I “popoli di Seattle” e i “popoli di Durban”

Per far cambiare qualcosa in Turchia, devi morire. Le parole, riferite ad un osservatore europeo da un prigioniero politico turco ormai allo stremo dopo mesi di sciopero della fame, rivelano come un pugno nello stomaco una verità ancora poco compresa.
Quando le dirette televisive e le agenzie di informazione hanno cominciato a rendere visibile quello che stava accadendo a New York e a Washington l’11 settembre, propabilmente il mondo in cui viviamo si è spaccato in due. È propabile che da Bogotà a Jakarta si sia esultato mentre da New York a Varsavia abbiano prevalso lo sgomento e la condanna. La divisione geografica, politica e morale del mondo non può essere liquidata sulla base del cinismo degli uni o dei valori morali degli altri.
È evidente come la percezione del fatto che il terrore abbia questa volta investito il cuore economico e militare degli Stati Uniti, sia stata molto diversa tra coloro che questo terrore lo sperimentano da anni sulla propria pelle e chi, anche opponendosi alla guerra, lo ha vissuto o combattuto solo sugli schermi televisivi o nel fuoco della dialettica politica.
Questa diversa percezione delle contraddizioni del mondo reale è rimbalzata e si è evidenziata anche nelle riunioni, nei documenti e nelle sensazioni del composito “popolo di Seattle”. Qua e là sono riemerse posizioni che hanno ribadito l’estraneità della cultura politica occidentale – anche di quella antagonista – alla logica che può portare al suicidio/omicidio, alla “morte di sé e degli altri” come strumento di denuncia estrema di situazioni di oppressione insopportabile. Sono circolati luoghi comuni sul fondamentalismo islamico, distinguo sempre più profondi e un disagio diffuso a collocare la propria opposizione al modello capitalista e all’imperialismo oggi dominanti sul mondo. In alcuni casi abbiamo avuto l’impressione di una rivendicazione estrema della propria appartenza al modello occidentale come topos universale in grado di contenere comunque anche i germi di “un altro mondo possibile”.
Il disorientamento del popolo di Seattle non ci deve sorprendere più di tanto, perchè il segnale di questa possibile contraddizione o estraneità con i movimenti, i valori e le azioni estreme che emergono nel Sud del mondo, si erano già manifestati qualche settimana prima nella reticenza a mobilitarsi per la Palestina o in occasione della Conferenza mondiale dell’ONU sul razzismo svoltasi a Durban.
I documenti delle ONG africane, arabe e asiatiche che condannavano la politica israeliana come colonialismo ed il modello israeliano come razzismo, avevano rivelato l’estremo imbarazzo di molte ONG europee e scatenato la pesantissima offensiva mediatica dei commentatori e degli opinion maker occidentali contro la conferenza stessa. Non era estraneo a questa offensiva il tentativo di affermare con forza che il modello israeliano resta, in fondo e nonostante le sue contraddizioni, un esempio di democrazia e di civiltà occidentale piantato nel cuore della barbarie e dell’imperscrutabile mondo arabo. Si è riproposto in sostanza quel “peccato originale del Novecento” efficacemente indagato e documentato da Domenico Losurdo in un suo recente libro.
La rimozione del colonialismo e della estraneità della cultura occidentale nel resto del mondo sono penetrati anche nella formazione culturale e politica di diverse generazioni della sinistra occidentale, e il “popolo di Seattle” non poteva rimanerne immune. In Italia, per fare un esempio, è praticamente impossibile aprire un dibattito sulle responsabilità e i crimini del colonialismo italiano in Libia, Etiopia, Balcani. Scattono automaticamente veti pesantissimi ed ostracismi di ogni tipo, che solo rari e coraggiosi storici come Del Boca hanno avuto il coraggio di denunciare. In queste condizioni, la formazione di una cultura internazionalista deve attraversare ostacoli spesso invisibili ma insormontabili.
Il “popolo di Durban” ha così svelato il permanere di una contraddizione irrisolta tra i movimenti progressisti o antagonisti europei e americani con quelli dell’area Tricontentale (Asia, Africa e America Latina). Il terzomondismo di alcuni intellettuali europei è ripiegato rapidamente così come era esploso, e la stragrande maggioranza di costoro li abbiamo visti due anni fa applaudire i bombardamenti della NATO contro la Jugoslavia. Con questa contraddizione il popolo di Seattle e il popolo di Durban devono fare i conti, e devono farli anche in tempi rapidi, perchè gli attentati di New York e Washington vengono spudoratamente utilizzati non solo per ammutolire gli oppositori interni ma anche per allargare questa contraddizione dipingendola come scontro di civilità su cui schierarsi e appiattirsi. Chi rompe questo schema è praticamente un “disertore”, esattamente come tali vengono considerati quei pochi ma coraggiosissimi israeliani che si oppongono al colonialismo e all’oppressione contro i palestinesi.
Non sappiamo in quali occasioni o su quali ponti sarà possibile costruire l’alleanza tra i popoli di Seattle e i popoli di Durban. Una volta “l’internazionalismo proletario” aveva fatto sì che coloro che lottano si trovassero dentro uno stesso fronte o addirittura dentro la stessa organizzazione internazionale. Al momento appare difficile vedere nel Social Forum di Porto Alegre la stessa consapevolezza, la stessa sintonia e la stessa centralità di interessi di classe.
Serve ancora uno sforzo, grande e pervicace, per far guardare negli occhi i giovani arabi, africani, asiatici e i giovani occidentali e per riconoscersi seriamente sullo stesso fronte di lotta.