I danni del moderatismo localistico

Ordinario nella Università del Sannio Con le elezioni regionali della scorsa primavera il Mezzogiorno – complice la disastrosa esperienza delle destre al governo – regalava le più grandi soddisfazioni al centrosinistra, che registrava un inedito en plein.
Ora siamo in tutt’altra fase.
Superata la parentesi delle “primarie”, che a lungo hanno distolto l’attenzione dal fronte programmatico, l’Unione sembra annaspare in vista delle elezioni politiche, e non pare in grado di approntare un programma per il Sud all’altezza della sfida. Proprio non ci siamo. Tutto lascia presagire che il programma per il Mezzogiorno riproporrà gli stessi orientamenti di politica economica che mossero i governi dell’Ulivo della seconda metà degli anni ’90. Lo si evince dalle dichiarazioni dei leader moderati dell’Unione; ed è significativo che a presiedere il tavolo programmatico sul Mezzogiorno sia stato chiamato uno dei più ferventi sostenitori di quegli orientamenti (1). E invece sarebbe ora di prendere le distanze da quelle politiche, che hanno ormai dimostrato inefficacia e perniciosità sociale. Sarebbe ora, insomma, di ammettere il fallimento della cosiddetta “nuova politica” per il Mezzogiorno, e riconoscere che le politiche generali di privatizzazione e apertura dei mercati non hanno prodotto che effetti negativi, anche e soprattutto nel Sud.
È indispensabile che la sinistra dell’Unione riesca a imporre un progetto di politica economica alternativo per il Mezzogiorno. In caso contrario, vedremo ancora il Sud fermo al palo, ed è facile prevedere che assisteremo in un prossimo futuro a nuove emorragie di voti, questa volta a scapito del centrosinistra.

2. Partiamo da un dato incontrovertibile: negli ultimi quindici anni, dal 1991 ad oggi, il divario tra Mezzogiorno e Centro-Nord non si è ridotto. Nel 1991 il prodotto interno lordo per abitante del Mezzogiorno era pari al 59% di quello di un abitante del Centro-Nord; questo valore scendeva ulteriormente al 58% nel 2002.(2) Ancora oggi il pil pro capite nel Sud risulta inferiore al 60% del valore del resto d’Italia. Tutto ciò significa semplicemente che il dualismo territoriale nel nostro Paese non accenna minimamente a diminuire. Il Sud fa parte a pieno titolo – e non da oggi – delle “periferie” d’Europa. La “questione meridionale” è ben viva, drammaticamente attuale, a dispetto di quanti tentano di farci credere che essa sia ormai faccenda superata.
D’altra parte un esame macroeconomico serio del sistema economico meridionale dimostra che tutti i vincoli, le “strozzature” allo sviluppo del Sud presenti alla fine degli anni ’80, sono ancora all’opera. In alcuni casi, addirittura, queste “strozzature” risultano ulteriormente acuite.
Faccio riferimento principalmente alle seguenti caratteristiche negative dell’economia meridionale: la ridottissima dimensione media delle imprese; il prevalere di un modello di specializzazione produttiva fondato sull’impiego di tecnologie tradizionali e, in molti casi, superate; la scarsa quantità e qualità delle infrastrutture; le difficoltà nell’accesso al credito bancario e alla collocazione delle imprese in borsa; la diffusione dell’economia irregolare e criminale(3).
La persistenza di queste “strozzature” e la conseguente incapacità del Mezzogiorno di agganciare i ritmi di crescita del resto d’Italia, dovrebbero sorprendere, se solo si pensa al mare di “promesse” che le forze moderate del centrosinistra hanno rivolto al Mezzogiorno negli ultimi quindici anni. A quali “promesse” faccio riferimento? Mi riferisco agli effetti positivi, annunciati e propagandati in tutti i modi, di quanto segue:

1) la stipula del Trattato di Maastricht (1992), e quindi l’ingresso nell’Unione monetaria europea;
2) la fine dell’intervento straordinario e la nascita della “nuova politica” per il Mezzogiorno;
3) la ristrutturazione del sistema bancario.

Si tratta di grandi riforme istituzionali e di svolte di politica economica la cui urgenza è stata “gridata” dai moderati del centrosinistra e che, non a caso, hanno conosciuto proprio negli anni dei governi dell’Ulivo, essenzialmente la seconda metà degli anni ’90, i passaggi più salienti.

3. Sin dai primissimi anni ’90 il dibattito sul processo di unificazione europea (che ha portato prima al Trattato di Maastricht, poi al Patto di Stabilità e Crescita, e oggi alla discussione sul budget dell’UE) ha visto le forze moderate del centrosinistra farsi portatrici di un’impostazione “ottimistica”, largamente diffusa in Europa, di ispirazione teorica neoclassico- liberista. Secondo questa impostazione l’unificazione monetaria avrebbe favorito soprattutto le regioni più arretrate d’Europa, come il nostro Mezzogiorno.
Queste avrebbero tratto grande beneficio dall’integrazione con le aree più sviluppate, principalmente per effetto della specializzazione nella produzione e nell’esportazione di beni in cui le regioni povere godono di un vantaggio comparato, in genere rappresentato dal minore costo del lavoro. Ciò avrebbe consentito alle regioni meno avanzate di agganciare finalmente lo sviluppo delle aree prospere, a patto che si fosse assicurata la libera circolazione dei capitali e del lavoro e la piena flessibilità dei mercati.
In linea con l’ostentata fiducia negli automatismi di mercato, quelle stesse forze di centrosinistra hanno costantemente dato credito al Trattato di Maastricht, con la sua definizione di un processo di unificazione caratterizzato dalla progressiva fuoriuscita dello Stato dall’economia (in omaggio ai famosi vincoli al rapporto tra debito pubblico e pil, nonché al rapporto tra deficit pubblico e pil) e dalla politica monetaria restrittiva. Qui è appena il caso di sottolineare che la stagnazione europea (unica grande area economica del mondo che non cresce) e la massiccia redistribuzione dai salari ai profitti e alle rendite, costituiscono l’esito macroeconomico “naturale” del palinsesto di Maastricht. Conta molto più precisare che il sistema di Maastricht ha inasprito i divari regionali in Europa (4). La cosa è ormai dimostrata dalla letteratura specialistica (in particolare dai cosiddetti “test di convergenza” che vengono impiegati per valutare la tendenza o meno alla riduzione delle disparità nei ritmi di crescita dei paesi e delle regioni europee (5) ).
Questa letteratura mostra che non vi è alcuna tendenza significativa alla riduzione degli squilibri territoriali; insomma, nell’Europa unita non si assiste al promesso agganciamento dello sviluppo dei “centri” da parte delle “periferie”. E questo al punto che la stessa Commissione Europea si è spinta a dichiarare che lo squilibrio regionale costituisce il problema principale dell’Unione (6).
La “questione meridionale” non ha trovato quindi nell’unione monetaria la panacea annunciata dai moderati del centrosinistra. La verità ormai evidente è che un’unificazione all’insegna del libero mercato, come quella definita a Maastricht, aggrava gli squilibri regionali e accentua la tendenza spontanea alla divergenza territoriale. (7) In altri termini, la caduta delle barriere ai movimenti di merci, di capitali e di lavoro, nonché la perdita del tasso di cambio come strumento di regolazione dei ritmi di crescita all’interno dell’Europa, aggravano il ritardo delle regioni povere. A cospetto di una così forte tendenza alla divergenza territoriale, le politiche per lo sviluppo delle aree arretrate (le “politiche di coesione”) promosse in questi anni dalla UE si sono rivelate del tutto insufficienti. E nonostante ciò la Commissione Europea, anziché chiedere un ampliamento del bilancio comunitario e un maggiore finanziamento delle politiche di coesione, propone per il 2007-2013 di mantenere inalterata la dimensione del bilancio (come quota del pil europeo) al livello definito da Agenda 2000. E questo, si badi bene, benché l’“allargamento ad Est” abbia ulteriormente appesantito il divario tra il centro dell’Europa e le sue periferie, e farà si che, per un mero effetto statistico, alcune aree in ritardo di sviluppo (tra cui alcune regioni del nostro Mezzogiorno) usciranno dal cosiddetto “obiettivo 1”, perdendo il diritto ai (già insufficienti) fondi comunitari.
Autorevoli economisti ripetono da tempo che per contrastare la tendenza al dualismo territoriale occorre rilanciare lo sviluppo delle regioni in ritardo attraverso politiche fiscali e monetarie fortemente espansive. E questo significa superare la filosofia del Trattato di Maastricht. Una prospettiva che acquista sempre più consensi, come mostrano le sonore bocciature del Trattato Costituzionale avvenute con i referendum in Francia e Olanda. Sarebbe ora che le forze della sinistra europea e anche i moderati del centrosinistra italiano assumessero consapevolezza che il palinsesto macroeconomico attuale tende ad ampliare gli squilibri. E sarebbe quindi opportuno che il programma sul Mezzogiorno dell’ Unione contenesse una critica esplicita del Trattato di Maastricht, una esortazione alla revisione del Patto di Stabilità che favorisca il rilancio di politiche espansive, una spinta verso un consistente incremento del bilancio comunitario e in generale per il rilancio dell’intervento pubblico – a livello tanto comunitario quanto nazionale – a favore del Sud.

4. L’ideologia di Maastricht ha davvero attecchito presso le forze moderate del centrosinistra italiano. Ne è prova anche l’ardore con il quale esse hanno sostenuto, nella seconda metà degli anni ’90, la necessità di riformare il mercato del lavoro e la ritrosia che ancora oggi manifestano rispetto a chi chiede l’abrogazione non solo della “Legge Biagi” ma anche del “Pacchetto Treu”. Ho già osservato che, stando all’impostazione neoclassico-liberista accolta dai moderati del centrosinistra, l’unificazione europea avrebbe premiato le regioni in ritardo a condizione che il mercato del lavoro fosse “efficiente”. Dove con “efficiente” viene inteso un mercato del lavoro che consenta un’ampia flessibilità numerica (la libertà per gli imprenditori di assumere e licenziare), un’ampia flessibilità salariale (la libera contrattazione del salario tra imprenditori e lavoratori) e un’ampia flessibilità funzionale (la possibilità dell’imprenditore di impiegare il lavoratore come meglio crede all’interno del processo produttivo). Ancora oggi ci viene insistentemente spiegato che il Mezzogiorno avrebbe tutto da guadagnare da un mercato del lavoro “efficiente”. Infatti la flessibilità incrementerebbe la produttività del lavoro e soprattutto ridurrebbe il costo del lavoro, riallineando il salario reale alla produttività. In tal modo, le regioni meridionali riacquisirebbero competitività, andando finalmente ad agganciare i ritmi di crescita delle regioni ricche. Si badi bene: tutto ciò sarebbe nell’interesse della stessa classe lavoratrice meridionale. Infatti, nel lungo andare, la ripresa economica alimenterebbe la domanda di lavoro e ciò sfocerebbe in un processo di crescita dell’occupazione, dei salari e in una progressiva trasformazione dei contratti di lavoro temporaneo in contratti standard a tempo indeterminato.
I dati disponibili ci mostrano che il “pacchetto Treu” non ha raggiunto i risultati promessi dai governi dell’Ulivo. L’incremento di flessibilità del mercato del lavoro c’è stato. Ma questo non ha messo in moto il processo virtuoso atteso; piuttosto, si è messo in moto, soprattutto nel Mezzogiorno, un circolo vizioso. Infatti, la flessibilità si è tradotta in un vistoso calo dei salari reali, in una crescita della precarietà delle condizioni di lavoro e di vita, in un incremento significativo dei profitti. Ovviamente, dato il contesto economico e l’assoluta assenza di una qualsiasi politica industriale, gli imprenditori si sono ben guardati dall’investire i profitti. Questi, e non altri, sono stati gli esiti della riforma proposta dai moderati del centrosinistra.
Naturalmente gli “effetti benefici” del Pacchetto Treu – si noti che la “legge Biagi” sta solo ora cominciando a sortire effetti apprezzabili, tutti negativi – hanno colpito i lavoratori più deboli. Quindi i giovani, le donne, coloro che hanno una bassa professionalità e qualifica. E soprattutto, in generale, i lavoratori del Sud. Qui il meccanismo con il quale i contratti di lavoro flessibile/atipico dovrebbero trasformarsi in contratti di lavoro stabile/ tipico proprio non vuole scattare. I lavoratori restano inesorabilmente intrappolati nella precarietà. La cosa è ormai riconosciuta persino nelle documentazioni recenti dell’Isfol.
Quel che sta accadendo in Italia, e con particolare gravità nel Mezzogiorno, è che alla classe lavoratrice nel suo insieme va una fetta sempre minore della produzione sociale complessiva. E nonostante ciò, poiché i salari reali unitari si riducono ancor più significativamente, gli imprenditori possono coinvolgere nel processo produttivo un numero maggiore di lavoratori rispetto al passato. Con tutto vantaggio dei profitti e senza che l’economia riesca a imboccare la strada dello sviluppo. Il processo di crescita occupazionale è stato attivo per un certo periodo anche nel Mezzogiorno, dove nel triennio 2000-2002 l’occupazione è aumentata di circa 350 mila unità. Non a caso, si è parlato di un processo di “occupazione senza crescita”.Tuttavia, anche questa fase si è interrotta, e l’occupazione ha ripreso a calare: tra il 2002 e il 2004 l’occupazione meridionale è diminuita di 48 mila unità e si è ulteriormente intensificato il flusso migratorio verso il Nord (si calcola che abbia interessato non meno di 500 mila meridionali negli ultimi 5 anni). Un processo gravissimo sul piano sociale ed economico, anche perché opera una selezione avversa per il Mezzogiorno (a emigrare sono soprattutto i giovani con elevati livelli di istruzione).
È ormai evidente che la precarizzazione e l’immiserimento della classe lavoratrice non serve a rilanciare lo sviluppo del Sud. La legge Biagi e poi il Pacchetto Treu non solo sortiscono effetti devastanti nel tessuto sociale meridionale ma ne danneggiano anche il sistema produttivo. Infatti, colpiscono sia dal lato della domanda, perché abbattendo i redditi e accrescendo la precarietà riducono il volume di spesa per consumi, sia dal lato dell’offerta, perché indicano alle imprese il “segnale errato” della ricerca di una competitività legata ai costi anziché agli investimenti in innovazioni.

5. Ma non c’è solo la moneta europea e la flessibilità del mercato del lavoro. Negli ultimi quindici anni i moderati del centrosinistra hanno costantemente insistito nel sostenere che il rilancio del Mezzogiorno dipende anche dall’abbandono definitivo di politiche ispirate alla logica dell’intervento straordinario. Tutti sanno che le forze moderate hanno prima propiziato e poi salutato con soddisfazione il termine dell’intervento straordinario (la chiusura della Cassa per il Mezzogiorno risale al 1984; tuttavia, l’intervento straordinario prosegue fino al 1993, anno in cui termina l’attività anche l’Agenzia per la promozione dello sviluppo del Mezzogiorno). Dal loro punto di vista, l’intervento straordinario rispondeva a una logica “dirigista”, di sviluppo dall’alto; offriva strategie votate all’insuccesso, in quanto del tutto estranee al territorio nel quale venivano calate, e che finivano per tradursi in forme deteriori di assistenzialismo. In altre parole, occorreva sostituire ad una logica di “sviluppo esogeno”, eterodiretto, visto come essenzialmente dipendente dai trasferimenti pubblici, il sostegno a favore di uno “sviluppo endogeno”, fondato sulle energie locali e sulle spinte “dal basso”. Fu così che, alla metà degli anni ’90, i governi dell’Ulivo vararono la cosiddetta “nuova politica” per il Mezzogiorno.
La “nuova politica” partiva dall’assunto che le economie locali avrebbero spontaneamente indicato i sentieri di crescita; si trattava solo di assecondare queste spinte al fine di accelerare i processi. Insomma, la “nuova politica” si proponeva come strategia di sviluppo bottom up, intesa a incentivare le “pulsioni naturali” allo sviluppo presenti sul territorio, esaltando attori locali e “vocazioni” locali. Al centro della nuova politica venivano posti gli strumenti della programmazione negoziata ( contratti di programma, contratti d’area, patti territoriali) e sistemi di incentivazione, tra cui il principale è la legge 488 del 1992.
Quali sono i risultati delle incentivazioni previste dalla “nuova politica”? La letteratura specialistica non è concorde. Certo è che la stasi dell’economia meridionale rende scettici sull’efficacia della politica di incentivi alcuni dei suoi stessi sostenitori. Un esempio a riguardo è il recentissimo documento che la Giunta regionale della Campania ha presentato alle parti sociali in relazione alla strategia per i fondi strutturali 2007-2013. Qui vengono chiaramente ammessi errori strategici compiuti con la politica di impiego del POR 2000-2006. Una politica che ha “ingessato le identità dei territori appiattendole su strategie desunte dalla sola proiezione delle vocazioni localistiche e non progettata su una visione aperta e dinamica”; una politica che ha finito col privilegiare “interessi più localistici rispetto a quelli più generali del territorio”.
In questo documento chiaramente si ammette che una politica di “incentivi e punizioni” di per sé non è sufficiente e che occorre tornare a una politica di programmazione economica e pianificazione territoriale che risponda a un progetto strategico unitario. Peccato che il documento proponga un progetto di forte terziarizzazione del Mezzogiorno – il Sud come primario snodo commerciale del Mediterraneo – e non una scelta direttamente industrialista.
La “nuova politica” voluta dalle forze moderate del centrosinistra non è riuscita a tutt’oggi a sbloccare l’economia del Sud; si è rivelata quanto meno insufficiente per generare quel “salto strutturale” di cui il Mezzogiorno avrebbe bisogno. Occorrerebbe cambiare completamente approccio. Occorrerebbe formulare una strategia di politica industriale che spinga il Sud a sostituire il vecchio modello di specializzazione produttiva, fondato su piccole imprese che inseguono una competitività da costi, con un nuovo modello di specializzazione basato su imprese di dimensione medio-grande che puntano sulle nuove tecnologie. Questa è l’unica strada che possa consentire l’ammodernamento dell’apparato produttivo del Mezzogiorno. Ed è inutile sottolineare che si tratta di un obiettivo che non può essere perseguito senza un intervento sostanzioso e diretto dello Stato.

6. Un’altra grande illusione dei moderati di centrosinistra consiste nell’idea di superare la “strozzatura finanziaria” operante nel Mezzogiorno mediante la ristrutturazione del sistema bancario. Anche su questo tema, da almeno quindici anni a questa parte le forze moderate mostrano di subire il “fascino” delle impostazioni teoriche neoclassico-liberiste. E infatti, sul finire degli anni ’80, nel dibattito scaturito dalla emanazione delle direttive comunitarie sul credito, i moderati di centrosinistra immediatamente sposarono la tesi secondo cui le difficoltà nell’accesso al credito bancario (elevato costo del credito, razionamento del credito) delle imprese italiane, e meridionali in particolare, dipendevano in buona misura dalla inefficienza del sistema bancario. E questa inefficienza scaturiva a sua volta: 1) dalla presenza di assetti proprietari “inadeguati”, sostanzialmente la proprietà pubblica delle banche; 2) dalla ridotta dimensione media delle banche. Il rimedio che i moderati del centrosinistra proposero, e continuano a proporre, è ben noto: privatizzare e liberalizzare il settore. D’altra parte questo era, ancora una volta, il vento che spazzava l’Europa. E questa politica veniva giustificata, negli altri paesi europei e anche in Italia, in base all’assunto che essa avrebbe generato maggiore sviluppo e benessere, soprattutto per le regioni meno prospere.
Fu così che nei primi anni ’90, a partire dalla legge Amato (1990), che trasformò in società per azioni le banche-enti pubblici, prese il via la profonda ristrutturazione del sistema bancario cui abbiamo assistito in questi anni. Accanto al mutamento degli assetti proprietari, il fenomeno più clamoroso è stato quello delle concentrazioni bancarie (fusioni, integrazioni, acquisizioni). Basti pensare che dal 1990 ad oggi il numero delle banche si è ridotto di circa il 40%, mentre gli sportelli sono più che raddoppiati. È essenziale sottolineare che si è trattato di un processo completamente subito, passivamente, dal sistema bancario meridionale. Infatti, in nessun caso le banche del Sud hanno acquistato banche del resto d’Italia; esse sono state sistematicamente “preda” delle banche del Centro-Nord. L’esito finale di questo processo è che ormai la grande maggioranza delle banche che operano nel Mezzogiorno rispondono a centri direzionali che si trovano fuori dall’area. Privatizzazioni e liberalizzazioni hanno fatto del Sud l’unica grande regione d’Europa priva di un proprio sistema bancario.
Il sistema bancario meridionale è stato quindi messo a ferro e a fuoco, ma dei tanto decantati effetti positivi preannunciati dai moderati del centrosinistra non si è vista traccia. Le privatizzazioni e la crescita dimensionale delle banche (le concentrazioni) si sarebbero dovute tradurre in una maggiore concorrenzialità dei mercati e in una crescita dell’efficienza bancaria. E ciò avrebbe dovuto determinare una riduzione del costo del credito, e in generale dei servizi bancari, e una migliore capacità di valutare il merito di credito. Di tutto ciò avrebbe dovuto beneficiare principalmente il Mezzogiorno, dove il sistema bancario pareva più arretrato.
La realtà è un’altra. Privatizzazioni e concentrazioni hanno rafforzato il potere dei signori della finanza. Progressivamente estromesso lo Stato, le concentrazioni hanno sostanzialmente ridotto il grado di concorrenza, accresciuto il potere di monopolio e conseguentemente incrementato i profitti bancari. Gli effetti per il Mezzogiorno sono particolarmente nefasti. Intanto il costo del credito e dei servizi bancari in generale non si è ridotto. Ma soprattutto la scomparsa delle piccole banche locali e la sostituzione di queste con grandi banche la cui direzione risponde a logiche esterne all’area, ha determinato una grave “frattura” tra il sistema bancario e il tessuto produttivo locale. Infatti, tutti gli indicatori relativi alle concessioni di credito (rapporto depositi- crediti, impieghi per impresa, ecc.) mostrano che le grandi banche hanno ridotto al minimo i crediti al Sud. Non poteva del resto essere altrimenti: dal momento che i centri di potere sono ormai lontani, è venuta meno la corrispondenza dimensionale tra banche e imprese (la questione del size effect) ed è scomparsa la rete locale di relazioni fiduciarie tra banchiere e imprenditore (il cosiddetto relationship ban – king).
La liberalizzazione e privatizzazione del sistema bancario, come politica per superare le difficoltà del rapporto tra banche e imprese nel Sud, segna un ulteriore “buco nell’acqua” delle politiche sostenute dai moderati del centrosinistra.

7. La vera “fortuna” delle compagini moderate dello schieramento progressista, ciò che poi ha consentito, nonostante tutto, il successo nelle scorse elezioni regionali, è che le amministrazioni locali di centrodestra e il governo Berlusconi sono riusciti a fare peggio. Eppure il Mezzogiorno non ne può più di promesse mancate. È indispensabile che l’Unione cambi rotta e giunga a proporci un programma per il Mezzogiorno che segni una soluzione di continuità rispetto al passato. Occorre far compiere un vero balzo strutturale al Sud. Verso un sistema produttivo fondato su imprese mediamente più grandi, che impieghino nuove tecnologie e una forza-lavoro qualificata e ben remunerata, in un contesto di infrastrutture materiali e immateriali all’avanguardia. Per fare tutto ciò non servono miracoli. Occorre lasciar perdere le penose litanie sulle “piccole strategie”, le “piccole politiche” e le “micro-vocazioni” territoriali. Bisogna elaborare strategie di politica industriale in grande scala, finanziarle opportunamente, e buttarsi alle spalle i dogmi dell’antistatalismo.

Note

1 Si tratta di Gianfranco Viesti, autore, tra le altre cose, di Abolire il Mezzogiorno (Laterza, 2003).

2 Dati Banca d’Italia, 2003. Nella metà degli anni ’70 il divario tra il pil procapite del Sud e il pil procapite del Centro-Nord era inferiore.

3 Il più lucido esame delle caratteristiche di fondo del sistema economico meridionale nel quadro dell’economia italiana resta il libro di A. Graziani, Lo sviluppo dell’economia italiana. Dalla ricostruzione alla moneta euro p e a (Boringhieri, Torino, 1998).

4 A proposito delle conseguenze di Maastricht e della divergenza territoriale in Europa e in Italia rinvio al libro a mia cura F o rmazione, sviluppo e occupazione nei Mezzogiorni d’Europa (Franco Angeli, in corso di pubblicazione) e ai miei due articoli: “Mezzogiorni d’Europa condannati alla subalternità” (Liberazione, 10 dicembre 2004) e “Unione Europea: quella che dovrebbe essere” (Liberazione, 22 febbraio 2005). Questi e gli altri miei articoli sono consultabili in rete all’indirizzo wwwdases.unisannio.it/docenti/ riccardorealfonzo.htm.

5 I test di convergenza utilizzano indicatori quali il tasso di crescita del pil, il tasso di variazione della produttività e i tassi di attività e di disoccupazione. Molto noti sono, tra gli altri, i contributi a riguardo di Barro e Sala-i- Martin.

6 Si veda a riguardo il Terzo Rapporto sulla Coesione della Commissione Europea (febbraio 2004). In particolare, la Commissione precisava che con l’allargamento il rapporto tra il reddito pro capite dei paesi ricchi e quello dei paesi poveri passa da 3 a 1 al valore di 5 a 1. Il numero delle regioni con reddito pro capite inferiore al 75% della media UE passa 50 a 69 (la percentuale della popolazione passa dal 19,2% al 27,1%).

7 Nella letteratura scientifica i processi spontanei di divergenza territoriale sono principalmente spiegati in base alla teoria della causazione circolare di Myrdal. Esemplari a riguardo i contributi di Krugman, Fujita-Thisse e, soprattutto, Tony Thirlwall.