Il 25 aprile e le nazionalizzazioni

Dopo la guerra del 1939-45, i rapporti di forza sociali in Europa erano favorevoli alle forze democratiche, alla classe operaia e ai lavoratori, e fu possibile raggiungere – in parte – gli obiettivi volti agli interessi sociali rispetto al profitto privato. Una delle condizioni che permise tale svolta fu il relativo controllo sul monopolio capitalista, sia da parte degli stati vinti che da parte degli stati vincitori. Le nazionalizzazioni democratiche furono uno dei migliori mezzi per la svolta. Le imprese nazionalizzate svolgevano, in origine, un ruolo progressista e furono una delle condizioni per la costituzione di quello che poi si sarebbe chiamato – molto discutibilmente – il “modello sociale europeo”.

Più tardi lo Stato, riconquistato lentamente dal potere economico privato, passò ad utilizzare i settori nazionalizzati in modo totalmente diverso da quelli che erano gli obiettivi iniziali, trasformandoli in strumenti di finanziamento delle attività private, in strumenti dell’accumulazione capitalistica. Le nazionalizzazioni definite democratiche, in quella fase e in quelle condizioni, non cambiarono il modo di produzione, e rimasero strettamente legate all’evoluzione del capitalismo e alla lotta di classe, che le piegava agli interessi del capitale. A dimostrazione che anche le esperienze di nazionalizzazione non possono essere “neutre” nel conflitto di classe, come nulla può esserlo. Il recupero del controllo politico da parte del capitalismo monopolista trasformò i settori nazionalizzati in settori controllati dallo Stato, in settori, cioè, statalizzati, al servizio degli obiettivi imposti dalla correlazione di forze a livello sociale. E si deve dunque distinguere tra nazionalizzazioni e statalizzazioni, individuando in queste ultime le forme di intervento dello Stato in economia al servizio degli interessi privati. Al contrario, le nazionalizzazioni democratiche implicano una trasformazione del quadro politico generale, entro il quale deve determinarsi un cambiamento qualitativo della produzione di merci, volto alla soddisfazione delle necessità sociali di massa e caratterizzato da una crescente partecipazione dei cittadini in generale e dei lavoratori in particolare, una partecipazione alla costruzione del quadro produttivo e politico complessivo da ritenersi una necessità essenziale, una vera e propria base materiale per la trasformazione sociale.

L’importanza della banca nazionalizzata

Nonostante che l’importanza del capitale finanziario, relativamente al capitale produttivo (o meglio, del capitale che si applica nelle attività produttive) fosse molto minore di quello che è oggi, già in quella fase la nazionalizzazione delle banche era considerata decisiva. Decisiva sia nella fase in cui le nazionalizzazioni svolsero un ruolo progressista, sia nella fase in cui esse furono recuperate agli interessi capitalistici. Anche se incompleto, il processo di nazionalizzazione delle banche fu un passo importante, sia per il tentativo che vi fu di esercitare su di esse una gestione democratica, che per volgere l’intero circuito paramonetario e finanziario verso gli obiettivi di una attività economica legata agli interessi popolari. Così come, nella fase successiva del ritorno al controllo delle banche da parte delle forze capitalistiche, attraverso la fase della statalizzazione, la liquidità creata e drenata dalle banche nazionalizzate servì al finanziamento delle imprese capitalistiche, costruendo la via del finanziamento pubblico alle attività private. Come si può leggere in testi che studiano questo periodo (ad esempio Il Dizionario economico e sociale, del “Centro di studi e ricerche marxiste”, edito nel 1975 da Edizioni Sociali), “i principali dirigenti delle banche (nazionalizzate) erano, sin dall’inizio, legati – per le loro origini, per le loro concezioni, per le loro carriere – all’oligarchia finanziaria e rallentarono in modo decisivo i processi di finanziamento alle imprese nazionalizzate”. In questo modo, non essendo avvenuta la trasformazione in senso progressista delle banche nazionalizzate, l’intero sistema economico e produttivo poteva ricollocare al centro gli interessi dell’impresa capitalistica, depotenziando l’impresa nazionalizzata e avviando di nuovo un rapido processo di cambiamento di rapporti di forza, di nuovo più favorevoli al capitale e sfavorevoli al lavoro.

Nazionalizzazioni in Portogallo dopo l’aprile del 1974

La rilettura dei testi relativi alle nazionalizzazioni realizzate nell’Europa della seconda metà degli anni ’40, può aiutare a comprendere la natura delle nazionalizzazioni che, in Portogallo, si ebbero dopo il 25 aprile del 1974. Il fatto che il Portogallo aveva fatto parte degli stati nazi-fascisti, l’”abilità” salazariana nel far percorrere al regime la guerra come la percorse, i diversi aiuti – specie da parte del “vecchio alleato” britannico – affinché il fascismo si adeguasse e resistesse, senza scandalo internazionale, sino al 1974, fanno capire come le nazionalizzazioni in Portogallo, pur essendo espressione di un fase alta di lotta di classe, finirono anche per riflettere l’evoluzione del capitalismo. Nonostante ciò, il prolungamento forzato, violento di un regime obsoleto e repressivo, la resistenza e la lotta contro il fascismo ed il colonialismo (che videro il PCP protagonista) sfociarono in un movimento di trasformazione profonda, rivoluzionaria, che – senza portare a nazionalizzazioni socialiste capaci di mutare il modo di produzione, poiché subordinate ai rapporti di forza sociali – dettero vita a disegni di nazionalizzazione ben più avanzati delle nazionalizzazioni portate avanti nel dopoguerra europeo. Ciò che è importante negare, e non solo come risposta alla permanente campagna di calunnie contro il 25 aprile e il movimento rivoluzionario, è che le nazionalizzazioni siano state una specie di avventura revanchista, un atto irrazionale di vendetta dei lavoratori.

L’esperienza delle nazionalizzazioni non fu, evidentemente, un atto “batteriologicamente puro”, vi furono con ogni probabilità momenti che possono aver offerto argomenti alla campagna controrivoluzionaria. Momenti eccessivi strumentalizzati da coloro che continuano a scrivere la storia dalla parte degli oppressori, che nulla vogliono mai perdonare agli oppressi di sempre. Le nazionalizzazioni nel Portogallo dell’aprile furono, certamente, decisioni della storia, conseguenti alle dinamiche rivoluzionarie e controrivoluzionarie, il frutto della relazione di forze su quel terreno e in quella fase storica.

Brevi note sul potere economico e sul potere politico, rivoluzione e controrivoluzione

Nel 1974 il potere economico in Portogallo era concentrato in 7 grandi gruppi nati durante il fascismo, che era sostenuto nel suo potere politico dagli stessi gruppi che creava.

Democratizzare la società portoghese significava innanzitutto rompere questa promiscuità. Avendo il movimento militare e popolare rivoluzionario conquistato, per lo meno in parte, le istituzioni, il potere economico assunse una posizione volta, sul piano formale, ad accettare le nuove regole del gioco, minando però e sabotando, sul piano concreto gli obiettivi della rivoluzione, riproponendo politiche reali di nuovo al servizio degli interessi monopolistici e dell’accumulazione capitalistica. Il ruolo di Antonio Spinola in questo disegno di mistificazione e di manipolazione fu centrale. Avendo forse moderato le immediate reazioni di rigetto al processo di trasformazione iniziato e avendo svolto un ruolo di non opposizione palese alla stessa trasformazione (come ad esempio nella creazione della Siderurgia Nazionale e nel gruppo Champalimaud) Spinola poté poi disporre del potere di introdurre gli interessi profondi del capitale nell’intero corso degli avvenimenti politici. L’opportuna creazione (nell’agosto del 1974) del MDE/S (Movimento Dinamizzatore dell’Impresa/Società) è di questo atteggiamento una segno chiaro: nel MDE/S vi era la fedeltà verbalmente pronunciata al 25 aprile e nel contempo il tradimento. Nella sigla vi era una D ambigua, che stava a significare democrazia ed una S ancora più ambigua che suggeriva socialismo (che puntava cioè a fornire un segno – solo un segno – socialista, come il popolo voleva, al nuovo organismo statale). In verità lo sviluppo dell’esperienza dello stesso MDE/S stette a significare come di nuovo la politica economica si piegasse ai voleri del capitale e della “maggioranza silenziosa”, e come la controrivoluzione fosse condotta anche da uomini come il generale Spinola.

L’inevitabilità delle nazionalizzazioni

Per questo si può dire che le nazionalizzazioni risultarono inevitabili una volta che il potere economico e finanziario chiarì di non accettare i processi di cambiamento, ed anzi tentò con tutte le forze di sovvertirli o invertirli, attraverso forme dirette o indirette, con le buone o con la violenza. E risultò peraltro chiaro che non vi erano altre forme, oltre le nazionalizzazioni, per imporre regole democratiche al potere economico se non attraverso il controllo di questo stesso potere, un potere usato ed abusato ai fini di un sabotaggio interno e ai fini della controrivoluzione. Come è naturale che sia per il potere del capitale. Le nazionalizzazioni furono dette democratiche perché puntavano a collocare al centro gli interessi della nazione e del popolo, perché puntavano a porre al loro servizio i settori economici indispensabili a dare soddisfazione alle esigenze sociali, subordinando ad esse il profitto privato, e non intendevano stabilire la proprietà sociale di tutto, o sequestrare la maggioranza dei mezzi di produzione. Nella dinamica del confronto si riteneva indispensabile che lo Stato prendesse in mano le leve dell’economia in modo che gli obiettivi dell’attività economica non fossero esclusivamente (monopolisticamente) delineati o dal monopolio capitalista o dai settori privati. Ma questi non sarebbero stati banditi dall’attività economica. Al contrario, e anche al fine di annullare i loro obiettivi controrivoluzionari, si cercò di utilizzare a fini sociali la loro capacità di dinamizzare l’attività economica, di creare ricchezza sociale, un ruolo giudicato, nel rapporto di forze dato, utile al progetto globale volto alla soddisfazione delle necessità di massa.

Nazionalizzare – allora – o no?

In quella fase di evoluzione capitalistica (caduta del sistema monetario internazionale, “crisi del petrolio”, esplosione della disoccupazione) ed essendo le banche legate ai grandi gruppi economici e finanziari, la banca era un settore strategico, come lo erano altri settori a relativamente ben identificati. La nazionalizzazione di questi settori strategici significava per lo Stato poter mirare agli obiettivi sociali, perseguire l’interesse dei lavoratori e del popolo, poter prevalere sugli interessi privati. Ma la “filosofia” ed il principio ispiratore delle nazionalizzazioni, che erano quelli di porre l’attività economica al servizio del Portogallo e non di frazioni del Paese, singoli o gruppi economici, subirono una torsione perversa, che portò lo stesso processo di nazionalizzazioni al servizio del capitale.

Le nazionalizzazioni nel progetto costituzionale

La Costituzione dell’aprile del 1976 riflette quella “filosofia” originaria volta agli interessi di massa, un progetto per il quale le nazionalizzazioni si offrivano come base materiale. Occorre insistere sul fatto che la “costituzione economica” consacrava tre settori: il pubblico, il cooperativo ed il privato, con il primo concepito come il motore primo e determinante. Ma se il settore pubblico, che nasceva da quelle nazionalizzazioni che andavano ad accrescere il già non disprezzabile settore pubblico ereditato dal fascismo, era considerato il fulcro dell’intera economia, non meno centrale era il fatto che lo stesso settore pubblico divenisse e fosse inquadrato in un progetto costituzionale. Per illustrare tale progetto costituzionale, tale centralità in economia del settore pubblico ratificata in forma di legge – nel rispetto del ruolo che doveva svolgere la Costituzione della Repubblica Portoghese – riferiamo di due documenti. Uno, emanato dal ministro delle Finanze, Salgado Zenha, che definiva come “imperiosa necessità” l’obiettivo di far portare avanti, all’insieme delle imprese nazionalizzate, un disegno generale e coerente di dinamizzazione dell’intera economia, un ruolo che doveva essere esatto dalla stessa Costituzione. L’altro, il Piano di Medio Termine per il 1977-1980, elaborato da una squadra di tecnici internazionali dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro e dall’ONU sotto la responsabilità della Segretaria per il Piano Economico del primo Governo costituzionale, Manuela Silva, che dichiarava come i settori di impresa dello Stato dovessero svolgere un ruolo fondamentale nella concretizzazione di una strategia volta allo sviluppo dell’occupazione e delle necessità essenziali, Piano che il primo Governo costituzionale adottò. Ma questi piani rimasero nel cassetto. Nulla fu strutturato. Si giunse invece all’obiettivo contrario, sino al punto che lo Stato, nonché trasformare le nuove attività economiche pubbliche nel motore dinamizzante dell’intera economia portoghese, si piegò di nuovo al ruolo di finanziatore subordinato delle attività economiche private e volte al solo profitto del capitale. Il Piano di Medio Termine per il 1977/80, che doveva essere la base di un nuovo disegno atto alla svolta economica e a collocare al centro gli interessi popolari e l’occupazione, e che fu approvato dal primo governo costituzionale, fu di fatto travolto dalle celebre legge Barreto volta ad una vera e propria controriforma agraria e non giunse nemmeno all’assemblea della Repubblica…

Perché? E oggi?

Perché? Perché in Portogallo la strada delle nazionalizzazioni fu perseguita trent’anni dopo le esperienze di nazionalizzazioni esperite in Europa, in un contesto che vedeva fortemente cambiati i rapporti di forza tra capitale e lavoro, in un contesto che vedeva il capitale di nuovo dominante sul piano politico ed economico. Per la fase, dunque, della lotta di classe. Le nazionalizzazioni si trasformarono in statalizzazioni, ed i governi che si succedevano, sempre con il Partito socialista al centro di essi, si servirono dell’economia pubblica per rafforzare la controrivoluzione, per finanziare con i fondi pubblici i settori privati, per esorcizzare subito, nella prassi, il disegno che voleva le nazionalizzazioni al servizio della collettività. Ma oggi dobbiamo forse, per via della degenerazione di quelle esperienze di nazionalizzazioni, dimenticare il passato? No! Oggi, quasi trent’anni dopo, nella fase di dominio del potere economico capitalista, dobbiamo ancor più riflettere su quelle esperienze, capire il motivo per cui le nazionalizzazioni furono infine utilizzate in modo perverso e opposto rispetto agli obiettivi iniziali. Dobbiamo riassumere il valore positivo e rivoluzionario di quei tentativi nati dal 25 aprile e capire che essi furono sconfitti in una fase di lotta di classe non favorevole al lavoro ma al capitale, che furono sconfitti in una fase di particolare evoluzione capitalista. Ma dobbiamo anche pensare a quei tentativi come ad una ricchezza profonda sul piano della stessa esperienza rivoluzionaria, come ad atti che non possono essere meccanicamente ripetuti ma dai quali imparare per proseguire il cammino rivoluzionario.

(Traduzione a cura di Fosco Giannini)