I comunisti e l’organizzazione della cultura

Sembrerebbe che affrontare le questioni di una organizzazione della cultura funzionale alla lotta politica di trasformazione sociale, che esige anche in questa fase storica la presenza attiva di un partito comunista ben strutturato e organizzato, sia un compito da ‘intellettuali’, in una sorta di divisione del lavoro per cui i politici si occupano della politica, da quella di bassa cucina alle scelte strategiche, e gli intellettuali fanno gli intellettuali, elaborano programmi o teorie nel campo della cultura, sono designati a firmare appelli, ecc con una netta separazione tra elaborazione culturale e gestione della politica. Questa separatezza è il retaggio e il riflesso della divisione di classe, dall’antichità al capitalismo. Contro questa separatezza si sono battuti i marxisti e i comunisti.
Il comunismo italiano ha, a questo proposito, un ricchissimo patrimonio nelle riflessioni ed elaborazioni di Gramsci sul ruolo degli intellettuali. Per cui non intervengo in questa sede da ‘intellettuale’, ma da comunista. In quanto si propongono di dirigere il movimento di massa per la trasformazione socialista della società, i comunisti sono intellettuali. Non è affatto retorico questo esordio, ma è forse proprio il cuore del problema che intendiamo affrontare. La cosiddetta ‘crisi della politica’, per quanto ci riguarda, nasce anche dal fatto che i due principali e piccoli partiti comunisti in Italia (Prc e pdci) sono divenuti organismi nei quali la formazione culturale e politica non è organizzata, nei quali non vi è elaborazione collettiva dei problemi, nei quali non si studiano con metodo rigoroso le classi, il loro movimento nella società, le contraddizioni, i processi in corso. La lotta politica si riduce spesso a machiavellismo deteriore e i concetti stessi che vengono impiegati soffrono di una forte torsione politicista. Non si ragiona in termini di contraddizioni di classe, ma di schieramenti, formazioni politiche, ‘spazi politici’ da occupare.

Il partito politico del proletariato, il partito comunista, è strutturalmente diverso dai partiti borghesi, anche se in alcuni aspetti esteriori può somigliare ad essi. Esso è un partito che organizza il progresso intellettuale dei suoi militanti, che si muove per il superamento della divisione tra dirigenti e diretti. Ma la forte degenerazione lo ha portato ad essere un partito in cui la separazione si è accentuata, e ad avere spesso un ceto politico di basso livello.
Bisogna comprendere perché, nelle sue radici strutturali, il Prc non abbia mai organizzato in modo organico, seriamente (ma neppure poco seriamente) la formazione politica, nonostante spuntassero di tanto in tanto appelli a farlo. Questa assenza organica, metodica, strutturale, di attenzione alle questioni della formazione e della cultura politica, è una spia del fallimento del PRC. L’accantonamento di un disegno di formazione promosso centralmente – scuola di partito e seminari – era già nel PCI degli anni 80. E rifletteva ampiamente la crisi di identità e di prospettive strategiche di quell’ancora grande partito, che sarebbe stato travolto e stravolto nel decennio successivo.
Perché la formazione e l’educazione comunista e marxista sono state inderogabilmente la mosca bianca nel PRC? Perché si è sempre preferito adottare il criterio secondo cui c’erano cose più importanti da fare nella pratica politica? Si cavalcava anche il pregiudizio anti-intellettualistico, che riprendeva il disprezzo anarco-sindacalista per la teoria e il senso comune delle masse (egemonizzato dalla classe dominante), secondo cui filosofia e teoria sono chiacchiere vuote, mentre occorrono i ‘fatti’, la ‘pratica’, dimenticando che esiste una pratica della teoria, che il lavoro teorico non è meno prassi del lavoro manuale. Ma quest’assenza di organizzazione della formazione, se anche si è rafforzata per questi pregiudizi, uniti al timore di fare i ‘dogmatici’, gli scolastici, ecc., in realtà ha avuto nel PRC ragioni molto più profonde, legate alla natura stessa del PRC, che, anche nei momenti migliori della sua vita, non si è mai collocato, non si è mai posto o proposto, come avanguardia strategica della rivoluzione, ma ha piuttosto guardato allo ‘spazio politico’ elettorale da mantenere o conquistare.

La carenza di un’organizzazione coerente della formazione e della cultura politica, al pari della mancata strutturazione di un lavoro di massa sindacale, rivelano che il PRC si poneva come forza residuale, che giocava di rimessa, cavalcando talora i movimenti, ondeggiando tra ipermovimentismo e istituzionalismo subalterno. Fintantoche la formazione politicoculturale sarà concepita come pleonastica, un orpello o un fiore all’occhiello, i comunisti non avranno chance, rimarranno subalterni, non saranno comunisti nel senso alto del termine. La questione della formazione politico-culturale deve essere parte integrante del progetto di ricostruzione di un partito comunista. Si richiede anche oggi una gramsciana riforma intellettuale e morale.

La cultura marxista è divenuta ampiamente minoritaria nel paese, dopo essere stata egemone o comunque fortemente radicata tra il secondo dopoguerra e la metà degli anni 70. Scrittori, registi, attori, manuali scolastici, insegnamenti universitari – soprattutto nel campo delle discipline storico-filosofiche e letterarie – erano in qualche modo influenzati dal marxismo. Una grande casa editrice collegata al PCI, Editori riuniti, pubblicava volumi importanti, dai classici del marxismo (di grande importanza l’edizione delle opere complete di Lenin e quella – rimasta incompiuta – di quelle di Marx ed Engels), al pensiero politico contemporaneo, alla storia del movimento operaio (documenti dell’Internazionale comunista), e riviste (Critica marxista, Studi storici, Democrazia e diritto…) e di collegamento internazionale dei partiti comunisti.

MARXISMO E SCIENZA
Più debole fu in Italia il marxismo nel campo delle scienze naturali – anche se una generazione di fisici e scienziati naturali ne fu attraversata e un grande filosofo e storico della scienza come Ludovico Geymonat ne sentì in profondità l’influenza. Ancora negli anni 70 testi sovietici di Fisica venivano adottati in alcune università italiane. Ma anche altre case editrici, da Feltrinelli alla prestigiosa, oggi in quota Berlusconi, Einaudi (basti ricordare gli investimenti nell’edizione delle opere di Gramsci, compresa l’edizione critica dei Quaderni del carcere) contribuivano in modo autonomo alla diffusione di una cultura marxista. Una rivista settimanale come Rinascita, nei suoi momenti migliori riusciva ad essere lo strumento di formazione teorico-politica dei quadri e degli intellettuali, svolgendo contemporaneamente la funzione di lavoro critico e orientamento nelle battaglie quotidiane. L’Istituto Gramsci e la scuola di partito alle Frattocchie, con la pubblicazione di opuscoli di formazione, contribuivano in modo coordinato e organizzato allo sviluppo del lavoro culturale nei suoi versanti della formazione quadri e dell’elaborazione teorica. L’elenco potrebbe continuare a lungo e suscitare rimpianti per l’abisso che separa la ricchezza culturale passata dalla miseria presente. Tra gli anni 60 e gli anni 80 vi fu anche una fioritura di riviste ‘eretiche’ legate ai movimenti del 68, sul cui effettivo ruolo sarebbe oggi utile un bilancio critico.

Negli anni ’80 si consuma l’erosione e la crisi della cultura marxista – che aveva raggiunto il suo apogeo negli anni 70 (non a caso uno degli ultimi prodotti di tale sviluppo è la Storia del marxismo sotto la direzione di Hobsbawm edita in 5 grandi volumi da Einaudi, storia critica, fatta di diversi approcci e diverse e non sempre omogenee voci, ma comunque una pietra miliare per seguire lo sviluppo del marxismo nel mondo) legata allo sviluppo del movimento operaio e dell’onda lunga di lotte sociali, politiche, culturali nell’intenso decennio 1967-1978. L’erosione del marxismo, che aveva dispiegato grandi potenzialità nel trentennio precedente e aveva avuto un’egemonia non effimera (le categorie gramsciane entrarono non solo negli studi specialistici e universitari, ma anche nei testi scolastici) cominciò negli anni 80, non a caso legata ai segni di crisi nel movimento comunista internazionale, che pure aveva raggiunto alla metà degli anni 70 una grandissima vittoria politica, militare e simbolica con la sconfitta degli USA in Vietnam. Il campo socialista si presentava non solo profondamente diviso, con una vera e propria guerra tra Cina e Vietnam, il disgregarsi del fronte indocinese, le difficoltà di tenuta dell’URSS, al suo interno, nei rapporti con i paesi dell’Europa centro-orientale – Polonia prima di tutto – e sullo scacchiere mondiale, dove la frattura Cina-URSS fu usata dall’imperialismo per dividere i movimenti antimperialisti, dall’Asia (Afghanistan) all’Africa. Ma la crisi del marxismo fu legata alla caduta di progetto strategico nel PCI, alla sua incapacità di darsi una linea convincente dopo il fallimento del compromesso storico. È tutta una storia da scrivere e approfondire in modo critico. E il non averlo fatto a tutt’oggi è segno inequivocabile del degrado culturale e politico in cui siamo precipitati. Non solo non esiste una storia condivisa del comunismo italiano, non si sono fatti i conti con esso – quei conti che invece aveva saputo fare il Pcd’I con il socialismo italiano e con le sue stesse origini (‘Tesi di Lione’, gennaio 1926, III Congresso) ma non si è neppure tentato di farla, salvo che per iniziative individuali. La ‘Bolognina’ di Occhetto venne alla fine di un decennio in cui la flessione del consenso elettorale fotografava solo in parte la ben maggiore e profonda erosione della cultura marxista e dello snaturamento e svuotamento dall’interno del partito comunista. La svolta di Occhetto – favorita e accelerata dalla crisi e tracollo dell’URSS e del socialismo reale e dall’ideologia del gorbaciovismo, alla cui elaborazione non fu estraneo l’apporto di ideologi antim a rxisti del PCI – riuscì a sottrarre alla prospettiva comunista la maggioranza del PCI perché già molto del suo patrimonio storico e culturale era stato eroso dall’interno. Essa, invero, non abbandonava del tutto la bandiera della trasformazione sociale e delle riforme, ma la collocava tutta all’interno del riformismo socialdemocratico e dell’accettazione del capitalismo come ultimo orizzonte della storia.
Occhetto impugnava la bandiera socialdemocratica quando il progetto socialdemocratico stesso entrava in crisi:

a) a causa del profondo sconvolgimento ad Est: la socialdemocrazia novecentesca riuscì ad avere spazi in Occidente, perché vi era l’URSS e il campo socialista, che consigliavano al capitale di fare concessioni sul terreno economico, dello stato-provvidenza, del diritto del lavoro per evitare che le masse si voltassero ad Est e prendessero il potere statale: la socialdemocrazia fu favorita da una fase di espansione mondiale che consentiva di redistribuire parte dei profitti accumulati per comprare consenso;

b) e a causa della apertura del mercato mondiale, che significava concorrenza intercapitalistica su scala planetaria, competizione globale su tutti i mercati, con la conseguente necessità di ridurre al minimo i costi diretti e indiretti di produzione e di non avere molte briciole da redistribuire. Del resto tutti i guru predicavano che con la fine dell’URSS non vi era altra prospettiva che il capitalismo, le masse non avevano alternativa…

La nascita del PRC per resistere e contrapporsi alla dissoluzione occhettiana non avveniva sulla base di un progetto strategico, ma era essenzialmente reattiva e resistenziale, si faceva in nome di un simbolo, di una bandiera, di un ideale nel migliore dei casi, o, più banalmente, in base ad un calcolo di ‘mercato politico’, di consenso elettorale che il vecchio marchio della falce e martello poteva ancora valere. Fu probabilmente quello che allora, sulla base delle forze esistenti e della profonda erosione culturale e ideologica intervenuta nel comunismo italiano, si poteva fare, ma quel limite di origine non fu mai veramente neppure affrontato, non fu mai posto come problema da risolvere, come, per fare un confronto con altri tempi, seppero fare i comunisti italiani con le tesi di Lione del 1926 rispetto ai limiti storici e politici con cui intervenne la scissione del 1921. E la conseguenza – oltre che evidente cartina di tornasole – fu che il PRC non ebbe una politica della formazione quadri: una scuola di partito sembrava una parolaccia. Non poteva averla in assenza di un asse culturale e ideologico condiviso. Per fare un esempio, che riguarda non la contrastatissima valutazione della storia del comunismo nel XX secolo, ma l’azione politica presente, nell’analisi della struttura economica e nelle proposte di politica economica il keynesismo e non il marxismo appariva come il massimo punto rivoluzionario che si potesse dare nella scienza economica. La caduta ideologica fu anche una caduta di stile di lavoro, di approccio alle questioni, seguendo in questo l’andazzo generale del degrado culturale italiano, dominato sempre più da tv spazzatura e politica spettacolo, mancanza di studio serio, prevalenza dell’effimero. Non solo non vi fu nessuna seria ripresa della cultura marxista (e neppure si pose il problema!), ma vi fu caduta della cultura tout court, prevalse, salvo qualche eccezione, una grande sciatteria culturale.

LUCI E OMBRE DEL NOSTRO LAVORO
L’ernesto è stato, all’interno di questa generale caduta di stile, di analisi, di riferimenti marxisti nel PRC, una voce controcorrente che si collocava fuori del provincialismo nazionale, all’interno di un movimento comunista mondiale che pur tra crisi e grandi difficoltà non si era affatto estinto, lottava ed elaborava. E seppe anche ridare voce alle analisi marxiste sul terreno internazionale o su quello di alcune fonda- mentali categorie marxiste (l’analisi dell’imperialismo) o il rapporto con l’eredità comunista del 900. Meno incisiva, più debole o quasi assente – ma ciò rifletteva lo stato generale di povertà di elaborazione politico-strategica complessiva – fu la ricognizione sulla società italiana, e quindi l’elaborazione di una strategia che, all’interno del più vasto contesto mondiale, sapesse ancorarsi saldamente sul terreno nazionale. La rivista ha saputo raccogliere forze intellettuali e conquistarsi un posto sull’arena del comunismo internazionale, riuscendo ad essere anche la voce di una tendenza che cresceva e si organizzava all’interno del PRC e che riuscì a rappresentare nel penultimo congresso poco meno di 1/3 del corpo del partito.

Ma i limiti di ricognizione nazionale, l’assenza di una elaborazione strategica sulle prospettive (non solo nella tattica della battaglia interna al partito, ma come forza politica che si pone l’obiettivo in Italia di organizzare la classe operaia e di essere egemone) condussero, com’è noto, alla frammentazione attuale. Al di là di errori tattici e di fattori personali che nella storia concreta delle formazioni politiche non mancano mai – evitando i quali, certo, il quadro generale sarebbe un po’ meno fosco – vi era alla base la mancanza di una elaborazione strategica condivisa. Ricco di interventi e lucide analisi sulla situazione mondiale, l’ e rnesto non aveva una visione ed elaborazione condivise a livello nazionale. Vedeva bene in casa d’altri, non riusciva a leggere gli eventi in casa propria. O non poteva/non voleva, nel timore che ciò avrebbe potuto rompere delicati equilibri interni. La storia del comunismo del 900 ci mostra come i nodi irrisolti vengano comunque al pettine, ma spesso in modo ingovernabile e rovinoso. La rimozione delle grandi questioni è il modo più sicuro per ritrovarsele ingigantite dopo.

I comunisti sanno che uno dei loro compiti strategici è l’organizzazione della cultura. Vi sono diversi livelli e compiti specifici. Occorre elaborazione adeguata al livello dello scontro di classe attuale. Elaborazione reale, non la ripetizione meccanica di ciò che i nostri classici hanno elaborato in passato. Questo lavoro di elaborazione che un tempo era organizzato in momenti collettivi, in centri studi legati in modo diretto o mediato al partito comunista, è oggi affidato essenzialmente a non molti singoli volenterosi. Sono rari e occasionali, non sistematici, i momenti di scambio e interrelazione tra gli studiosi marxisti e comunisti, tali da permettere un salto di qualità. È come se fossimo tutti un po’ – senza esserne assolutamente all’altezza – dei prigionieri che in carcere scrivono quaderni per le generazioni future. E la diffusione delle elaborazioni avviene attraverso piccole riviste e pochissimi editori disponibili, che, per evidenti limiti oggettivi di dimensione, sono costretti a non alte tirature.

Altre forme di elaborazione sono dominanti nella ‘sinistra’, anche interessanti, ma ben lontane da un’ impostazione marxista e comunista. Occorre lavorare perché l’elaborazione marxista possa rimettersi in circuito, e acquisisca una dimensione di massa e non di ristretti circoli intellettuali. Oggi la teoria è percepita in buona parte di quel poco che è rimasto del ‘popolo comunista’ come chiacchiera, orpello, secondaria comunque alla ‘pratica’. Oppure – è l’altro lato della medaglia – come affermazione identitaria, ribadimento delle proprie origini, dei ‘sacri testi’. Nell’un caso e nell’altro – che hanno ragioni storico-politiche precise, per l’uso distorto che si è fatto della teoria – come operazione retorica. Occorre restituire dignità alla elaborazione teorica marxista e organizzare i luoghi e i modi perché l’elaborazione sinora essenzialmente individuale, di singoli, divenga elaborazione collettiva, necessaria alla trasformazione rivoluzionaria della società. Ma il problema non è certamente semplice. Ne abbiamo enunciato la testa, non la base. Noi non abbiamo perso soltanto i luoghi comunisti della produzione e circolazione teorica alla cui assenza hanno sopperito in questi anni le elaborazioni tradizionali degli intellettuali – tradizionali perché fondate su una tradizione di elite, di singoli – abbiamo perso molto di più, abbiamo perso il terreno su cui possa svilupparsi proficuamente un’elaborazione marxista che, in quanto tale, non è mai puro studio intellettuale, ma prassi trasformatrice dei rapporti sociali. Manca una cultura comunista di base. Senza di essa le migliori e più profonde elaborazioni teoriche rimarranno limitate ad una ristrettissima cerchia, al limite dell’estinzione, di intellettuali marxisti, non diventeranno acquisizione di massa, né potranno alimentarsi delle critiche, dei suggerimenti, delle osservazioni, della pratica, delle masse.

Detto in altri termini, si è consumata nell’ultimo ventennio una vera e propria rottura generazionale nella trasmissione della cultura marxista e comunista. Le nuove generazioni che ne hanno un vago sentore e che hanno cercato di avvicinarsi ad essa, lo hanno fatto in modo casuale, occasionale, sporadico, frammentario. La visione che hanno della storia del movimento comunista italiano e mondiale (che significa inevitabilmente anche una storia del mondo), della teoria marxista, della concezione del mondo comunista, è frammentaria, mescolata al senso comune influenzato dalle idee della classe dominante. Questa frammentarietà e assenza di una concezione organica produce anche una grande difficoltà di comunicazione, una babele di linguaggi, una confusione nei concetti. A scanso di equivoci, non intendo qui assolutamente propugnare un’uniformità dogmatica di un abc del comunismo, ma la necessità di costruire il terreno, le basi, per una cultura marxista organica, che riesca a dare ai compagni gli strumenti essenziali per leggere il mondo e orientarsi nell’azione politica. Abbiamo urgentemente bisogno di costruire una cultura comunista di base: con la produzione editoriale tradizionale (libri di base sulla storia comunista, sulla storia del sindacato, sull’abc del marxismo, ma anche sugli sviluppi scientifici letti attraverso una visione marxista, l’antropologia, la storia delle religioni…) e utilizzando le nuove tecnologie e la diffusione via web. A questo proposito il lavoro che svolgono alcuni compagni indica la strada e ci dice anche che non occorrono grandi mezzi economici per mettere in rete i classici del marxismo e migliaia di articoli e documenti.

Ma occorre un salto di qualità. Un grande lavoro coordinato e organizzato, che sappia centralizzare tutte le utili e sparse iniziative di gruppi o di singoli e pianificarne il lavoro per evitare doppioni e ottimizzare la produzione editoriale. Vi sono a questo proposito diverse energie inutilizzate o sottoutilizzate, disperse, frammentate. L’Italia non è solo il paese di Machiavelli, è anche la terra di Guicciardini, del particolarismo comunale, della tendenza alla costituzione e riproduzione allargata di piccoli cenacoli e gruppi con il loro microscopico apparato di leader appagati del loro ruolo (meglio essere il primo a Tivoli che il secondo a Roma…). Questo particolarismo ha caratterizzato anche la storia del socialismo e del comunismo italiani, ed è stato superato realmente solo quando il partito comunista si è dato una struttura forte e una effettiva strategia. Con la dissoluzione del PCI e con la profonda crisi strategica del PRC, esplosa apertamente con il crac elettorale, ma presente sin dalle origini e accentuata con l’ultra ondivaga direzione bertinottiana (tra movimentismo e governismo), questo particolarismo tende ad accentuarsi e riprodursi, con la moltiplicazione di piccoli centri spesso autoreferenziali, la cui principale preoccupazione – al di là di roboanti proclami – è oggettivamente l’autopreserv azione del gruppo stesso, piuttosto che una reale politica di conquista della classe operaia e di trasformazione sociale.

SUPERARE LA FRAMMENTAZIONE
In questo momento particolare è fondamentale lavorare per il superamento della frammentazione, per la concentrazione e centralizzazione di tutte le risorse comuniste umane e materiali. Lavoro particolarmente difficile nella situazione data, in cui sembra venir meno anche una forza comunista dotata di una “massa critica” tale da potersi presentare come polo, magnete di riaggregazione delle piccole repubbliche autonome comuniste sparse per l’Italia. Nella debolezza generale ognuna può coltivare la presunzione di porsi al centro del processo di riaggregazione e riunificazione comunista, di avere la ricetta giusta, di poter essere egemone. Producendo al contrario ulteriore frammentazione. Occorre la forza di un progetto che oggi sappia unificare senza pretendere un’impossibile uniformità e omologazioni assolute, sapendo anche fare dei passi indietro e cedere sulle questioni secondarie al fine di raggiungere l’obiettivo principale. L’unità politica non è un già dato, ma un processo di lotta e trasformazione.

Fino a quando il problema dell’organizzazione della cultura comunista sarà considerato un di più, una sorta di ’lusso’ rispetto alle impellenze del momento (liste elettorali, ecc.), non avremo alcuna base solida per la ricostruzione comunista e l’unità dei comunisti. Possiamo – a partire dall’esigenza, fondamentale per la ricostruzione di un partito comunista, della diffusione di una cultura comunista di base su cui possa svilupparsi un processo di elaborazione teorica e strategica collettiva, un progresso intellettuale di massa e non di pochi gruppi intellettuali – lanciare la proposta di un coordinamento delle diverse realtà comuniste che operano sul fronte culturale (riviste, case editrici, siti web, ecc.), perché si giunga effettivamente a forme di collaborazione e costituzione di un forte centro editoriale e culturale. Tentativi anche nel recente passato sono stati fatti, segno evidente che è esigenza sentita, ma non si è riusciti sinora a superare il particolarismo e la frammentazione.

La prospettiva è strategica. Senza una politica organizzata e non occasionale di: – diffusione di una cultura di base comunista; – formazione di quadri comunisti – elaborazione teorico-strategica collettiva; qualsiasi proposta di ricostruzione comunista sarà di corto respiro e sottoposta agli urti e frammentazioni derivanti dall’assenza di un reale cemento unitario costituito da una comune Weltanschauung, dalle basi marxiste per leggere il mondo grande e terribile e orientarsi in esso, da un costume comunista che pone come prioritario il fine comunista rispetto al vantaggio personale. Una ricostruzione che non ha bisogno di usare retoricamente gli ‘intellettuali’ come ‘fiore all’occhiello’, ma di militanti intellettuali/ intellettuali militanti. Relazione per l’incontro nazionale de l’ernesto, Bologna, 22-23 novembre 2008