I primi passi di Bush junior alla Casa Bianca

I primi passi di Bush junior e della sua squadra alla Casa bianca muovono in direzione di una duplice avventura: il rilancio dello “scudo” anti-missile, ereditato dall’epoca di Reagan, e l’impegno in prima persona per rovesciare Saddam Hussein. Il tentativo di coinvolgere gli alleati europei e i dirigenti arabi moderati ha visto alternarsi un’arroganza addirittura brutale e un linguaggio più cauto, che può essere letto come manifestazione di doppiezza o come il segno di una divisione all’interno del nuovo gruppo dirigente, si sono alternati nel tentativo di coinvolgere gli alleati europei e il mondo arabo in questo “gioco col fuoco”. La partita ha già una storia, ma il risultato finale è imprevedibile.
Vediamo brevemente i fatti nella loro successione.
Per prima è stata annunciata la decisione di realizzare (“con gli alleati se lo vogliono, altrimenti questi possono andare al diavolo”) il progetto dello “scudo” anti-missile. Era, per Bush, la prima di cinque priorità, e la sua gravità risalta pienamente dal contesto.
Con Il trattato sulla limitazione dei sistemi anti-missile balistico (Abm) – solo in apparenza difensivi, in realtà parte integrante della strategia nucleare offensiva – Urss e Stati uniti avevano dato nel maggio del ’72 il segnale di un’inversione della corsa agli armamenti nucleari. Ora, quel trattato, che aveva avuto e continuava ad avere irriducibili oppositori in ambienti repubblicani legati al “complesso militare-industriale”, è stracciato, Washington sfida tutti a un nuovo round, i cui oneri rischiano di travolgere le economie più deboli.
Il progetto della National missile defence (Nmd) non ha le dimensioni di quello reaganiano, vittima, almeno in parte, della sua stessa irrealtà, ed è la risposta a una diversa “minaccia”: quella che verrebbe dall’Iraq, dall’Iran, dalla Corea del nord, descritti come “Stati teppisti”, irresponsabili e perversi, padri e protettori del “terrorismo internazionale”. Ma si deve anche tener presente che questa variante riflette fondamentalmente le vedute di un’ala del partito ultra-conservatrice, orfana del “reaganismo” , sorda alle istanze dell’Europa e fautrice di un riorientamento della politica estera in direzione dell’Asia e del Medio oriente. Tutti i paesi nominati come portatori di una “minaccia” e altri chiamati in causa, come la Cina, l’India e il Pakistan, in quanto hanno acquisito, o sono prossime ad acquisire, potenzialità di offesa nucleare, appartengono a questa area geografica e hanno in comune non tanto un’astratta e immotivata perversità ma l’essere stati, in momenti diversi, oggetto delle mire, degli intrighi e delle pulsioni punitive degli Stati uniti. La Corea del nord giustifica il suo programma nucleare con la presenza, a sud del 38° parallelo, di decine di migliaia di soldati americani, nonostante sia trascorso quasi mezzo secolo dalla guerra. Analoga è la situazione dell’Irak mentre l’Iran ha nella sua storia decenni di lotta contro una monarchia e una dittatura imposte da Washington. Tutti e tre si sono detti disponibili a un dialogo senza sopraffazioni.
Giustamente, dunque, la scelta a favore della difesa-offesa missilistica, imposta dai repubblicani a Clinton sul finire degli anni Novanta e ora riconfermata e gestita in proprio, è stata ed è contestata da un fronte di organizzazioni politiche e scientifiche che accusano Bush e il nuovo segretario alla difesa Runsfeld, uno dei principali artefici, di confondere deliberatamente le possibilità tecniche, esse stesse gonfiate ad arte, con una volontà politica tutta da dimostrare., edi trascurare altre vie, meno costose e meno pericolose, per il consolidamento della sicurezza.
Va detto, a questo punto, che le prime settimane di vita dell’amministrazione Bush hanno dato luogo a chiarimenti sia per quanto riguarda la gravità della svolta verso il peggio, che essa prospetta, sia per la debolezza e la speciosità delle argomentazioni e per la dissonanza delle interpretazioni cui esse si prestano. Difficile dire quanto pesi, in quest’ultima circostanza, un gioco delle parti e quanto sia, invece, attendibile l’ipotesi di una divisione del gruppo dirigente.
Runsfeld, nell’annunciare agli alleati europei, in un convegno a Monaco, la decisione relativa ai missili, l’ha presentata come irrevocabile, negando loro il diritto di dissentire sul merito. Nel primo incontro ufficiale con gli atlantici, a Bruxelles, il generale Colin Powell, nuovo segretario di Stato, ha assicurato invece che si è “pronti a un dialogo con tutti, prima di prendere una decisione definitiva”. Una contraddizione che qualcuno spiega anche con i tempi del programma: la fase di studio e sperimentazione dovrebbe concludersi nel 2003, ma fino a questo momento il dato che emerge è che i missili “difensivi” non riescono a colpire i loro bersagli,
.Più significativo, forse, un altro episodio. Pochi giorni dopo l’incontro di Monaco, Powell ha reso una visita fuori programma al “palazzo di vetro” dell’Onu, organizzazione per la quale notoriamente Washington non ha particolare considerazione. Iniziativa non formale. Il visitatore si è lungamente intrattenuto con il segretario generale, Kofi Annan , e con i delegati delle altre potenze che occupano seggi permanenti al Consiglio di sicurezza: la Russia, la Cina, la Francia, che è la più ferma nell’opporsi al progetto Nmd, e la Gran Bretagna, che, invece, sostiene Bush. Powell ha parlato in termini che hanno interessato gli interlocutori di tutti i problemi sul tappeto, comprese le relazioni tra Washington e l’Onu, che entreranno, ha detto, in una nuova fase, ma ha dato particolare rilievo alla questione dei rapporti con Baghdad. Le sanzioni, ha detto, possono essere “rivedute” per alleviare le sofferenze dei civili ed essere più efficaci sul piano militare. Ha mostrato anche attenzione per le indicazioni che Annan, incaricato dall’organizzazione di incontrare gli irakeni in veste di “mediatore”, avrebbe eventualmente raccolto.
Tre giorni dopo, la ripresa in forze degli attacchi aerei americani e britannici sulla periferia di Baghdad e su altri obbiettivi non militari irakeni trasmettevano un messaggio radicalmente diverso; più conforme, nella sostanza, a quello che la signora Condoleezza Rice, consigliere di Bush per la sicurezza nazionale, diede alla Convenzione repubblicana nello scorso agosto, quando spiegò che con il termine “contenimento”, riferito a Saddam Hussein, si deve intendere un processo comprendente tre elementi: la riorganizzazione di una coalizione di Stati a lui avversa, l’appoggio a forze dell’opposizione e la continua ricerca dello scontro, fino ad arrivare all’impiego di una “potenza decisiva”, che lo rovesci.
Il problema di fondo, qui, è che, come lo stesso Powell ha ammesso, il sistema delle sanzioni ha finora penalizzato i civili irakeni molto più che Saddam. Il segretario di Stato, nella sua prima tournée in cinque capitali arabe – Il Cairo, Damasco, Amman, Kuwait e Riad – deve aver colto una sostanziale riluttanza dei suoi interlocutori a porre mano a una coalizione araba finché l’embargo ha questo effetto su un popolo fratello e nel momento in cui Washington respinge all’ultimo posto tra le sue priorità la fine dell’occupazione nei territori palestinesi e sul Golan. Di qui una programmatica prudenza nel linguaggio, come fa chi si rende conto che l’altro ha ragione e che occorre procedere per gradi. Di qui, anche, la decisione di andare oltre la consegna ricevuta di tenersi sulle generali, nell’incontro con Sharon a Gerusalemme, e di criticare il blocco israeliano di Gaza.

Il discrimine tra Powell da una parte, la Rice e Rumsfeld dall’altra è labile. Trudy Rubin, scrivendone sul Philadelphia Inquirer, lo riassume in una frase: il segretario di Stato “ha un piano”, laddove gli altri “sognano”. Il suo piano per “sanzioni mirate” è soltanto la scelta “meno cattiva”. Ma tanto basta perché incorra nelle ire di Bush e dei suoi più rozzi colleghi di governo. “Lo chiameranno imbranato e peggio. Probabilmente si ritroverà nei guai”.