?

Intendo dire che ciò che occorre, innanzitutto, è di smetterla di definire certi individui come fonte di guai e, perciò, di insicurezza Non è condannando e stigmatizzando ancor più che si risolveranno i problemi della sicurezza nelle periferie. Ma purtroppo è esattamente quello che avviene. Invece bisogna ridare un senso e dei contenuti politici a queste questioni mobilitando l’insieme dei protagonisti che compongono la società.
Perciò occorre smetterla di immaginare che per affrontare la violenza e la delinquenza siano necessari solo la polizia e qualche educatore. Soprattutto se questi educatori sono loro stessi de-professionalizzati e precarizzati, come accade ora. E’ invece necessario mettere attorno ad un tavolo tutti i soggetti politici interessati, l’educazione nazionale, l’ANPE, i soggetti laici e religiosi; ma anche coloro che vengono presentati come responsabili dei disordini che esprimono, anche se in modo aggressivo, le ingiustizie e le sofferenze che vivono quotidianamente. Occorre trovare dei mezzi affinché l’insieme delle rivendicazioni di entrambe le parti, degli “out” e degli “in”, come diceva Alain Touraine, possa esprimersi nei luoghi della conflittualità istituzionalizzata. Poiché l’insicurezza è una co-produzione. Una co-produzione della società nel suo insieme. La polizia, per esempio, esiste certamente per proteggere i cittadini. Ma essa è anche sfortunatamente co-produttrice d’insicurezza e di inutili provocazioni. Se la polizia desidera lavorare per l’insieme della società civile essa non può semplicemente considerarsi come una forza di repressione e di intervento rapido, agendo come agiscono i cow-boy e imitando troppo spesso i metodi della BAC (Brigade Anticriminalité). Occorrerebbe al contrario diversificare questa polizia, formarla alla lotta contro le discriminazioni. Era il ruolo che avrebbe dovuto svolgere la Polizia di Quartiere [soppressa con la vittoria della destra nel 2002 – NdR].

L’Humanitè, 5 novembre 2005