Honduras, il ritorno del Condor

28 giugno 2009, Tegucigalpa, Honduras, I anno dell’era Obama. I militari prelevano da casa il presidente Manuel (Mel) Zelaya e lo deportano in Costarica. È golpe, per alcuni aspetti simile a quelli ‘classici’ che – in Cile, Argentina, Bolivia, Brasile, Perù, Paraguay, Uruguay – devastano l’America latina negli anni ’70-‘80, sotto la regia della CIA (diretta allora da G. Bush senior): è l’operazione “Condor”, che ha l’obiettivo di destabilizzare tutti quegli stati centro e sudamericani in cui si instaurano o si possono instaurare governi di sinistra, potenzialmente pericolosi per gli interessi economici e geopolitici degli USA.

1. ARIA NUOVA NEL CORTILE DI CASA USA

Di quali colpe si è macchiato Zelaya, che non è marxista, né socialista e proviene socialmente da una tra le più ricche famiglie di allevatori, e, politicamente, dalle fila del Partido Liberal de Honduras (PLH), che si contende ogni 4 anni la guida del paese con il P a rtido Nacional de Honduras (PNH) su programmi che hanno poche differenze sostanziali tra loro e non mettono in discussione il potere dell’oligarchia economica dominante e delle multinazionali, né gli interessi strategicomilitari degli USA? Eletto nel novembre 2005 su un programma moderato, con una maggioranza che sfiora il 50% contro il rivale del PNH, Patricio Lobo (46%), Zelaya, nel corso della sua presidenza, viene sempre più influenzato dall’aria nuova che spira in America Latina da quando l’insediamento di Hugo Chavez alla presidenza del Venezuela (1999) si incontra con la rivoluzione cubana e avvia un movimento antimperialista e di emancipazione sociale rivolto all’intero continente.

2. L’ALBA DEI POPOLI DI NUESTRA AMERICA

Nel nome di Simón Bolívar, Chavez (che, grazie al sostegno popolare, riesce nell’aprile 2002 a sventare il golpe sostenuto dagli USA) stimola i processi di indipendenza economica e politica e di sviluppo sociale dei paesi latinoamericani, costruendo con essi sistemi di integrazione economica e politica che si contrappongono al predominio USA: il Petrocaribe (un accordo petrolifero di solidarietà tra stati) e soprattutto, insieme con Cuba, l’ALBA, Alianza Bolivariana para América Latina y el Caribe1, chiamata anche Alternativa bolivariana, in opposizione all’ALCA (Area di Libero Commercio delle Americhe) controllata dagli Stati Uniti. Dopo dicembre 2004, quando Castro e Chavez firmano l’accordo preliminare di scambio tra il supporto medico cubano e il petrolio venezuelano, vi aderiscono la Bolivia (aprile 2006), l’Ecuador (impegno di adesione del dicembre 2006, formalizzato nel giugno 2009), il Nicaragua (gennaio 2007), la Dominica (gennaio 2008). Zelaya firmerà l’adesione all’ALBA il 25 agosto 2008, i golpisti ne imporranno l’uscita nel gennaio 2010. Negli stessi giorni di Zelaya, anche Evo Morales si insedia alla presidenza della Bolivia (22.1.2006). Dopo più di 500 anni dalla Conquista, è il primo nativo d’America ad essere eletto presidente attraverso libere elezioni. Tra novembre e dicembre 2006 la vittoria dei sandinisti nel vicino Nicaragua con l’elezione di Daniel Ortega alla presidenza e quella in Ecuador di Rafael Correa, fautore del “socialismo del XXI secolo”, danno un altro colpo al predominio USA sul continente.

3. I PECCATI CAPITALI DI ZELAYA

3.1. La base USA “Soto Cano” Pochi mesi dopo il suo insediamento, Zelaya annuncia (giugno 2006) l’intenzione di dedicare al traffico commerciale la Air Base USA “Soto Cano” (la vecchia base Palmerola). Riattivata nel 1981 dall’amministrazione Reagan per dirigere la guerra sporca contro il Nicaragua e i movimenti rivoluzionari di El Salvador e del Guatemala, ospita la “Joint Task Force Bravo” ed è l’unica pista di volo di tutta l’America centrale in grado di accogliere aerei di grandi dimensioni progettati per il trasporto di truppe per il Southcom, il comando strategico delle forze armate USA per il controllo dell’America Latina.
3.2. Le 7 sorelle
Nell’ottobre 2006 mette in discussione, aprendo un’asta pubblica, il monopolio delle società Chevron, ExxonMobil, Shell e la società locale Dippsa sulla vendita e la distribuzione dei carburanti. Un’alleanza formata da un settore del padronato honduregno, la Corte suprema di giustizia e l’ambasciatore degli Stati Uniti, Charles Ford, riesce in parte ad evitare che l’iniziativa, che rispetta le regole del libero mercato, raggiunga i suoi obiettivi. Zelaya si rivolge allora a Caracas e stipula l’accordo del Petroca – ribe, che permette al suo paese di ricevere petrolio venezuelano a condizioni vantaggiose, riducendo in misura significativa il prezzo del combustibile.
3.3. I monopoli delle multinazionali Nel 2007 Zelaya, che blocca le privatizzazioni ed inizia a riacquisire alcune strutture dei servizi pubblici interamente privatizzati dai suoi predecessori, prova ad attaccare due monopoli delle multinazionali e della locale borghesia compradora: quello delle miniere e dei farmaci, e firma un accordo col governo cubano per la fornitura di farmaci generici a costi molto bassi
3.4. L’ALBA
La più grave crisi economica dal 1929 spinge ancor più il presidente dell’Honduras a sottrarsi al monopolio imperialistico USA e a compiere un grande passo, che lo collocherà nella lista nera dei ribelli latinoamericani: l’adesione all’ALBA.
3.5. Aumenta il salario minimo
A dicembre 2008, di fronte alla mobilitazione dei sindacati contro l’ingente perdita di potere d’acquisto, accentuata dalla crisi economica mondiale, Zelaya vara un aumento del salario minimo del 60%, portandolo da 160 a 275 $ al mese per il settore urbano e a 200 $ per quello rurale, suscitando le ire di Confindustria e multinazionali come Chiquita, che in Honduras produce circa 8 milioni di casse di ananas e 22 milioni di casse di banane.
3.6. Assemblea costituente
Il governo Zelaya si rivela “permeabile” alle rivendicazioni dei movimenti popolari, che, dopo la sconfitta degli anni ’80, hanno conosciuto una significativa ripresa dal 2000. Mentre il vento dell’emancipazione continua a soffiare sugli altri paesi latinoamericani – nell’aprile 2008 l’ex vescovo della teologia della liberazione Fernando Lugo vince le elezioni presidenziali in Paraguay e si oppone ai tentativi USA di inviare truppe nel paese; in Salvador, a gennaio 2009, il Fronte Farabundo Martí di Liberazione Nazionale (FMLN) vince le elezioni e, poco dopo, a marzo il candidato del Fronte, M. Mauricio Funes, è eletto presidente – l’Honduras vede il risveglio di masse consistenti alla politica, con la richiesta di partecipazione consapevole. Il paese è attraversato da manifestazioni e lotte sociali, vuole cambiare. Ma la costituzione del 1982, scritta sotto diretta emanazione USA a difesa della proprietà privata, è un ostacolo, occorre una nuova costituzione che possa rispondere alle spinte popolari di emancipazione. Del resto, non hanno forse fatto così i paesi dell’ALBA, a partire dal Venezuela (costituzione della repubblica bolivariana, 1999), alla Bolivia, all’Ecuador (entrambe del 2008), con un impianto opposto a quello liberistico-proprietario? Una nuova costituzione, con un nuovo impianto teorico-politico, che esprima nuovi rapporti sociali, sul modello bolivariano, richiede non “aggiornamenti”, ma un nuovo patto sociale, un’assemblea costi – tuente. È questa la proposta di Zelaya, non quella – come hanno scritto gli organi di disinformazione di massa – di prolungare il suo mandato, in scadenza a fine 2009.

4. SCONTRO TRA POTERI DELLO STATO

Ed è sulla proposta di assemblea costituente che interviene lo scontro politico più duro. La richiesta dovrà passare attraverso un complicato meccanismo referendario. Il decreto di Zelaya fissa per il 28 giugno 2009 una consultazione per esprimersi sull’inserimento, nelle elezioni del 29 novembre, di una “quarta urna” (in aggiunta a quelle per l’elezione del presidente, del congresso e delle amministrazioni locali) “in cui il popolo decida se convocare un’assemblea nazionale costituente”. La Corte suprema lo contesta e il congresso (dove Zelaya è in minoranza per la defezione di molti parlamentari del suo partito) per renderlo inefficace approva a larga maggioranza una legge ad hoc che vieta di tenere consultazioni referendarie 6 mesi prima delle elezioni.

5. IL BLOCCO REAZIONARIO IMPERIALISTA E IL GOLPE

Il governo mantiene in vigore la consultazione referendaria, l’esercito rifiuta di organizzare il voto, il presidente fa dimettere il capo di stato maggiore Romeo Vasquez Velasquez che, su ordine del congresso e della corte suprema di giustizia, destituisce con la forza il presidente, deportandolo in Costarica. Al suo posto il congresso nomina l’ex presidente del parlamento Roberto Micheletti che decreta lo stato d’assedio. Dietro il golpe vi è il grande padronato finanziario, industriale e agrario, le imprese importatrici di petrolio, danneggiate dall’acquisto di carburanti a basso prezzo dal Venezuela, emittenti televisive e radio di proprietà dell’oligarchia proprietaria; la gran parte dei partiti politici, compresi settori dello stesso partito del presidente, come l’ala più conservatrice capitanata da Carlos Flores Facusse, ex presidente della repubblica; le chiese cattolica ed evangelica e diversi apparati dello stato, come la corte suprema di giustizia; multinazionali e corporation straniere, preoccupate della minaccia di una possibile “deriva socialista”, a causa delle riforme democratiche e dell’entrata dell’Honduras nell’ALBA2. Sullo sfondo gli USA e anche Israele che, lungi dall’essere solo una potenza regionale impegnata in Medio Oriente, estende i suoi tentacoli in diverse aree del pianeta.

6. ISOLAMENTO INTERNAZIONALE DEI GOLPISTI

All’indomani del colpo di stato, tra luglio e agosto, i golpisti non incassano alcun consenso internazionale: i paesi membri dell’ALBA ritirano i loro ambasciatori, l’Assemblea generale dell’ONU approva una risoluzione (30 giugno) che chiede l’”immediato e incondizionato” ritorno di Zelaya, e così fanno l’Organizzazione degli Stati Americani (OSA), che sospende l’Honduras dall’organismo, i membri del Mercosur, alcuni paesi della UE, la quale sospende gli aiuti per l’Honduras (oltre $ 90 milioni), al pari del FMI che blocca 163 milioni di $. Durante il suo discorso alla 64a assemblea generale dell’ONU (settembre), il presidente del governo spagnolo Zapatero afferma che “la ferma difesa della democrazia ha innanzitutto un nome ed un paese: Honduras”.

7. LA DOPPIA FACCIA DEGLI USA

Per la prima volta nella storia, gli Usa non ostacolano la condanna di un colpo di stato in America Latina, bloccano alcune attività di cooperazione con l’Honduras, giungono a sospendere il visto a Micheletti e a funzionari honduregni. Obama chiede la reintegrazione di Zelaya. Gli USA si presentano come difensori della legalità, ma in realtà operano per realizzare gli obiettivi dei golpisti (arrestare il processo di emancipazione sociale) in una forma meno “scandalosa” del golpe. Dopo tre settimane di discorsi ambigui il portavoce del Dipartimento di Stato USA, Philip Crowley dichiara (21/07/2009) di non considerare un golpe quanto accaduto in Honduras. Gli USA si presentano come “mediatori” super par – tes. Il presidente del Costa Rica Oscar Arias è l’uomo designato dalla Clinton per “mediare”.

8. LA RESISTENZA POPOLARE

Dopo il golpe di giugno si costituisce il Fronte Nazionale di Resistenza contro il Colpo di Stato, che coordina il movimento popolare unito sugli obiettivi del reintegro di Zelaya alla presidenza, della punizione dei golpisti e dell’assemblea costituente. È scontato – come ribadisce l’8 settembre l’Assemblea Nazionale contro il colpo di stato composta da delegati provenienti da 18 dipartimenti del paese – il rifiuto delle elezioni generali del 29 novembre se organizzate dagli autori del golpe. La resistenza si vuole “non violenta” e si esprime essenzialmente attraverso assemblee, manifestazioni di massa, cortei e marce che riescono a mobilitare centinaia di migliaia di persone, che sfidano a mani nude le forze militari al comando dei golpisti: il 5 luglio, all’aeroporto internazionale di Toncontín per aspettare il ritorno di Zelaya, o con la grande marcia del 15 settembre, anniversario dell’indipendenza del Centroamerica.

9. ZELAYA: DIPLOMAZIA E APPELLI ALL’INSURREZIONE

Zelaya tenta di rientrare in Honduras (5 luglio: al suo aereo non si consente l’atterraggio; 24 luglio: attraversa la frontiera dal Nicaragua, ma è poi costretto a fare marcia indietro) e dall’esilio lancia inviti all’insurrezione popolare; svolge anche un’intensa attività diplomatica. Incontra tra l’altro la Clinton a Washington (7 luglio),dove ritornerà più volte per sollecitare sanzioni contro i golpisti, e il presidente Lula a Brasilia (12 agosto). A metà settembre è in Nicaragua con Daniel Ortega nella settimana di commemorazione dell’Indipendenza Centroamericana. Tra luglio e settembre, mentre i golpisti mantengono coprifuoco e stato d’emergenza a livelli da “guerra a bassa intensità”, si assiste al gioco della mediazione di Arias e dell’OSA sotto il vigile controllo della diplomazia USA. Gli incontri non sortiscono nessun risultato. Il 21 settembre sembra delinearsi una svolta: Zelaya rientra a Tegucigalpa e si rifugia presso l’ambasciata brasiliana, che i militari golpisti pongono sotto assedio. Di lì invita alla resistenza e a dare “la spallata finale” per riportarlo alla presidenza. I golpisti accentuano le misure repressive, sospendono la libertà di movimento e di espressione, vietano riunioni pubbliche non autorizzate, chiudono d’imperio i media critici verso Micheletti, come Radio Globo e Cholusat-Sur Canal 36. L’espansione del movi- mento di massa, che riesce a organizzare grandi manifestazioni a settembre nella capitale e in alcuni centri, da un lato, e l’isolamento internazionale dei golpisti, dall’altro, sembrano prefigurare la loro sconfitta. La resistenza prova ad estendersi in tutto il paese, non solo al centro, nella capitale, ma anche nelle periferie.

10. LA TRAPPOLA DELL’ACCORDO

Il 5 ottobre Micheletti abroga lo stato di emergenza, riprende il dialogo con i rappresentanti di Zelaya, che fissa al 15 ottobre il termine ultimo per essere reintegrato quale presidente. Micheletti ricorre ad una tattica dilatoria, e la data viene spostata in avanti, finché il 29 ottobre, sotto pressione del consigliere USA T. Shannon, si sigla un accordo: il congresso deciderà del reintegro di Zelaya, riportando tutta la situazione allo stato precedente il golpe del 28 giugno, ma dovrà essere accantonata qualsiasi rivendicazione di assemblea costituente e riforma costituzionale. Il Fronte saluta l’accordo come una vittoria parziale (la rinuncia all’assemblea costituente ha già prodotto l’abbandono delle trattative da parte di Juan Barahona, coordinatore del Fronte), ma dovrà ben presto ricredersi. Micheletti non lascia il campo, Zelaya rimane chiuso nell’ambasciata del Brasile, l’accordo è carta straccia.

11. RESTAURAZIONE

Le elezioni del 29 novembre, che, boicottate dal Fronte, si svolgono sotto il totale controllo dei golpisti, con una partecipazione bassa (35%) di votanti, consegnano la vittoria al leader del partito nazionalista, Porfirio Lobo Sosa, che si insedia ufficialmente a gennaio 2010. Zelaya sarà esiliato nella Repubblica Dominicana. Dopo aver dato piena impunità a tutti i golpisti responsabili di aver provocato, oltre la violazione dell’ordine costituzionale, centinaia di morti e feriti e migliaia di arresti, si avvia la restaurazione. Prima di tutto l’Honduras lascia l’ALBA (15 gennaio). Aumentano tariffe e prezzi, è modificata la formula per calcolare il prezzo dei combustibili, a vantaggio delle grandi compagnie multinazionali, mentre si programma la privatizzazione delle imprese nazionali e dei fondi pensione degli impiegati pubblici, la svalutazione della moneta nazionale (lempira) e la riduzione del salario reale minimo, la riforma dello statuto degli insegnanti, la cancellazione dell’iscrizione scolastica gratuita.

12. LA NUOVA STRATEGIA USA

Come scrive Giorgio Trucchi, in Honduras gli USA hanno scritto “un manuale del perfetto colpo di Stato stile ‘XXI secolo’, che invia un messaggio molto chiaro su quale sarà la politica dell’amministrazione Obama per l’America Centrale e per il Sud America. Non una guerra aperta e diretta come in Iraq ed Afghanistan, e nemmeno attraverso minacce come la riattivazione dopo 50 anni della famigerata IV Flotta nell’Oceano Atlantico e nei Caraibi, l’installazione delle basi militari in Colombia o con parole dirette come quelle che Hillary Clinton ha rivolto contro chi oserà iniziare o mantenere relazioni d’amicizia con l’Iran. In questo caso si tratta di una guerra subdola, di ‘bassa intensità’, muovendo i fili più infimi della diplomazia e delle catene di agenzie preparate per infiltrare paesi, governi, processi elettorali e movimenti”[3].

13. LE PROSPETTIVE DELLA RESISTENZA

Il fronte di resistenza al golpe si è trasformato nel Fronte Nazionale di Resistenza Popolare (FNRP), “organizzazione ampia di lotta politica e sociale, anticapitalista, antineoliberista, antioligarchica, antimperialista, antipatriarcale ed antirazzista, che mira alla trasformazione delle strutture sociali, politiche, economiche, educative e di dominio culturale, attraverso l’installazione dell’Assemblea Nazionale Costituente, includente e popolare, che approvi la prima costituzione politica fatta dal popolo per rifondare lo Stato dell’Honduras, eliminando i rapporti di dominio e sfruttamento attuali e creando un sistema di giustizia sociale che garantisca il benessere, la libertà, e dignità di tutte e tutti”. “Strumento di costruzione del potere popolare con piena indipendenza politica ed ideologica da partiti politici, confessioni religiose ed altre organizzazioni o persone”, è composto da “movimenti popolari, organizzazioni sociali ed istanze politiche che ricercano la trasformazione sociale del paese”4. Dal 12 al 14 marzo 2010 si svolge con oltre mille delegati delle differenti organizzazioni sociali e politiche che compongono il FNRP il 2° incontro nazionale per la rifondazione dell’Honduras. All’ordine del giorno è l’Assemblea Costituente e la costruzione del potere popolare. Il prossimo 28 giugno 2010, anniversario del golpe, il fronte si propone di promuovere una consultazione popolare per la Costituente.

14. UN DOCUFILM MILITANTE

Il ritorno del Condor[5], girato in Honduras nell’autunno scorso e montato rapidamente per essere presentato in decine di città italiane con i circoli di Italia-Cuba, Italia- Nicaragua, o associazioni bolivariane, è il quarto documentario di Fulvio Grimaldi sul “continente della speranza”, dopo Cuba, el camino del s o l, Americas Reaparecidas, Cuba, Venezuela, Bolivia, Ecuador: l’Asse del Bene, e si affianca ai suoi lavori di controinformazione su Iraq, Libano, Palestina, Balcani (ricordiamo l’appassionata denuncia dell’aggressione della NATO – e delle responsabilità del governo italiano – alla Jugoslavia nel 1999: Il popolo in – visibile; Serbi da morire; Popoli di troppo: embargo). Il “docufilm”, come lo chiama l’autore, si propone in primis un compito militante: rompere la cortina di silenzio e/o disinformazione calata anche sulla “sinistra” (buona parte della quale affetta ancora da “obamania”) e inquadrare la vicenda particolare del paese centro-americano nel contesto più generale dello scontro in atto nel continente tra il movimento di emancipazione sociale, anticoloniale e antimperialista, sviluppatosi con caratteri relativamente nuovi nell’ultimo decennio, e la reazione ad esso delle oligarchie economiche e politiche locali, delle multinazionali colpite nei loro interessi e del “Condor” statunitense che, pervicacemente attaccato alla dottrina Monroe, non vuole mollare la presa dei suoi artigli sui paesi latino- americani e avvia, proprio attraverso il golpe in Honduras, una nuova fase aggressiva di riconquista del terreno perduto. È questo fondamentalmente il quadro che emerge dalle interviste al giornalista Giorgio Trucchi, dell’associazione Italia-Nicaragua, e a Carlos H. Reyes, dirigente del FNRP.

15. DONNE RESISTENTI

Netta è la denuncia dei golpisti e dei loro sostenitori aperti o mascherati e della repressione violenta contro il popolo in lotta. Particolarmente intensa l’intervista a Bertha Oliva, coordinatrice generale del COFADEH (Comitato dei Familiari dei Detenuti e Scomparsi dell’Honduras), un’organizzazione sorta all’inizio degli anni ’80 – quando, in piena applicazione della Dottrina di Sicurezza Nazionale, la società honduregna fu militarizzata e le sue istituzioni civili subordinate alle forze armate – e oggi in piena attività nella documentazione puntuale della feroce violenza dei golpisti6. Moglie di un dirigente desaparecido del movimento contro il paramilitarismo dei contras, Bertha, mentre la videocamera passa dal primo piano del suo volto alle pareti tappezzate di fotografie dei desaparecidos e di manifesti delle iniziative, parla della determinazione a non cedere, nella consapevolezza di una lotta lunga e difficile, che richiede la capacità di trasformare il dolore in forza. E per questo occorre non dimenticare: guardare al passato serve ad evitare che esso possa nuocere al futuro. Ma, oltre che denuncia della repressione violenta e documentazione in diretta degli scontri di piazza, oltre che accusa dello sfruttamento spudorato e brutale di donne e uomini che lavorano con contratti precari per 10$ al giorno nelle industrie del legno e nelle miniere e, insieme con esso, della devastazione del territorio e delle risorse naturali, con la deforestazione sfrenata e l’avvelenamento delle falde acquifere, il video ci parla – con simpatia partigiana – del protagonismo di un popolo che si risveglia, che intende resistere e lottare. E sono soprattutto le donne protagoniste di questo risveglio da un letargo causato dalla “sopravvalutazione del nemico di classe”, come dice Bertha Caceres, del popolo Lenca e coordinatrice nazionale del COPINH (Consiglio civico delle organizzazioni popolari ed indigene dell’Honduras), orgogliosa “discendente dei popoli indigeni che hanno sostenuto la più grande resistenza contro la conquista spagnola”. Parla della necessità di sviluppare il movimento di lotta contro il capitalismo e l’imperialismo, che attraversano una crisi generale e cercheranno con ogni mezzo di accaparrarsi le risorse dei popoli, dall’acqua alla biodiversità. E spiega il senso della battaglia per la nuova costituzione, che dovrà sancire pienamente i diritti della donna, politici, economici, sociali, culturali, all’autodeterminazione riproduttiva, che l’attuale costituzione honduregna non riconosce in nessun modo: “per questo tante compagne sono morte in questa lotta”. E ribadisce il rifiuto delle elezioni truffa. Stessa determinazione e dignità in Myrta Kennedy, presidente del movimento femminista, intervistata nella Casa della Mujer a Tegucigalpa, che parla del ruolo rilevante che le donne hanno avuto nel movimento di emancipazione latino-americano e hanno particolarmente oggi nella resistenza: insegnanti (il 70% della categoria è costituito da donne), operaie, contadine. Beatriz Valle, ministro degli esteri del governo Zelaya, spiega come sia importante per l’economia e lo sviluppo sociale dell’Honduras il rapporto con l’ALBA contro cui si sono scagliati i golpisti. E con grande lucidità Lorena Zelaya, del direttivo del Fronte, indica il ruolo dirompente per il risveglio del popolo che hanno avuto i processi di emancipazione in corso in America Latina. Le nuove costituzioni di Bolivia ed Ecuador sono state un esempio irresistibile, l’ALBA è la nuova alba per i popoli anche in Honduras”.

Note

1 Dal 2009: Alianza Bolivariana para los Pueblos de Nuestra América.

2 Cfr. A Necciai, Honduras, un golpe alla democrazia – Una breve analisi degli avvenimenti, ad un mese dal Colpo di Stato, http://ilponte.splinder.com/post/21680900/NuestrAmerica+Luglio+09

3 Honduras laboratorio per la nuova politica nordamericana nel continente in www.gualanaka.blogspot.com.

4 Cfr. il sito del fronte contro il colpo di stato: http://voselsoberano.com/v1/index.php?option= com_content&view=article&id=4077:definicion-y-estructura-organica-del-frente-nacional-de-resistencia&catid=1:noticias-generales.

5 Produzioni VisioNando-Roma – [email protected] – tel/fax 06 99674258.

6 Un nuovo rapporto aggiornato del Comitato sulla repressione tra ottobre e gennaio è uscito l’8 febbraio 2010, http://quixote.org/sites/qc/files/III%20INFORME%20_06Feb2010_.pdf.