I servizi segreti Usa e gli attentati dell’11 settembre

I servizi informativi americani sapevano che si stavano preparando gli attentati dell’11 settembre 2001, conoscevano gli edifici presi di mira, i quadri dirigenti ed intermedi della rete di bin Laden, e pedinavano alcuni pirati dell’aria. Ma non hanno voluto arrestarli, e l’11 settembre si sono addirittura rifiutati di impedire la loro azione. Così i terroristi hanno avuto le mani libere, perché gli attentati convenivano alla dirigenza militare e politica USA, in quanto dovevano conquistare l’opinione pubblica americana ad una guerra prolungata contro i Paesi che ostacolano l’egemonia statunitense. Questa, in sintesi, la tesi avanzata da Peter Franssen, redattore di Solidaire, e da Pol de Vos, presidente della Lega antimperialista, nel libro 11 settembre, Perché hanno lasciato fare ai pirati dell’aria.
Da Solidaire, 4 settembre 2002

Come è nata l’idea di scrivere un libro sull’11 settembre?

Peter Franssen
Già dallo stesso 11 settembre, il caso non è parso molto chiaro.Come era possibile che un gruppo di 19 individui fosse in grado di dirottare quattro aerei, senza alcuna reazione da parte dell’apparato difensivo più sofisticato e addestrato di tutto il mondo? Nella tarda serata dell’11 settembre, l’Ufficio Politico del PTB ha rilasciato un comunicato stampa in cui si affermava che, verosimilmente, gli attentati non sarebbero stati possibili senza la collaborazione dei servizi segreti e del centro dell’apparato militare USA. Allora, tuttavia, per esser sinceri, avevamo poche prove a conforto di tali valutazioni.
Abbiamo perciò preparato, per Solidaire, un primo dossier sul terrorismo e sul modo in cui l’esercito americano se ne serve fin dal 1945, in cui si mostrava che esercito e servizi segreti ritengono di poter ricorrere appunto al terrorismo per spingere l’opinione pubblica in una data direzione; terrorismo qui vuol dire bombe, dirottamenti di aerei, omicidi, sequestri di persona, ecc., tutti mezzi cui gli USA sono ricorsi nei cinque continenti, compresa l’Europa occidentale, a partire dalla fine della II Guerra mondiale. Già il nostro dossier diceva esplicitamente: prudenza nell’accettare la versione ufficiale, quando si tratta di perseguire un determinato scopo, l’etica conta ben poco.
Nelle settimane e mesi successivi, si sono messi in luce parecchi fatti che non quadravano con la versione ufficiale. Un esempio: attorno al Pentagono sono piazzate quattro batterie contraeree. Quando l’aereo si è schiantato sull’edificio, era seguito già da alcuni minuti. Allora, due aerei avevano già colpito i grattacieli gemelli del Centro del commercio mondiale (World Trade Center, WTC). L’esercito era in stato di massimo allarme. Eppure, la contraerea non è entrata in azione. Questo, nessuno può spiegarlo. Un altro esempio: la CIA conosceva parecchi pirati dell’aria e sapeva che si trovavano negli USA, anche se oggi afferma che non li pedinava e ne ignorava i recapiti. Dovremmo quindi credere che la CIA abbia lasciato circolare liberamente negli USA alcuni potenziali terroristi, che essa stessa aveva schedato come tali; individui che non erano neanche clandestini, ed i cui nomi erano reperibili nell’elenco telefonico.
In marzo, si è scoperto che il presidente Bush ed i principali membri del governo già sapevano, 6-7 settimane prima dell’11 settembre, che si stavano preparando attentati. Non meno di cinque servizi segreti avevano avvertito la CIA. Non si trattava di voci generiche, bensì di avvertimenti molto precisi e particolareggiati; mancava solo la data esatta, ma tutto il resto era noto: chi, come, che cosa. Chi? Un gruppo di al-Qaida. Come? Con aerei dirottati. Che cosa? Attentati suicidi contro i grattacieli del WTC, il Pentagono e la Casa Bianca. A questo punto eravamo certi dell’opportunità di scriverci sopra un libro.

Eppure non mancano libri di “rivelazioni”. Lo spaventoso imbroglio, di Thierry Meyssan, ha conosciuto un grande successo di vendite. In che se ne differenzia il vostro lavoro?

Peter Franssen
Thierry Meyssan ha il merito di aver osato andare controcorrente, cosa non tanto evidente, giacchè in marzo, quando il suo libro è uscito, l’atmosfera imperante era tale che chi avesse dubitato della versione ufficiale veniva considerato matto. Meyssan ha portato alla luce fatti sui quali il governo americano avrebbe preferito far silenzio. Oggi, è diventato un po’ più facile avanzare interrogativi in merito.
Ritengo tuttavia che in un dossier come questo si possono formulare nero su bianco solo asserzioni incontrovertibilmente dimostrate, mentre Meyssan ha adottato un altro sistema. La tesi di fondo dei suoi due libri è che nessun aereo si sarebbe abbattuto sul Pentagono, e che invece si sia verificato un attentato con un missile ad opera di un’organizzazione di estrema destra. Tesi inficiata da troppi elementi. Decine di persone hanno visto, o pretendono di aver visto, l’aereo. Meyssan sostiene che hanno visto non un aereo, ma un missile… Questo, io non oserei scriverlo in un libro. Trovo poi deplorevole che Meyssan non dica quasi nulla circa gli attentati contro i grattacieli del WTC, effettuati appunto con aerei, circostanza che non quadra con la sua tesi di un gruppo di estrema destra, il che rende difficoltoso, o addirittura impossibile, capire le motivazioni dei servizi segreti e dell’esercito.
Il nostro libro si attiene ai fatti. Delle sue 185 pagine, il 95% consiste di fatti assodati e dichiarazioni di generali, dirigenti della CIA e dell’ FBI. Interpretazioni e citazioni occupano solo un 5% del volume, che quindi consente di farsi un’idea sul significato dell’11 settembre, sulla natura dell’imperialismo USA, sulla sua offensiva ed i motivi della stessa; penso che ciò costituisca la maggior differenza rispetto ad altri scritti sull’11 settembre.

Nei mesi successivi all’11 settembre, sempre nuove rivelazioni hanno progressivamente inficiato la versione ufficiale. Quali le reazioni dei servizi e segreti e del governo?

Pol de Vos
Hanno continuamente spostato all’indietro la loro linea di difesa, L’11 settembre, e nei giorni seguenti, dicevano: “Un’assoluta sorpresa: non ne sapevamo nulla!”e tutti quelli che avanzavano il minimo dubbio in merito venivano immediatamente messi a tacere. Ma poi, sono venute in luce tante cose che li hanno costretti ad arretrare su di una seconda linea di difesa, dicendo cioè: “Sì, ci sono state delle indicazioni; siamo stati avvisati da altri servizi segreti. Ma… queste indicazioni, questi avvertimenti erano terribilmente vaghi. Non sapevamo dove, quando, come…”. Questa linea difensiva ha retto appena per una settimana. È constatato che sapevano tutto, tranne il giorno e l’ora precisi, ma persino questo non è certo. Si è così arrivati alla terza ed ultima linea di difesa: “CIA e FBI non collaborano abbastanza, abbiamo troppo pochi mezzi materiali ed umani!” Non molto originale: gli stessi ritornelli che abbiamo sentito qui in Belgio a proposito degli assassini del Brabante vallone e dei bambini scomparsi.
Nel libro, mostriamo di quali mezzi ed organici dispongano CIA ed FBI, e quali siano la loro modalità di cooperazione. Il numero degli agenti assegnati alla lotta contro il terrorismo è stato quadruplicato in un triennio. In seguito agli attentati contro due ambasciate USA in Africa, nel 1998, Osama bin Laden rappresentava un’assoluta priorità. La CIA ha costituito una sezione specialmente incaricata di seguirne le attività, e lo stesso ha fatto l’FBI. Addirittura, il governo USA, dietro apposito decreto del presidente Clinton, ha inventato un servizio speciale destinato a coordinare le due sezioni di cui sopra. È assurda l’affermazione che i servizi segreti siano sotto organico, come quella che fossero carenti di mezzi materiali. La sola CIA dedica ogni anno alla lotta contro il terrorismo tre miliardi di dollari (circa 6mila miliardi delle vecchie lire italiane). Quindi, non si può proprio affermare che si trattasse di disfunzioni o carenze di personale dei servizi. Al contrario, essi hanno deliberatamente lasciato che gli attentati venissero perpetrati.

Quindi sapevano bene che cosa sarebbe accaduto?

Peter Franssen
I servizi segreti americani conoscevano i nomi dei pirati dell’aria, ed hanno persino seguito sul suolo nordamericano alcuni di costoro. A un certo punto, il loro presunto capo, Muhammad Atta, viene arrestato dalla polizia stradale per eccesso di velocità. È privo di patente, ma lo sceriffo gli concede un mese per andare a mostrare la patente in un commissariato, cosa che Atta si guarda dal fare, per cui si esegue una ricerca informatica, da cui risulta ricercato e da arrestare. Poco dopo, viene ancora arrestato, sempre per eccesso di velocità. Il poliziotto che esegue l’arresto mette nel computer il suo nome, che tuttavia risulta esser stato cancellato. Non è strano?
Ma più strana ancora è la storia di due altri pirati dell’aria, i quali vengono ripresi con la telecamera e pedinati in Malesia ma, una volta sbarcati negli USA, non vengono più seguiti, come sostiene la stessa agenzia. L’11 settembre, l’aviazione USA ha mandato i caccia contro i Boeing in grande ritardo, e non è inverosimile l’impressione che i Boeing non dovevano essere intercettati. Si può ammettere un singolo equivoco, ma tutta una serie di equivoci può suggerire un’azione deliberata. È possibilissimo che gli autori degli attentati avessero un altro motivo politico: ma quel che conta, è chi ne ha tratto profitto.

Pol De Vos
Certo, il cui prodest riveste importanza decisiva.Tutto in una volta, la CIA ha visto aumentare i propri finanziamenti del 42%. Il bilancio militare raggiunge cifre astronomiche. Indubbiamente, i grandi beneficiari dell’11 settembre sono esercito, servizi segreti e tutti i guerrafondai USA.
È infatti difficile portare avanti una strategia di guerra d’aggressione lasciando aperti nel Paesi spazi democratici, pur limitati. Nel libro citiamo l’ex-consigliere di Carter per la sicurezza, Zbigniew Brzezinski, il quale già nel 1997 scriveva: “Gli USA sono di gran lunga troppo democratici in patria per essere autocratici all’estero e per poter dominare il mondo”, istituendo con ciò un nesso tra logica di guerra e politica interna.

Un esempio delle limitazioni imposte ai diritti civili è il Patriot Act, legge approvata poco dopo l’11 settembre. Sarebbe stata possibile senza quegli avvenimenti?

Peter Franssen
L’11 settembre ha fornito l’alibi per un’accelerazione politica e militare. Il mondo è cambiato sostanzialmente nel 1989, con la caduta del Muro di Berlino e, due anni dopo, col crollo dell’URSS. È stato rimosso il contrappeso all’aggressività imperialista. A partire dal 1989, gli USA sono coinvolti in guerre contro Iraq, Jugoslavia, Cecenia, Tagikistan, Georgia, Armenia, Azerbaigian, Congo, Somalia, Afghanistan: elenco impressionante. Ma sulla lista della dirigenza USA, sono oggi in testa i pretesi “Stati canaglia” ed il famigerato “asse del male”. Dall’11 settembre, Bush, Rumsfeld e Cheney dicono: questa guerra durerà per una generazione. Non si può scatenare una guerra del genere senza aver dietro l’opinione pubblica e senza aver unificato i gruppi dirigenti intorno a tale obiettivo militare. Questo era lo scopo dell’11 settembre, e la distruzione di quel poco di democrazia che restava va collocata in questo contesto. Penso che il Patriot Act sarebbe stato possibile senza l’11 settembre: ma avrebbe incontrato molte più proteste di quanto non ve ne siano oggi. L’11 settembre ha consentito di accelerare il processo innescato nel 1989. All’opinione pubblica è stato fatto credere che il paese fosse minacciato.
Da allora, pochi ritengono grave la perdita di alcune libertà, ed il segretario di Stato alla Giustizia, Ashcroft, può oggi permettersi di affermare che “lagnarsi della perdita di libertà vuol dire scegliere il campo dei terroristi”.

Il libro segnala che il New York Times riferisce di una manifestazione pacifista a Washington, con 25mila partecipanti secondo gli organizzatori e 7mila secondo la polizia. Il servizio è intitolato “I manifestanti vogliono la pace con i terroristi” ed inizia così: “Alcune centinaia di individui hanno manifestato nelle strade di Washington”.
Che ne pensate in genere dell’informazione sulla stampa USA?

Pol De Vos
Chi apre la bocca è un traditore: questa, fino a maggio, la linea generale negli USA. Ciò che si leggeva nei giornali dopo l’11 settembre sfiorava la demenza: “Bisogna sparargli in fronte! Gasarli! I nostri bombardieri devono far terra bruciata!” . Se, per pura ipotesi, a seguito di uno degli innumerevoli crimini commessi dagli americani nei rispettivi Paesi, eminenti politici e giornalisti di Colombia, Palestina, Vietnam, Cambogia, Laos, Sudafrica, Zimbabwe, Congo ecc…, avessero detto o scritto: cancellate Washington dalla carta geografica, arrostiteli come cavallette! quali sarebbero state le reazioni?! Ma tutto ciò gli USA se lo possono permettere. Alcuni stimati giornalisti americani affermano esplicitamente che loro compito è portare il popolo a sostenere la politica guerrafondaia di Bush. Le direzioni delle principali reti televisive sono andate dalla consigliera per la sicurezza, Condoleeza Rice, per sapere che cosa era permesso e che cosa vietato poter dire.

L’11 settembre è stato nefasto per i diritti civili, non certo per i militari…

Pol De Vos
Certo: basta vedere in che misura sia stato gonfiato il bilancio militare… in realtà, questo corso era già stato avviato al tempo della seconda presidenza Clinton, e Bush ha accelerato questo sistematico incremento dei fondi militari, con la diretta partecipazione del complesso militar-industriale.
Costui, nella fase precedente le presidenziali del 2000, sosteneva che il bilancio militare dovesse crescere fino a rappresentare un 4 o 4,5% del PIL. Uno dei più accesi sostenitori di questo incremento era il gen. James Jones, comandante dei Marines. Il 4% del PIL significa 438 miliardi di dollari. Dopo l’11 settembre, Bush ha deciso di aumentare del 37% il bilancio della difesa nel prossimo quinquennio, il che significa 470 miliardi di dollari nel 2007. Particolare significativo, nel frattempo, questo: James Jones è stato nominato comandante militare della NATO in Europa. È molto probabile che l’UE, in parte sotto l’influenza della NATO, segua lo stesso corso degli USA. In novembre, al vertice praghese della NATO, i paesi europei dovranno approvare un aumento dei bilanci militari.

Voi affermate di non conoscere le risposte a tutti gli interrogativi. Scrivete che “restano ancora grandi incertezze circa quello che è avvenuto l’11 settembre”.Tra l’altro, parlate di Hani Hanjour e delle sue doti di pilota.

Pol De Vos
È una vicenda molto imbrogliata. Secondo la versione ufficiale, Hani Hanjour pilotava l’aereo schiantatosi contro il Pentagono. Costui, quindici mesi prima dell’11 settembre, aveva seguito corsi di pilotaggio, ma con scarsissimo profitto, per cui aveva dovuto seguire parecchie lezioni di recupero, e aveva ripetuto ben 37 volte l’esame; infine, gli avevano conferito un brevetto valido per pilotare un monomotore, velivolo che assomiglia ad un Boeing 737 come una bicicletta ad un’automobile. Eppure, secondo CIA ed FBI, che fa questo Hanjour l’11 settembre, quindici mesi dopo aver pilotato per l’ultima volta un minuscolo scassone? Da 2130 metri di altitudine, abbozza una vertiginosa picchiata, si avvita a spirale, si tuffa a poco più di tre metri dal suolo, evita alberi, pali, fili elettrici, e si scaglia sul Pentagono a 700 km all’ora. Non essendo aviatori, abbiamo dovuto fidarci di quello che hanno detto piloti esperti, di qui e degli USA, cioè che anche piloti sperimentati, che sanno come guidare un Boeing, non potrebbero eseguire una manovra del genere: sarebbe impossibile
Abbiamo scritto di non sapere precisamente che cosa è avvenuto. Sappiamo bene che l’US Air Force ormai da diversi anni ha affidato all’industria militare il compito di mettere a punto la tecnica cosiddetta global hawk (falco globale), che consente di pilotare apparecchi senza piloti a bordo. Sei mesi prima degli avvenimenti dell’11 settembre, è stata effettuata con successo una prova importantissima: un apparecchio della taglia di un Boeing è stato fatto decollare dagli USA ed atterrare in Australia meridionale, a ben 13.000 km di distanza. D’altronde, l’US Air Force impiega attualmente in Afghanistan la stessa tecnica del global hawk.
Non pretendiamo ch’essa sia stata usata nell’attentato al Pentagono: semplicemente, non ne sappiamo nulla.

Scrivete di aver abbastanza prove per affermare la complicità dei servizi segreti americani. D’accordo che gli americani hanno fatto prove di terrorismo all’estero; ma gli attentati contro la loro stessa popolazione?

Peter Franssen
Il terrorismo contro un popolo estero spesso non è possibile senza il terrorismo contro il proprio popolo.Consideriamo la guerra contro il Vietnam, in cui vi sono stati 60.000 caduti americani. Quindi, la guerra dei generali americani contro il Vietnam era anche una guerra contro il popolo americano. Ma il pensiero politico-militare dei generali va ben oltre.Uno degli esempi più impressionanti a questo proposito è quel che è avvenuto a Cuba nel 1962, due anni dopo il rovesciamento del dittatore F.Batista. Fidel Castro ed i suoi hanno iniziato a edificare un Paese socialista indipendente, cosa ovviamente non gradita alla dirigenza americana: un Paese comunista nel loro giardino privato! Dapprima, hanno organizzato l’invasione della Baia dei Porci, cercando di abbattere Castro con 1.400 mercenari. L’operazione fallì totalmente. E perciò, lo Stato maggiore ha messo punto un piano che dovrebbe fornire pretesto ad una azione contro Cuba: roba da far rizzare i capelli. All’unanimità, i generali proponevano di abbattere aerei americani, che trasportassero per lo più turisti o studenti: avrebbero fabbricato prove del coinvolgimento cubano in tali attentati. Poi, alla pubblicazione sulla stampa degli elenchi delle vittime, la rabbia del popolo americano sarebbe esplosa, e la pubblica opinione avrebbe accettato senza difficoltà l’entrata in guerra contro Cuba. Questo il loro modo di ragionare.Gli ufficiali suggerivano pure di far saltare in aria edifici, sparare ai passanti, e far ricadere su Cuba tutte queste belle azioni. Infine, il piano non venne approvato perché l’allora presidente Kennedy lo trovava troppo arrischiato, il che indica fino a che punto generali, servizi segreti e Casa Bianca intendono arrivare per conseguire un determinato obiettivo politico. È permesso di tutto, anche il terrore di massa contro il proprio popolo.

Parlate pure di una nuova dottrina bellica: di che si tratta?

Peter Franssen
Undici anni fa, durante la Guerra del Golfo, i generali americani hanno discusso a porte chiuse sul ricorso alle armi nucleari; lo si è saputo ultimamente. Ora, in una nota al Congresso del 31 dicembre, i medesimi generali scrivono che le armi nucleari non sono di dissuasione, ma che è opportuno impiegarle davvero (l’intervistato si emoziona).È proprio delittuoso! Questi generali dicono “Se in futuro, in un conflitto, dovessimo subire rovesci strategici o rischiare la sconfitta, useremo le armi nucleari”; e lo riconoscono senza muover ciglio. Siccome il documento è reperibile su Internet, tutti lo possono verificare. È un indice di uno scivolamento verso l’estrema destra. Non esiste più la politica di dissuasione, cui gli USA sono ricorsi sempre dopo la II Guerra mondiale. Allora, essa sottendeva quest’opinione: costruiamo un apparato militare, e chi osasse attaccarci verrebbe stritolato, lo sanno tutti, per cui, si guarderanno bene dall’attaccarci. Pochi giorni fa, Henry Kissinger, ex ministro degli Esteri, ha dichiarato al País: se in qualunque parte del mondo si verificano sviluppi a noi sgraditi, interverremo; i concetti di sovranità nazionale ed integrità territoriale sono sorpassati. Così Kissinger mostra, per l’ennesima volta, l’entità del conto che il mondo intero paga per la caduta del Muro di Berlino, senza la quale egli non si sarebbe permesso d’impiegare un linguaggio del genere…

Il vostro libro contiene una frase significativa del deputato repubblicano Dana Rohrbacher, del 1998: “ Gli USA hanno sempre sostenuto pienamente i Talebani. Se certe forze tentassero di aiutare altri gruppi in Afghanistan, il nostro ministro degli Esteri cercherà di mettergli i bastoni nelle ruote”. Perché mai l’Afghanistan era tanto importante da indurre gli USA a sostenere i Talebani?

Pol De Vos
L’Afghanistan ha una frontiera in comune con la Cina e l’ex-Urss. Già nel 1917, quando Lenin ed i bolscevichi presero il potere, l’Afghanistan era una base di attacco contro il neonato Stato sovietico. Allora, a servirsi dell’Afghanistan a tal fine era l’Inghilterra, poi toccò ai tedeschi. Dopo la II Guerra mondiale, gli americani hanno impiegato l’Afghanistan come base di attacco contro l’URSS, ed a partire dal 1950, anche contro la Cina. Gli americani intendevano prendere il controllo del Paese; a tal fine, dal 1978, hanno appoggiato dapprima i mujahiddin ed il signore della guerra Gulbuddin Hekmatyar, sperando invano che costui potesse unificare il paese. Poi, hanno cercato di basarsi sui Talebani, come possibile fattore di stabilizzazione.
L’Afghanistan è pure importante in quanto terra di passaggio per il petrolio ed il gas provenienti dalle repubbliche dell’Asia centrale. L’azienda petrolifera americana, Unocal, espleta un ruolo essenziale nella posa di questi oleo e gasdotti; ma poiché il paese è spezzettato in piccoli territori dominati dai rispettivi signori della guerra,la situazione è ovviamente assai difficile. I Talebani avrebbero dovuto unificare e rappacificare il Paese. Ma dal 1999 è risultato che essi erano in realtà incapaci di controllare completamente il Paese, per cui gli americani hanno auspicato un governo di coalizione, e la risposta al rifiuto dei Talebani è stata la guerra.

Voi siete entrambi comunisti dichiarati. Non temete che il vostro libro venga classificato come propaganda antiamericana del PTB?

Pol De Vos
In certi ambienti il libro sarà certo oggetto di attacchi. Si vedrà se costoro ricorreranno agli stessi metodi adottati da noi, o se la prenderanno col contenuto del libro. Ci siamo basati su documenti e citazioni; se parliamo dell’aggressività USA attingiamo il nostro materiale da comunicati e documenti ufficiali del governo americano, riportando sistematicamente tutte le fonti, per lo più reperibili su Internet, per cui il lettore può verificare da sé che cosa dicono le autorità americane.

Citate pure il presidente del PTB, Ludo Martens, che l’11 settembre si trovava a Kinshasa, capitale del Congo. Pare che i congolesi siano stati entusiasti di quei fatti. Che ne pensate?

Peter Franssen
Bisogna figurarsi per un istante di essere colombiani o congolesi, nel qual caso tutto il mondo cambia aspetto. Nel libro abbiamo riportato il racconto di Juvénal Sibomana, congolese residente in Francia. L’11 settembre, casualmente si trovava nella città congolese di Bukavu, occupata dell’esercito ruandese appoggiato dagli USA. Quest’uomo ha constatato l’euforia della popolazione alla notizia del crollo dei grattacieli del WTC. Guardando la cosa con occhi occidentali, è difficile comprendere che cosa significhi, come sia possibile un atteggiamento del genere; ma se si considera che la guerra in Congo, orchestrata dagli USA, ha già fatto quattro milioni di morti, non è vero che tutto cambia? Credo che nel 1944 non pochi avrebbero plaudito ad un ipotetico attentato contro degli edifici tedeschi simbolo del potere nazista, anche a prezzo di vittime innocenti.

Pol De Vos
Molti sono stati urtati alla vista di donne e ragazzi palestinesi che ballavano in strada dopo gli attentati, ma dal punto di vista arabo, ciò era logico. Israele da cinquant’anni fa la guerra al popolo palestinese, e non lo avrebbe potuto fare senza la copertura degli USA; normale quindi che la comunità araba reagisca con soddisfazione al vedere che gli USA non sono così invincibili come pretendono; e ciò non vale solo per la comunità araba. In una manifestazione brasiliana a Rio de Janeiro, cui facciamo riferimento nel libro, sugli striscioni stava scritto: ”Un minuto di silenzio per le vittime di New York, 59 minuti per le vittime della politica USA.”

Perché avete intitolato il capitolo finale L’ultima guerra dell’ America?

Peter Franssen
Se si considera l’elenco dei Paesi cui gli USA hanno fatto guerra dal 1989, e l’elenco che Bush rimugina nel suo cervello, si dice: questa è una superpotenza intoccabile, che fa guerra quando e dove vuole. Ho condiviso quest’impressione fino a quando ci siamo dedicati alla redazione del libro; ma mi sono dovuto ricredere. L’ America è certo una grande potenza, però di fatto sorprendentemente debole. Sul piano economico, gli USA hanno fatto virtualmente fallimento; il loro debito estero è il più grande di tutto il mondo; non possono consentire che uno o più Paesi si sgancino dal loro complesso economico; ma sono deboli anche sul terreno politico.Nel cuore dell’ Africa, hanno dovuto organizzare la guerra contro il Congo, per spuntare le ali al rinato movimento per l’indipendenza nazionale; in Asia, un numero crescente di Paesi si rivolgono verso la Cina, giacchè quest’ultima sembra immunizzata contro la crisi economica che infierisce in tutte le altre parti del mondo. In Colombia, rischiano d’impantanarsi in un nuovo Vietnam,con l’effetto di esser condannati da tutto il continente; infine, in casa loro,devono far fronte ad un giovane e forte movimento anti-globalizzazione. In tali circostanze, Bush e soci vengono a dire che la guerra contro l’Afghanistan è solo l’esordio di un conflitto di lunga durata contro molteplici obiettivi; ma la resistenza aumenta progressivamente con ogni nuova fase di una tale guerra: se l’imperialismo americano non perde militarmente, sul campo, finirà per essere sconfitto e respinto dal proprio popolo e dai propri soldati.
Pochi giorni fa, ho parlato al telefono con un giornalista olandese, per un’intervista televisiva. Quando gli ho spiegato il significato di quel titolo, L’ultima guerra dell’America, per un attimo è rimasto senza rispondere, poi ha esclamato: “Ma quanto ottimismo!”. Proprio così: gli USA sono come un gatto messo alle strette, che soffia e graffia. È un disastro per il mondo, ma pure un segno che stiamo arrivando alla fine della pellicola. Il nostro è un ottimismo realistico.

traduzione a cura di Fernando Visentin