I giorni di Melfi

*segretario Circolo Prc Valle del Noce (Potenza)

LA VERTENZA, LE CARICHE DELLA POLIZIA, IL PUNTO DI VISTA OPERAIO SULLE ORGANIZZAZIONI SINDACALI E SULLA GUERRA: I TEMI DI UNA TAVOLA ROTONDA CON ALCUNI DEGLI OPERAI DELLA FIAT CHE SONO STATI ALLA TESTA DELLE LOTTE.

Il dibattito apertosi in Italia a partire dal referendum dello scorso anno sull’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, sino ad arrivare all’accordo raggiunto con la Fiat dagli operai di Melfi dopo 21 giorni di picchetti, ha rivelato la centralità che oggi continua a conservare la contraddizione capitale/lavoro.
Una centralità che si configura come questione salariale, come questione dei diritti e delle tutele del lavoro, come questione della rappresentanza sociale e politica del lavoro.
Riemerge in sintesi una centralità operaia che non solo ha posto fine a quella lunga fase di “silenzio” cui sembravano essere caduti i metalmeccanici dopo la sconfitta del 1980, ma che ribalta anche le tesi di chi, in questi anni – a destra come a sinistra – ha ritenuto di dover mandare in paradiso tanto la classe operaia quanto lo stesso lavoro inteso come valore universale e come garante del modello democratico.
Ma accanto alla centralità della questione operaia, Melfi – la fabbrica integrata fiore all’occhiello dell’industria automobilistica italiana, il “giardino verde” della Famiglia dove è nata la nuova figura antropologica del metalmezzadro – ha messo in risalto la centralità di un’altra questione da troppi anni abbandonata negli scantinati della “modernità”: la questione meridionale.
I 21 giorni di lotta, affrontati con grande determinazione da parte delle operaie e degli operai della Piana di San Nicola, hanno dimostrato che in quel Mezzogiorno da sempre culla dei soprusi dei potenti, ed in cui la Fiat è arrivata (sotto le vesti della Sata) a “riscuotere” quelle gabbie salariali e quelle politiche di precarizzazione regalategli dai governi succedutisi negli ultimi quindici anni, qualcosa sta cambiando. Quei 21 giorni hanno dimostrato che i figli, i nipoti di coloro che negli anni ’50 e ’60 avevano dovuto lasciare le terre dei padri per andare a lavorare nelle fabbriche del nord, dopo aver accettato per dieci anni turni di lavoro massacranti, angherie di ogni genere (duemilacinquecento i provvedimenti disciplinari dell’ultimo anno) e salari ridotti, non accettano più di essere lavoratori di seconda categoria.
Nei “giorni di Melfi” si è parlato spesso anche della “vicenda Scanzano” e di come questa sia stato il vero motore della conflittualità operaia della Fiat-Sata. Certo, Scanzano ha rappresentato un momento importante per la ripresa della conflittualità nel Mezzogiorno, così come da Seattle in poi la nascita del cosiddetto movimento dei movimenti ha rappresentato un elemento fondamentale per la ripresa della conflittualità e dell’opposizione mondiale al neoliberismo. In questa direzione Scanzano ha rappresentato una novità sul piano della riacquistata capacità di mobilitazione di una intera popolazione, ma rimane una battaglia trasversale, lontana dal carattere classista proprio della vertenza operaia apertasi a Melfi. Come dicevamo Melfi è innanzitutto la lotta di classe di una nuova generazione di lavoratori che rifiuta la ghettizzazione sociale e geografica in cui essa è relegata; è la lotta di una nuova generazione di lavoratori che chiede diritti e tutele al pari dei loro padri e della loro stessa generazione che risiede nel Nord del paese. Se un parallelo della stessa portata si vuole trovare, bisogna ritornare a quell’ondata di mobilitazione straordinaria rappresentata dalla occupazione delle terre, e che ebbe vita proprio nel Mezzogiorno e nella Basilicata all’indomani della seconda guerra mondiale. Allora come oggi una generazione di lavoratori cercò di creare un blocco democratico che si contrapponesse al quadro dominante, ieri rappresentato dai latifondisti della terra, oggi dall’impero Fiat.
Ed è con questo impero che dobbiamo fare i conti: con la sua arroganza e con l’aggressività di un blocco sociale economico e politico, garantito oggi dalle destre al governo. Ma Melfi ha dimostrato che contro di esso si può e si deve resistere; contro di esso si possono conquistare vittorie importanti. Da qui la necessità, per la sinistra e per i comunisti, di analizzare, conoscere e, conseguentemente agire. Da qui la necessità di questo dialogo con tre operai di Melfi, tutti e tre protagonisti delle giornate di mobilitazione e della vertenza, in quanto tutti e tre delegati Fiom che per anni si sono imbattuti nella difesa delle istanze dei loro compagni e che per anni hanno subito le discriminazioni e le ripercussioni messe in campo dall’azienda. A Dino MINISCALCHI, a Pietro ORLANDI e ad Angelo COVELLA rivolgiamo le seguenti domande.

Diciannove giorni di picchettaggio, un’adesione alla lotta con punte del 98%, quattro cariche della polizia – il cui coordinamento è stato assunto direttamente da un commissario straordinario inviato da ministro degli interni – e l’arrivo di molti leader politici del centro sinistra. Sul piatto della bilancia una vertenza sindacale che aveva tra i suoi obiettivi la parità di trattamento tra tutti i lavoratori dell’azienda: eliminazione della “doppia battuta”, miglioramento delle condizioni dei lavoratori, aumento salariale. Come si è arrivati a questa straordinaria vertenza?

Dino. Credo che la data di nascita della straordinaria mobilitazione di Melfi e dei 21 giorni di lotta deve essere necessariamente collocata nel lontano luglio del ‘93, ossia nella data in cui un accordo sindacale inaugurava, insieme alla lunga fase della concertazione, l’insediamento del più grande stabilimento Fiat in Europa. Un accordo che non posso non individuare come il vero precursore delle varie leggi in favore della precarizzazione estrema del lavoro, sino ad arrivare alla legge 30.
Ovviamente collocare in quella data la nascita di quello che è successo, per 21 giorni, nella Piana di San Nicola, deve servire a anche da ricostruzione a quel fenomeno decennale che è rappresentato dal “modello Melfi”, ossia a quel fenomeno che ha portato nel cuore del Mezzogiorno la più grande ed efficiente fabbrica dell’industria automobilistica (multi)nazionale. Deve servire a capire perché si decideva di portare, in una regione da sempre votata all’agricoltura, la cui popolazione nulla aveva mai avuto a che fare con un qualsiasi modello industriale (se non per mezzo delle emigrazioni degli anni ’60). Ovviamente la risposta a tale domanda è immediata: il motivo per cui la Fiat decideva di trasferire gran parte della sua produzione automobilistica in Basilicata era dovuta alla presenza di una immensa manodopera disponibile e che, per la sua disponibilità e per ragioni storiche precise, non conosceva da decenni forme conflittuali con i grandi sistemi di potere. Una forza lavoro che, inserita appieno nella fine del sogno contadino e nella disperazione della disoccupazione ormai strutturale, sarebbe stata di per sé flessibile e disposta ad ogni condizione, purché lavorasse. Ovviamente a fare da cornice dovevano esistere accordi sindacali ben precisi: ecco il significato dell’accordo del luglio del ’93. Una cintura, quella dell’accordo, che ha permesso un dominio assoluto da parte dell’azienda, la quale trovava, nelle forze politiche e istituzionali, grande disponibilità. Un dominio volto alla cancellazione di qualsiasi diritto sindacale, come è apparso subito chiaro sin dalla frequentazione dei corsi formativi a Torino, quando era fatto divieto agli aspiranti operai di partecipare alle assemblee che si svolgevano nella fabbrica di quella città.
Il ritorno a Melfi ha visto subito impegnata l’azienda in un lavoro di ricatto antisindacale attraverso lo strumento del mancato rinnovo del contratto. Sono gli anni in cui bastava la semplice partecipazione ad un’assemblea per venire iscritto nel “libro nero” dell’azienda. Ma a questo “moderno” ricatto, reso praticabile dalla nuova legislazione dei “contratti di formazione”, sono subito seguiti i ricatti tradizionali (come ricorda il caso Arese degli ultimi anni ’80) quali i cambi forzati di turno o – ancora peggio – di reparto. Questo fino al ’96-’97, gli anni in cui l’arrivo di un nuovo staff dirigenziale da Torino, finalizzato alla formazione di nuovi quadri intermedi, ha portato alla vera e propria divisione dei lavoratori attraverso le promesse degli avanzamenti di carriera.

Pietro. Nell’individuare il percorso che ha portato a quei 21 giorni di mobilitazione bisogna precisare che, pur nella spontaneità del carattere della mobilitazione, già negli ultimi mesi si notava un cambiamento negli atteggiamenti dei lavoratori: al clima di sfiducia che in questi anni si era insinuato all’interno dello stabilimento si andava sostituendo una presa di coscienza tra tutti i lavoratori. Il tentativo sistematico – da parte dell’azienda – di eliminare l’attivismo sindacale, accompagnato dal clima repressivo che si è esteso anche a quegli operai sino ad allora “tranquilli”, ha portato ad una esasperazione tale da estendere le frustrazioni accumulatesi per anni. Di lì alla straordinaria adesione alla lotta il passo è stato breve. Oggi si tratta – per il sindacato – di capitalizzare il consenso ottenuto, ascoltando le istanze dei lavoratori.

Angelo. I ventuno giorni davanti i cancelli nascono in modo spontaneo. Per noi sindacalizzati è stata una sorpresa, anche se frutto di un lavoro durato anni. Anni in cui noi rappresentanza della Fiom, insieme ad altre sigle minori, abbiamo sempre cercato di denunciare e sollevare i gravi problemi che esistevano all’interno della fabbrica. Da anni assistiamo a centinaia e centinaia di provvedimenti disciplinari, di discriminazioni, di isolamento. In ogni caso questa lotta ci ripaga ampia-mente di questo lungo lavoro che sembrava non dare frutti; invece alla fine i frutti sono arrivati e la vittoria ottenuta con questa vertenza diventa storica.
L’accordo ha rappresentato un vero spartiacque, e storico rimane il suo valore: sia sul piano strettamente sindacale che su quello politico. Nei giorni della lotta abbiamo registrato una forte solidarietà da parte delle forze politiche di sinistra, soprattutto da parte del Prc…Un parlamentare di questo partito, Nicki Vendola, è stato presente dal primo momento, dimostrando interesse vero per lotta delle lavoratrici e dei lavoratori. Anche la manifestazione nazionale convocata nella Piana di San Nicola ha registrato una partecipazione straordinaria ed inaspettata. Purtroppo non abbiamo però avuto la stessa attenzione da parte del Presidente della Regione Filippo Bubbico. Credo che dopo cariche della polizia ingiustificate come quelle verificatesi a Melfi, un presidente regionale democratico debba intervenire con forza nella condanna degli avvenimenti.

Tra l’azienda ed alcuni sindacati un accordo separato era già stato raggiunto: un accordo che aveva escluso la Fiom. Ma la vostra lotta ha dimostrato da un lato che un accordo senza il consenso dei lavoratori non è un vero accordo; dall’altro che la Fiom continua a rappresentare il sindacato che maggiormente incarna le aspirazioni dei lavoratori (dimostrato anche dall’adesione alla lotta della base delle altre sigle sindacali). Cosa sta cambiando all’interno delle relazioni sindacali a Melfi e in tutto il paese?

Angelo. Le relazioni sindacali dopo la vertenza sono cambiate nettamente ed in positivo, almeno apparentemente. Un cambiamento che avviene in due direzioni: tra i lavoratori, molti dei quali ci chiedono spontaneamente la tessera della Fiom, pur non avendo mai avuto tessere sindacali o avendo avuto quella di altri sindacati. Oggi sono i lavoratori e le lavoratrici che ci chiamano anche a casa per chiedere di iscriversi con noi. Inoltre un cambiamento di clima si registra nelle relazioni tra rappresentanti sindacali e responsabili dell’azienda. Fino ai giorni della lotta era – per noi Rsu – praticamente impossibile riuscire ad avere colloqui con capireparto e responsabili, oggi ti invitano magari a bere un caffé insieme. Almeno oggi possiamo dire di aver recuperato quella dignità di esseri umani, oltre che di lavoratori, che fino a ieri l’azienda ci negava.

Pietro. Ha ragione Covella quando descrive un cambiamento multidirezionale delle relazioni sindacali interne alla fabbrica. Innanzitutto cambiano le relazioni tra sindacati: un esempio valga per la vicenda delle ferie di agosto. Alle richieste della Fiom, protagonista insieme ai sindacati di base nei giorni della vertenza, si sono associate tutte le altre sigle, finora restie ad accogliere le richieste dei lavoratori. Si è prodotta di fatto una unità di azione, anche se indotta dalla grande egemonia dei sindacati vicini ai bisogni degli operai. Quanto al miglioramento dei rapporti tra sindacato e azienda, è stato visibile sin dal giorno dopo la firma dell’accordo. Aspettiamo però che questo cambiamento di relazioni non rimanga solo una questione di facciata o di gentilezza. Aspettiamo le Commissioni, dalle quali ci aspettiamo un annullamento dei gravi provvedimenti disciplinari che l’azienda ha emanato a danno di lavoratori. Tra questi ricordiamo le decine e decine di recidive, ossia preavvisi di licenziamento.
Infine registriamo uno straordinario aumento delle iscrizioni alla Fiom: già il primo giorno di rientro in fabbrica abbiamo aumentato il numero di iscritti con l’entrata in Fiom di 100 lavoratori.

Dino. Anche parlare di relazioni sindacali oggi significa parlare della storia sindacale di Melfi. Dicevamo che l’arrivo della Fiat a Melfi era favorito dall’assenza di una classe lavoratrice sindacalizzata. Le prime rappresentanze di fabbrica erano giovani ed inesperte, con l’aggravante degli accordi del ’93 che rendevano qualsiasi azione sindacale inefficace. Nessuna agibilità era permessa a noi giovani sindacalisti che, anche per la richiesta di un’ora di sciopero, dovevamo aspettare diverse settimane. Un’azione sindacale resa ancora più difficile dall’isolamento in cui si sono venute a trovare le Rsu sia da parte delle centrali sindacali, sia da parte delle centrali politiche, entrambe convinte che gli elementi positivi di questo modello sarebbero arrivati e che dovessero essere valutati in un arco di tempo medio- lungo : un arco di tempo che ha permesso alla Fiat di violare i più bassi parametri della dignità delle persone e dei lavoratori. Tale isolamento ha portato spesso ad un divario nello stesso sindacato: abbiamo assistito all’isolamento di sindacalisti che, abbandonati a se stessi, erano costretti ad assumere comportamenti molto radicali, a volte inefficaci, ma la cui responsabilità risiedeva in quei comportamenti che si erano annidati nelle aree più moderate del sindacato, le quali mantenevano comportamenti che andavano al di là della già antidemocratica pratica della concertazione. Tutto questo ha rappresentato una gabbia, che non permetteva relazioni sindacali capaci di intraprendere azioni efficaci nella difesa del diritto dei lavoratori.
Ma all’isolamento delle rappresentanze più avanzate si è accompagnato l’ostracismo dell’azienda, la quale, come hanno ricordato anche gli altri compagni, era tesa ad una costante e scientifica soppressione di qualsiasi diritto e della stessa dignità. Basti dare un’occhiata al numero di provvedimenti disciplinari che ha contraddistinto Melfi.
Oggi chiediamo alle forze politiche di sinistra e progressiste, oltre all’abrogazione della legge 30, una legge sulla rappresentanza sindacale che miri a rendere obbligatoria una consultazione tra i lavoratori alfine di convalidare democraticamente gli accordi sottoscritti dai delegati. Senza una tale legge, ogni miglioramento delle relazioni sindacali è reso monco ed inefficace.

A Melfi sono arrivati molti leader del centro sinistra. Però Rutelli, solo poche settimane fa, si è mostrato disponibile a dialogare con il governo sulle questioni sociali e sulle politiche di precarizzazione del lavoro, a partire dalle pensioni sino ad arrivare alle gabbie salariali. Ma non solamente sui temi sociali abbiamo registrato una opposizione a tratti inadeguata: penso alla posizione tenuta per mesi dal triciclo sulla guerra in Iraq e sulla presenza del contingente italiano in quel paese. Come si pongono oggi gli operai nei confronti della guerra?

Pietro. Noi lavoratori continuiamo a mantenere una forte criticità nei confronti della guerra in Iraq. Così come ribadiamo il nostro disappunto per i ritardi con cui il centro sinistra, nella sua anima moderata, è arrivato alla richiesta di ritiro del contingente italiano dall’Iraq.
La nostra opposizione continua a tradursi nella richiesta di rispetto dell’art. 11 della Costituzione, e nella condanna della violenza, compresa quella esercitata dagli Stati.

Dino. Netto è il giudizio di contrarietà che gli operai sono venuti maturando sulla disponibilità, da parte di esponenti del centrosinistra, di dialogare col governo sulle questioni sociali. I 21 giorni di Melfi hanno inequivocabilmente espresso un’assoluta contrarietà alle politiche neoliberiste espresse da questo governo. Altrettanto netta rimane la nostra posizione di contrarietà alla guerra in Iraq che, come tutte le guerre – e cito, parafrasandolo, Brecht – sono fatte nell’interesse dei potenti e a discapito della povera gente, sia dei paesi vinti che dei paesi vincitori. Oggi è chiara ed evidente la matrice imperialista di questa guerra: da un lato il tentativo di appropriarsi di ingenti quantità di petrolio da parte degli Usa, dall’altro quella di completare il proprio controllo militare in un’area molto calda del pianeta.

Angelo. Il tema della guerra è stato, sin dal primo momento, molto sentito tra le lavoratrici e i lavoratori, anche se nei giorni della lotta e della vertenza esso ha un po’ comprensibilmente perso centralità. In ogni caso gli operai continuano ad esprimere grande opposizione nei confronti di una guerra che, dopo aver mancato il suo obiettivo propagandistico (le armi di distruzione di massa), ha reso chiari gli interessi economici che la animano.
Una considerazione a parte merita il fatto che, mentre il governo Berlusconi taglia sullo stato sociale ed agevola l’estrema precarizzazione del mondo del lavoro, contemporaneamente decide di spendere migliaia e migliaia di euro per una guerra illegale ed illegittima.