Il Congresso e Togliatti. Il Partito e il movimento

1. Il documento cosiddetto di indirizzo con il quale il Partito della Rifondazione Comunista ha avviato, a settembre, la propria marcia di avvicinamento al 5° Congresso, trae un bilancio, “due righe di conto”, del cammino sin qui intrapreso. E poi guarda alla prospettiva. Nel bilancio, correttamente, si registra che: il Partito, in prima fase, si è affermato nel consenso popolare, sino a sfiorare la soglia di quel 10% della “profezia” di Lucio Libertini (ricordate?); il Partito, in fase successiva, è stato capace di difendersi, con le unghie e con i denti, quando è stata posta in discussione, con la sua autonomia, la sua stessa esistenza; il Partito, oggi, proprio in ragione di quella originaria affermazione e della successiva capacità di tenuta – Rifondazione Comunista oggi esiste – è pronto per l’appuntamento con il pensiero critico che un movimento radicale, per anni e anni lungamente evocato, oggi finalmente impugna nelle piazze del paese – da Genova ad Assisi, a Roma il 10 novembre – e del mondo.
Rifondazione, insomma, esiste e il movimento c’è. Incrocio interessantissimo. Ma, senza sopravvalutare il movimento – che va fatto crescere – e senza sottovalutare lo stato non esaltante del Partito si apre per lo stesso una prospettiva importante. Se non che, già nell’analisi della fase di resistenza come nella definizione del carattere della fase che si apre, appaiono, almeno in quello scritto (che la successiva prima stesura della bozza di tesi congressuali, dell’8.11.2001 non contraddice) giudizi e considerazioni meritevoli di un supplemento di riflessione. Seguiamoli.
Si sostiene infatti che l’atto con cui Rifondazione uscì dalla maggioranza del Governo Prodi abbia rivestito carattere rifondativo, in quanto espressione, quell’atto, di una “… rottura anche rispetto alla cultura prevalente nei dirigenti del PCI e alla pur forte e rispettabile eredità togliattiana. Con essa (la rottura, n.d.r.) veniva messa in discussione la priorità del Governo nell’agire politico e veniva operato uno spostamento dell’attenzione dal piano politico parlamentare a quello politico sociale.” Sin qui il documento. Da qui la riflessione.
Debbo confessare che non avendo affatto percepito, ieri, che la rottura con Prodi (che sostenni, esposto in prima linea quale segretario di un’importante Federazione del Partito) riponesse in sé quel connotato di “strappo” con il PCI e con Togliatti, oggi mi trovo spiazzato a fronte di una tesi secondo cui la pratica di quello spostamento di priorità dalle istituzioni al sociale – dal disinvestimento su Prodi (giusto) all’investimento “sul e nel” movimento antiglobal (giusto) – richiederebbe l’abiura di una eredità, di una storia, di una cultura. In questa direzione, il passo successivo verso il liberarsi dei portatori di questa eredità, storia, cultura, può essere breve. E la tesi non è giusta in sé, prima ancora che, applicata, raggiunga questi effetti. Opportuno, appunto, ragionarci. Partendo da un inciso.
In quel movimento in cui si converge, infatti, nessuno ci chiede di pagare questo pedaggio. Semmai, e peggio, taluni settori del movimento – che ha grandi potenzialità – chiedono, in verità non rintuzzati adeguatamente, e lo chiedono al Partito e ai Partiti, di scomparire. Altri settori – il movimento è assai composito – lavorano invece, e assai bene, con noi comunisti. Si è visto a Genova, Assisi, Roma.
Ma ritorno a quella tesi, ribadendo che essa è altresì pericolosa per i riflessi interni, in quanto, nella “vulgata” che ne deriva – qualche segnale in chiave precongressuale già si avverte – essa si manifesta, e si potrebbe vieppiù manifestare, in una spinta verso i margini esercitata proprio sui quadri che provengono da quella storia, quasi fosse sorto improvvisamente un “correntone dei lottatori di sumo“ che, prima di competere divisi tra loro, insieme cercano di liberare il ring da un concorrente temibile. Non è ancora proprio così, per fortuna, ma il rischio che lo diventi, e vengano spinti fuori dal dibattito i “compagni che vengono da lontano”, quanti, per capirci, si ribellarono alla Bolognina (magari dieci anni prima della stessa, e proprio perché quella cultura li portava a vedere “prima”), esiste per davvero. Ho questo timore, ditemi se sbaglio; ne sarei felice.
Prima sintesi: all’esterno, il movimento non ce lo chiede; all’interno scatta, o può scattare, la molla di un riflesso secondo cui, per contaminarsi con il movimento (ma non c’è un verbo di ricambio?) bisogna marginalizzare quanti renderebbero impresentabile il Partito al contatto. Ditemi, nei fatti, che non è così. Ripeto: ne sarei felice.
Se invece lo fosse, saremmo a un mesto paradosso. Divenisse questo il cuore del 5° Congresso – archiviare una cultura, marginalizzarne i portatori, i compagni che vengono da lontano che sono fermati a un Congresso capolinea (“siete pregati di scendere”) – sarebbe un Congresso ben triste. Sicuramente non sarebbe il Congresso di quel salto, dopo tante sofferenze, che il partito oggi può compiere passando “dalla resistenza al progetto”. Resteremmo a terra, questa è la verità, ma tutti. Non saliremmo sulla macchina di Leonardo che, certo ricorderete, era il bel logo di qualche congresso fa, il logo/metafora di una “concreta utopia” che non rinnega la storia, ma cerca “contaminazione” (chiedo perdono) già con la stessa.
Chi invece sostiene, o potrebbe sostenere, che il Congresso dovrà essere proprio questo, la cesura, dovrà dire fino in fondo dove vuole arrivare, perché, su quella base, anzi su quel piano inclinato, non va in discussione solo Togliatti ma anche Lenin, anche quel Gramsci che per ora viene salvato, anche Enrico Berlinguer. Si può scivolare fin verso la rimozione di Marx, di cui si cominciano a salvare le sole opere della maturità. Lo si sappia. Necessario è invece capire e far capire, riflettere e non sentenziare e, soprattutto, è necessario guardare avanti. Guardare al Partito nuovo e di tutti. Partito che abbia, nel nuovo, radici profonde e non le recida.

2. Mi domando pertanto, nel campo di una breve riflessione, alcune cose. Mi pongo perciò quattro interrogativi retorici.
a) Mi domando se quella rottura con Prodi, da cui Armando Cossutta trasse pretesto per consumare la dolorosa scissione dell’ottobre ’98 – è a Cossutta e ai suoi, e non ad altri, che andrebbe rivolto il rilievo critico della priorità comunque data alle istituzioni e spinta sino ad un governismo indifferente anche alla guerra –, mi domando se quella rottura fu atto rifondativo o, molto più semplicemente, fu una sacrosanta presa di distanza da un Governo che annunciava una ulteriore piegatura della sua politica in senso liberista e, quindi, in senso antioperaio, anticipando, quel Governo, altresì e sul loro terreno, quelle destre che poi sarebbero passate all’incasso nella primavera del 2001? In ogni caso, atto rifondativo o meno, continuo a ritenere parimenti errato, per la sinistra, sia l’abbandonare ogni percorso di critica al sistema capitalistico, riducendosi a vestale della gestione di poteri istituzionali, che il circoscriversi, in replica impotente, a vestali della sola protesta di opposizione.
b) Mi domando ancora se, quella rottura con Prodi e la tenuta del Partito nei mesi tormentati della scissione, sarebbe stata possibile senza il contributo, non esclusivo ma fondamentale, dei quadri e dei militanti che facevano, e tuttora fanno, riferimento a una cultura che assegnava, e tuttora assegna, assoluta priorità ai diritti e ai bisogni popolari. Una cultura, questa, che ha modellato compagne e compagni di battaglia e, quindi, militanti poco inclini ad ascoltare il canto suadente delle sirene del governismo. Altri, lo ripeto, lo ascoltarono quel canto che si levò nell’ottobre del 98 (molti di loro, in verità, non provenivano nemmeno dal PCI). Ma, nell’ottobre del ’98, ci fu in Rifondazione una selezione, dura, aspra, una potatura che potrebbe aver rafforzato il tronco di Rifondazione, aldilà del dimezzamento elettorale successivo. Ma attenti a segarlo quel tronco!
Perciò, seconda sintesi: quelle compagne e quei compagni che tennero botta allora e nei mesi successivi, quando ogni passaggio elettorale era seguito con il cuore in gola, e il Partito vacillava, furono, certo con altri, il perno del Partito. Non lo si dimentichi.
E se oggi il Partito può presentarsi, a testa alta all’appuntamento con il movimento, per cominciare a costruire, nello stesso e con lo stesso, un blocco sociale che lotta per la trasformazione, lo dobbiamo certo al coraggio del Segretario e alle sue intuizioni, ma lo dobbiamo anche, e soprattutto, a loro, ai costruttori del Partito.
c) Mi domando infine, se si conviene con la sommaria analisi precedente, che significhi chiedere proprio a costoro di liberarsi della loro storia quale fardello ingombrante, chiedere proprio a costoro di “uccidere il padre”, inteso come la “cultura prevalente nei dirigenti del PCI” e la “pur forte e rispettabile eredità togliattiana”? Rammento ai distratti che fu proprio in ragione dei capisaldi di quella storia e delle sue priorità – prevalenza del sociale sull’istituzionale – che questi compagni, da soli, dettero battaglia nel PCI alla degenerazione del pensiero togliattiano praticata da altri. E prepararono Rifondazione su questa base.
La revisione critica di una cultura, sia chiaro, è assolutamente necessaria, anzi si impone; ma altra cosa è chiederne la dissolvenza per consentire che altre non precisate culture avanzino.
In verità non vedo altre culture di quello spessore in fermentazione. Vedo tendenze, questo sì.
Disparate.
Oggi, ad esempio, taluno sostiene la disobbedienza. Che vuol dire, la disobbedienza, nella pratica quotidiana di chi lavora in fabbrica o in ufficio ed è precario, o non lavora? Non saprei definirlo con esattezza. Forse proprio per questo mi chiedo perché, per far largo all’irrompere di questa tendenza che, purtuttavia, dovrebbe essere il “sale del movimento”, sarebbero costretti a farsi da parte quanti sono “disobbedienti da una vita”? Mi chiedo, altresì, se non sarebbe giusto che i nuovi potenziali disobbedienti si misurino con quanti la disobbedienza e la dissidenza con questo sistema l’hanno praticata per decenni, e non solo nelle manifestazioni del sabato, ma quando disobbedire significava dare colpi duri al profitto del padrone che non poteva tollerarli, questi disobbedienti, e contrattaccava brutalmente? Perché non si attiva un confronto invece di emettere una sentenza? Sarebbe utile, il confronto, sia per i disobbedienti di oggi che per quelli di ieri (e di oggi). Esagero dicendo così?
Ebbene spero di esagerare, ma non vorrei ritrovarmi, ancora oggi, nella penosa seppur speculare condizione di quindici anni fa, più o meno, quando, uso un’analogia sgradevole, l’allora Segretario della Federazione Milanese del PCI redarguiva così i valorosissimi compagni che, pochi anni dopo, avrebbero dato vita a Rifondazione Comunista: “Se dobbiamo andare con Craxi (allora non si usava il sostantivo “contaminazione” che, in quel caso, sarebbe stato assai pertinente) non possiamo permetterci di esporre, nei ruoli dirigenti del Partito nuovo in costruzione, dei compagni che fanno tuttora riferimento a Lenin, Marx, Gramsci. Sarebbero impresentabili. I tempi sono cambiati, avanza il nuovo. Cari compagni grazie ma, fatevi da parte!” Eravamo le pecore nere, il piombo nelle ali, il freno per quel “rendez-vous” annunciato. Lo eravamo proprio perché, per noi, la centralità del “sociale” rispetto ai vincoli istituzionali era assoluta. Ed era vero, e lo sapevamo, tant’è che lavoravamo per costruire Rifondazione. Amaro paradosso: per ragioni opposte – se dobbiamo andare con il movimento – ci viene chiesta la stessa cosa. Esagero? Ebbene, ripeto, spero di esagerare, ma – sfogo amarissimo – mi domando che “peccato originale” qualcuno abbia mai commesso per conto di questi compagni, in ragione del quale essi debbano sempre trovarsi nella condizione di “uccidere un padre”? Se Stalin, già fatto. Ma perché Lenin, Gramsci o Togliatti? Perché?
d) Sempre proseguendo nello sfogo: ma non è mai possibile – è l’ultima domanda retorica – che altri non mettano mai in discussione né i loro avi importanti, da Trotski a Rosa Luxemburg ad esempio (non andrebbero riletti anche questi grandi rivoluzionari?), né quelli minori, da Sofri a Toni Negri?
Insomma, e concludo il passaggio, la rifondazione di Rifondazione Comunista è una ricerca necessaria, ma non vuole scorciatoie. Non c’è una eredità in cui chiudersi, né nella tradizione del PCI, né nelle tendenze varie della “nuova sinistra”. C’è da rifondare un modello partecipativo. Se condotta seriamente, può richiamare al Partito l’attenzione delle intelligenze, belle e sopite – dal mondo delle scienze a quello della cultura e dell’arte – che oggi non si sbilanciano. Ed è una grande impresa, in quanto si tratta di ripensare, nel 2000 – ma “ripensare correndo” – anche ai tratti di una identità comunista capace di correlare la difesa degli interessi di classe – e ancora non ne siamo capaci – con l’idea alta del superamento rivoluzionario del sistema e della creazione di una nuova società. Mi sento dentro l’impresa. Con entusiasmo, se è questa. Ma abbiamo bisogno di stimoli e suggestioni, non di luoghi comuni. Il movimento antiglobal annuncia una linea di difesa degli interessi di classe, offrendo questi stimoli? Assai probabilmente sì, forse non ancora compiutamente, ma certo in termini originali, anche se la realtà del movimento non va forzata. Se è così, lavoriamoci ricercando saldature dello stesso movimento antiglobal con i soggetti critici del movimento operaio, dalla Fiom a taluni Cobas, non perdendo contatti con quanti nei DS non si ritrovano più in quel Partito. Questa è la politica. Con tutti i problemi teorici e pratici che questo lavoro comporta. Se non lo fa il Partito, chi lo può fare? E tenendo insieme, nel Partito, le forze che, tutte, debbono compiere il salto di qualità del Partito in un movimento in cui “la crisi antropologica e di civiltà del capitalismo rende urgente e per così dire tangibile il bisogno di comunismo”1.
Così (forse) saremo i protagonisti di quell’anticapitalismo latente da sviluppare. E, mai come in questo momento – in tempi di terrorismo e guerra, crisi economica e nuovo imperialismo – assume grande rilievo il motto di Rosa Luxemburg “socialismo o barbarie”. Non operassimo in questa prospettiva, saldando presente e futuro, interessi da difendere e società nuova da conquistare (l’altro mondo che è possibile, che diventi l’altro mondo in costruzione), ebbene, Rifondazione Comunista potrebbe configurarsi quale bizzarro centauro delle politica. Metà movimento e metà partito. La metà movimento è quella che galoppa (quando galoppa) ma deve sapere verso dove, perché, con chi. Anche per far crescere il movimento. La metà Partito è quella che lo sa (quando lo sa). Se l’una metà ignora l’altra, il centauro va a rotoli. Noi siamo perché il centauro pensi progetti e corra. Togliatti, Gramsci, Berlinguer ed il PCI possono essere ancora utili, con altri pensieri, per modellare il partito-centauro che sarà? Assolutamente sì.
Ancora ragioniamo. E sempre in rapporto alle cose da fare. Se il nostro (il mio) è il Partito del Lavoro e dovesse permanere ad esempio, nei documenti congressuali la latitanza di analisi di questo mondo (il nuovo proletariato che è in fabbrica, negli uffici, nelle scuole, precario, interinale, flessibile) da saldare ai soggetti del movimento, ecco che verrebbe a mancare un parametro. Insomma, il ruolo del Partito Comunista è quello di far percepire, anche nel movimento, i connotati di quella società di “liberi e giusti” che vogliamo. Far capire che c’è una luce oltre il masso che occlude l’antro del Ciclope vincente. Far capire che socialismo non è un cumulo di errori e di orrori. Ma è una storia grande.

3. Da poco tornato in Italia, Togliatti così scriveva: “Partito nuovo è un partito della classe operaia e del popolo il quale non si limita più soltanto alla critica e alla propaganda, ma interviene nella vita del Paese con un’attività positiva e costruttiva.”2. Programma chiaro e semplice. Ma anche programma antico, che affonda le radici nel Congresso di Lione, in una elaborazione condotta da Antonio Gramsci, programma salvato in seguito dagli anni cupi dello stalinismo e poi, successivamente, programma definito, quale unico partito (il PCI) tra i partiti comunisti non al potere, a ricercare la via pacifica per arrivarci senza l’appoggio dell’Unione Sovietica. Programma chiaro, semplice e antico di partito di massa “che mira all’egemonia dei lavoratori attraverso la progressiva conquista del potere politico e culturale ….Partito aperto ma non – ecco il punto – una riedizione del vecchio Partito Socialista il quale era stato riformatore, ma settario, classista, chiuso nelle sue zone di potere o di rispetto, senza porsi mai veramente il problema della conquista dei ceti medi e trattandoli come nemici, come estranei.”3. Questo è il Partito che al V° Congresso, 8 gennaio 1946, prende forma con una proposta al popolo italiano che, nella sua risoluzione, pone tre priorità, in quest’ordine: battaglia per i diritti civili, liberazione della donna, diritto al lavoro. Appare il progetto, ed esso è attualissimo. Tutt’altra cosa rispetto all’estremismo plebeo apparso negli anni ’30, anni terribili, ma che si ritrova talvolta nelle formazioni della sinistra degli anni successivi. Da quel progetto uscirono anche delle “disposizioni ai militanti” che si invitavano a iscriversi ai movimenti, di tutti i tipi, ma nei quali (movimenti) il militante comunista doveva essere stimato, emergere, perché il più bravo, il più colto, il più appassionato. Non dovrebbe essere così anche oggi? Emergere, per quei presupposti: nei Comitati, nelle Associazioni di tutti i tipi (da quelle sportive a quelle, numerosissime oggi, del volontariato), nei Sindacati, nelle organizzazioni degli artigiani e dei commercianti, nei Circoli ARCI e nei Centri Sociali, ovunque. E, oggi, emergere nei Social Forum. Nel Partito e nei movimenti. Una doppia lealtà.
Partito di massa si diventa così o non si diventa. Poi ci sono le alleanze, certo diverse nel 2000 rispetto a 50 anni fa, ma ci sono. O il partito di massa resta nei documenti di Chianciano. Ora come allora perciò. C’è un’altra via? Poi ci sono i nodi che il togliattismo non sciolse: la questione dell’identificazione dell’industrializzazione pesante con il socialismo; la questione del capitalismo di Stato; la questione del centralismo democratico; e, forse la più acuta di queste contraddizioni, l’idea che lo Stato, sostituendo i privati nel promuovere la produzione, lo debba fare con i metodi del capitalismo. Sono le contraddizioni, se si vuole, dello stalinismo, ma già aperte, in verità, sin dai tempi di Lenin e di Rosa. Ma c’è una contraddizione tutta italiana che sta in una certa sottovalutazione dei rapporti sociali rispetto a quelli istituzionali, che avrebbero dovuto assumere un’autorità capace di disciplinare la società. Così non fu e l’ultimo Berlinguer se ne accorse. Molti compagni anche in polemica con il precedente Berlinguer, se ne erano accorti prima e, in molti, sono oggi in Rifondazione.
Togliatti non sciolse queste contraddizioni. La verità è che quel PCI non disponeva – relativamente all’ultima delle contraddizioni – di una politica economica alternativa rispetto a quella liberista di Einaudi. L’azzardò, in verità, la CGIL di Di Vittorio. Ci provarono poi alcuni marxisti che non facevano riferimento a Togliatti. C’era dibattito.
Quel PCI, è anche un partito che pensa e discute. È un Partito in cui la genialità dei Quaderni dal Carcere prevale sulla grigia catechesi della Storia del Partito Comunista Bolscevico. È un partito che legge, che va in sezione, che partecipa.
Ed è il Partito che, all’VIII Congresso del ’57, sarà il primo e unico nel mondo comunista – e si pensi ai caratteri, di quel mondo, in quei momenti – a dire (lo disse Togliatti stesso) che “non basta impadronirsi dello Stato, bisogna poi spezzare la macchina dello Stato”. È un passaggio potente e coraggioso, per quei tempi. Lo sarebbe anche per questi tempi. C’è una lettura di quel passaggio che è obbligata, in quanto nello stesso è ripresa, è rilanciata, la concezione del marxismo, inteso come metodo di scienza e non dottrina. E sarà ancora Togliatti, incoraggiando in questo “ritorno a Marx” Il Contemporaneo di Salinari, a forzare tutto il Partito alla ricerca e al ragionamento. Ecco la costante, il filo conduttore di Togliatti, che è il ragionamento, negli scritti come nei comizi.
Concetto Marchesi lo racconta così: “Togliatti è maestro di quella eloquenza politica che tende a fare degli ascoltatori una massa di ragionatori, anziché di acclamatori”4. Ancora di questo avremmo bisogno oggi. Ma ci vogliono grandi idee per “formare” i ragionatori che sono quelli che, avendo una cultura in dotazione e non esaurendosi nella fiammata di un comizio o di un corteo, cambiano il mondo, o ci provano. E sono tenaci. Per una vita.
Ma qui c’è il punto, il dolorosissimo nervo scoperto: noi oggi, sinistre, e Partito, siamo nel campo di una sconfitta anzi, “la sinistra è stata sbaragliata sul terreno della battaglia delle idee… oggi siamo a un punto avanzato di disgregazione ideologica della sinistra stessa … Che non ha riscontri nell’intera storia del movimento operaio socialista italiano” 5. Dobbiamo misurarci con la sconfitta.
Ma quando è cominciata la sconfitta? Utile è il ripercorrerlo. Si può parlare di marcia dei 40.000 a Torino, della scala mobile, dell’89. Tutto giusto. Ma qui, invece, faccio riferimento a un saggio su Proudhon con cui Craxi provò a demolire Marx, ottenendo in verità reazioni timide e imbarazzate. Allora passò proprio all’attacco di Togliatti, con un convegno processo al togliattismo. Da lì alla Resistenza il passo fu breve. Con un risultato indotto: provando a cancellare Togliatti, gli innovatori del tempo, PSI e PCI, se non altro, riuscirono a far precipitare nell’oblio le figure di quel filone marxista e socialista che scartava rispetto al filone del marxismo di Gramsci e Togliatti.
Oggi, in effetti, nessuno più conosce il pensiero di Morandi, Lombardi e soprattutto di Lelio Basso. E quanto mai utile sarebbe (anche oggi), far circolare nel movimento le loro idee, e nella FIOM e nei COBAS, ad esempio, far circolare quelle tesi sul “Controllo Operaio “ che Raniero Panzieri scrisse con Lucio Libertini e sulle quali si formò un elite di quadri e non i grigi burocrati che oggi paralizzano la CGIL.
La sconfitta comincia allora, proprio quando, girando la pagina su Togliatti, per dire Gramsci e Berlinguer, la si girò anche sulla sinistra socialista. Ma non solo. Anche altri costruttori del PCI sono andati dimenticati. Ad esempio, dopo essere stato schiacciato per anni nel contenitore dello stalinismo, viene dimenticato anche Pietro Secchia. “A questo riguardo Rifondazione ha grossi debiti di conoscenza e di memoria da saldare con chi deve essere considerato – per la sua posizione costantemente antirevisionista e nonostante i pesanti pegni pagati alle condizioni in cui visse e agì – come il suo più diretto anticipatore nelle file del vecchio partito storico”6. In quelle stesse file Armando Cossutta, per estrema chiarezza, si costruì tutt’altra storia in contrasto a quella di Secchia. Per un certo periodo, negli anni ’80, questa storia incrociò quella di altri compagni, critici con il PCI sin dai tempi di Secchia. Poi le storie si separarono. Ma sono le culture diverse che spiegano perché molti compagni non lo seguirono (Cossutta) o lui non seguì Rifondazione. Per questi compagni è sempre esistita la prevalenza del “sociale” sull’istituzionale.
Tutto ciò che ho richiamato sostengo che, come esisteva, tuttora esiste un “problema di revisione critica dell’esperienza togliattiana delle condizioni con cui questa esperienza si era svolta, della funzione che essa aveva avuto anche rispetto al … come Togliatti concepiva la rivoluzione italiana” (è sempre Arfè che parla). Ed è questione di un aggiornamento culturale tuttora da compiere. È il lavoro da fare. Questo lavoro molti lo hanno nei fatti cominciato negli anni ’80 e nel PCI, nel grande rispetto di Togliatti e delle sue idee. Ma la rifondazione insomma è tale, diventa tale, se comporta anche un lavoro teorico e storico di ricerca che si proponga di andare oltre una mitologia togliattiana o berlingueriana, ma anche oltre la demolizione senza ricerca, analisi, studio. Rifondazione (partito) non è ancora un soggetto di questa rifondazione, non sa ancora andare oltre il quotidiano, un Governo da appoggiare, un governo da avversare, un movimento da seguire e di cui essere protagonista, una vertenza da far vivere. Ma, tuttora, non è un partito – con eccezioni, s’intende, nei suoi gruppi dirigenti a tutti i livelli – che legge, pensa, studia. Restasse ancora in questa condizione – senza una piattaforma culturale ricca e nuova – rischierebbe di essere preda di qualche “arruffapopoli” di cui è ricco il movimento (“i quadri che si definiscono in funzione dei media” ci ricorda la stessa Naomi Klein in NO LOGO), che si afferma, nel brevissimo periodo, per frasi roboanti non correlate allo stato del movimento reale e al carattere del conflitto.
Insomma, e concludo, la lodevole impresa avviata dieci anni fa di tenere insieme trotskisti e leninisti, amendoliani e ingraiani, la componente berlingueriana del PCI e quella del PdUP, con Democrazia Proletaria e la Quarta internazionale, regge non se una componente cerca la prevalenza organizzativa sull’altra e l’altra è costretta all’autodifesa identitaria, ma se scatta una dialettica interna di studio comune, di ricerca di una correlazione tra teoria e prassi che sposti in avanti il ragionamento. Se questo non c’è, tutto si riduce all’annuale corteo di settembre, alle Feste e alla tormentatissima composizione delle liste elettorali ove, senza tentennamento, in prima fila si attestano e si affannano proprio i più solerti sostenitori della prevalenza del movimento sociale sulle istituzioni.
Usciamo insieme da questo stato non esaltante del Partito e misuriamoci sulla forza delle idee e la capacità di praticarle. Solo così il centauro corre nella direzione di quel mondo diverso da costruire. La direzione giusta.

Note

1 Mario Vegetti, Marxismo oggi, n. 2/93
2 Palmiro Togliatti, Rinascita n. 1 ottobre-dicembre ‘44
3 Giorgio Bocca, “Palmiro Togliatti”, cap. XVII, il Partito Nuovo
4 Concetto Marchesi, “Togliatti uomo di cultura e oratore”, Rinascita, Agosto 1948
5 Gaetano Arfè, “Rifondazione Comunista: il luogo del dibattito”, Marxismo Oggi, n° 2/95
6 Luigi Cortesi: “Una critica al PCI” , Marxismo Oggi, n° 2/95