I temi del partito comunista di massa

Da anni ci si interroga su come costruire il partito di massa e con quali strumenti realizzare tale progetto. Dire che tutto è facile e scontato è una sciocchezza, fosse così semplice si dovrebbe dedurre che il partito di massa non esiste ancora per scelta e volontà politica, invece sappiamo che non è così. Le difficoltà che abbiamo di fronte sono enormi e hanno a che vedere con le nostre capacità e con le fasi politiche e sociali che abbiamo attraversato, con il loro bagaglio di frantumazione della classe e il crescente distacco tra i soggetti sociali e la politica.

Per prima cosa dovremmo capire meglio cosa è successo in questi ultimi 20 anni, quali sono state le mutazioni del processo di accumulazione capitalistico e le mutazioni in seno alla classe operaia e dei lavoratori. Dovremmo quindi conoscere, analizzare, proporre e progettare una vertenza generale che abbia quale primo passo la ricostruzione di una nuova coscienza di classe. In estrema sintesi e schematizzando un po’ dovremmo quindi approfondire, discutere e praticare la rifondazione comunista.

Ovvio che la fase politica che abbiamo di fronte, non può vederci rinchiusi in un fortino a discutere, mentre fuori succede di tutto. Abbiamo l’obbligo politico e morale di non abbandonare i nostri referenti sociali alla mercé delle volontà degli avversari di classe, dobbiamo quindi fare oltre che discutere, scegliendo bene su cosa si interviene.

Non sono certo così sprovveduto da non considerare prioritario l’intervento sul lavoro e lo stato sociale. Anzi sono certo che questi siano punti chiave della ricostruzione di un partito di massa. Al contrario rilevo come la nostra scarsa incidenza proprio sui lavoratori dipendenti, se fosse vero quanto afferma lo studio della società di ricerca Unicab, secondo cui solo poco più del 4% dei lavoratori dipendenti ha votato Rifondazione comunista, sia forse da imputare al fatto che le nostre proposte sono più vissute come slogan che non come concrete possibilità di “riscatto”, e da qui la causa di tale scarso radicamento.

Lungi da me pensare di mettere in discussione questi due assi portanti, casomai va intensificato, legandolo ad obiettivi concreti e realizzabili, il nostro fare in tale direzione, ma sono convinto che esiste un altro campo di iniziativa politica e sociale che ritengo fondamentale alla costruzione del partito di massa: gli Enti Locali.

Spiace dirlo, ma qui vedo una sottovalutazione complessiva del partito sull’importanza strategica che hanno le politiche locali e sulla nuova dimensione “istituzionale” che hanno assunto gli enti locali e le regioni. Il combinato di questi due elementi determina una centralità politica che tarda ad affermarsi nel partito e che temo sia concausa delle nostre difficoltà di crescita e radicamento.

Vorrei qui offrire alcuni spunti di riflessione su questo tema, con l’obiettivo di iniziare a superare tali ritardi e quindi contribuire alla creazione di una politica di costruzione del partito comunista di massa.

La linea politica che abbiamo adottato sino ad oggi negli enti locali, è sempre stata quella dell’unità e dell’autonomia con l’obiettivo strategico di introdurre elementi di rottura rispetto alle politiche nazionali, tali da rallentare o annullare, quando possibile, gli effetti dei processi più spinti della logica neoliberista. Ciò ha consentito di non restare isolati, anche dopo la sacrosanta rottura con il governo Prodi, e di mantenere aperto un dialogo con la sinistra moderata. Alcune esperienze sono sicuramente positive, non ci sono dubbi sul fatto che in generale, con alti e bassi, gli obiettivi di fondo sono stati praticati e in taluni casi raggiunti. Difficile negare, ad esempio, che la dove siamo riusciti ad imporre assunzioni di precari o di Lsu nelle Amministrazioni Pubbliche, ciò non vada in controtendenza rispetto alla precarizzazione e la flessibilità o che non sia un elemento di rottura, spostare risorse pubbliche per fare assunzioni dirette piuttosto che la solita inutile (per l’occupazione) gratuita elargizione alle imprese. Così come sono significative le numerose modificazioni delle previsioni urbanistiche, che hanno cancellato o limitato devastazioni territoriali e speculazioni edilizie.

Naturalmente abbiamo avuto anche negatività ma, ripeto, nel complesso questa linea era giusta ed il suo bilancio complessivo è largamente positivo. Trovo inutile, pretestuosa e fuorviante, la discussione sullo stare dentro o fuori dalle maggioranze in quanto, appunto, ritengo lo stare dentro o fuori dipendente esclusivamente dalla nostra capacità di imporre determinate scelte e dal grado di ricettività degli “altri”. La domanda che dobbiamo porci oggi, è se alla luce del mutamento di fase e in presenza di una sempre più vasta assegnazione di competenze agli enti locali e alle regioni, su materie un tempo di esclusiva potestà nazionale, tale linea sia sufficiente o necessiti di una qualche correzione.

Io penso sia necessario adeguare la nostra linea per fare fronte ai mutamenti intervenuti, per attrezzare il partito al difficile compito che abbiamo assunto nella costruzione di una sinistra alternativa.

La politica praticata negli enti locali non è mai stata avulsa dal contesto nazionale e ha sempre avuto una “relazione” anche quando poteva sembrare contraddittoria. Il Pci ha amministrato moltissime città insieme al Psi e persino, in qualche caso, con la Dc, avendo una collocazione di opposizione nel quadro nazionale: ciò rappresentava un luogo di interdizione, una barriera istituzionale che serviva, tra l’altro, a costruire un rapporto diretto con i cittadini posto in “alternativa” con il mo do di governare nazionale.

Tutte le scelte politiche pesanti avvenivano in sede nazionale, quindi non c’era contradditorietà nella politica del le alleanze locali, i programmi am mi nistrativi erano quasi esclusivamente basati su scelte di “gestione” territoriale in ambito locale.

Seppur con un crescente peso politico delle amministrazioni locali, in particolare delle grandi aree metropolitane, la “gestione” territoriale è stata la grande priorità politica sino al 1997, anno in cui, con le leggi Bassani ni, si introducono correttivi sulle competenze, che anche a costituzione invariata, modificano radicalmente il ruolo politico degli enti locali.

L’attuazione di queste normative sta andando a regime adesso e dobbiamo aggiungere che ciò avviene in un contesto in cui il quadro istituzionale sta cambiando in senso federalista, l’ordinamento dello Stato è già profondamente mutato con l’introduzione dell’elezione diretta del presidente della giunta regionale e l’autonomia “statutaria”, attribuendo alle regioni compiti politici sempre più statuali, che lo saranno definitivamente non appena il Parlamento approverà la nuova Legge sullo Stato Federale.

Alcune scelte politiche pesanti, già og gi passano da Regioni ed Enti locali.

Sanità, scuola, trasporti, politiche so cia li, politiche del lavoro, privatizzazioni sono sempre più pane quotidiano e lo saranno con peso sempre più crescente sino a trasformare gli enti locali nei luoghi politici ove si determinano queste scelte politiche.

Quindi, a breve, regioni ed enti locali non saranno più luoghi di semplice interdizione in cui introdurre correzioni o elementi di rottura rispetto alle politiche nazionali, ma luoghi di vera e propria decisione politica su materie e competenze passate dallo Stato.

Da questa constatazione e dalla nuova fase politica apertasi dopo le elezioni regionali e i referendum antisociali e antidemocratici, parte il mio ragionamento per adeguare la nostra “linea” negli enti locali, anche nell’ottica della costruzione del partito di massa.

Come dicevo si parte da una linea giusta, quella di cercare di introdurre elementi di rottura rispetto al quadro delle politiche nazionali; ciò ovviamente si è potuto realizzare meglio dove siamo in maggioranza e con ruolo determinante, ma oggi occorre un salto di qualità, a pren do una offensiva territoriale nazionale uniforme e costante, che unifichi obiettivi comuni su alcune materie sociali.

Ad esempio la campagna sulla ridistribuzione delle ricchezze, può trovare negli enti locali un terminale importante e “mobilitante”, se ovunque possibile, si aprisse una vertenza nei confronti delle istituzioni locali ponendo con forza la questione delle tariffe dei servizi pubblici, credo si possa facilmente intuire cosa voglio dire. Non sto certo parlando di una semplice parola d’ordine che in modo sporadico viene praticata sul territorio in modo disomogeneo e casuale.

Al contrario parlo di una azione coordinata e “totale” attraverso lo schema po litico organizzativo (piattaforma) mes so a punto nazionalmente e reso praticabile territorialmente dalle specificità locali. L’obiettivo di fondo è ottenere un qualunque risultato che vada nel senso di una qualche ridistribuzione della ricchezza, facendo di questo obiettivo un elemento centrale della nostra politica locale e lo strumento della visibilità del partito.

Naturalmente dove siamo al governo possiamo meglio coniugare la vertenza “istituzionale” con quella “esterna” e forse ottenere più facilmente un qualche risultato, ma anche in questo caso non avrebbe alcun “effetto” costruttivo del partito la sola battaglia nelle Isti tuzioni.

Collegare la piattaforma ai soggetti sociali interessati è quindi presupposto vincolante alla riuscita della stessa “li nea” politica. Anche per questa ra gione sarà necessario costruire un monitoraggio territoriale al fine di verificare i risultati ottenuti.

Questo schema vertenziale, può e a mio giudizio deve, estendersi su tutte le materie la cui competenza è stata trasferita a regioni ed enti locali.

Spostare l’asse del partito sul terreno più specificatamente vertenziale, apre la possibilità di una più diffusa conflittualità, anche e soprattutto dove siamo nelle maggioranze e nei governi locali, ma dischiude a due prospettive: 1) aprire sempre più profonde lacerazioni nel centrosinistra e contribuire ad una accelerazione della sua deflagrazione; 2) visibilizzare e caratterizzare la nostra azione politica sottolineandone l’aspetto sociale e rendendo più concreta e quindi credibile, la funzione politica del partito.

Ovvio che su questo terreno, possono “ballare” molte maggioranze attuali e costringere il confronto politico sulle prossime scadenze amministrative, su questioni politiche “pesanti” e quindi vincolanti rispetto alla nostra collocazione, ma se praticata con fermezza, aprire adesso la stagione vertenziale significa, se passa, produrre un processo di rottura sia del sistema bipolare sia delle politiche neoliberiste, producendo tra l’altro una classe dirigente locale del partito in grado di assumere la responsabilità decisionale sulle politiche sociali un tempo di esclusiva competenza nazionale e ora di competenza locale.

Mi sono dilungato su questo aspetto, perché se non entra nel circuito del di battito politico del partito il tema “lo cale” da intrecciarsi alla centralità delle politiche sul lavoro e lo stato sociale ri tengo difficile, quasi impossibile, co struire un partito di massa.

La Lega ha fondato le sue fortune ed il suo radicamento sociale, che purtroppo è assai diffuso al nord, utilizzando i temi locali in modo strumentale e “protezionista” una lettura di destra che trova consenso proprio tra le fasce sociali più disagiate.

Una lettura che produce nuova e sempre più profonda frammentazione so ciale, una lettura che immette odio razziale, che porta milioni di proletari ad individuare quale nemico chi sta peggio e non il padrone. Penso che occorra ripartire da qui, naturalmente per rovesciare totalmente tale devastante cultura, se si vuole ricostruire un partito comunista di massa.