I due fronti della battaglia

Non si tratta certo di fare oroscopi, ma si apre per davvero un anno decisivo per le sinistre, almeno in Italia. E tira aria grama. Lo dicono le bombe di dicembre: quella al Duomo di Milano e quella alla redazione di Roma del Manifesto. Lo annunciano le iniziative delle destre, in verità scarsamente contestate, che prendono slancio, è vero, dai libri di testo da riscrivere, per arrivare alla negazione del “valore storico e morale dell’antifascismo”, tentando quell’equiparazione tra estremi definiti analoghi, fascismo e comunismo, che già Ernst Nolte sosteneva e Walter Veltroni, considerando “il comunismo la tragedia del secolo”, andava di recente a legittimare. Promette aria grama per le sinistre anche Cesare Previti quando, ritornando in scena, minaccia il “guai ai vinti”, la piazza pulita, qualora le destre vincessero le elezioni di primavera. Come è possibile. Spira aria grama, aria di regime. E, pertanto, “se tutto quel che non è destra” non si dà tempestivamente una mossa e blocca l’accondiscendenza verso “quel che è centro destra”, troveremo sicuramente qualcuno che, fra qualche mese, verrà a dirci che “…ma no, non è questo il fascismo”, e, sul quotidiano La Repubblica ad esempio, si faranno dotte analogie con Bottai o altri, e Berlusconi non ghignerà solo dai manifesti, come oggi, e i suoi federali governatori calcheranno ancor più la mano. Stanno solo aspettando, si preparano.
Potrebbe addirittura determinarsi un doppio comportamento delle destre: uno parlamentare, a connotazione perbenista, “gollista”, e un altro meno esposto a carattere concretamente dissuasivo, come fa intendere lo squadrismo verbale di Previti, e come fanno intendere certi movimenti, Forza Nuova ad esempio, o le formazioni di “guardie verdi” che la Lega Nord sta attrezzando e fa sfilare con tanto di divisa. Non so se stiano preparando “l’olio di ricino del 2000”, ma perché fingere di non vedere che in Italia, a differenza di Germania e Francia, è in gestazione di nuovo un fenomeno pericolosissimo? È allarmismo tutto ciò?
Guardiamo invece direttamente negli occhi la realtà, pericolosa in sé e ancor più pericolosa in quanto essa può indurre al silenzio, scoraggiare anche le voci critiche, come la nostra, indirizzate da tempo anche nei confronti di un centro sinistra che, con le sue precise scelte politiche, in materia economica e sociale, ha consentito, questa è la verità, che le destre, sdoganate culturalmente, avanzassero come lama nel burro, sino alla soglia del Governo nazionale, dopo aver conquistato via via la maggioranza delle Regioni e città strategiche, Milano da gran tempo ma, poi, addirittura Bologna.
Ma l’allarme delle destre che avanzano, pericolo diretto, potrebbe indurre le sinistre, anche quelle antagoniste, a fare quadrato, ma sulla posizione ipermoderata che ha originato questi guai. Questo sarebbe il pericolo indotto, il disarmo unilaterale. Sarebbe la preparazione non della sconfitta, alla quale si può sempre porre rimedio, ma del tracollo strutturale. Dobbiamo perciò, non sottostimando il pericolo diretto (le destre), mantenere sempre elevata la critica a una politica, quella del centro sinistra, che ha consentito che le destre rialzassero la testa, dopo il 96, e, insieme, combattere a fondo le destre, contrapponendo cultura a incultura, valori a controvalori. Non sarà semplice.

Cronaca di una morte annunciata

È arrivata a conclusione insomma la parabola della Bolognina. Quella traiettoria di alleantismo governista a finalità neoliberista, si sta schiantando. Eppure ci fu un momento in cui la correzione di rotta si rese possibile. Era l’autunno del 98, con quella Finanziaria. Si scelse invece, in un triste complotto di Palazzo, di imprimere una ulteriore forzatura in senso liberista. E fu l’inizio della fine. Non tanto mancò una maggioranza, invero c’era la fila per sostituire Rifondazione che veniva cacciata, ma venne a mancare una speranza e una politica. Certo non tutto è spiegabile nella meccanica della piccola Italia e nelle tempeste in un bicchier d’acqua della sua politica. La verità è che il mercato oggi ha vinto per le ragioni che non sono oggetto di questo scritto. E diviene attuale il manifesto di Popper e Friedman del 47, sul rovesciamento del keynesismo quale base per combattere il bolscevismo. In esso stava scritto: si rilanci la competizione sociale, basta con l’uguaglianza; si cambino i sistemi elettorali, basta con “una testa un voto”. Si anticipava la Trilateral, si cancellavano i presupposti non tanto dell’ottobre del 17, quanto della Rivoluzione francese. Oggi siamo, dopo l’89, nell’attuazione pratica di quei concetti, anche in Italia. Ma nell’autunno del 98 ci fu appunto un piccolo bivio. Fu imboccata la strada sbagliata per noi e quella giusta per il capitale. Da quel preciso momento le destre iniziarono la risalita, resa facile dal fatto che, quel centro sinistra puntellato da Cossiga, le anticipava sul loro terreno. Due esempi:
• L’Italia in guerra è il primo. Una guerra, quella della Nato e delle trasnazionali della globalizzazione, che non si è esaurita solo in quei selvaggi bombardamenti su un popolo inerme. Essa è proseguita con l’ignobile Missione Arcobaleno, con la quale si sono condotti affari sporchi sulla pelle degli orfani prodotti dalle bombe. Ma essa, la guerra, sta dispiegando tuttora i propri effetti con le atroci conseguenze –sui soldati italiani si dice, ma si pensi agli effetti sulle popolazioni massacrate due volte- degli ordigni a uranio impoverito. Questa è la violenza vera; verrebbe da gridare in faccia ai tanti e tanti ipocriti che poi si scandalizzano dinanzi alle sacrosante manifestazioni di piazza contro la globalizzazione o le visite in Italia di quel nazista di Haider!
• Le privatizzazioni sono il secondo esempio di come sia stata agevolata la risalita delle destre sospinta dal centro sinistra. Già Veltroni al Lingotto annunciava, giocondo, l’apertura di “una entusiasmante stagione di privatizzazioni!”. Solo che l’entusiasmo era tutto della Confindustria e delle famose trasnazionali appostate in attesa di far profitti sulle spalle del popolo e della “povera gente”.
Ma quando il lavoratore, il pensionato, il precario o il senza lavoro, guardano alla bolletta della luce, del gas, dell’acqua o al biglietto delle ferrovie (l’effetto di quella stagione) non provano nessun fremito di entusiasmo, anzi diventa naturale per loro, e per milioni e milioni di donne e uomini, non votare per chi rende loro più pesante la propria condizione di vita. E poi la scuola, la sanità, la previdenza. Ma ci siamo limitati a due esempi di come il centro sinistra, cercando di sottrarre terreno alle destre anticipandole sul loro terreno, dilapidi il proprio radicamento sociale, pur inerziale, e prepari il proprio suicidio. Il voto del 2001 è solo l’atto finale di un processo decennale. Però, ribadiamo ancora, esisteva la possibilità di fermare quel processo. C’era la concreta possibilità, in Italia, di scegliere, per analogia, tra la via di Jospin e quella di Blair. Taluno, appunto, ed era l’agosto del 98, citò, invero maliziosamente, la famosa “Nota aggiuntiva” di La Malfa del 62, indicandola quale via d’uscita praticabile per risolvere quella crisi di maggioranza. Ma quella Nota, di quel primo centro sinistra – che prefigurava la nazionalizzazione delle industrie elettriche (le baronie della luce che oggi ritornano), la riforma delle pensioni (solo qualche anno dopo sarebbe diventata il “lodo Brodolini”), la scuola media dell’obbligo, il piano delle acque e altre riforme- aveva in sé proprio quei contenuti che questo ultimo centro sinistra si apprestava a cancellare. Amaro paradosso. Quel primo centro sinistra, pur così carico di contraddizioni che il PCI di Togliatti e lo PSIUP non mancarono di sottolineare, dischiuse la strada alla lotta degli operai e degli studenti della fine del decennio, aprì allo Statuto dei diritti dei lavoratori e poi, se si vuole, alle vittorie referendarie, prima ed elettorali poi (delle sinistre), alla metà del decennio successivo. Questo ultimo centro sinistra annuncia la vittoria delle destre e, forse, la propria fine.

C’è una bandiera da risollevare

Se questo è il momento, se questa è la famosa condizione data, pur descritta crudamente, i comunisti devono sapervi ingaggiare battaglia per cambiarla. Oggi essa è battaglia su due versanti. Questo è il punto del quale bisogna avere piena coscienza. Come bisogna avere, nella battaglia sui due versanti, la consapevolezza di una nostra forza che oggi non è nemmeno lontanamente assimilabile a quella di cui, quasi 40 anni fa, disponevano il Pci (e lo Psiup). Però va data comunque battaglia contro l’avversario assolutamente principale, che va dal Polo ad An, dalla Lega all’integralismo cattolico. Ma non basta.
Va data anche battaglia, certo con modalità ben diverse, anche nei confronti di questo centro sinistra che si è ritratto dal conflitto, anche culturale con le destre, e, come un insieme di pecore rassegnate, va in transumanza verso il macello.
È necessario, dentro questo ultimo insieme, produrre almeno uno scatto d’orgoglio. Ma non ne vediamo traccia. Si guardi, ad esempio alla questione dei candidati Sindaci per il voto delle grandi città. Tutto avviene, nell’Ulivo, secondo l’antico rituale delle spartizioni –Roma a me, Napoli a te- in un gioco dei “4 cantoni” sulla barca che affonda. Guai però a cambiare rotta. Il gregge continua imperterrito il cammino.
Quando ad esempio si offre, come a Milano, un candidato come Dario Fo che, almeno nell’immaginario collettivo, rappresenta un’altra rotta, ebbene lo si impallina perché, per questi nocchieri senza bussola, è meglio proseguire nel cammino deciso che porta alla sconfitta bruciante, piuttosto che avere la dimostrazione che è su un’altra linea che si può essere almeno competitivi. Il centro sinistra pertanto, Milano è metafora del tutto, si merita la sconfitta che si sta preparando. Ma noi, che abbiamo a cuore un interesse generale, siamo di fatto in una morsa. Questa è la verità. Noi, i comunisti, siamo stretti, di fatto tra il pericolo concreto delle destre trionfanti – Berlusconi, Previti, e via via sino a Forza Nuova, passando per Formigoni, roba da far accapponare la pelle, altro che Bottai- e il fatto che, dovesse di converso affermarsi il centro sinistra, cosa difficilissima, esso poi andrebbe a ribadire la propria linea a carattere anch’essa liberista, certo più temperata, rispetto all’oltranzismo di regime che le destre promettono. Si tratta di farci capire. La nostra scelta di “non belligeranza” (una desistenza volontaria) che operiamo alla Camera dentro il ricatto del maggioritario, forse fa capire. La scelta, obbligata con questa legge elettorale antidemocratica, che operiamo al Senato, fa invece capire meno. Ecco il punto. Oggi, come nell’autunno del 98, quando avevamo ragione – e i fatti lo stanno dimostrando, come aveva torto chi operò la scissione- non fummo capiti. E le elezioni europee del 99 ci dissero quanto non fummo capiti. Si tratta allora di questo: farci capire già nel Partito e farci capire nell’elettorato. In poche settimane, con l’obbiettivo di superare le colonne d’Ercole del voto con il Partito in piedi.
Farci capire nel Partito. Noi affrontammo con grande coraggio il travaglio dell’autunno 98 ma non eravamo preparati agli effetti. Li soffrimmo. Dinanzi al voto europeo, l’effetto pesante della scelta giusta, ci fu sconcerto.
“Compagni, da soli non ce la facciamo, bisogna andare oltre il Partito”. Così ci dicemmo e si lanciò una riflessione, un’indagine, a tutto campo, positiva in sé, meno positiva in quanto, per taluni, fu burocraticamente intesa come una indicazione tesa a rimuovere i “partitisti”. Poi i fatti si incaricarono di fare giustizia: il dato del voto Regionale dimostrò una sufficiente tenuta del Partito e, di converso, la Consulta, il tentativo di “andare oltre”, dimostrò un suo insufficiente stato di avanzamento, come del resto ben lo spiegò Lucio Magri nel suo editoriale sulla “Rivista”.
Oggi ripartiamo dal Partito, pur attenti a tutti i fermenti sociali, alle associazioni e ai soggetti non rassegnati in circolazione. Altri hanno mezzi possenti, giornali e televisioni, alleati potenti, da settori della Chiesa ai ponti di comando dell’economia e anche del Sindacato, altri godono di compiacenze internazionali, noi non abbiamo che il Partito. Rinnoviamolo certo, ma teniamolo caro. Che poi in Rifondazione ci siano problemi di linea politica ancora da affrontare, è del tutto evidente. È il momento di affrontarli? Mi domando se un Partito, piccolo e tuttora non organizzato, possa reggere su tre fronti contemporaneamente: sul fronte di battaglia principale della lotta alle destre; sul fronte di battaglia secondaria della lotta alla politica di un centro sinistra che scegliamo di non ostacolare elettoralmente; e sul fronte interno ove, nello stesso momento, si discuta e ci si conti di Russia e di Cina o altro.
Partiti ben più strutturati schianterebbero. Questo è il momento di ragionare e di battersi per sopravvivere.
Ci deve essere per davvero, nel Partito, la consapevolezza che stiamo impugnando una bandiera gettata e che si possono, ora come non mai in questi dieci anni di vita, dischiudere (ancora per davvero) spazi importanti per il Partito. Forse a giugno capiremo meglio. Il quadro allora sarà impazzito, la gabbia del centro-sinistra può andare in mille pezzi. Importante non ripetere l’errore di mesi fa e arrivarci uniti, noi, a giugno. Per essere in campo, in offerta politica a una domanda che può essere possente. E in queste settimane farci capire dall’elettorato, ma dall’elettorato di tutto il centro sinistra, e anche da chi non vota più. Ancora non sono convinto che ci sia la percezione che il centro sinistra si sta sconfiggendo da solo.

Legge finanziaria, legge elettorale, congresso Cgil: l’agenda delle occasioni perdute

C’è da far capire che senza una legge elettorale che, al Senato, collochi almeno la quota proporzionale che esiste alla Camera, la sconfitta del centro sinistra si fa tracollo. I tempi sono strettissimi. Forse non ci sono già più. Si è sprecata poi la carta della Finanziaria per tentare di incontrare la non opposizione di Rifondazione su questioni ben concrete legittimandone la desistenza volontaria al voto.
Nell’Ulivo c’è un clima di sfiducia, un annuncio di Caporetto. Pare anzi che il centro sinistra, data per scontata la sconfitta, sposti un suo contenzioso sul conflitto per l’egemonia alla sua sinistra cercando, non passati sul centro, di neutralizzarci a sinistra. Battaglia disperata. Va fatto capire all’elettorato. È solo calcolo o c’è anche dell’incoscienza, o altro? Non so davvero se, nei palazzi romani, ci sia consapevolezza di quel che significhi la sconfitta con questa legge elettorale e in una battaglia che si ridurrebbe solo contro Rifondazione. La sconfitta significa che tutto il Nord, tuttora industriale e produttivo, passa alle destre condizionate dalla Lega.
Significa le due Italie, due stati multiregionali, la rottura dell’identità repubblicana, la secessione di fatto del Nord dal resto del Paese Allarmismo ancora? Non si colgono i segnali già nelle misure della Lombardia su sanità e scuola, e nel “patto sul lavoro”? Ma c’è anche un riscontro: da mesi ormai è in atto una migrazione, dal centro sinistra verso le destre. Sono imprenditori, consiglieri di amministrazione di enti, banche e Fondazioni, giornalisti che passano a destra armi e bagagli. Non c’è più credibilità nel centro sinistra.
Quando, e mi riferisco ancora a Milano, autorevoli dirigenti dei Ds fino a ieri, accettano di dirigere la Compagnia delle Opere, vuol dire che qualcosa si sta rompendo in quella formazione politica. E quando si va alle elezioni dicendo che si perderà, si invitano tutti gli opportunisti a saltare sul carro dei vincitori. I Ds, questo è il nodo al pettine, stanno demoralizzando il loro elettorato e, dopo aver rotto con il mondo del lavoro, stanno rompendo anche con i poteri forti, che pure riponevano in loro una certa fiducia dal ’96 e, ancor più, dalla fine del ’98.
Cosa sta succedendo?
È questo l’annuncio di un’implosione? Oppure, azzardo l’ipotesi, che stia arrivando alla sua logica conclusione la tesi della Bolognina secondo cui “è nella forma di produzione capitalistica e nel mercato che sta il fondamento materiale della democrazia politica”. Con i suoi corollari: l’estinzione della classe operaia, la fine del ruolo mediatore dello Stato Nazionale, il federalismo e l’enfatizzazione del ruolo dei Sindaci Governatori, le privatizzazioni, il superamento dell’art. 1 della Costituzione, l’abbattimento dell’autonomia del Sindacato.
La domanda allora è questa.
È solo una sconfitta annunciata o è anche una sconfitta scientificamente preparata?
Non fosse così, perché Rutelli?
Fosse così, e io credo sia così, da giugno in poi ci sarà uno scenario impazzito (lo dico per la seconda volta) in cui si scomporranno le attuali sovrastrutture della politica, i partiti, perlomeno quelli del centro sinistra e, ma non so in che termini, noi saremo chiamati robustamente in causa. Controprova: perché non si fa il Congresso della Cgil?
Sarebbe stato o no un bel segno di forza portare, oggi, alla discussione politica ben 4 milioni di cittadini?
Si è scelto di rinviare il Congresso. Perché? Una ragione è certa. Il gruppo dirigente della Cgil ha paura, dovrebbe fare i conti con il bilancio fallimentare di un percorso nel quale non ha ottenuto un risultato che è uno dei 4 capisaldi del documento votato a conclusione dell’ultimo Congresso che, ricordo, erano le 35 ore, l’unità, l’autonomia, il salario. Fallimento totale.
Sinistra sindacale sì o no, la Cgil avrebbe dovuto “tirare due righe di conto”. Un conto che non torna. Il gruppo dirigente allora si chiama fuori e aspetta l’esito del voto politico per sottrarsi dal voto su di sé e poi dare i voti ai partiti, le pagelle di un processo politico del lunedì. Ma il Sindacato non è in campo la domenica, quando si gioca la partita.
L’assenza del Sindacato, con il conflitto che non c’è e con il Congresso che non si fa, espone ancor di più a rischio il Partito. Rifondazione è l’unico Partito Comunista in Europa senza un sindacato, ampio o meno, di riferimento. Questa condizione mostra la corda. Il Partito da anni opera in surroga, efficace o meno efficace, del Sindacato che non c’è e in cui, talvolta, anche le componenti alternative si consumano in “battagliette” di apparato. Ad esempio, la pressione, certo inadeguata, prodotta dal Partito per “riformare” la Finanziaria, era condotta, quest’anno come i precedenti, sul terreno classico su cui dovrebbe operare il Sindacato. Che però, ripetiamo, non c’è. Anche per questa ragione appare con più evidenza l’inadeguatezza di Rifondazione. Ha il fianco sociale scoperto. Rifondazione, che risale nel consenso dell’elettorato (così pare), resta così un partito incompleto. Esso soffre della crisi dei Partiti Comunisti occidentali, esplosa dopo il crollo dell’89, e subisce l’attacco brutale allo Stato Sociale, al quale i paesi socialisti, con tutte le loro contraddizioni, opponevano barriera imponendo alla borghesia un’altra competizione.
Soffre della crisi contigua anche di tutti i partiti, socialdemocratici o liberaldemocratici, che tendono a ridursi a formazioni leggere, elettorali, di immagine, mentre le destre costruiscono i partiti, e li strutturano pesantemente.
Ma è con questo Partito, che stenta pure nella propria definizione di un programma a medio termine, ma che va tenuto caro come la luce degli occhi, che dobbiamo fronteggiare gli scenari politici dei prossimi mesi in cui, o c’è un centro sinistra che viene riconfermato al Governo (e se lo sarà, avverrà solo perché noi non lo ostacoleremo), o, ipotesi più probabile, vince l’alleanza delle destre e “guai ai vinti”.
Nel primo caso il Partito, pur Partito di opposizione, deve saper mettere a valore il ruolo avuto nel consentire l’affermazione del centro sinistra e ripartire nella battaglia sui due fronti. Nel secondo caso, nello scenario impazzito che si determinerà (e lo ripeto per la terza volta) e al quale non reggeranno né Ulivi, né Girasoli, né Margherite, il Partito deve sapersi porre quale punto di riferimento, coerente, per tutte le sinistre, di alternativa e socialdemocratica, che saranno travolte dalla scomposizione delle attuali sovrastrutture partitiche della politica. Può scoppiare sì la gabbia del centro sinistra, ma può rilanciarsi anche Rifondazione comunista. E ripartiremo nella lotta di classe.
Sarà quel che sarà.
Una cosa è certa: nei due casi, Rifondazione andrà al Congresso. Ordinario nella forma, assolutamente straordinario nella sostanza.