I comunisti e la storia del ‘900. Un’eredità ingombrante?

*direttore del Centro Studi sui problemi della transizione al socialismo

FARE I CONTI CON LA NOSTRA STORIA NON PER CANCELLARLA , MA PER RILANCIARE UN PROGETTO RIVOLUZIONARIO.

Sul rapporto tra comunisti e storia del ‘900 molto è stato già scritto, in particolare sulle colonne de l’ernesto, che ha da tempo avviato una riflessione antirevisionistica in proposito, promuovendo tra l’altro il convegno di Milano “Il potere, la violenza, la resistenza”, che ha ben puntualizzato alcuni aspetti fondamentali della questione. Ritorno in queste brevi note su alcune questioni “preliminari”.

1. Nessun movimento o partito politico – meno che mai se iscrive sulle sue bandiere il progetto di un cambiamento radicale della società, di una rivoluzione sociale che sovverta i rapporti di produzione – può rinunciare a fare i conti col passato, può eludere la questione di un rapporto con la storia. Non esiste “autogenesi”, non si può pretendere di essere figli di se stessi, a meno che non si ami coltivare l’autoinganno e l’illusione di una purezza primigenia. Ma poi il passato rimosso riaffiora in un brutto nuovo e le vecchie maschere si ripresentano impoverite e deformate: la vecchia storia, cacciata dalla porta, rientra dalla finestra.

2. Il movimento comunista, quale movimento che si è proposto la più radicale e consapevole rivoluzione di tutti i rapporti sociali determinati dal modo di produzione capitalistico, ha oramai una lunga storia alle spalle. Con essa vanno fatti criticamente i conti. Qualsiasi partito, movimento o formazione politica intenda battersi per la rivoluzione dei rapporti sociali di produzione non può eludere la questione dell’eredità storica.

3. I comunisti sono oggi eredi di un grandissimo e importantissimo lascito storico, di una storia ricca, articolata, complessa che ha abbracciato gran parte del 900: è storia di lotte sociali, di resistenze, di lotte anticoloniali e antimperialiste, è anche, in una parte non trascurabile e non eludibile, la storia di rivoluzioni socialiste. Per essere più precisi: di rivoluzioni organizzate, dirette o egemonizzate da partiti o formazioni politiche comuniste o di ispirazione socialista che – in modi e forme diverse, a seconda delle circostanze storiche – hanno conquistato il potere politico e avviato trasformazioni profonde nei rapporti di proprietà.
Si è trattato dei primi grandi tentativi, delle prime importanti esperienze, dirette coscientemente e secondo un fine preciso, volte a realizzare la socializzazione dei mezzi di produzione, a trasformare tutti i rapporti sociali, e non solo i rapporti di proprietà.

4. Prima ancora che valutare i singoli aspetti, le particolarità, le svolte di una storia che ha conosciuto delusioni cocenti accanto ad entusiasmanti e travolgenti vittorie, sconfitte umilianti e successi strepitosi riconosciuti ai comunisti anche dai loro più feroci avversari, i comunisti devono sciogliere il nodo del rapporto da istituire con questa eredità: se accettarla, se assumersela, o rifiutarla. Anzi, per come su di essa oggi si esprimono vecchi e nuovi transfughi del comunismo, non di semplice rifiuto si tratta, ma di un rigetto senza appello, di un disprezzo senza limiti, di un ripudio.

5. Nel primo caso si potranno fare i conti con questa storia, analizzarne vittorie e sconfitte trionfi e tragedie. Assumere un’eredità storica non significa accogliere acriticamente, in modo apologetico o giustificazionista, tutta la storia delle rivoluzioni del ‘900, ma significa riconoscersi come parte, parte in causa di questa storia, guardare ad essa con un atteggiamento che potremmo definire di “simpatia critica”, nel senso etimologico della parola greca “simpatia”: trovare un comune sentire con questa storia, sentirla appassionatamente come propria, come una parte del proprio essere comunisti del XXI secolo e non come storia altra, da tenere a distanza, da guardare con freddezza o disprezzo.

6. Nel secondo caso, invece, le cose diventano, apparentemente, molto più semplici: si rinnegano i padri, si rigetta l’eredità, ci si presenta come figli di se stessi, o, il più delle volte, come figli spirituali di un’altra eredità. È qui il punto. Se si disconosce la tradizione comunista, se non la si vuole assumere a proprio carico, per tutto quello che è stata, per i problemi che ha risolto e per quelli che ha lasciato drammaticamente aperti, significa che si ricorre ad un’altra tradizione, ad un’altra eredità. Significa che si spezza consapevolmente il legame non solo con la storia comunista del ‘900, ma anche con le teorie e le lotte rivoluzionarie dell’800 che inequivocabilmente con Marx ed Engels ponevano la questione della trasformazione dei rapporti di produzione attraverso la conquista del potere politico per avviare una fase di transizione alla nuova società, e ci si appoggia ad altri “padri”, ad altre tradizioni. Operazione legittima, che però andrebbe dichiarata tutta, senza l’equivoco del riferimento al comunismo. Esiste una tradizione del cristianesimo radicale, che ha incrociato e incrocia talora la storia del comunismo (come è accaduto in alcune esperienze dell’America Latina), ma è chiaramente altra cosa da esso. Esistono tradizioni democratiche radicali, che non hanno posto come prioritario il problema della trasformazione dei rapporti di produzione, ma quello delle forme politiche in cui si esercitano i diritti di cittadinanza. I comunisti nella loro storia sono stati spesso a fianco di progressisti, democratici, cristiani radicali, riconoscendoli come alleati in un percorso di liberazione dalle dittature fasciste e di emancipazione dallo sfruttamento. Ma nella consapevolezza e chiarezza delle differenti tradizioni e punti di riferimento. Poiché è del tutto illusorio, o frutto di una mania di potenza, ritenersi autofondantisi, autogenerantisi, è evidente che il ripudio di una storia e di una tradizione implica l’assunzione, consapevole o meno, di un’altra tradizione, di altri punti di riferimento.

7. Un’operazione politico-culturale di questo tipo fu compiuta nel 1989-90 dall’allora segretario del PCI Achille Occhetto e dai successivi dirigenti del troncone maggioritario del PCI trasformatosi in “Democratici di Sinistra”. Consapevolmente essi abbandonarono una tradizione, per accoglierne un’altra, ripudiarono i padri e la loro eredità per cercarne altri in altri campi, per costruirsi altri punti di riferimento per la comprensione del presente e l’interpretazione della storia passata, finendo per approdare ad una prospettiva liberal-democratica. Si resero conto che anche la tradizione socialdemocratica (non nella sua versione degradata, ma nella tradizione alta degli austromarxisti e del primo revisionismo storico) era inservibile e troppo “contaminata” dal marxismo; la divergenza coi comunisti verteva non sulla meta finale, ma sulle modalità di giungervi attraverso riforme graduali: la proprietà sociale, o, almeno, pubblica, dei mezzi di produzione continuava ad essere iscritta nei programmi della socialdemocrazia primo-novecentesca, come in quelli del PCI togliattiano che indicava, con le “riforme di struttura”, la prospettiva di una lenta transizione per tappe in una lunga “guerra di posizione”. La scelta del nome – che coniugava democrazia e sinistra – non era affatto casuale. La parola stessa di “socialismo” era considerata oramai contaminata, generatrice di miseria e illibertà. Ciò che, infatti, veniva messo in discussione, era la “presunzione fatale”, come suona il titolo di un noto libro del teorico liberista von Hayek – critico “preventivo” del comunismo già nei primi decenni del XX secolo – di poter organizzare un’economia pianificata sulla base della proprietà statale dei mezzi di produzione.

8. Rottura con le radici del ‘900 e abbandono della prospettiva socialista procedettero di conserva; crisi dell’URSS e avanzare dell’ideologia “neoliberista” sono andati di pari passo, si sono sostenuti a vicenda. L’ideologia del PCI subì l’attacco neoliberista e vi cedette, ritirandosi non solo dal comunismo, ma dalla stessa tradizione socialdemocratica: fu progressivamente abbandonato il ruolo che allo stato si assegnava nella trasformazione sociale, non si rivendicò più l’intervento statale in economia, si accettarono le privatizzazioni. D’altro canto, il crollo dell’URSS poteva essere portato a sostegno della tesi del fallimento dello “statalismo” (termine ambiguo, connotato in modo estremamente negativo, che ebbe per diversi anni una certa fortuna nella sinistra radicale in cerca di spiegazioni onnicomprensive sulla disfatta dell’Unione Sovietica) e rafforzava la proposta “neoliberista”. La nuova chiave interpretativa offerta dal PCI (poi DS) post ‘89 per la storia delle rivoluzioni del ‘900 fu di tipo liberaldemocratico. Erano le stesse conclusioni cui giungevano i “democratici” eltsiniani e lo stesso Gorbaciov in URSS dopo il 1989: il problema non era quello di buoni o di cattivi dirigenti, che avevano indirizzato in senso sbagliato la politica sovietica, il problema non era Stalin o Berija o Breznev, ma il sistema in sé, la proprietà statale dei mezzi di produzione, l’assenza di mercato e proprietà privata capitalistica. Si passò rapidamente al dogma secondo cui senza mercato capitalistico non può esservi democrazia. Tutta la grande questione della vita democratica nella società socialista veniva aggirata e resa obsoleta con un colpo da maestro: è il mercato e solo il mercato (capitalistico, va da sé!) che consente la democrazia; democrazia senza mercato non può darsi. Una richiesta di democrazia si legava così a quella di passaggio al mercato, cioè allo smantellamento della proprietà statale e alla sua privatizzazione. Sulla base di queste premesse non vi è più alcun interesse ad individuare le fasi storiche, gli snodi, i passaggi cruciali, i diversi andirivieni di una storia complessa. Ormai è stato individuato il “peccato originale”, la proprietà sociale dei mezzi di produzione. Non si discute più se la socializzazione in URSS sia effettiva o fittizia, o inceppata da meccanismi sfuggiti al controllo, o parziale, imperfetta, ma si mette in discussione la socializzazione in sé. La prospettiva stessa del comunismo viene considerata falsa e criminale, un’utopia negativa irrealistica che presume di poter mettere sotto controllo tutto il mondo. La conclusione che si tira è la stessa delle critiche anticomuniste del primo ‘900: il terribile leviatano comunista è figlio di questa pretesa. La violenza, la repressione, il “totalitarismo”, sono conseguenze necessarie di questo folle progetto. Del resto, il Libro nero del comunismo attacca in primo luogo proprio l’ideologia comunista per dimostrare una coerenza e consequenzialità tra le premesse teorico-politiche e gli orrori del “Gulag”. Stato, proprietà statale, intervento statale nell’economia sono bollati come “statalismo”, che, al meglio, genererebbe burocratismi e, al peggio, “totalitarismo” criminale. A questa impostazione perciò non interessa guardare i diversi passaggi della storia del ‘900, ma denunciare l’errore originario e prenderne definitivamente le distanze.

9. La cultura dominante nei DS ha accolto rapidamente e acriticamente la categoria di “totalitarismo” da utilizzare indistintamente nella lettura del nazifascismo e del comunismo novecentesco. Tale categoria è divenuta egemone anche tra alcuni dirigenti e militanti del PRC che palesemente non si riconoscono nella prospettiva liberaldemocratica. Il ricorso a questa categoria fu un’arma della guerra fredda e la sua sistemazione politica si deve non alla filosofia di Hannah Arendt, ma ad un teorico di punta dello staff statunitense, Z. Brzezinski, che insieme con C. Friedrich pubblicò Totalitarian Dictatorship and Autocracy. Essa servì ad accomunare in un’unica condanna il nazismo, di cui le popolazioni europee sentivano ancora fresche sulle loro carni il morso feroce, e il comunismo, divenuto, immediatamente dopo la caduta del Terzo Reich, il nuovo totem da rovesciare. Serviva ad indicare nella liberaldemocrazia l’unica strada sana che si potesse percorrere, rifuggendo dai due “mali radicali” del secolo, nazismo e comunismo. È una categoria ideologica per giustificare lo stato di cose presente, come unico modello possibile. Se volessimo impiegare il linguaggio di Ignacio Ramonet, potremmo dire che è un’arma al servizio del “pensiero unico”. L’impiego di questa categoria, invece che gettare luce sulla struttura dei sistemi sociali, oscura le basi di classe, ignora i rapporti di produzione, non fornisce alcuna chiave di lettura scientifica della struttura e dei rapporti di potere.

10. Tutt’altra cosa rispetto all’uso politico della categoria di “totalitarismo” è la necessaria riflessione sul carattere generale, complessivo, “totale” della rivoluzione comunista, che non si limita alla trasformazione dei soli rapporti di proprietà. Insieme con essa i comunisti si sono posti, infatti, l’obiettivo della trasformazione dell’organizzazione del lavoro, della cultura, dell’educazione e della formazione, della concezione del mondo, fino a coinvolgere le relazioni tra individui, la vita quotidiana, la famiglia, i rapporti uomo/donna. Basti guardare in proposito il fervore rivoluzionario dei ricchissimi anni Venti-Trenta in URSS, il percorso della rivoluzione cinese prima e dopo la conquista del potere politico, la rivoluzione cubana. In questo senso le rivoluzioni comuniste sono state “totalitarie”. Una rivoluzione comunista è necessariamente “totale”, poiché non separa economicisticamente il mutamento formale dei rapporti di proprietà, la sfera dell’economia strettamente intesa, dal modo in cui si organizza la vita quotidiana di ciascuno, come aveva intuito Antonio Gramsci nelle pagine di Americanismo e fordismo, in cui gettò le basi per l’elaborazione di una teoria della complessità del modo di produzione che, poggiando sulla fondamentalità del modo materiale di produrre giunge ad articolare un’analisi dell’insieme della vita sociale e individuale, del “modo di vivere, pensare, sentire la vita”. Il capitalismo, come avevano colto i critici della scuola di Francoforte e Herbert Marcuse in particolare, è totalitario: per poter funzionare deve condizionare le menti, gli equilibri psicofisici, gli stili di vita, inculcando nelle menti degli sfruttati i desideri, i gusti, la mentalità degli sfruttatori, in modo che appaia “naturale” lo sfruttamento del lavoro salariato e quasi un privilegio lavorare sotto padrone. Al totalitarismo del capitale che riduce l’uomo a una dimensione, nella dittatura dei persuasori occulti, la rivoluzione comunista si contrappone in ogni campo dei rapporti sociali di produzione. Essa non può limitarsi alla sola trasformazione di un rapporto, poiché pensa in un nesso indissolubile economia, cultura, società, politica. E quando ha preteso di separare rivoluzione economica e rivoluzione culturale è stata sconfitta.

11. Chi nel 1989-90 non accettò il salto dal comunismo alla liberal-democrazia, evidentemente assumeva l’eredità comunista. Le riconosceva, insieme a grandi successi, terribili e tragici errori (e tra gli errori non si potevano non considerare anche quelli di chi aveva favorito la controrivoluzione e la dissoluzione dell’URSS), ma ne accettava in tutta evidenza l’eredità. Non si trattava di un fallimento, di un cumulo di macerie, ma di un’esperienza sconfitta. Sul come e perché di questa sconfitta si riaprì per una stagione troppo breve una riflessione teorico-politica, che si chiuse rapidamente, senza approdare a nulla di nuovo e approfondito che non fosse la riproposizione, spesso in termini solo giornalistici e semplificati, delle coordinate di un grande dibattito e scontro tra le diverse anime del co-munismo mondiale sulla natura sociale dell’URSS: socialismo realizzato, capitalismo di stato, collettivismo burocratico…

12. I comunisti che rifiutarono il passaggio occhettiano non furono in grado, o non vollero – tranne voci troppo isolate – fare realmente i conti con la storia delle rivoluzioni del ‘900. Farli in modo sistematico, scientifico, e non a suon di slogan e frasi ad effetto, a seconda delle circostanze e dell’uditorio in cui si teneva il comizio, con la ripetizione di vecchi e nuovi dogmi (accanto al dogmatismo dei “nostalgici” c’è il dogmatismo occulto dei “nuovisti” teorici del “totalitarismo comunista”). Nel timore tatticistico di rompere equilibri interni, di infrangere tabù, quella storia si guadagnò ben presto il silenzio tombale, travolta dalle svolte e giravolte della trottola quotidiana della politique politicienne.

13. Ma in politica – e per una forza politica fare i conti con la propria storia è operazione politica – non si danno vuoti. Gli spazi lasciati aperti furono ulteriormente occupati dall’avversario, che, non soddisfatto ancora della liquidazione dell’ URSS e degli altri paesi socialisti europei, pretendeva abiure definitive. Non furono i comunisti – come avrebbero dovuto – ad avviare il grande dibattito storico-teorico sulla propria storia, ma il Libro nero del comunismo e nel modo peggiore. Tutto l’asse del dibattito venne spostato ormai sul solo problema della violenza e del “Gulag”, del terrore, dei presunti cento milioni d morti vittime del comunismo. Mentre lungo tutto il periodo di nascita e sviluppo dell’Unione sovietica e ancora nei primi anni ‘90 il dibattito marxista ruotava intorno alle categorie di “socializzazione dei mezzi di produzione” – parziale? effettiva? solo formale e non sostanziale? – di “pianificazione”, di “rapporti di produzione”, di “rapporti mercantil-monetari e socialismo”, insomma sul livello di socialismo raggiunto nella transizione sovietica, cinese, cubana, o anche – sulle tracce di Bordiga, Mao, Charles Bettelheim – di rovesciamento del socialismo sovietico in una peculiarissima forma di capitalismo di stato, col “libro nero” tutto il dibattito arretrava dalla questione dei rapporti di proprietà a quella della violenza e dei “crimini del comunismo”.

14. Concentrare tutto il dibattito sulla questione della violenza e del Gulag è un evidente sintomo di subalternità ideologica all’avversario, da cui si sono assunte acriticamente le categorie della guerra fredda (“totalitarismo comunista”).

15. I comunisti che non intendono ripudiare una grande eredità storica da cui hanno moltissime cose da apprendere e da non lasciare in soffitta – e apprendere non significa ripetere o giustificare ad ogni costo – hanno il compito di confrontarsi con questa storia attraverso le loro proprie categorie, costruendosi gli strumenti adeguati per affrontarla, senza assumere le categorie ideologiche dell’avversario di classe. I comunisti hanno dinnanzi a sé il difficile compito di riprendere un’attività culturale egemonica, di uscire dalla subalternità. E dovrebbero avvicinarsi a questa storia con quella “simpatia critica”, che fu l’approccio dei nostri grandi maestri, da Marx a Gramsci, verso i movimenti rivoluzionari del proprio tempo, dalle rivoluzioni del 1848-49, alla Comune di Parigi, all’occupazione delle fabbriche del biennio rosso.