Il comunista con lo spirito dei Vangeli

*Critica letteraria. Collaboratrice di Liberazione

Il campo costeggia le mandrie di grattacieli che ruminano la polvere della periferia friulana; l’aria è tanto incrostata di odori e di miseria che si sogna con avidità l’arrivo della primavera e il profumo di rampicanti che porta con sé. La scalata al benessere dei febbrili anni ’50 arriva in quei sobborghi vocianti solo di striscio, come un’insinuazione che si fa largo tra chi sopravvive sull’orlo di desideri urgenti: sostituire sempre più spesso la polenta con una fetta di carne, cambiare un giorno la bici con un 125.
Pier Paolo Pasolini era nato a Bologna una trentina d’anni prima, ma l’attaccamento vorace alla vita dei giovani sottoproletari suburbani e il loro bisogno di ricevere soddisfazioni era lo stesso in tutte le regioni in cui lo scrittore visse, dall’Emilia, al Friuli, al Lazio. L’amore viscerale che portava verso quel mondo di istintualità impervia, di lotte intestine all’adolescenza, è stato travisato ad arte per decenni di critica intellettuale borghese: la stessa che, per inciso, formulando le antologie scolastiche stigmatizza un’immagine, scolpisce nell’intelligenza collettiva il sistema binario delle idee. È vero: Pasolini ricercava in quell’- humus pulsante i suoi amori obbligatoriamente randagi; erano infatti amori omosessuali e il conservatorismo poteva, allora, rendere ghettizzabile qualunque espressione “diversa”. Ma quello di Pasolini per il popolo non era infatuazione, era vero trasporto, che si sposava in lui con una convinzione profonda: il ruolo dell’intellettuale non doveva essere avulso dalla realtà; doveva al contrario tuffarcisi dentro, accoglierla sul vivo della pelle per renderla poi cultura attraverso la professionalità della parola.
A proposito dell’uso della lingua Pasolini si espresse esplicitamente in molte occasioni. Se i poemetti di Le ceneri di Gramsci richiamano la terzina pascoliana, e il rimaneggiamento che ne seppe fare dimostrano la sua profonda conoscenza della struttura poetica, rimane il fortissimo ascendente che ebbero su di lui il plurilinguismo e il dialetto, che definì linguaggio di viscerale autenticità, l’ingranaggio di avvicinamento tra la tradizione popolare e l’espressione. L’eclettismo dei suoi approfondimenti filologici lo introdusse a pieno titolo nel dibattito vivace sul ruolo della lingua da un punto di vista sociale; dibattito sentito estremamente importante proprio nel momento in cui bisognava ricompattarsi, ricostruire i cardini di quella identità che la guerra aveva disgregato.
Ma qual era esattamente il concetto che Pasolini aveva del popolo, in un ventennio di dopoguerra letterario ancora aggrappato ai modelli culturali del fascismo? Negli anni della ricostruzione le grandi masse proletarie imponevano di impostare nuovi rapporti tra il mondo intellettuale e quello politico, ma non erano state trovate ancora soluzioni importanti, si cercava solo di arginare in una definizione il significato di quelle masse che sotto la spinta della crescente industrializzazione si delineavano con sempre maggior forza.
Sembrava impossibile trovare il valico che superasse i significati apparenti: su un fronte si restava nel solco dell’intellettualismo borghese, che ingessava il popolo in schemi mitizzati, populisti e retorici; sull’altro si attuava una soluzione di facciata con l’offerta di una letteratura di massa, accessibile a tutti ma epidermica e di pura evasione. In questo contesto Pasolini rappresenta uno tra i pochi intellettuali che riescono a sondare più in profondità; finalmente si esce dal circolo chiuso del paternalismo e si mette lo strumento della parola al servizio della realtà sociale.
Dal neorealismo dei suoi film, ai romanzi, ai testi in lirica e in prosa, agli interventi pubblici, Pasolini lancia una sfida trasversale: tra la cultura e la politica il filo conduttore dev’essere l’immersione nel dato reale. Da intellettuale, mette allora sulla carta il suo concetto di popolo: un amalgama vitale in antitesi a quella che definiva l’ipocrisia borghese. Le liriche di Le ceneri di Gramsci sono le più dense in questa direzione, l’autore riesce a realizzare in uno stupendo abbraccio la sintesi realmente matura tra il piano personale e quello politico. Di più: realizza la sintonia del piano fisico e di quello metafisico. È qui che si sente, con l’intelligenza della sensibilità, cosa è il popolo per Pasolini: è riserva di energie vitali capaci di rigenerare la molecola sociale. perché, citiamo, “nei rifiuti del mondo nasce un nuovo mondo: nascono leggi nuove dove non c’è più legge”. E ancora: “Un’anima in me che non era più solo mia, una piccola anima di quel mondo sconfinato cresceva, nutrita dall’allegria di chi amava anche se non riamato. Quel borgo nudo al vento era la vita nella sua luce più attuale: vita e luce della vita, osso dell’esistenza quotidiana, pura per essere fin troppo miseramente umana”.
Contrapposta a questo microcosmo remava la borghesia, che s’inventava le bassezze del sottoproletariato per giustificare il proprio egoismo economico e lo sfruttamento che ne sfociava, derideva l’espressività cristallina del dialetto per affabularsi con le parole di una lingua viziosa ed empia, la lingua del capitalismo. Pasolini scrittore, intellettuale, borghese, usava espressioni dure e chiare, che venivano giudicate da molti il frutto di un’esasperazione di conflitti interiori irrisolti: ancora una volta si faceva leva sulle tensioni private di un uomo per sminuire e strumentalizzare i cortocircuiti che le sue parole sapevano suscitare, parole che la storia avrebbe poi rivelato fortemente motivate. Ma se è vero che tutto è politica, se politica è qualunque movimento umano che implichi una scelta, allora l’opera politicamente più notevole di Pasolini è Scritti Corsari: grazie alla sua pubblicazione abbiamo oggi la testimonianza di una voce che predisse molta della fatiscenza culturale, economica e politica che ci sovrasta oggi, più di un quarto di secolo dopo. Raccolti in volume gran parte degli interventi giornalistici dell’autore, ci offrono il ritratto di un uomo cui l’autonomia di giudizio era naturale quanto l’atto di respirare. Non ritraeva la propria critica motivata di fronte a nessuno, e la sua riflessione mordeva il fianco all’assetto sociale degli anni settanta, ne scavava tra le macerie gli aspetti più striscianti.
Comunista profondamente credente ma tacciato di eresia dai quadri del partito; liquidato dalla borghesia come innesto deviato verso una lotta di classe, quella proletaria, che non gli apparteneva per estrazione; bersagliato in toto dagli apparati ecclesiastici che gettavano ovunque il sasso della sua “devianza” sessuale… Certo aveva motivi per sentirsi ideologicamente solo. Eppure, ciò che ne Le ceneri di Gramsci appariva come il germe di una visione, in Scritti corsari si delinea con assetto e metodo una vera e propria denuncia: verso un presente che non sa spingersi alla progettualità; verso un capitalismo che fagocita a caso lavoro e risorse muovendosi ciecamente, senza avere in vista gli obiettivi del futuro prossimo, tra le regole onnipotenti della produttività a oltranza.
Parole che lasciano a galla i resti di una disillusione, le mucillagini di un ardore allo sviluppo (nel significato dispregiativo che abbiamo purtroppo dovuto assaporare negli ultimi decenni) che lui stesso definisce empio, perché altro non sa che rincorrere il Tempo in una proiezione inadatta a godere del presente, in rincorsa di un futuro ipotetico, di cui non si sanno gettare le basi.
Tra i primi in Italia parlò, nel 1974, di omologazione come di un organismo parassitario aggrappato all’- humus della socialità, della politica, dell’economia; ma, ancor peggio, aggrappato come una paralisi all’espressione culturale. Sosteneva che assottigliandosi la distinzione storica, l’omologazione realizza il sogno interclassista del vecchio Potere: non più ideale politico o religioso di sorta; solo trasformazione delle classi in un unico, immenso e inintelligibile pancotto borghese, che attui fino in fondo il disegno del consumismo. A quel punto l’ideologia consumistica potrà proclamarsi perfettamente in linea con il principio della tolleranza verso le diversità: perché le diversità non esisteranno più, ingoiate dal conformismo del consumatore.
Pasolini aveva già compreso che l‘omologazione si insinua prima di tutto sul piano culturale, passa attraverso l’anestetizzazione del pensiero individuale e conduce alla mancanza d’identità della persona, dell’assetto sociale, quindi dell’intero paese. Nel 1974 sorrisero in molti di queste tesi che, per ironia del destino umano, parevano quasi religiose in un uomo che cattolico non era. Proprio in un uomo così lontano dalla fede, per lo meno da quella omologata, avrebbe invece dovuto colpire l’uso di parole come empio ed etico: parole che dovevano rientrare più nello spettro espressivo di una chiesa che andava piuttosto nella direzione opposta, allontanandosi dagli interessi spirituali e accarezzando sempre più quelli secolari.
Pasolini condannava lo svuotamento dei valori nella chiesa, la sua tolleranza verso il progressivo dissolvimento dei contenuti: erano messaggi lanciati come sos d’amore per la verità, per la giustizia, per l’uguaglianza. Erano parole che si trovano nei vangeli, ed era un comunista che le lanciava. La chiesa prese le sue contromisure dialettiche e gli rivolse la critica più subdola e stantia: era un omosessuale che ora voleva anche dettare legge in ambiti che non lo riguardavano, voleva addirittura intrattenersi con quella morale che non poteva conoscere. Con la coscienza del poi non si può oggi parlare di lui con le parole sterili di un ricordo approssimato per difetto; parlare di lui oggi deve rendergli il merito di aver avuto ragione.