Ha da bere, il cavallo?

Non pretendo di convincere nessuno. Non ho il desiderio di “elaborare” una “linea” attorno alla quale disporre, un po’ più “a sinistra” o un po’ più “a destra”, eventuali interlocutori o concorrenti, stabilendo nel contempo che essi, gli altri, sono “nocivi” o addirittura “nemici”, e dunque da convincere, con le buone o semmai con le cattive, a desistere dai loro propositi. Questa attitudine non è solo uno stato d’animo, o una scelta di vita, quella di non cercare nemici, e specialmente nemici da eliminare. È una constatazione.
In fondo, “linea” è una metafora, con la quale ci si figura una realtà che va da qui a lì. Starei per dire, se non fosse probabilmente inesatto dal punto di vista storico, che l’uso ossessivo di questa metafora è entrata, nel linguaggio del movimento operaio e socialista, con le trincee della Grande Guerra, sommandosi così alla folla di termini militari: il “fronte” (ancorché “popolare”), le “casematte”, la “militanza”, e così via. Ora, passato simbolicamente e praticamente il tornante del secolo, ci troviamo in una condizione radicalmente diversa, applicando alla quale quelle metafore, letteralmente non si capisce più niente. Perciò invoco, per tutti noi di sinistra e comunisti, la capacità di improvvisare che ebbe il compagno Lenin quando, per dire, s’inventò il nuovo nome del partito (“comunista” e non più “socialdemocratico”) sul treno che lo riportava in Russia, o quando decise che i soviet dovevano essere la base della nuova repubblica socialista. Anche se, conformemente ai costumi della sua epoca, Lenin tentò fino all’ultimo di dimostrare che queste e altre invenzioni, ricavate dalla materia sociale che si trovava di fronte in quel momento, erano la sola interpretazione autentica di Marx: una tattica, perfino questa, all’epoca assai innovativa.
Capita che, anziché seguendo una “linea”, i movimenti sociali odierni si muovano in uno spazio a più dimensioni, in cui si mescolano, compongono e confliggono “tessere”, di quel rompicapo globale di cui ha scritto a suo tempo il subcomandante Marcos (La quarta guerra mondiale è cominciata, saggio del ’97 il cui titolo in questi giorni sembra profetico). Non avete notato come le diverse generazioni, oggi, si accostino le une alle altre invece che, come ad esempio avveniva in modo esplicito nel ’68, scontrarsi? Oppure come la questione dell’agricoltura, del cibo e dell’ambiente sia un piccolo universo a più dimensioni, dove contadini del sud e del nord, ambientalisti e consumatori stanno, non senza contraddizioni, com’è evidente, alleandosi contro l'”agro-industria”? O ancora, come del resto ci spiegano sindacalisti come Giorgio Cremaschi o Claudio Sabattini, la nuova onda dei metalmeccanici sia fatta di giovani lavoratori visibilmente non dissimili dai loro coetanei che studiano o fanno altri mestieri, e come dunque la “soggettività operaia” sia per lo meno molto meno esclusiva, anzi esaustiva, del passato?
Questo significa – dovrebbe essere un dato di fatto da registrare pacatamente – che l’ordine dei fattori, all’interno dei movimenti sociali, non solo si è complicato, ma ha rovesciato schemi e gerarchie delle “alleanze”. Conosco l’obiezione: fin qui siamo a una pura osservazione “sociologica” (aggettivo che è quasi un insulto, secondo la tradizione), ma dove lo mettiamo, il conflitto capitale-lavoro, ecc.? Ovvero: è dal lavoro, e attorno al lavoro, che si dispongono le truppe della rivoluzione.
Ammettiamo che sia così, anche se resta il dubbio su cosa, in questo senso preciso, abbiano cambiato la gigantesca finanziarizzazione e la sua incredibile velocità. Ma, a voler essere coerenti fino in fondo con questa impostazione, che cosa significa “lavoro” e “plusvalore” in un sistema economico che basa le sue fortune sull’opposto del paradigma fordista, cioè sulla concentrazione, intensificazione e delimitazione dei mercati, invece che il loro allargamento mediante un’invasione con prodotti di serie indifferenziati? Significa che “soggetto rivoluzionario” sono solo i lavoratori industriali (ma di quale tipo di fabbrica, nell’enorme differenziazione di tipologie produttive?), mentre le masse crescenti di umanità esclusa, fatta forse di lavoratori e forse no, e che le statistiche congegnate per quell’altro modello produttivo e sociale non riescono più letteralmente a vedere, vanno cancellati anche dalla “sinistra”, dopo esserlo stati dal capitalismo liberista? O considerate masse di “sottoproletariato” da riscattare? E significa inoltre che, per evitare una tale cancellazione di massa, bisogna “tornare” (chi?) al modello precedente? Quando leggo, su la Rivista del Manifesto, un articolo (per altro scritto dal mio amico Galapagos) intitolato “Il cavallo non beve”, antica espressione che allude alle misure keynesiane di stimolo della produzione, quindi dei consumi e quindi dell’occupazione, io mi chiedo di quale “cavallo” si stia parlando e, soprattutto, quale acqua il quadrupede dovrebbe “bere”.
Alla fine, il problema è qui: se si pensi che il capitalismo è “progressivo”, nella sua espansione produttiva e spaziale, e cioè che quello occidentale è un modello buono per tutto il mondo, e quindi che va stimolato suo malgrado, utilizzando gli arnesi politico-economici a disposizione degli stati nazionali, e che in ultima analisi (come diceva Engels) il problema sta nel rovesciare i rapporti di produzione; oppure se ci si è convinti, come il movimento di Porto Alegre e di Genova è convinto, che i due cugini di primo grado, Sviluppo e Progresso, sono due falliti, degli irrimediabili depressi che vanno aiutati offrendo loro una o più altre possibilità, prima di tutto quella di smettere di essere spendaccioni (in vite e natura), violentemente convinti di avere sempre ragione (con i pennacchi della scienza e le medaglie della tecnologia) e ostinatamente utilitaristi (perché magari si può stare meglio consumando meno energia e più tempo libero).
Ma, ed è la considerazione provvisoria e finale, questa è accademia. E lo dico non perché rivendichi un atteggiamento puramente pragmatico, ma per il fatto evidente che i tempi sono molto più precipitosi di quanto noi tutti riusciamo a capire. Perché mentre discutiamo se il sistema include o no, se il proletariato aumenta di numero o diminuisce, ecc., il mondo sta precipitando in un vortice di guerra (e certo, potremmo discutere a lungo delle cause vicine e lontane). Circostanza che suggerirebbe di accettare ciascuno gli altri, tra coloro che stanno al di qua del crinale tra pace e guerra, magari per fare un “fronte” che cerchi di arginare questa pazzia globale.