Il crimine Organizzato a impostazione mafiosa

Affrontare la questione del crimine organizzato ad impostazione mafiosa (che nel nostro paese comprende mafia, camorra, sacra corona, ndrangheta, nelle loro alleanze con la mafia albanese, croata, russa, moldava, rumena, nigeriana, cinese ecc.) è sempre difficile non tanto e non solo perché si corre il rischio di avanzare argomentazioni già trattate ed esaurite, scivolando nella banalità, ma perché questo è un campo in cui un’analisi sbagliata corre piuttosto il rischio di portare linfa, anche indiretta, alle mafie.
Proverò pertanto ad occuparmi della tematica da un punto di vista un po’ particolare, quale è quella dell’intreccio tra servizi pubblici e crimine organizzato (CO), soprattutto nel Mezzogiorno.

LO SCENARIO GENERALE DI ATTENZIONE PUBBLICA

Non ci si può esimere però da una considerazione generale e cioè che il tema del CO non è più ritenuto interessante dai mass-media e presumibilmente dall’opinione pubblica: il vero problema è comunque costituito dal fatto che non solo non c’e attenzione nell’opinione pubblica ma si rileva una forte disattenzione nella coscienza democratica e nelle sinistre. Basta citare un paio di episodi paradigmatici.
Il primo. In Sicilia, nel corso del 2005, numerosi esponenti politici di rilievo appartenenti ad un singolo Partito del Polo delle Libertà, famoso per la sua immagine moderata che occhieggia talvolta al centro- sinistra, in distinte indagini antimafia e di Polizia Giudiziaria sono stati arrestati e/o inquisiti: in occasioni simili fino a qualche anno fa (basta fare una semplice lettura dei quotidiani, anche conservatori, di allora) le notizie rimanevano in prima pagina per giorni, la società civile si mobilitava, certe volte con uno sdegno talvolta fin troppo giustizialista, i magistrati comunque potevano “sentire” un appoggio popolare consistente. Oggi, sugli arresti si riscontra qualche notizia raramente in prima pagina, che si esaurisce in un solo giorno; nessuna mobilitazione, nessuna reazione della coscienza democratica.
D’altronde la DIA registra comunque in Italia un forte interesse da parte del CO a rimanere sotto traccia (Relazione DIA al Parlamento, II 2004, p. 11): la criminalità organizzata ha ancora oggi tutto l’interesse a lavorare nel silenzio dei media e a riflettori spenti”. Una relazione DIA al Parlamento, I 2003, p.13 è nello stesso senso e parlando della Mafia siciliana si osserva che “nel proseguire la sua azione all’insegna della scarsa visibilità, [la Mafia] è protesa ad esercitare un attento controllo nella gestione degli affari illeciti, specie quelli di grande consistenza, in modo da non sollecitare l’attenzione dell’opinione pubblica e a non creare allarme sociale”.
Il secondo, su un’altra questione, ingombrante, ma sconosciuta ai più, da citare ad esempio. La vicenda Transnistria. Anche in questo caso, fino a una decina di anni fa tutte le volte che qualche episodio o situazione di forte ingiustizia si realizzasse in area balcanica si aveva un forte riverbero mediatico e di attenzione dell’opinione pubblica italiana. Oggi non è assolutamente così. Tanto è che esiste, con nessuna cognizione della coscienza democratica, a 500 chilometri dai confini orientali dell’Unione Europea e a poco più di 1.000 dal Friuli, una repubblica russofona, autoproclamatasi indipendente dalla pur poverissima e Moldavia, che da qualche anno è il crocevia di spaventosi affari di criminalità, gestiti in stretta connessione con le mafie europee, in primis con quella italiana, specialmente sul traffico di armi, ordigni, rifiuti ed organi per trapianti: si tratta della Transnistria, con capitale Tiraspol. Questo caso è assai differente da quello della diaspora territoriale della ex Jugoslavia, dove quanto meno esistono delle parvenze di stati nazionali che sono collocati sotto l’egida o il controllo di vari organismi sovranazionali quali UE, ONU, NATO, ecc.
Così sulla Transnistria commentava in audizione il Procuratore Nazionale Antimafia Vigna, alla Commissione parlamentare Antimafia il 25.02.2004: “La Moldavia è un paese disperato, il più povero che ci sia, separato dalla Transnistria.
[Quest’ultima] è uno Stato che nessuno riconosce, con un proprio Presidente della Repubblica e una propria moneta. I russi avevano portato in quella regione armi ed esplosivi, ma oggi, dopo aver interrotto le linee ferroviarie di collegamento, questa area si gestisce autonomamente, infettando il mondo di terrorismo. In tal senso, mi stupisco che ancora non si sia intervenuti per porre rimedio a tale situazione”. Sul quotidiano “La Repubblica” del 4.10.05 nello stesso senso leggiamo una corrispondenza di Fazzo: “ Smirnov, [il presidente dell’autoproclamata repubblica della Transnsitria, che ha dalla sua un simulacro di esercito malavitoso indipendente] è un monarca assoluto. Ma c’è chi dice che a tenerlo a galla, in una singolare versione di democrazia, sia il consenso dei clan che dominano il mercato del crimine”. Oggi, tra l’altro, l’affair Transnistria non è nell’agenda di discussione di nessun ministro degli esteri dell’ UE, e tanto meno di quello italiano, con i loro colleghi rumeni o russi. Questi sono i livelli di attenzione sul CO da parte della coscienza collettiva italiana e questa è cosa della quale non si può non tener conto.

IL QUADRO GENERALE NORMATIVO DEI SERVIZI PUBBLICI LOCALI

Arriviamo all’ordinamento vigente in materia di servizi pubblici locali. I governi di centro-sinistra e di centro destra dell’ultima decina di anni hanno lavorato costantemente, in relazione ai servizi pubblici locali, a favorire il passaggio da aziende speciali in società di capitali, di massima in S.p.A.
In particolare con la Finanziaria 2002, nell’art. 35 della legge 448/01 (che modifica parzialmente il Testo Unico degli Enti Locali, TUEL), si prevedeva a regime che la gestione dei pubblici servizi locali potesse avvenire o con l’affidamento a gara pura oppure con assunzione della stessa da parte di società di capitali miste (con il partner privato al 40% del pacchetto azionario scelto mediante gara) con l’obiettivo finale comunque dell’affidamento a gara, dopo un eventuale lungo periodo di transizione. Come è noto il meccanismo dell’art.35 per quanto riguarda gli affidamenti dei servizi pubblici locali si è inceppato per una serie lunga e complessa di problemi.
Per quanto riguarda i servizi pubblici locali a rilevanza economica, una volta definiti a carattere industriale, oggi con una nuova rimodulazione dell’art.35 della legge 448/01 (avvenuta con la Finanziaria 2004, legge 350/03 e decreto legge 269/03 di accompagnamento, convertito con legge 326/03), si è stabilito che detti servizi possano essere gestiti non solo da vincitori di gara per il servizio tout court e da S.p.A. miste (con il partner privato scelto con gara europea) ma anche da S.p.A. al 100% pubbliche -in realtà per una serie di motivazioni le innovazioni legislative di affidamento del servizio riguardano in special modo acqua e rifiuti. Per quanto concerne i servizi non a carattere economico, in poche parole quelli in cui il contributo o la tariffa degli utenti è zero o minimale (es. mense scolastiche, trasporto ed assistenza disabili, servizi di prossimità, servizi culturali ecc.) si era stabilito che le forme di gestione ammesse erano le aziende speciali o le S.p.A. al 100%, laddove si sanciva che non potesse entrare neanche un euro di capitale privato nelle società. C’è da osservare amaramente che molti enti locali non si adeguarono alle novità legislative, lasciando, contra legem, che i servizi non a carattere economico fossero gestiti da S.p.A. miste (con partner privato scelto spesso senza gara), cooperative, imprese private scelte con i criteri più fantasiosi .
Nel luglio 2004 il panorama esistente è invece mutato in misura profonda con una sentenza della Corte Costituzionale, la n.272 del 24 luglio. Con questa sentenza viene censurata l’interezza dell’art.113 bis del TUEL novellato, che stabiliva in maniera tassativa che sui servizi locali non di rilevanza economica non potesse entrare il capitale privato, nelle società che gestissero tale categoria di servizi.
Non essendo, ad avviso della Corte, la categoria dei servizi locali non economici materia oggetto di concorrenza, i criteri di scelta degli affidamenti degli stessi possono essere scelti con molteplice libertà: gara, affidamento diretto, trattativa privata a favore di qualunque società di capitali, cooperative, ditte individuali ecc.

L’INSERIMENTO DEL CO NEI SERVIZI PUBBLICI LOCALI

Pertanto allo stato dei fatti la forma prevalente di gestione dei servizi pubblici locali economici è quella della presenza del privato o in quanto presente nelle S.p.A. miste o, più raramente, in quanto vincitore della gara per il servizio o del project financing. Le gestioni al 100% pubbliche sono in difficoltà e sono comunque soggette alle forche caudine delle leggi nazionali ed europee in relazione alla necessità di ricorrere alle gare e agli appalti per molte opere di manutenzione e per altre attività. Le gestioni pubbliche sono da mesi crocefisse su gran parte della stampa nazionale e ad esse sono attribuite la genesi di tutti i mali italiani: chissà se questo livore si rivolgerà un giorno al livello sovranazionale coinvolgendo le miriadi di gestioni pubbliche in Francia, Danimarca, Olanda e Svezia, quasi utilizzando lo slogan staliniano: mai le privatizzazioni in un solo paese!
L’inserimento del CO nei servizi pubblici locali è pesante, forte ed ingombrante. Tralasciamo quelli non a carattere economico, oggi purtroppo regno dell’arbitrio più totale e consideriamo quelli cosiddetti a carattere economico, in genere più finanziariamente robusti. Molteplici sono i meccanismi e i sistemi di entrata. Il più banale consiste nel penetrare nella gestione di un servizio pubblico mediante un’ impresa contenitore, “pulita” e diretta da un amministratore “testa di legno”, in Associazione Temporanea di Imprese (ATI), per vincere la gara, in genere senza altri concorrenti, in cordata con altre imprese, in genere cementiere, “parenti stretti” dei raiders immobiliaristi, oggi ben noti, nazionali e multinazionali, che possono dare un certo spessore, credibilità e prestigio alla cordata stessa. L’impresa contenitore imporrà la sua egemonia sui sub-appalti, farà assumere un numero consistente di lavoratori locali, i quali esprimeranno l’opportuno vassallaggio e gratitudine ai boss locali.
Ovviamente, in questo caso, come negli altri che saranno presi successivamente in considerazione, non c’è alcun interesse verso il funzionamento o l’efficienza del servizio pubblico: esso deve solo funzionare per moltiplicare all’infinito i microappalti di manutenzione, fino a quando c’è latte da mungere.
Nessuno vigilerà o controllerà i lavori eseguiti (talvolta non sono addirittura eseguite neanche parvenze di lavori, a fronte di ben pingue fatture) e le commissioni di collaudo esistono solo per acconsentire. Se hanno luogo dei problemi nel contratto di servizio con gli enti locali che possa far prefigurare delle perdite di profitti, detti problemi vengono oscurati o più direttamente si cambia il contratto di servizio ex post con gli enti locali, utilizzando apposite “debolezze“ nelle clausole contrattuali.
Un altro meccanismo è ben noto, quando invece le gare sono vere, reali e non fittizie ed esistono pertanto vari concorrenti che si propongono. Esso è ben descritto dalla DIA (Relazione DIA al Parlamento, II, 2003 p. 53) “le cosche ricorrerebbero ad un sistema di controllo delle aggiudicazioni più sofisticato (minimi ribassi in presenza di una massiccia partecipazione alle gare) ed articolato rispetto a quello adottate negli anni 80 e 90. In particolare, il gruppo mafioso pianifica le offerte delle imprese partecipanti ed il minimo ribasso con il quale le stesse dovrebbero, a turno, vincere. Lo stesso gruppo provvede alla costituzione di apposite società consortili, talvolta con false attestazioni certificate da Soa compiacenti, alla dissuasione delle imprese non consenzienti, all’intimidazione nei confronti delle ditte concorrenti estranee agi interessi mafiosi (…) con la complicità di funzionari pubblici.(…). Le indagini di polizia giudiziaria hanno evidenziato come il fenomeno sia esteso a tutta la Sicilia. Infatti su 95 gare d’appalto indette dai comuni e concernenti, prevalentemente, la realizzazione di opere fognarie, impianti di depurazione, acquedotti, e alloggi popolari, è emerso che le imprese coinvolte nelle indagini, pur se formalmente indenni da pregiudizi, in taluni casi sono risultate collegate in modo evidente al cartello di cosa nostra.”
Scrivono al riguardo i magistrati Grasso, Palma, De Lucia e Davigo (intervento al Convegno ANM Economia e Società, Agrigento 20-21 settembre 2003): “Un’ulteriore minaccia ambientale sull’economia degli appalti è rappresentata dalla cosiddetta messa a posto, che prevede l’obbligo da parte dell’imprenditore che abbia vinto un appalto di rivolgersi al capomafia della zona; [con tale strumento] cosa nostra interviene nel settore con una rigida divisione territoriale in zone d’influenza [per il pagamento estorsivo del balzello]. (…) In tale contesto la messa a posto è talmente recepita come atto dovuto, da essere sostanzialmente considerata alla stessa stregua di un costo di produzione”. Maugeri, d’altra parte, su Il sole 24 ore del 21.06.2005 in una cruda corrispondenza così descrive la situazione del casertano: “il territorio ha il numero più alto di reati d’Europa (…) Cave, terra, edilizia, lavori pubblici, rifiuti tossici,(…) i camorristi riempiono con disinvoltura tutti gli spazi vuoti con i rifiuti, così come addormentano le coscienze con la droga e sottomettono con la violenza”.
E cosa succede in Calabria?
Leggiamo la corrispondenza di Agostini su La Repubblica del 15.10 2005. “C’è un depuratore ogni mille metri di costa. In tutto sono 700. Alcuni paesi dell’interno come Longobucco e Parenti ne hanno 5, Cassano 6. Quelli sul litorale però sono solo tubi che fanno viaggiare tonnellate di rifiuti, avanti e indietro. Sono depuratori fantasma. Il mare è sempre, in ceri giorni la schiuma biancastra è una striscia lunga 250 chilometri.(…) Quei depuratori non depurano più nulla. Le aziende che li gestiscono spesso non garantiscono neanche la manutenzione ordinaria, quando si rompe una pompa di sollevamento non la riparano, quando un compressore à sfiatato non lo sostituiscono, quando un canale è rotto neanche lo vengono a sapere”.
C’è qualcuno che osa mettere in dubbio lo strapotere del CO nel Sud Italia nel mondo dei servizi pubblici?

LA CONNOTAZIONE ANTIDEMOCRATICA E DI CLASSE DELLA FORTE PRESENZA DEL CO NEL SUD

Per quello che è l’interesse dello scrivente (non volendo in alcun modo sminuire l’importanza per il CO di altri campi, quali per es. il controllo dei mercati e delle attività della droga, della prostituzione, dell’usura e del taglieggiamento) le indagini di polizia giudiziaria della DIA, della DNA, confermate da qualche rara e coraggiosa inchiesta giornalistica, vanno palesemente a senso unico: nel territorio del Mezzogiorno, in consistenti aree geografiche, sussiste il predominio ora assoluto ora egemonico del CO nel campo delle infrastrutture pubbliche e degli appalti (se non direttamente della gestione) dei servizi pubblici locali.
Le autorità inquirenti segnalano giustamente il problema dal loro punto di vista, in relazione ad attività di repressione e di intelligence che vanno senz’altro sostenute. Ma esiste anche un altro punto di vista che oggi è sempre più sottaciuto: a chi giova la forza del CO?
La risposta non è difficile, ma abbisogna di una premessa. In materia di servizi pubblici, (o meglio di interesse generale come sono meglio noti nella letteratura giuridica, economica e sociologica di lingua francese e nella stessa, dimenticata, nostra Costituzione italiana) bisogna ricordare che negli ultimi due secoli e mezzo in Europa la caratterizzazione socialmente avanzata degli stessi è avvenuta mediante la sussunzione del cosiddetto modello del servizio di interesse generale. Il servizio di interesse generale trova la sua origine nei diritti del cittadino a seguito della Rivoluzione francese: in sostanza al cito – yen, deve essere garantito un servizio efficace, a costo “abordable”, a cui tutti non solo possono ma debbono avere accesso. Inoltre sempre nel corso del ‘900 i servizi di interesse generale sono stati sempre più spesso gestiti in Europa da società o da enti totalmente pubblici in quanto si riteneva che, se le risorse per mantenerli sono pubbliche, la proprietà non può che essere pubblica. Il modello ha tenuto ed era egemone fino alla “rivoluzione” reazionaria di Reagan e Thatcher, che con il suo formidabile apparato ideologico di neoliberismo ha conquistato non solo i settori conservatori ma anche moltissimi settori progressisti e socialisti del mondo politico europeo e mondiale: come non ascrivere a questa tendenza neocon la primazia garantita in Europa alla Banca centrale Europea e al Patto di Stabilità post-Maastricht?
Quando si leggono prese di posizione contro “il socialismo municipale” (cfr. Costanzo, presidente di Confindustria Sicilia, su Il sole 24 ore del 27.11.05) per il solo fatto della presenza pubblica nella gestione dei servizi locali, oltre ad un affermazione politicamente pesante, si fa un affermazione contro l’evidenza storica, che ascrive al socialismo il prussiano Bismarck, il frammassone Nathan, il cattolico Saraceni: in queste operazioni di mistificazione se non ci fosse da piangere, sarebbe il caso di ridere a crepapelle. La verità è che le nuove tendenze iperliberiste vogliono mettere in discussione i diritti e le conquiste democratiche di fine ‘800 e del ‘900. D’altronde già da anni alcuni accademici liberali e liberisti italiani, sovente non dell’ultima generazione di neofiti entusiasti del liberismo (cfr Bognetti e Piacentino, Privatizzazione delle aziende e servizi di pubblica utilità, Rivista di politica economica, sett-ott 2003), hanno preso le distanze dalle frottole sulla positività assoluta delle privatizzazioni e sulla cosiddetta insita tendenza all’inefficienza della gestione pubblica dei servizi pubblici (nel volume “Per l’alternativa sociale e politica”, l’ernesto, 2005, si trova un elegante riassunto di Stroffolini sullo stato dell’arte e un’attenta disamina sull’inconsistenza del verbo neoliberista contro la gestione pubblica diretta; sulle questioni più generali si possono pure leggere utilmente i lavori in inglese di Florio). La S.p.A. mista – se non la gestione tout court mediante gara o project financing – di un servizio di interesse generale sono modalità di un ritorno ad un passato odioso di esclusione sociale (cui fa da contrappeso una tendenza caritatevole al pietismo verso la povertà e il disagio sociale). Però, la critica alla linea che connette le magnifiche sorti e progressive alle liberalizzazioni non fuoriesce purtroppo da taluni ristretti ambiti accademici italiani e pertanto l’unico antagonismo diffuso al neoliberismo è quello dei movimenti di opposizione che però in molti casi non sono stati in grado di andare al di là di slogan e parole d’ordine.
Ma se il modello spinto di privatizzazioni neoliberiste fallisce teoricamente e praticamente, laddove esso diventa osceno ed impresentabile là va tenuto nascosto e sotto silenzio. Ciò è quanto accade nei servizi pubblici locali del Sud in connessione con il CO . Se il CO è egemone nel Mezzogiorno come si fa a dire che sussiste il bisogno ulteriore di privatizzazioni e di liberalizzazioni, cioè che sussiste il bisogno di ulteriori livelli di dominio e di egemonia della criminalità? E’ sconcertante ma non si può non constatare il mostro del combinato disposto delle mafie e del neoliberismo imperante a tenere sotto silenzio lo strapotere del CO nella costruzione di infrastrutture e nel controllo della gestione dei servizi locali nel Sud, con la facilitazione (non intenzionale), costituita dalla sentenza della Corte Costituzionale sui servizi non a carattere economico. Forse anche ciò è un aspetto di quanto Di Lello va affermando da anni e cioè che il neoliberismo dominante è sua sponte criminogeno. In ogni caso, per ciò che concerne il mondo delle infrastrutture e dei servizi locali il ruolo delle mafie ha un significato di classe evidente ed è costituito dalla compressione dei salari della manodopera impegnata e dalla assicurazione della mortificazione per ogni possibilità rivendicativa, oggigiorno anche attraverso il controllo del CO sull’esercito di manodopera costituito da extracomunitari e da clandestini. Il rapporto tra lavoratori e boss è comunque premoderno ed intimidatorio in maniera pressante e si basa sulla condivisione di valori e sulla gratitudine, per non dire vassallaggio, dei lavoratori intimoriti nei confronti del “datore” che fornisce la possibilità di sopravvivere in situazioni dove la disoccupazione è endemica.
Una delle poche volte che le masse popolari alzarono la testa e portarono avanti considerevoli obiettivi sociali e rivendicativi contro la Mafia, Cosa Nostra (in una non improbabile collusione con alcuni apparati dello Stato) le schiacciò dando luogo tra l’altro, come è noto, alla spaventosa strage di Portella della Ginestra. Addirittura i lavoratori sono usati e sono stati usati dalle mafie in momenti di pseudo-rivendicazionismo e pseudo-ribellismo come avviene per le manifestazioni, anche dure, sotto le sedi istituzionali di comuni e regioni per ottenere la proroga di finanziamenti per lavori pubblici inutili o per ottenere lo sblocco di cantieri sotto sequestro giudiziario per gravissimi reati penali.

SUGGERIMENTI PER L’USCITA DAL PROBLEMA

La liberalizzazione/privatizzazione dei servizi pubblici locali non è la panacea per tutti, anzi lo è per pochi e per il mondo finanziario, e rimane una scelta ideologica (cfr Zolea, nel volume “Per l’alternativa sociale e politica”, l’ernesto , 2005). Per esempio, le multinazionali tedesche e francesi presenti nelle ATI per vincere le gare italiane per l’aggiudicazione non portano certo con sè il modello sociale ed economico franco-renano ma piuttosto l’esclusivo interesse a realizzare profitti, checché ne pensi un certo ingenuo illuminismo diffuso nel centro-sinistra che esalta di continuo il ruolo democratico e progressista della concorrenza. Abbiamo visto che se ciò è vero per tutto il territorio nazionale, ciò è tanto più tragicamente vero per il Mezzogiorno. Risulta molto semplice pertanto il percorso di uscita dal problema.
Il dominio della criminalità organizzata in aree ampie del Mezzogiorno può essere scalzato se le infrastrutture, sia grandi, sia soprattutto piccole e disseminate, non saranno più messe a gara e saranno piuttosto gestite con entità totalmente pubbliche.
Questo significa che bisognerà fare un braccio di ferro con Bruxelles, sicuramente non sottacendo il peso economico del CO nel Sud, al fine di eliminare il principio di concorrenza almeno per un decennio per il Mezzogiorno. Ciò è esattamente il contrario di ciò che i Governi italiani hanno sempre realizzato e tanto più ultimamente, non indicando mai all’ UE il peso reale del CO nel Mezzogiorno. Un’eventuale deroga riconosciuta per parte del territorio italiano sicuramente aprirebbe la questione di altri territori nell’UE, con presenze economiche ingombranti del CO: ci si riferisce soprattutto ad alcuni paesi della zona orientale dell’UE, vittime del disinteresse generale di attenzione, disinteresse che il neoliberismo ama nutrire nel nome dell’indiscutibile (sic!) armonia europea regolata dal principio semidivino della concorrenza.
Andrebbe pertanto pensata una nuova IRI 2, organizzata in subholding regionali, che dia lavoro stabile per almeno un decennio a decine di migliaia di lavoratori che possano intervenire con elasticità di cambiamenti di sede (per es. nell’ambito di un centinaio di chilometri) per la gestione, la manutenzione e la realizzazione di servizi e infrastrutture pubbliche. La sostanziale differenza con il passato di luci ed ombre della vecchia IRI ed altri enti pubblici deve misurarsi da una parte con una forte efficienza della struttura e dall’altra con una capacità rapida e tangibile di risolvere gli scempi ambientali e sociali causati da anni di incuria statale e di converso da anni di predominio del CO. Senza la sottrazione economicamente forzata delle infrastrutture e servizi pubblici al privato cannibalizzato dal CO, non è minimamente pensabile che possa essere insidiato il potere delle mafie nel Mezzogiorno, anche in considerazione del ruolo e della parte di PIL che comunque il CO ha gestito e gestisce, a meno di non pensare a un impoverimento assoluto ed irreversibile del Sud. Al di fuori di ciò rimangono soltanto, in sinergia, il moralismo antimeridionalista, il giustizialismo e la congiura del silenzio. A proposito, ma a sinistra si vogliono davvero insidiare le mafie?