Il caso Permaflex

Nel 1973 entrai come operaia generica alla Permaflex, azienda famosa per la produzione di materassi a molle.
Erano anni di lotte e di conquiste importanti: le mense, il diritto allo studio, l’applicazione del contratto, dello statuto (legge 300), la sicurezza sui luoghi di lavoro. C’era un gran fervore, e quelle conquiste marciavano di pari passo con altre che cambiavano il punto di vista su famiglia, salute, condizione femminile, scuola. Quel fermento, le discussioni che produceva contribuirono letteralmente, insieme a moltissimi altri lavoratori e lavoratrici, a tirarmi dentro al gruppo dei più sindacalizzati. Dentro alla fabbrica si parlava di ambiente, terrorismo, del nucleare, del riconoscimento del valore del lavoro per donne e uomini.
Tutto ciò contribuiva a farci crescere e conoscere. Davvero si aveva la sensazione del lavoro come strumento di emancipazione complessiva, della lotta e dell’iniziativa sindacale come fucina di partecipazione e capacità di interpretare criticamente il mondo.
La Permaflex oggi non esiste più! Anzi, forse fra qualche giorno ne verrà deciso il “fallimento per fraudolenza”, a testimonianza di una vicenda lunga e intricata.
Il marchio Permaflex e l’azienda nascono a Pistoia nel 1954, dalla trasformazione di una carboniera in una fabbrica che produce materassi a molle.
Nella seconda metà degli anni ‘60, tra Permaflex e Italbed si raggiungono nella sola Pistoia ben 1000 dipendenti. Il gruppo cresce anche grazie ai molteplici ordini che giravano in virtù dei rapporti “amichevoli” tra la proprietà, la DC di Andreotti e settori vaticani. Questa vicinanza portò all’apertura, grazie ai fondi della Cassa del Mezzogiorno, dello stabilimento Permaflex di Frosinone, tra i cui dirigenti di punta c’era un tal Gelli Licio trasferito direttamente da Pistoia.
Questi brevi cenni stanno ad indicare un intreccio inestricabile di interessi legato ad un preciso sistema politico e di potere. Non è un caso che l’inizio della crisi coincida con l’avviarsi del declino di quel sistema.
Negli anni ‘80 è l’Italbed a mostrare i primi problemi: nel 1985 si “ridimensionano” gli addetti alla produzione e l’enorme apparato impiegatizio. Da quel momento, insieme alle ristrutturazioni vengono avviati una serie di tagli al personale e richieste di ammodernamento e cominciano ad affacciarsi flessibilità, cooperative e consulenze esterne, contratti a termine, contratti di formazione lavoro.
Così come le conquiste dei lavoratori hanno contribuito ad aprire la strada ad una serie di altri successi sul piano sociale, le sconfitte del movimento operaio hanno portato ad un progressivo arretramento in tutti gli altri campi. E così noi dipendenti Permaflex abbiamo subìto i processi di ristrutturazione in azienda, e poi li abbiamo visti estendersi nel mondo del lavoro e nella società, fuori dai cancelli della nostra azienda.
La colpa più grave del sindacalismo confederale, e lo dice una lavoratrice tutt’ora iscritta alla CGIL, è stata quella, riassunta nella formula della “concertazione”, di accettare una vera e propria politica del carciofo, di aver abbandonato un’ottica di classe nel nome del risanamento economico e finanziario, di aver smarrito un progetto complessivo di trasformazione dei rapporti di lavoro nel nome della flessibilità. Questa politica suicida ha ridotto drammaticamente il potere contrattuale e vertenziale delle organizzazioni sindacali, colpito ripetutamente da accordi mai rispettati, dalla continua minaccia all’occupazione, dal ricatto del trasferimento all’estero. Ma, nonostante tutto ciò, gli operai e le operaie della Permaflex non hanno mai abbandonato, fino all’ultimo, né la lotta né la speranza.
Questa storia, durata decenni ma riassunta in poche righe, è simile a quella vissuta da altri lavoratori in altre aziende in tutta Italia, ed è strettamente legata ad una serie di svolte politiche e sindacali che, soprattutto a sinistra, si sono succedute moderando sempre più i contenuti nel nome di una astratta “modernità”.
Non so quali speranze rimangano per i 23 lavoratori ex Permaflex rimasti. Fra sette mesi finiranno le mensilità e chissà cosa accadrà di questo gruppo di superstiti così unito e combattivo. Intanto guardo il grande stabilimento alla periferia di Pistoia cadere a pezzi, e temo da un lato per il nostro futuro occupazionale e dall’altro per un altro pezzo di tessuto produttivo che si dissolve per lasciare il posto, chissà, a qualche grande insediamento commerciale, o peggio ancora, alla speculazione edilizia.
La responsabilità del centro sinistra e dei sindacati confederali è grandissima e drammatica. Quando il vecchio PCI venne sciolto a favore della “cosa” di Occhetto, molti di noi furono facili profeti nel prevedere che l’abbandono di qualsivoglia riferimento, anche moderato o socialdemocratico, al mondo del lavoro, avrebbe portato quella organizzazione politica ad essere trascinata dalla corrente senza più ancoraggi e riferimenti forti.
Senza un punto di vista autonomo del mondo del lavoro, il capitale ha avuto buon gioco ad imporre la propria egemonia politica ma soprattutto culturale.
La recente sconfitta elettorale del centro sinistra proviene proprio da lì: la continua rincorsa al centro con l’obiettivo del governo per il governo, hanno prodotto una perdita di identità per il popolo di sinistra.
Oggi la fase che abbiamo di fronte a noi è fortunatamente diversa, ed i segnali di ripresa del movimento sono potenti. Genova, la Fiom, la manifestazione del 23 Marzo e lo sciopero generale del 16 Aprile in difesa dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori, sono momenti importantissimi di una rinnovata conflittualità, e ci stanno dimostrando come la voglia di lottare sia tutt’altro che sopita anche, se non soprattutto, fra le giovani generazioni.
L’errore che non dobbiamo commettere, come partito, come sinistra e come mondo sindacale, è di abbandonare nuovamente un legame forte al mondo del lavoro.
Io non posso nascondere infatti il timore, devo dire diffuso fra molti lavoratori, che la CGIL non tenga sulla linea conflittuale sulla quale Cofferati l’ha ricollocata negli ultimi mesi. Infatti il principio della concertazione non è stato abbandonato dal sindacato, non è stata operata una revisione critica delle politiche fatte dal 1993 ad oggi. Se oggi la concertazione è morta, è perché così hanno voluto i padroni pensando che ormai il mondo del lavoro frammentato, diviso e infiacchito da flessibilità, contratti di collaborazione coordinata e continuativa, lavoro interinale ecc. potesse ormai subire la botta definitiva sul terreno dei diritti e delle garanzie.Ma anche il movimento no-global per avere durata e sostanza dovrà assumere come centrali le tematiche del lavoro. La sinistra radicale, antagonista e comunista non sono infatti immuni dal pericolo della subalternità. Il compito del nostro partito nel movimento, in quanto organizzazione di ispirazione marxista, è quello, nel rispetto delle differenze e con la cautela dovuta quando ci si muove all’interno di una realtà così composita e plurale, deve essere quello di innervarlo delle istanze del mondo del lavoro, assumendo come fondamentale la contraddizione fra chi vive del proprio lavoro, e chi si arricchisce grazie al lavoro altrui.
Questa situazione, e anche la ripresa delle lotte operaie hanno spazzato via tutte le chiacchiere e le suggestioni “nuoviste” sulla fine del lavoro e sulla “vetustà” dei fondamenti su cui si poggia la società capitalistica.
La critica al capitalismo globalizzato non può prescindere dall’assunzione degli interessi dei lavoratori e delle lavoratrici come centrali.