I comunisti e l’analisi della situazione internazionale

La mia relazione non ha certo la pretesa di dare risposte definitive ed esaurienti alle domande che sorgono dalla complessità del quadro internazionale, alla molteplicità delle questioni in campo. Si ripromette, molto più modestamente, di sollecitare la riflessione di tutti i presenti su alcuni nodi, certo non tutti, della politica mondiale, di particolare rilevanza strategica. Nella precedente assemblea del nostro coordinamento nazionale, ho già avuto modo di avanzare la proposta dell’organizzazione di una serie di seminari tematici che affrontino, sin – golarmente e mettendo a frutto le compe – tenze dei singoli compagni, alcune que – stioni di rilievo strategico presenti nello scenario mondiale, ad esempio il tema della crisi economica globale, la natura dell’imperialismo contemporaneo, il ruolo di contrappeso all’egemonia imperialista che possono esercitare alcune realtà statuali e blocchi geopolitici. So che un’iniziativa di questo tipo porrebbe una serie di problemi logistici e organizzativi non di poco conto, ma continuo a pensare che solo in questo modo sia possibile acquisire gli elementi necessari a una conoscenza non superficiale di questa materia, trascurata da tempo e colpevolmente nel dibattito delle forze della cosiddetta sinistra alternativa italiana.

IMPORTANZA DI UNA CORRETTA ANALISI DEL QUADRO INTERNAZIONALE

Occorre con franchezza affermare che non è bastato il documento sulle questioni internazionali, approvato dalla direzione nazionale del PRC nell’autunno scorso, a determinare un’inversione di tendenza rispetto ai disastri provocati dalla gestione bertinottiana delle questioni internazionali, dalla superficialità che caratterizza le analisi degli attuali gruppi dirigenti, dal dilagare dei luoghi comuni seminati dalla propaganda imperialista, in tutte le sue sfaccettature, all’interno stesso del corpo militante dei partiti comunisti e di sinistra del nostro paese.

Gli stessi drammatici sviluppi della situazione internazionale, a cui stiamo assistendo in questi giorni, ad esempio con l’acutizzarsi delle crisi in Iran, nel Medio Oriente e in Asia Centrale, mettono completamente a nudo i limiti, per non dire l’assenza, tra i comunisti italiani (non importa se nel PRC o nel PdCI) di un serio dibattito che vada alla radice delle questioni e ne colga tutta la dirompenza e l’importanza anche per il futuro di una forza comunista unitaria nel nostro paese. Mi dispiace constatare che non solo la sottovalutazione è tanta, ma che anche la comprensione dell’essenza delle questioni stenta a farsi strada persino tra i settori più consapevoli e avanzati di ciò che rimane del movimento comunista nel nostro paese. Anche tra noi, spesso ho l’impressione di avvertire una certa reticenza ad affrontare di petto l’insieme della questione internazionale e a considerarla tutto sommato secondaria rispetto ad altri, indiscutibilmente importanti, temi della nostra iniziativa.

DIFFICOLTA’ DI ANALISI

Emerge una difficoltà a comprendere la natura complessa delle at- tuali contraddizioni che attraversano lo scenario geopolitico mondiale, a individuare, ad esempio, scavando a fondo nei processi in corso a livello planetario, un efficace sistema di alleanze, in cui i comunisti e l’insieme del movimento antimperialista siano, nella fase attuale, in grado di inserirsi con intelligenza e duttilità. L’impressione è che anche tra noi, al di là di un nostro quasi rituale e generico riferimento alla categoria dell’imperialismo (per carità, non disprezzabile in un partito che ha cancellato tale categoria dal suo arsenale concettuale) e di un nostro altrettanto rituale appello alla lotta antimperialista e alla collaborazione con i partiti comunisti e anticapitalisti, in realtà quello che non riusciamo ancora a fare è sviluppare un’analisi aggiornata e approfondita sulle caratteristiche dell’imperialismo contemporaneo e sulle dinamiche che stanno animando gli sviluppi di un efficace contrappeso, in assenza del “campo socialista”, all’imperialismo stesso, nelle condizioni attuali di relativa debolezza del movimento comunista mondiale e di quelle componenti di movimento altermondialista, il cui ruolo rischia francamente di venire sovrastimato nelle analisi della sinistra di alternativa in Europa. Vedo una difficoltà, anche da parte nostra, a guardare a importanti realtà statuali e a sistemi di alleanze, pur caratterizzati da orientamenti e sistemi sociali diversi (e penso, al movimento dei non allineati, al blocco continentale latinoamericano, alla Russia, alla Cina, ai paesi BRIC, alle comunità regionali eurasiatiche e africane), come a importanti pedine dello schieramento mondiale in grado di esercitare un valido contrappeso all’egemonia imperialista, rappresentata oggi dalla triade Stati Uniti, Unione Europea, Giappone, a vedere in essi oggettivi e potenti alleati del movimento antimperialista mondiale, perlomeno in questa fase storica. Certo, questa difficoltà a comprendere gli sviluppi della situazione mondiale non è solo nostra, ma anche di altre componenti comuniste presenti a livello internazionale, alle prese anch’esse con la necessità di aggiornare continuamente i propri strumenti di analisi ed indagine dei processi in corso, ma tra noi tale ritardo assume una dimensione a mio avviso preoccupante che, se non affrontata con il dovuto rigore e con tempestività, rischia di pregiudicare un corretto approccio alla questione internazionale dello stesso coordinamento delle forze comuniste e anticapitaliste, alla cui formazione, giustamente e con tanta passione, stiamo cercando di contribuire.

L’ATTUALE RUOLO DELLA NUOVA AMMINISTRAZIONE USA

Per ragioni di tempo a disposizione, non mi è certo possibile sviluppare una riflessione più approfondita sull’attuale ruolo della nuova amministrazione statunitense, nel tentativo di rispondere in modo almeno sufficiente a domande che probabilmente si stanno ponendo i compagni presenti a questa assemblea. E che sembrano suscitare aspettative e persino entusiasmi che considero francamente fuori luogo all’interno di settori dello stesso nostro partito. Ci troviamo forse di fronte ad un cambiamento radicale dell’approccio dell’amministrazione americana a tutte le più importanti questioni che investono il nostro pianeta? Oppure ci troviamo semplicemente di fronte ad una riuscita operazione di maquillage, che, al di là delle convinzioni soggettive del personaggio Obama, ancora tutte da verificare e da indagare, risulta funzionale alle rinnovate pretese dell’imperialismo USA di continuare a cercare di imporre la propria egemonia nel contesto mondiale, attraverso un semplice aggiustamento delle linee strategiche adottate al momento della caduta dell’efficace contrappeso rappresentato dalla presenza del cosiddetto “campo socialista”, agli inizi degli anni ’90 dello scorso secolo? Personalmente ritengo che, se ci atteniamo alla realtà cruda dei fatti, la nuova presidenza democratica, nei primi mesi di mandato, non sembra avere cambiato molto i tratti caratteristici di aggressività ereditati dall’amministrazione precedente, se non appunto sul piano della propaganda, come nel caso delle dichiarazioni ad effetto di Obama in merito al rispetto delle garanzie e dei diritti umani nel comportamento degli apparati militari del suo paese. Che, peraltro, non sembrano ancora avere avuto efficaci traduzioni in pratica.

OBAMA AMPLIA LA MACCHINA DA GUERRA IMPERIALISTA

In realtà, nei primi mesi di mandato, l’amministrazione Obama ha continuato ad ampliare la macchina da guerra imperialista, a seminare basi militari, a destabilizzare paesi (ad esempio in Sudan, Somalia, Pakistan ed oggi in Iran e Honduras) per introdurvi truppe e proteggere governi al suo servizio, ha continuato a rafforzare la NATO, chiedendo tra l’altro un maggiore impegno ai suoi alleati europei e appoggiando il rafforzamento della componente militare dell’Unione Europea, non ha cessato di perfe- zionare strategie di proiezione delle proprie forze per tutto il pianeta, ad insistere sulla “minaccia” di “Al Qaeda” e sulla “guerra al terrorismo” come copertura dell’aggressione a paesi sovrani. All’interno di questa strategia è invece probabile che sia in corso di ridefinizione la scala di priorità delle direttrici di intervento politico e militare degli Stati Uniti. Ad esempio, negli ultimi mesi abbiamo assistito al rientro in campo di quella compagine di consiglieri (tanto per intenderci, quelli che si raccolgono attorno a Brzezinski, Albright e all’entourage di Clinton) che ha guidato la diplomazia americana, nel corso delle precedenti amministrazioni democratiche. L’approccio più dialogante nei confronti delle elite moderate arabe, avvertito nel discorso di Obama al Cairo, nella speranza di ottenere un alleggerimento dell’impegno diretto statunitense sul fronte medioorientale e l’attività frenetica, ampiamente sottovalutata se non ignorata dai comunisti italiani, sia sul piano della collaborazione militare che su quello diplomatico, con i paesi confinanti con la Russia in Europa e in Asia Centrale, ne rappresentano probabilmente un segnale. In tale contesto, non escluderei una maggiore focalizzazione dell’impegno americano sui temi concernenti l’ulteriore rafforzamento della NATO verso Est, temi che tradizionalmente stanno a cuore appunto alle lobby più legate al partito democratico. E che presuppongono necessariamente, come già hanno dimostrato le vicende che portarono all’aggressione alla Jugoslavia nel 1999, un maggiore coinvolgimento, in una logica spartitoria, delle potenze imperialiste dell’Unione Europea (in particolare Germania e Francia, oltre al tradizionale fedele alleato britannico). Ad esempio, il recente tentativo di destabilizzazione della Moldavia, a cui ha concorso la stessa Unione Europea, attraverso l’utilizzo del ricatto economico nei confronti del paese più povero del nostro continente, mira in realtà a condizionare l’attuale governo a direzione comunista, in modo tale da costringerlo ad accettare definitivamente l’ingresso nell’Alleanza Atlantica e ad abbandonare la posizione di sostanziale equilibrio tra Occidente e Russia fino ad ora mantenuta. È ormai un dato acquisito anche un più forte coinvolgimento degli USA nel continente africano e lo scatenamento di una competizione dagli esiti imprevedibili con la Cina, per il controllo delle immense risorse naturali che vi sono contenute. Ne è una prova l’attivazione di AFRICOM, il comando strategico per il continente africano, per le cui attività diventa essenziale il ruolo di supporto rappresentato dalle basi militari presenti in Italia, a cominciare da quella di Sigonella. Ma per analizzare a fondo gli sviluppi della politica obamiana, forse è necessario aspettare ancora qualche tempo. Per verificare il tipo di contraddizioni che il nuovo corso americano aprirà all’interno dell’establishment.

IRAN: IL CLASSICO COPIONE DELLE “RIVOLUZIONE COLORATE”

E, a questo proposito, una cartina di tornasole sarà rappresentata dalla drammatica crisi in corso in Iran, dove, secondo il classico copione delle “rivoluzioni colorate” promosso sia dalle amministrazioni democratiche che da quelle repubblicane (utilizzo di gruppi di giovani apparentemente “non violenti”, mobilitazione delle classi medio- alte “occidentalizzate”, grande dispiegamento dei mezzi di informazione occidentali, compresi i giornali di “sinistra”, uso spregiudicato delle tecnologie internet, tentativi di pretestuosa delegittimazione di elezioni regolari), un copione che è stato utilizzato, con maggiore o minore successo, in Ucraina, Georgia, Bielorussia , Khirgisia, Serbia, Bulgaria, Venezuela, Bolivia, Libano ecc., questa volta si cerca di destabilizzare o, perlomeno, di creare grandi difficoltà a una realtà statuale che (piacciano o non piacciano i connotati ideologici del suo attuale gruppo dirigente) rappresenta l’unica potenza regionale in grado di fare da contrappeso (anche con il sostegno a movimenti di liberazione alleati, come Hezbollah nel Libano) alle pretese di piena egemonia nella regione medio orientale, accampate dallo Stato sionista, oggi governato da una coalizione di destra razzista e fautrice della “soluzione finale” della questione palestinese. Un Israele che oggi, forte anche della campagna “democratica” antiiraniana in tutto l’Occidente, non esita a minacciare con rinnovata protervia l’utilizzo della soluzione militare, anche nucleare, contro Teheran. Dall’Iran e dalle risposte che verranno date alla sua crisi dipenderanno non solo la sopravvivenza del suo gruppo dirigente, ma le future linee guida dell’intervento americano e la possibilità o meno che venga rafforzandosi nel cuore del continente asiatico quel blocco geopolitico immenso, che i più autorevoli analisti ritengono rappresentare il più efficace contrappeso all’egemonia imperialista dell’Occi- dente, rappresentato dalla grande comunità che prende il nome di Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, nata nel 2001 per iniziativa della Russia e della Cina come evidente incentivo alla formazione di un mondo cosiddetto “multipolare”, capace di frenare le mire egemoniche dell’unilateralismo americano. Se dovesse verificarsi un cambio traumatico delle linee guida che hanno presieduto gli orientamenti internazionali della potenza regionale iraniana, assisteremmo a sviluppi drammatici e imprevedibili, con il dilagare della controffensiva imperialista in una regione segnata dalle mire egemoniche del sionismo e dalla presenza degli scenari conflittuali in Iraq, Afghanistan e parte del Pakistan. Cadrebbe appunto un altro tassello, in grado di impedire un più efficace controllo geo-strategico e delle immense risorse energetiche di quella parte del mondo da parte dell’imperialismo. Di questo dobbiamo essere tutti perfettamente consapevoli. Cercando anche di rispondere in modo efficace alla lettura di quanto sta accadendo a Teheran che oggi sembra prevalere tra chi esercita la direzione del nostro partito. Su questo permettetemi alcune considerazioni. Mi sembrano necessarie e urgenti. Perché su questioni come quelle relative alla nostra internità o meno al movimento antimperialista non mi pare ci sia molto spazio per eccessivi equilibri tattici.

IL PRC E L’IDEOLOGIA DELL’IMPERIALISMO DEMOCRATICO

Ebbene, per quanto riguarda l’atteggiamento che il PRC sta tenendo in questa occasione, il quadro mi sembra a dir poco inquietante. Dopo aver delegato, all’inizio, la gestione politica della questione ai giornalisti in larga parte “vendoliani” di Liberazione, che si sono limitati nella sostanza a fare da cassa di risonanza ai più triti e ritriti luoghi comuni dell’ideologia dell’impe – rialismo democratico, spesso a rimorchio di un PD e dei suoi vassalli di “sinistra” che di questa ideologia sono completamente impregnati, alla fine, di fronte all’incalzare della poderosa campagna mediatica tuttora in corso, senza tenere in alcun conto le prese di posizione dei settori più consapevoli del movimento antimperialista mondiale, a cominciare dal Venezuela di Chavez, il silenzio è stato rotto da Ferrero, attraverso un sostanziale allineamento acritico alle posizioni che vengono espresse tramite i canali di informazione e commento politico a disposizione dei settori che, a livello mondiale, in nome della “difesa dei diritti umani”, sostengono, con più o meno decisi accenti, le tesi del cosiddetto “imperialismo democratico” e dell’ “ingerenza umanitaria”, tradizionalmente propagandate dalle amministrazioni USA. Ho definito inquietante quanto sta avvenendo perché, personalmente, sono convinto da tempo che, dietro le posizioni di aree politiche come quella rappresentata dal compagno Ferrero, che certo non può essere scambiato per un ingenuo, ci sia proprio l’accettazione consapevole di quella filosofia che rappresenta il motore di quello che, anche se impropriamente, è stato definito da qualcuno come il “nuovo internazionalismo” del nostro tempo e che è andato caratterizzando, dopo la caduta del campo socialista, con un vero e proprio cambiamento di segno, i comportamenti di tanta parte della sinistra europea “vecchia e nuova”. Una delle caratteristiche dei discorsi politici, da destra a sinistra, è che essi oggi sono interamente dominati da ciò che si potrebbe chiamare l’imperativo dell’ingerenza. Il copione è sempre più o meno lo stesso. Noi occidentali, portatori di “civiltà” e umanesimo democratico, siamo costantemente chiamati a difendere i diritti di minoranze oppresse in paesi lontani (questa volta in Iran, come lo scorso anno in Cina), a proposito dei quali non conosciamo poi granché, a protestare contro le violazioni dei diritti umani, a esigere l’abolizione della pena di morte, eccetera, eccetera. Il diritto di ingerenza non solo è generalmente ammesso, ma si è spesso trasformato in “dovere di ingerenza”. Ci viene assicurato che è urgente creare tribunali internazionali, per giudicare crimini diversi commessi all’interno di Stati-nazione. Si suppone che il mondo sia diventato un villaggio globale e che nulla di ciò che vi accade debba lasciarci indifferenti. La sinistra del mondo occidentale eccelle in questo discorso ancor più della destra, accusata a sua volta di egoismo, come ha esattamente fatto Ferrero nel suo comunicato sull’Iran, e pensa, in buona o mala fede, così di continuare appunto la grande tradizione di internazionalismo del movimento operaio e della solidarietà con gli oppressi. Le conseguenze pratiche di tale situazione sono sotto gli occhi di tutti. I movimenti pacifisti non sono che l’ombra di ciò che rappresentarono ad esempio fino agli anni ’80, e il movimento terzomondista è praticamente scomparso. Non si è manifestata praticamente opposizione alla guerra alla Jugoslavia nel 1999, che fu la guerra “umanitaria” per ec- cellenza, e molto poca opposizione vi è stata al tempo dell’invasione dell’Afghanistan nel 2001. Vero è che ci sono state manifestazioni gigantesche, uniche nella storia e portatrici di speranze, contro la guerra in Iraq del 2003. Ma bisogna riconoscere che, con il procedere dell’occupazione, l’opinione pubblica, in Occidente, è ricaduta in un generale mutismo, sebbene in Iraq, in Afghanistan, in Africa, in molte parti del mondo, si manifestino quotidianamente gli effetti sconvolgenti delle aggressioni imperialiste. Di fronte a quanto accade, quante proteste? Quante manifestazioni davanti alle ambasciate americane? Quante petizioni per chiedere ai nostri governi che impongano agli Stati Uniti di fermarsi? Quanti editoriali nei giornali per denunciare questi crimini? Se ci guardiamo attorno, non possiamo che ricavarne un quadro desolante. Negli ultimi tempi, se escludiamo il movimento suscitato, peraltro in larga parte dalla presenza di una forte comunità araba nel nostro paese, in solidarietà con la Palestina durante l’aggressione a Gaza, i movimenti progressisti, pacifisti o ecologisti, quando si mobilitano, tendono a prendere per oro colato le dichiarazioni dei media e dei dirigenti occidentali, a considerare tutti i dirigenti del terzo mondo demonizzati dall’Occidente come dei nuovi Hitler, nei cui confronti qualsiasi compromesso equivarrebbe ad una nuova Monaco; questi movimenti tendono ad entrare in sintonia con le motivazioni che stanno dietro lo scatenamento delle cosiddette “rivoluzioni colorate”, le uniche che riescono a far scattare la solidarietà pelosa dell’opinione pubblica occidentale. Quotidianamente, con metodo, anche nel giornale Liberazione, subalterno alla filosofia di molte ONG di “sospetta” provenienza e alle linee di politica estera di certi settori “verdi” e radicali alla Pannella o alla Cohn Bendit, ci vengono somministrate interpretazioni che poco si discostano da quelle che caratterizzano la politica estera filo-imperialista del PD o dalle più recenti prese di posizione dei settori bertinottiani, e che contribuiscono a generare in molti settori del movimento “sbandate” come quelle di cui ha dato prova l’”Onda” romana in occasione della recente visita di Gheddafi.

Questo è lo sconfortante stato dell’arte. Ma sorgono anche alcune domande che ci riguardano direttamente. Noi, compagni dell’area de l’ernesto, come la pensiamo? Come reagiamo? Abbiamo forse noi piena coscienza dell’importanza strategica per i comunisti della partita che si gioca sullo scacchiere mondiale? Su questo non scontiamo anche noi (a parte alcuni compagni che corrono il rischio di apparire “monotematici”) una sottovalutazione delle questioni internazionali?

Su questi interrogativi dobbiamo misurarci fino in fondo, senza perdere altro tempo, evitando derive di ordine tatticistico, che a me paiono semplicemente vergognose, con probabili effetti devastanti di disorientamento e demoralizzazione in ciò che resta della nostra base.