I comunisti e la lotta contro le basi militari in Sardegna

*Presidente Gruppo Prc Consiglio Regionale Sardegna

In Sardegna la lotta contro le basi militari si intreccia con la storia dei comunisti e affonda le sue radici nelle lotte sociali immediatamente successive alla liberazione dal nazifascismo. Nell’isola, anche grazie al ruolo storico svolto dal Pci, la lotta contro le basi militari è stata sin dal principio lotta di pace ma al contempo lotta per lo sviluppo e la rinascita economico-sociale, mobilitazione in difesa dell’ambiente ed insieme battaglia di riscatto civile di un popolo. Credo sia giusto affrontare il tema delle servitù militari a partire da queste considerazioni perché è giusto ricordare che la nostra terra ha dato i natali non solo ad Antonio Gramsci ed Enrico Berlinguer, ma anche ad altri due grandi comunisti di caratura internazionale come Velio Spano e Renzo Laconi. Ricordarli non è solo un esercizio retorico, una formalità liturgica, ma è un atto di riconoscimento doveroso perché proprio Spano e Laconi ebbero un ruolo centrale nel suscitare e dirigere quelle lotte.
Tutti oramai sanno che la Sardegna è stata individuata sin dai primi anni cinquanta come «punto nevralgico » del sistema politico militare di alleanza atlantica creato dagli Stati Uniti d’America e che le installazioni logistico operative delle basi sono il risultato di accordi segreti tra SIFAR e CIA, pochi però ricordano oggi che quando i militari iniziarono ad appropriarsi delle terre il Pci fu in grado di sviluppare una epica lotta di resistenza da parte di pastori e contadini. Quella lotta si scontrò con dinamiche ed equilibri di politica internazionale e con forze reazionarie ben più forti e determinate, ma ritengo comunque che quelle pagine di eroica resistenza – quando i comunisti arrivavano a quotarsi per dare ai contadini e ai pastori la possibilità di non cedere ai ricatti dei militari – vadano ricordate, vadano indagate nuovamente e rivalutate, perché si pongono oggettivamente come il seme più forte, persistente e prolifico da cui è germogliata – a tanti anni di distanza – l’attuale lotta di popolo contro la presenza militare in Sardegna.
Certo bisognerebbe anche indagare per quali ragioni è passato tanto tempo tra quelle esperienze di lotta e le attuali – e forse tra queste ci troveremmo anche quelle dell’involuzione del Pci poi tramutatosi in Pds – ma per il momento è per me importante ricollegarmi ad esse e rivendicarne la continuità, perché fu con quelle lotte che il Pci divenne un grande partito di massa, il «il partito nuovo». Questo perché a mio avviso anche oggi è attraverso le lotte che i comunisti devono tornare ad essere centrali, e perché oggi come ieri proprio il conflitto sociale è il luogo in cui va edificato un nuovo grande partito comunista di massa.
Allora la resistenza contro i militari era la diretta prosecuzione del grande movimento contadino che iniziò a svilupparsi – proprio grazie alla direzione di Spano e Laconi – tra il ‘47 e il ‘48 e che sfociò nel biennio dell’occupazione delle terre del ‘49-‘50, nella Costituente contadina, nelle assisi per il mezzogiorno. Pochi oggi lo ricordano ma il grande movimento per la riforma agraria e per un diverso modello di sviluppo nelle campagne esplose in Sardegna prima che nel resto d’Italia, portando già nell’ottobre del 1949 (1), nella sola provincia di Sassari, migliaia di contadini ad occupare 8.000 ettari di terre espropriate ai grandi latifondisti, dando il via ad un movimento che si sarebbe articolato poi in Calabria e Sicilia. Oggi dedichiamo, giustamente, tanta attenzione a movimenti come i Sem Terra del Brasile: nello stesso modo occorrerebbe dedicare attenzione a quel che siamo stati capaci di fare noi comunisti nell’Italia del secondo dopoguerra. Proprio quel grande movimento di massa – su cui non mi posso soffermare ulteriormente per ovvie ragioni di spazio – fu truffato due voltedai governi filo americani della Dc di allora: truffati una prima volta, perché la riforma agraria del Ministro Segni (un altro sardo collocato però sull’altro fronte della barricata) non ebbe il coraggio di andare fino in fondo, lasciando nella sostanza immutati i rapporti sociali di produzione delle campagne; truffati una seconda volta, perché in diversi casi proprio le terre espropriate dall’Ente di riforma agraria furono accaparrate dai militari per costruirci le basi.
Tutte le basi militari sarde nascono in questo contesto storico e politico: dal Poligono Interforze del Salto di Quirra al Poligono di Teulada, dal poligono di Capo Frasca alla base di Poglina (quella dell’operazione Gladio), quindi alla base di La Maddalena. La politica di contenimento all’espansione dell’area di influenza sovietica nel Mare Mediterraneo da parte degli Usa, trovava in Sardegna un avamposto strategico naturale di fondamentale importanza anche nella prospettiva – al tempo non tanto remota – di un conflitto nucleare. Proprio in ragione di questo scenario, nel corso del 1972, Usa e Italia stipulano i famigerati accordi bilaterali segreti mai ratificati dal Parlamento italiano, che hanno portato alla trasformazione della base di La Maddalena da semplice deposito di carburanti e facilitazioni portuali, in una vera e propria base di appoggio per sommergibili nucleari. Anche in quel frangente i comunisti e le forze autonomiste in Sardegna presero posizione e svilupparono una mobilitazione popolare di massa. Allora la lotta contro la base di La Maddalena si ricollegò idealmente alla lotta contro la guerra in Vietnam e il Pci ebbe particolare cura nel porre in connessione l’occupazione militare della Sardegna con le politiche aggressive dell’imperialismo americano.
Il venir meno della guerra fredda ha portato ad un riposizionamento militare nel Mediterraneo che, anziché determinare un ridimensionamento della presenza di basi nel nostro territorio, ha invece determinato un processo di ulteriore ampliamento delle installazioni esistenti. Anche nel nuovo scenario post-guerra fredda il governo americano ha preteso di imporre alla Sardegna il ruolo di pedina chiave della politica espansionistica dell’imperialismo Usa. Oggi in ballo non c’è più la necessità di fronteggiare il “pericolo comunista” ma quello di controllare i giacimenti e i sistemi di trasporto delle risorse energetiche tra il Mediterraneo e il Medio Oriente.
Così, come allora la guerra fredda venne presentata come una battaglia tra il bene e il male – significativamente esemplificata dal fronteggiarsi di democrazia e “barbarie comunista” – allo stesso modo oggi la necessità di controllare il Mediterraneo è giustificata con la necessità di contenere il terrorismo di matrice islamica ed esportare la democrazia nei paesi del Vicino e Medio Oriente. In un caso come nell’altro la dissimulazione nasconde una ben più prosaica volontà di imporre la supremazia economica, politica e militare degli Usa. In un caso come nell’altro la lotta contro le basi in Sardegna è lotta contro l’imperialismo.
Al di là della mera analisi, il dato politico dice che – dopo anni di disinteresse delle principali forze politiche e delle istituzioni, anni in cui il movimento contro le basi era limitato a pochi gruppi di militanti – oggi la questione della dismissione delle servitù militari ha varcato la soglia delle forze storiche della sinistra radicale, coinvolgendo l’intero popolo sardo a tutti i suoi livelli, compresi i massimi vertici del Consiglio Regionale e della Presidenza della Giunta.
Il doppio binario della mobilitazione di massa e dell’offensiva istituzionale – il fatto che tra questi due livelli si è attivato un canale di comunicazione e sponda – costituisce la vera novità di questa fase, novità che può finalmente portarci ad ottenere risultati significativi. Oggi la battaglia non riguarda più solo noi comunisti, oggi la questione militare è questione di sovranità, è un tema su cui si verifica l’effettiva aspirazione di autogoverno delle sue istituzioni.
Lo stop ai lavori di ampliamento della base US navy di La Maddalena, che la lettera di costituzione in mora per la violazione del Trattato UE da parte del governo italiano potrebbe determinare, è una gran bella notizia che conferma l’attenzione e la fermezza di tutte le Istituzioni interessate su tale questione, eccezion fatta per il governo Berlusconi che rimane invece abbarbicato in una posizione di servilismo imbarazzante verso le pretese americane. Contro l’ipotesi sia di semplice ristrutturazione che di ampliamento della base di appoggio di Santo Stefano si sono espresse: le Istituzioni europee, la Giunta e il Consiglio Regionale della Sardegna, il Comune di La Maddalena, il COMIPA e l’intero popolo sardo.
Contro quest’imponente schieramento, contro la logica e contro la stessa legislazione italiana e europea resta solo l’arrogante sordità di Berlusconi e del ministro Martino i quali, peraltro, hanno già ricevuto più di una lettera di sfratto da Palazzo Chigi da parte dei cittadini sardi e italiani.
Per parte nostra – Berlusconi o meno – continueremo la nostra battaglia chiedendo alcune cose molto semplici per superare la condizione di servitù militare imposta sino ad oggi alla Sardegna:
1) i trattati segreti siglati da Stato, Servizi segreti e vertici militari con gli Usa, mai ratificati dal Parlamento e dunque mai sottoposti ad alcuna verifica democratica, devono essere resi pubblici;
2) la Sardegna e gli organi istituzionali che la rappresentano (Presidenza della Regione e Consiglio) devono farsi promotori di una conferenza internazionale tesa a denuclearizzare il Mediterraneo e il Medio Oriente tramite accordi internazionali analoghi a quelli che tra il 1985 e il 1996 istituirono quattro zone libere da armi nucleari (America Latina 1985; Pacifico del Sud 1985; Sud Est Asiatico 1995; Africa 1996);
3) i territori sottratti all’uso militare vanno bonificati e riconsegnati alle comunità per essere inseriti in un piano di sviluppo che sia rispettoso dell’ambiente. La rinascita di quei territori deve svilupparsi attraverso il coinvolgimento dei soggetti locali, amministrazioni pubbliche, associazioni culturali, organizzazioni sociali e produttive.
Rispetto a tutto questo abbiamo già presentato una Mozione in Consiglio Regionale assunta e fatta propria dall’Aula e dal Presidente della Giunta Regionale, abbiamo proposto e fatto votare diverse interpellanze e ordini del giorno, ma soprattutto abbiamo continuato ad incalzare le forze reazionarie nelle piazze e nei luoghi di lavoro attraverso l’opposizione sociale al governo Berlusconi.
Abbiamo un immenso patrimonio produttivo, ambientale, storico e culturale da valorizzare e non è affatto vero che la dismissione delle basi porterà un’ulteriore impoverimento dell’isola.
In una fase in cui il Consiglio Regionale è impegnato nella discussione sulla riscrittura dello Statuto autonomistico, il tema della sovranità sul territorio passa in primo luogo proprio attraverso il diritto all’autogoverno nelle scelte strategiche sul modello di sviluppo da adottare. Rispetto a questo il popolo sardo si è già espresso affermando che il regime di servitù militari non può rientrare in alcun modo nella sua idea di sviluppo e tutela dell’ambiente.
Il tema della pace e della questione militare è un banco di prova fondamentale dell’Unione. Il centro sinistra deve dare risposte chiare. Dobbiamo lavorare a un programma che sia esplicito su questo aspetto. Dobbiamo battere Berlusconi ma dobbiamo anche sconfiggere le politiche delle destre. Nello specifico le politiche di guerra.

Note

1 Su tutto questo rimando allo studio eccellente ed approfondito curato da Antonello Mattone, Velio Spano, vita di un rivo – luzionario di professione, Ed. della Torre Sassari 1978 e all’altrettanto eccellente Renzo Laconi, un’idea di Sardegna, AIPSA Ed. Cagliari, curato da Giuseppe Podda.