Guerre e capitale finanziario

Un’amara battuta che circola tra alcuni marxisti africani è che i kalashnikov (i fucili d’assalto AK-47) sono in procinto di diventare il principale “mezzo di produzione” del loro continente. Infatti l’imperialismo razzista, che affoga in un eccesso di alimenti e d’industria, ha devastato la capacità produttiva dell’Africa, dove i disperati e i derelitti ricorrono ai kalashnikov per saccheggiare quelli che ancora dispongono di qualche mezzo di sussistenza.
L’imperialismo non impiega i kalashnikov, non ne ha bisogno, perché dispone di B-1, F-16, elicotteri con armamento pesante, bombe “intelligenti” e a grappolo, armi nucleari, chimiche e biologiche. Tuttavia, nonostante tutto questo suo arsenale, l’imperialismo è sempre più scatenato. I profitti delle 500 maggiori aziende del mondo (Fortune Global 500) nel 2001 hanno conosciuto un calo del 54%, e i loro margini di profitto sul fatturato, dal 2000 al 2002, sono scesi dal 4,7 allo 0,97%.
L’indebitamento e le aziende in bancarotta hanno superato ogni record precedente in Giappone e in Germania. Persino le riviste finanziarie riconoscono che la “sovrapproduzione” sta mettendo in crisi i profitti.
Non è quindi affatto sorprendente che verso la fine del 2000, di fronte alla grave caduta dei profitti, la Corte Suprema statunitense abbia “optato” per Gorge W. Bush, e che questi abbia preso a dar fiato alle trombe di guerra. Non è affatto sorprendente, bensì del tutto conforme ai precedenti storici. Non molto dopo la crisi del 1893, infatti, l’allora giovane imperialismo Usa mosse guerra a Cuba, alle Filippine e alla Cina. Non molto dopo la crisi del 1907, le potenze imperialiste imboccarono la strada della Prima Guerra Mondiale. Non molto dopo il crack del 1929, l’imperialismo giapponese, messo alle strette, iniziò la feroce invasione della Cina e della Corea, preparando lo scenario della Seconda Guerra Mondiale.
Se l’11 settembre 2001 non ci fosse stato, Bush avrebbe dovuto inventarlo. A poche settimane di distanza, gli Usa si sono spinti sin dentro alcune repubbliche dell’ex Urss, la Nato si è allargata agli Stati già membri del Patto di Varsavia, si è aperta un’offensiva generale contro il movimento operaio su scala internazionale, e dopo un anno di minacce belliche, Bush ha ordinato l’invasione dell’Iraq, sulla scorta di “prove” inconsistenti.

E ora si avvertono segni di ricadute favorevoli per i monopoli degli Stati Uniti (e per alcuni del Giappone), il che tuttavia non significa affatto una ripresa per i lavoratori e per i disoccupati, e nemmeno per la piccola impresa.
Ma per il Business Week 900, con riferimento ai maggiori monopoli Usa, i profitti del primo e secondo trimestre 2003 sono aumentati rispettivamente del 33% e del 31% in confronto a quelli di un anno prima; e molte delle maggiori aziende industriali del Giappone hanno conosciuto incrementi degli utili, o riduzioni delle perdite.
Le basi di questa “ripresa” sono duplici: innanzitutto la crescita rapida di Cina e Vietnam, stati instaurati da rivoluzioni socialiste. Le importazioni della Cina dai paesi capitalisti sono andate aumentando in percentuali a due cifre, fatto questo di essenziale rilievo per un capitalismo mondiale sopraffatto dalla “sovrapproduzione”. Le importazioni cinesi dal Giappone nel primo trimestre del 2003 hanno superato di un 50% quelli dello stesso periodo del 2002, e stanno alla base del rilancio delle aziende nipponiche.

Un secondo fattore è rappresentato dalla costruzione e dalla vendita dei missili di crociera e delle artiglierie aerotrasportate statunitensi. Wall Street e Washington hanno di nuovo constatato che le guerre “pompano” il capitale dal resto del mondo negli Usa. CosÏ, dopo i bombardamenti Usa sulla Jugoslavia nel marzo 1999, negli USA l’“acquisizione al netto di ricavi finanziari dal resto del mondo” è balzata da 492 miliardi di dollari (su base annuale) nel primo trimestre 1999, a 1109 miliardi di dollari nel secondo trimestre. Analogamente, la guerra contro l’Iraq è coincisa con un incremento dei ricavi finanziari Usa di 524 miliardi di dollari (su base annuale) nell’ultimo trimestre 2002 e i 866 miliardi di dollari nel trimestre successivo.

Il bellicismo di Washington ha anche comportato un forte aumento del prezzo del petrolio, che è ancora essenziale nelle società moderne, ed è monopolizzato da Wall Street sotto ogni aspetto (ricerca, produzione, ecc.), benché le imprese possano essere d’origine inglese o olandese.
I monopolisti del petrolio e i banchieri di Wall Street sono profondamente interessati a un “petrolio caro”, perché esso contribuisce a far abbassare il costo della forza-lavoro e depreda i capitalisti più piccoli a livello mondiale, rappresentando quindi una fonte diretta di profitti per gli stessi monopoli del petrolio. Inoltre Wall Street risucchia, sotto forma di “servizio sul debito”, gran parte dei redditi che traggono dalle vendite di petrolio paesi come il Messico, l’Angola, ecc.
In Imperialismo, fase suprema del capitalismo, Lenin parlava delle due principali famiglie egemoni a Wall Street, i Morgan e i Rockefeller. Una di queste famigli, quella dei Rockefeller, ha conseguito il predominio sia in campo petrolifero che finanziario, mentre la casata dei Morgan ha iniziato ad estinguersi al momento della morte, avvenuta nel 1943, di J.P. Morgan Jr.
In un saggio pionieristico del 1957, Empire of High Finance, Victor Perlo aveva già raccolto la documentazione necessaria a spiegare l’odierno predominio dei Rockefeller. Lo stesso Perlo, in un articolo del 1971 riguardante l’agente dei Rockefeller, Henry Kissinger, definiva il Gruppo Rockefeller la forza più influente sull’attuale sistema di Wall Stree. Da lungo tempo i Rockefeller hanno appreso ad operare discretamente, mediante tutta una scuderia di agenti presenti sia sul piano economico che su quello politico. CosÏ, per fare un esempio, Gorge Shulz ha diretto al contempo la Bechtel, un’impresa edilizia del Gruppo Rockefeller, e il Dipartimento di Stato USA. Anzi, come viene documentato da Perlo, tutti Segretari di Stato USA del secondo dopoguerra sono stati legati ai Rockefeller.

Nel quadro delle speculazioni sul petrolio indotte dalla guerra, i profitti dei monopoli energetici USA hanno conosciuto nel primo trimestre 2003 un incremento del 296% rispetto all’anno precedente. Alla testa di tutti, la Exxon Mobil, con profitti per 7 miliardi di dollari (237% in più); la Chevron Texaco ne ha riportato 2,1 miliardi (192% in più). Al secondo posto dopo la Exxon per i profitti ottenuti nel primo trimestre 2003, si è collocata la Citygroup, e poco dietro la vecchia Chase Manhattan, che tre anni fa aveva assorbito la Banca Morgan. Più importante ancora dei profitti delle banche, è l’assenza di consistenti incrementi dei debiti di dubbia esigibilità accumulati dalle sei banche “finanziarie centrali” nord-americane. (C’è davvero da chiedersi: dove sono allora andati a finire i debiti di questo tipo derivanti dalle gigantesche bancarotte di Enron, WorldCom ed altri protagonisti della “bolla speculativa” degli anni Novanta? Tutto sta ad indicare che la Chase & Co. li abbia scaricati su fondi pensione, mutue, assicurazioni e banche minori, statunitensi ed estere).

L’attuale proconsole degli Usa che presiede alla distruzione dell’Iraq è un tal Paul Bremer. Chi è costui? Un vecchio strumento di Kissinger, che è stato prima suo aiutante ai tempi di Nixon, e poi direttore dell’azienda di consulenza del medesimo Kissinger. E chi sta appaltando la “ricostruzione” dell’Iraq occupato? La Bechtel, un’impresa di servizi petroliferi (e ora anche bellici) in mano al Gruppo Rockefeller. Ultimamente Paul Bremer ha inoltre premiato la gestione Chase della muova “Banca Commerciale Irachena”, definita un’“attività redditizia” dallo stesso Wall Street Journal.

Nella notte del 14 agosto è venuta meno l’energia elettrica sia a Baghdad che a New York. A Baghdad si tratta di un evento frequente e gravi. Ma che cosa può aver interrotto la rete nuovaiorchese? Da più parti si è chiamata in causa l’Enron, con la sua strategia di deregulation del mercato elettrico USA.
Due settimane prima del blackout, la Chase e la Citi avevano acconsentito a versare quasi 300 milioni di dollari per tacitare le accuse mosse loro dal governo secondo cui esse avevano aiutato l’Enron a falsificare i suoi bilanci e ad imbrogliare gli investitori. Secondo Fortune, “il loro ruolo nella truffa Enron non sarebbe stato solo complementare, ma centrale”. E sulla scorta dei dati comunicati dall’investigatore sulla bancarotta Enron, il Wall Street Journal ha giudicato le due suddette banche “colpevoli” di aver costituito l’effettiva base delle manovre dell’Enron (l’autrice del servizio giornalistico in questione, Susan Lee, ha pure accusato il governo Usa per aver “reso possibile” il crollo della Chase-Citi). Naturalmente la Enron è stata la protagonista dei reiterati blackout avvenuti in California, come pure del saccheggio della sua tesoreria.

Appare ovvio che il Gruppo Rockefellrer mira a monopolizzare il mercato dell’elettricità negli USA. Nel primo trimestre, i profitti dei monopoli energetici Usa sono aumentati del 296%, contro un incremento del “solo” 33% fatto registrare da tutti i monopoli Usa messi insieme nello stesso trimestre. Secondo il Ministero del Commercio, i profitti complessivi di tutte le aziende Usa, sempre nel primo trimestre, sono aumentati solo del 4%, a dimostrare che le aziende non controllate dai Rockefeller sono in una fase di ristagno, o di regressione. Insomma, distruggendo l’Iraq, George W. Bush sembra aver reso un servizio ad un’unica famiglia.

Tuttavia la depredazione dell’economia mondiale, la crescente “sovrapproduzione”, l’indebitamento e la speculazione a livello mondiale, accrescono la probabilità di un collasso economico. I guadagni dei Rockefeller, quindi, precedono guerre e crisi ancor più vaste.

La notte del 14 agosto è venuta a mancare l’energia elettrica tanto a Baghdad quanto a New York. Le cause immediate dei due blackout sono state diverse, ma in entrambi i casi sono riconoscibili alle grinfie di una sola famiglia di briganti, cosÏ come vi si riconoscono la miseria morale e la crisi materiale di tutto un sistema sociale. Spetterà ai lavoratori di tutto il mondo far sì che la luce continui a risplendere nel pianeta.

Traduzione a cura di Fernando Visentin