“Il comunista”

“Guido Morselli, nato a Bologna il 15 agosto 1912 e morto suicida il 30 luglio del 1973, è forse uno dei più importanti – e insieme sconosciuti – scrittori italiani del ‘900. Segnato da una vita solitaria e difficile, Morselli scrive quasi tutti i suoi grandi romanzi ( U n dramma borghese, Il comunista, Roma senza papa, Contropassatoprossimo, Divertimento 1889) negli anni sessanta. Quest’opera, sconosciuta al pubblico sino al gesto estremo dell’autore, è stata pubblicata postuma dalla casa editrice Adelphi. Misteriosi rimangono i motivi per cui la “società letteraria italiana” abbia sempre giudicato con sospetto e diffidenza il lavoro letterario (e saggistico) di Morselli, tanto da impedirne la pubblicazione. Un pregiudizio così da forte da far scrivere a Giuseppe Pontiggia: “Morselli è diventato una proiezione esemplare dello scrittore postumo, respinto in vita dall’incomprensione dei giudici…”.
Credendo che la funzione della critica letteraria non sia solo quella di presentare l’ultimo libro sul mercato, l’ernesto, con questa “recensione” de Il comunista, intende contribuire alla conoscenza di un autore e di un’opera emarginati dal mercato ma di grande e permanente valore.
(F.G.)

Walter Ferranini è un ceppo di vecchio ulivo nodoso; i suoi cerchi concentrici sono intagliati nella materia organica di un’intima solitudine, anche se assorbita dal brulichio di luoghi vocianti, dagli aspetti umani capricciosi e, talvolta, raccapriccianti. La pasta è quella di una personale schiettezza estetica, si affabula con un significato più fantasioso del termine ingenuo: ossia nato libero. Se da un punto di vista strettamente etimologico questa parola affonda le radici in una condizione pratica di libertà storica, in senso lato mi piace immaginare un’ingenuità che cammina sul versante positivo della libertà umana di pensiero. Tra i travagli di una cultura sociale in trasformazione, Walter rappresenta proprio questo nocciolo di ingenuità; e offre a Guido Morselli, così come altri personaggi dei suoi romanzi, l’occasione per restituire alla natura la sua propria responsabilità cosmica, lo stato che compenetra l’uomo naturalmente.
Questo approccio è già a suo modo una reazione culturale di spessore: fra tanta letteratura antropocentrica, di fattura tipicamente occidentale, che costringe alla personificazione agglomerati celesti e corpi di nebulose, questo vecchio ulivo compie il percorso inverso in modo epidermico e senza mediazioni. È lui infatti a subire, e nutrirsi, delle bizzarre estemporaneità della potenza generatrice, a vivere vegetalmente il proprio ritmo di ente minimo e ad accettarlo in sé come conseguenza al semplice fatto di essere; tende i rami agli strapazzi degli elementi, interra le radici a succhiare un cibo qualunque, purché sia la terra a offrirlo. Questo è il protagonista de Il Comunista, romanzo postumo come gli altri di Morselli, un uomo che incarna il postulato ideale dell’ingenuità. È una mente libera e vorrebbe essere anche un comunista libero, per lasciare scorrere i rivoli del pensiero intelligente, lasciarli tracimare gli argini dell’ortodossia precostituita, immetterli nel circolo virtuoso di un dibattito sincero. Per certi animali di razza il pensiero è vita; ma spesso precorrono i tempi e il costo dell’anticipo è di correre da soli.
È un remoto ’58 tra le quinte di un partito comunista che serra le fila dell’organizzazione, il teatro è quello della capitalizzazione a raffica del valore lavoro così come del valore uomo, del valore donna. Se negli anni ’20 era toccato ai socialisti, oggi è il suo turno a sperimentare la tentazione a doppia lama del riformismo, graduale ma che si insinua di taglio, mentre i massimalisti più intransigenti si muovono alla ribellione tanto verso il processo di imborghesimento della gerarchia, quanto verso l’appiattimento del polso sociale delle masse.
Il protagonista vede invece, vuole vedere, alla luce del marxismo, ogni gesto della vita di relazione: l’idealità di un comunismo davvero applicato confluisce nell’interazione politica e sociale della sua vita, ma anche in quella intima e privata, nel rapporto con una donna e in quello con gli amici. La “marxizzazione” del reale è per Walter uno stile di vita inciso nei sedimenti di ogni sua esperienza psicologica. Sgorga in lui spontanea, quindi, la contrapposizione viscerale verso la sinistra appannaggio degli specialisti eruditi, che hanno al problema un approccio parziale, estraneo alla complessità di tutto quel “dentro se stessi” che si sfalda in plateali contraddizioni.
La dualità che Ferranini sente in questa razza di comunisti è causa di una repulsione a pelle; e ogni volta che se ne imbatte le parole di Marx gli rimbalzano da una cellula all’altra della mente: la borghesia ha enorme forza assimilatrice, trasforma la gente a sua immagine e somiglianza. Sta cominciando lentamente, subdolamente il percorso strisciante di quello che diventerà, in meno di un ventennio, il pensiero unico della monocultura borghese, e questo monito percorre silenzioso come un brivido tutto il romanzo, ne intride di razionale preveggenza ogni capitolo. Il deputato Ferrranini entra ogni giorno in parlamento, dov’è stato proiettato dalla maturazione di un lavoro partito dal fondo, quel fondo di una Reggio Emilia proletaria e rossa come il sangue degli uccisi. A Roma soffre però, l’idiosincrasia tra i due mondi è quasi una sensazione tattile: a Reggio gli operai, il confronto con il lavoro che annichilisce il tempo e le energie, la stanchezza serena per aver svolto un buon lavoro di costruzione della futura consapevolezza storica. A Roma il gregariato dei “coristi a bocca chiusa”, la scesa a patti interiori con il “luogo dei punti della bugiarda democrazia formale”.
Due mondi opposti ma necessariamente interagenti, e Walter si interroga costantemente sul come integrarli in un tessuto connettivo prima ideale poi sociale e politico. Ma a questa diatriba neppure la sua intelligenza di tipo scientifico riesce a trovare una soluzione: la dimensione politica, infatti, si sdraia volentieri sulla dialettica verbosa, tende a scivolare nell’attesa immobile che si auto-assolve, dunque diviene, di fatto, innocua al potere. Sull’altro versante la realtà incalzante del lavoro, la propaggine di alienazione che ne deriva. Ferranini approfondisce con trasporto e onestà intellettuale l’analisi causale che ne fa Marx. Per il filosofo tale alienazione deriva dal rapporto di annessione patologica con cui il capitale polarizza la persona, la chiude in una misura sempre più estranea alla dimensione umana. Nel processo inconsapevole che ne sgorga, l’uomo non deifica più se stesso ma arriva a deificare feticisticamente le cose e il lavoro, perdendo la sua caratterizzazione individuale. La grandezza del pensiero marxista, in quel preciso momento, sta in un atto di fede atea alla speranza: speranza del riscatto di giustizia con cui il lavoratore potrà giungere, con la sua volontà, a risolvere il rapporto con il capitale in una equazione socialmente giusta, capovolgendo l’alienazione lavoro in valore lavoro. Senza questa speranza, questo “spettro” secondo altri, milioni di lavoratori in Europa sarebbero stati un’umanità arbitrariamente privata di prospettive. Walter questo lo sa bene, crede così fervidamente all’ideale comunista nel suo variegato complesso, che quando su quel particolare punto formula la nota del dissenso, per lungo tempo teme in se stesso l’eresia. Ma lentamente, con sempre maggior dialettica interiore, prende corpo il distacco da quella che giudica la lacuna marxiana, quella che dalla speranza sconfina nell’utopia.
Walter si rende conto che non può esistere il recupero di quella porzione di se stessi che pian piano si lascia assorbire dalla materialità, perché l’alienazione non germoglia solo dalle condizioni del lavoro. Quand’anche ottenuta la società auspicata dal marxismo senza privilegi e conflitti, non per questo sparirà l’alienazione che, per Walter, è un fatto interiore, un elemento costitutivo della condizione umana.
Se per i comunisti del periodo d’ambientazione del romanzo la visione è faziosa e inaccettabile, per la contemporaneità in cui l’autore lo scrisse 10 anni dopo, non lo era forse di meno: il comunismo era una realtà blindata, e scriverne rischiava fortemente di far scivolare. Il fatto poi di criticare l’antropocentrismo marxiano, espressione suo malgrado di retaggi borghesemente occidentali, appariva una bizzarra spregiudicatezza. A posteriori risultò invece essere un movimento rivoluzionario delle idee, che deviava da alcune circolarità asfissianti che avevano intanto sedimentato: estrapolare una teoria da una dottrina funzionale primariamente all’azione, poteva infatti dare nuova propulsione alla ricerca di soluzioni umane, poteva essere assunto nel patrimonio culturale del lavoro come causa parziale di una dualità ineludibile tra la vita e la realtà inorganica in cui si afferma. Il concetto supera l’attribuzione disumanizzante alla causa dell’organizzazione capitalistica del lavoro; questa è piuttosto l’aggravante di uno stato di frustrazione che esisterebbe comunque.
Morselli però, con intuizione geniale anche per gli anni ’60, sottolineava la scissione tra due concetti: se da un lato bisognava superare gli orpelli populisti che confinavano il lavoro in una sorta di mitologia, dall’altro bisognava prendere distanze precise da chi dava per superato il contrasto fra capitale e lavoro. La realtà di una sfida ancora aperta in questo senso è qualcosa che ancora oggi i movimenti di sinistra fanno fatica ad attualizzare in una soluzione plausibile. Il problema rimane ancora una volta quello di ancorare le radici comuniste al valore aggiunto di un’etica dalle molte sfaccettature: moralità e risorse esauribili, degradazione del lavoro esportata dal capitale verso gli eldoradi quartomondisti, monetizzazione a scopo consumistico dell’oggetto uomo, prepotere delle multinazionali che egemonizzano lo sfruttamento del lavoro su scala mondiale…
La ferita è quindi, purtroppo, ancora profonda: manda a suppurazione i germi contaminanti della miseria e della dipendenza, aggiunge al “male di vivere” l’alienazione aggiunta della polarizzazione dell’uomo (e della natura, aggiungiamo) ad opera del capitale.
Walter Ferranini era un animale di razza e il suo destino fu di correre da solo; credeva al circolo virtuoso del confronto aperto, gettò il suo pensiero in un articolo che le gerarchie del partito soppesarono, giudicarono, usarono.
Il Comunista rimane un testo di profonda attualità per il gioco di contrasti irrisolti che sempre si contendono l’ideale. C’è ancora da interrogarsi circa l’asservimento delle risorse e del lavoro da parte del profitto tout court nella fetta di universo che conosciamo; c’è da chiedersi rousseaunianamente, insieme a Morselli, dove ci ha portato la prevaricazione a oltranza dello stato di natura. C’è da interrogarsi, e quanto, sulla pulizia morale dell’intelligenza politica e sui freni che non sa tirare…