Guerra e disequilibri dello sviluppo capitalistico

LE CAUSE STRUTTURALI DELLE GUERRE E DELLE POLITICHE IMPERIALISTE

1. IMPERIALISMO E POLITICHE IMPERIALISTE

Quando, nella contesa delle idee e dei congressi di partito, insistiamo pervicacemente a valorizzare la portata conoscitiva e politica di una categoria come quella di imperialismo, non lo facciamo per un desiderio smodato di custodire reliquie, ma perché siamo convinti che tale categoria serva – oggi più che mai – ad illuminare un tratto profondo del funzionamento (o per meglio dire: delle disfunzioni) del modo di produzione di merci in cui siamo immersi, e che essa contribuisca ad individuare un movente essenziale che preme sull’odierno sistema di rapporti internazionali e che determina i conflitti in esso insorgenti. È bene precisare che tale nozione non descrive semplicemente una determinata politica di potenza, l’uso della forza con l’imposizione manu militari del dominio di un paese su di un altro: questo è certamente l’effetto più visibile e dirompente.
Tuttavia imperialismo non esaurisce il suo significato nel riferimento ad una politica imperialista, ma (come già Lenin faceva polemicamente notare a Karl Kautsky) rinvia altresì all’insieme delle condizioni strutturali da cui quella politica scaturisce. L’aggressività bellica e la sopraffazione indotta dai rapporti di forza vigenti nel contesto globale emanano cioè dai dispositivi che presiedono all’attuale sistema di produzione della ricchezza, nonché dal loro incepparsi. In sintesi: la volontà di potenza si dispiega dal seno del contraddittorio processo di accumulazione capitalistico e sulla scia della violenza che esso produce. Ciò significa che – per comprendere ad esempio le ragioni di fondo della “guerra preventiva e permanente”, teorizzata ed oggi cinicamente praticata dagli Stati Uniti – è certamente pertinente ma non sufficiente indicare l’armamentario particolarmente reazionario dell’establishment neoconservatore, che legittima tale strategia sul piano ideologico ed offre un’auto-giustificazione etica all’azione genocida: occorre insieme indagare, accanto alle sue potenti risorse, l’intrinseca contraddittorietà dello sviluppo capitalistico e la precarietà degli assetti socio-economici, oltre che politici, nel mondo cui esso mette capo.
Cercherò qui di seguito di supportare con qualche elemento di concretezza le suddette affermazioni. Ma aggiungo sin d’ora che, a mio giudizio, quanti – sia da destra che dalla cosiddetta estrema sinistra – ritengono questo approccio viziato di economicismo esprimono di fatto una posizione che, su punti di sostanza, si pone fuori dall’impianto analitico marxiano. Cosa lecita, ovviamente, seppure da me nient’affatto condivisa: purché la si ponga con chiarezza agli atti della discussione chiamando le cose con il loro nome.

2. I CONNOTATI STRUTTURALI DELL’IMPERIALISMO

Alcuni dei fenomeni economici a cui Lenin, nei primi decenni del secolo scorso, ascriveva il costituirsi dello “stadio imperialistico” hanno acquisito una consistenza mai registrata prima d’ora. In primo luogo, le aziende monopolistiche mantengono ed anzi consolidano la loro funzione di direzione dell’economia. Abbiamo assistito in quest’ultimo quindicennio a poderosi processi di concentrazione del capitale, che si realizzano oltrepassando i confini nazionali: annotava recentemente su questa rivista Vladimiro Giacchè che, dal 1990 al 1998, il valore delle fusioni industriali nell’Occidente capitalistico è quintuplicato, passando da 500 a 2500 miliardi di dollari; nel 2000 tale valore è raddoppiato, raggiungendo i 5000 miliardi di dollari. Dopo la crisi che ha segnato l’inizio di questo secolo, aperta dall’implosione della bolla speculativa e il crollo dei titoli di Wall Street del marzo 2001, il processo di concentrazione è ripreso vigorosamente. Non si tratta di una connotazione estrinseca del sistema capitalistico, ma di una sua caratteristica incomprimibile. Come Marx aveva previsto analizzando le tendenze fondamentali di questo modo di produzione, continua ad aumentare “il volume minimo di capitale necessario al capitalista individuale per la messa in opera produttiva del lavoro” e, dunque, indispensabile perché questo lavoro sia redditizio (ovvero perché produca plusvalore): per dirla con l’attuale linguaggio degli economisti, c’è un vertiginoso incremento dell’entità di capitale iniziale da impiegare per superare le “barriere in entrata” e per conseguire nel ciclo produttivo le necessarie “economie di scala”. Com’è noto, molte delle difficoltà del “sistema Italia” stanno proprio qui, collegate come sono ad un congenito “nanismo industriale”.
La suddetta evoluzione delle dimensioni dell’investimento produttivo rende conto della necessità delle imprese a ricorrere al mercato dei capitali per ovviare alla limitatezza delle loro disponibilità finanziarie. È questa un’altra delle caratteristiche essenziali a suo tempo sottolineata da Hilferding e Lenin: la preminenza del capitale finanziario, l’importanza assunta nel sistema economico dalle banche e dalla finanza. Come è stato ancora notato, non è dunque un caso che, ad esempio, le principali imprese tedesche siano oggi di proprietà di società assicuratrici e che la Allianz Assicurazioni entri nel capitale di ben 29 gruppi industriali (tra cui Basf, Siemens, Bayer). Alla fine del 2001, nelle mani delle prime dieci società finanziarie tedesche c’era un pacchetto di proprietà del valore di 170 miliardi di dollari. (1) La cosiddetta finanziarizzazione fa lievitare appunto le transazioni finanziarie, che superano oggi in volume quelle commerciali, alimentando il tasso speculativo del sistema economico: la libera circolazione del capitale non si lascia orientare da un’etica dell’investimento produttivo (produttivo, si intende, di valori d’uso) e gli enormi flussi finanziari si dirigono dove più alta è la redditività (foss’anche speculativa). D’altra parte, tale logica sovrintende allo stesso sviluppo del settore dei servizi rispetto a quello del tradizionale comparto manifatturiero: come dimostrano le acquisizioni azionarie di Telecom da parte dei grandi gruppi industriali italiani, il capitale di rischio – venendo meno ai compiti eroici che ad esso la letteratura apologetica suole affidare – è pronto all’occorrenza a rifugiarsi in settori più protetti, trasformandosi di buon grado in mero “percettore di tariffe”. E se necessario, se non trova in patria adeguata collocazione, viaggia all’estero verso altri lidi. E siamo così al terzo essenziale connotato della fase imperialistica, così com’è confermato dai dati odierni: l’esportazione di capitale sopravanza l’esportazione di merci.

3. CONTRADDITTORIETÀ DEL PROCESSO DI ACCUMULAZIONE CAPITALISTICO E IMPERIALISMO

Queste rapide osservazioni servono a mostrare come l’uso della nozione di imperialismo implichi in quanto tale un riferimento al cuore dell’impianto marxiano di analisi del modo di produzione capitalistico. Se la fase dell’imperialismo per un verso evidenzia alcune specifiche caratteristiche e conferisce sistemazione teorica a fatti salienti storicamente determinati, per altro verso è essa stessa espressione di quell’essenziale vocazione all’auto-espansione che è tipica del capitale e del ciclo produttivo che esso è chiamato a inaugurare. Questo poderoso sistema di messa al lavoro, di organizzazione produttiva della forza-lavoro, riproduce le proprie condizioni di esistenza su una scala progressivamente allargata ed è in grado di perpetuare tale processo di allargamento delle basi produttive nella misura in cui consegue ad ogni ciclo produttivo un incremento di valore rispetto al valore del capitale anticipato. In tale spasmodica ricerca di plusvalore consiste precisamente il movente essenziale e, insieme, la conditio sine qua non della produzione capitalistica. L’attuale diffusione planetaria del lavoro salariato – con l’esplosione del fenomeno delle delocalizzazioni di aziende e rami d’azienda labour intensive alla ricerca del più basso costo del lavoro – sta lì a dimostrare (con buona pace delle pseudo teorie sulla “fine del lavoro”) che il motore della produzione di valore va ancora reperito nel rapporto tra capitale e lavoro, in relazione alle condizioni di sfruttamento che tale rapporto instaura.
Tuttavia non è questa l’unica contraddizione – anche se è certamente la principale – cui la creazione capitalistica di ricchezza va incontro. Il capitale produce in misura delle forze produttive impiegate, senza riguardo ai limiti del mercato o ai bisogni solvibili dei consumatori. E il valore creato, che è direttamente proporzionale al tempo di lavoro socialmente necessario per produrre le merci, è però indirettamente proporzionale al tempo di circolazione delle merci medesime: da ciò discende l’assoluta necessità di ridurre quest’ultimo (attraverso miglioramenti nell’organizzazione dei trasporti e della struttura commerciale, nonché attraverso lo strumento del credito). Troviamo qui – nella separazione tra sfera della produzione e sfera della circolazione – una seconda importante fonte di squilibrio. Se rallenta o addirittura s’inceppa la conversione in denaro sonante dello stock di prodotto finito, s’interrompe il processo d’accumulazione del capitale, il capitale merce non si ritrasforma in capitale monetario pronto per avviare un nuovo ciclo produttivo, le merci languono ammassate e invendute. È questo lo schema semplificato della crisi di sovraproduzione. Essa non deriva tanto da un limite nel consumo, da una sorta di naturale limitazione dei bisogni di chi è chiamato ad acquistare merci, quanto piuttosto dall’eccesso di capitale, dall’accumulo della massa di valore destinata a generare plusvalore rispetto alle dimensioni della domanda solvibile. Il carattere tendenzialmente anarchico della produzione capitalistica si concretizza nella concorrenza tra produttori su scala mondiale (che la formazione di cartelli nazionali e sovranazionali non riesce a sopprimere), nell’ineguale sviluppo delle forze produttive nelle diverse aree del mondo, nell’incombere di una sempre possibile sfasatura tra l’offerta di merci e le disponibilità del mercato: tutto ciò esemplifica la contraddizione tra l’illimitata capacità di espansione delle forze produttive e la limitata possibilità di valorizzazione del capitale. Lo scompenso assume appunto le sembianze di un’eccedenza di capitale che non riesce a trovare la via della sua valorizzazione.
A questo proposito va ricordato che le rilevazioni statistiche concordano nell’indicare la metà degli anni ‘70 come l’inizio di un persistente e generalizzato rallentamento (slowdown) dell’economia capitalistica nel suo complesso: un lento ma costante declino di investimenti, produttività, profitti e occupazione. La pluridecennale tendenza negativa dell’indicatore produttività ha costituito il segnale di una riduzione (o sottoutilizzazione) delle capacità produttive, a sua volta espressione della diminuzione delle possibilità di investimento redditizio, della saturazione dei mercati, della debolezza della domanda effettiva, degli aumenti dei prezzi energetici (soprattutto nelle fasi calde delle crisi petrolifere). Gli anni ‘90 hanno apportato a questo quadro due correttivi: al di fuori dei confini dell’Occidente, lo sviluppo impetuoso della Cina; dal seno del potere occidentale, la guerra (imperialista) come strumento privilegiato per il ripristino di più favorevoli condizioni di sfruttamento ed estrazione del plusvalore. Tuttavia, nonostante i suoi potenti mezzi (pacifici e non), lo sviluppo capitalistico è a tutt’oggi ben lungi dall’aver dissolto le sue contraddizioni, almeno a giudicare dalle pessimistiche previsioni sul futuro dell’economia Usa effettuate dalla maggioranza degli addetti ai lavori. E alla base delle difficoltà troviamo ancora il problema dell’eccesso di capacità inutilizzata. Di ciò è convinta ad esempio Susan Kalla, analista di punta di Wall Street, in relazione ad uno dei settori produttivi nevralgici: “Quello delle telecomunicazioni è, fra tutti i comparti dell’hi-tech, quello che ancora subisce i contraccolpi delle eccessive aspettative degli anni ‘90. Allora furono intrapresi investimenti colossali, sembrava che ogni abitante del pianeta dovesse passare tutta la sua vita al telefono e su più linee contemporaneamente. La sovracapacità in termini di linee installate, le compagnie la stanno scontando ancora oggi” ( “Poca fiducia nell’economia Usa”, Affari & Finanza 15-11-2004). E la stanno scontando anche i lavoratori in termini di licenziamenti (per nulla riassorbiti dalle cosiddette ripresine). Ma su tale incertezza di prospettive torneremo tra poco.

4. L’USO DELLA TECNOLOGIA COME ULTERIORE FATTORE DI CRISI

È utile ora richiamare un ulteriore potentissimo fattore di crisi, già individuato e ben descritto da Marx. Una modalità per incrementare la quota di plusvalore prodotto è connessa all’aumento della forza produttiva attraverso l’uso delle macchine: aumentare la produttività del lavoro significa diminuire la quantità di lavoro richiesta per produrre una merce o – detto in termini equivalenti – abbassare il tempo di lavoro socialmente necessario per tale produzione. In regime capitalistico il guadagno derivante dal suddetto progresso tecnologico non va alla collettività, ma al profitto del capitalista individuale; il quale, “risparmiando” operai, riduce il lavoro che nel ciclo produttivo è necessario per costituire il valore delle retribuzioni da erogare ai lavoratori, a tutto vantaggio della quota di valore prodotta e non pagata, da lui acquisita appunto come plusvalore. Ma quel che gli apologeti e tutti i cantori del “mito tecnologico” – di destra e di sinistra – non hanno compreso è che tale uso della tecnologia, nell’ambito del modo di produzione capitalistico, è condizionato da limiti ben precisi. L’obiettivo di tale uso non è il mero aumento, fisicamente inteso, della massa di merci nell’unità di tempo, bensì l’incremento di valore (e di plusvalore) che attraverso tale aumento deve realizzarsi. Detto in termini marxiani, la forza produttiva (di valore e plusvalore) non varia se il macchinario viene a costare tanto lavoro quanto il suo uso ne risparmia: in questo caso, per il capitalista non vi sarebbe alcun guadagno. Il limite nell’uso delle macchine è dato cioè dal fatto che il loro impiego deve essere redditizio, ed esso è redditizio solo se l’aumento di lavoro richiesto per produrre il nuovo macchinario risulta minore della diminuzione di lavoro determinata dal suo uso. Tali basilari considerazioni contribuiscono a spiegare il fenomeno apparentemente paradossale, verificatosi in questi ultimi due decenni, di rallentamenti della produttività totale e rendimenti decrescenti contestualmente all’introduzione di nuove tecnologie (in particolare della tecnologia informatica). L’aumento di “intensità tec-nologica” dei processi produttivi è collegato, oltre che all’incremento smisurato dei loro costi, all’accorciamento della vita media dei macchinari e, dunque, all’accelerazione dei ritmi di rinnovo degli stessi. Di qui la sequenza dei fenomeni indesiderati: l’accelerazione del progresso tecnico può dare luogo a un’accelerazione dei rinnovi di capitale a elevato contenuto tecnologico e a un consistente aumento del peso di questi rinnovi sul totale degli investimenti, con un’incidenza negativa sulla produttività del sistema (2). Il crollo dei titoli tecnologici verificatosi a Wall Street nel marzo del 2001 è dipeso tra l’altro dal rallentamento degli ordinativi di tecnologia informatica da parte delle imprese, oltre che ovviamente dalla saturazione del mercato dei consumatori individuali.
Quanto abbiamo detto sul problema dell’aumento della forza produttiva del capitale è importante, ma non esaurisce ancora tutta la storia. Resta da sottolineare un punto essenziale, concernente la connessione tra questo stesso aumento della forza produttiva e la caduta tendenziale del saggio di profitto che esso fatalmente porta con sé. Tale aspetto delle crisi capitalistiche è stato anche recentemente ritematizzato in un interessante saggio di Guglielmo Carchedi. (3)
L’introduzione di nuova tecnologia nel ciclo produttivo, con il relativo “risparmio” di lavoratori, comporta che nella maggior massa di merci prodotte la quota di valore trasferita dai rinnovati mezzi di produzione cresca rispetto a quella ottenuta dall’erogazione di forza-lavoro. Ma sappiamo che nell’impianto marxiano il valore creato ex novo non proviene dall’uso del macchinario (che si limita a trasferire nella merce prodotta il valore in esso già contenuto), ma scaturisce unicamente dal fatto che il lavoro vivo (l’insieme degli operai impiegati nel processo produttivo) produce un valore supplementare (il plusvalore appunto) oltre a quello che va a ricostituire il suo prezzo di mercato (il suo salario). Da ciò deriva che gli effetti dell’innovazione tecnologica applicata alla produzione risultino di fatto contraddittori, in quanto essi coincidono, per un verso, con una maggior quantità di merci prodotte e, per altro verso, con una diminuzione del valore complessivo prodotto, derivante dal minor impiego di forza-lavoro. In questo quadro generale le imprese che avranno innovato venderanno al medesimo prezzo una maggior quantità di merci, avvantaggiandosi sulle imprese meno efficienti. Tuttavia, la combinazione tra la relativa crescita del tasso di profitto degli innovatori e il maggior calo del tasso di profitto del resto delle imprese avrà come risultante complessiva una caduta del tasso medio di profitto. Questa è una delle dinamiche che presiede all’esplosione delle crisi. Alcune tra le imprese a più bassa redditività falliranno; altre riusciranno ad adeguarsi alle nuove tecniche, aumentando anch’esse la produttività aziendale, e però, proprio per questo, acuendo e generalizzando la contraddittorietà del processo. Si avrà in tal modo un ulteriore calo dell’occupazione, un’ulteriore diminuzione del valore prodotto e, quindi, del tasso di profitto complessivo. Si spiega così l’apparentemente enigmatica affermazione di Marx: “Il tasso di profitto non cade perché il lavoro diviene meno produttivo, ma perché diventa più produttivo”.
Sin qui non abbiamo fatto altro che passare velocemente in rassegna alcune delle modalità in cui si manifesta l’intima contraddittorietà del processo di accumulazione capitalistica. Se non si muove da tale problematica non si può capire – neanche oggi – cosa sia l’imperialismo, poiché il principale metodo con cui il mondo capitalistico avanzato prova a frenare la sopra esposta caduta di profittabilità della sua economia è – accanto all’intensificazione dello sfruttamento della sua manodopera – precisamente l’appropriazione sistematica (e, se necessario, violenta) del valore prodotto internazionalmente e delle risorse essenziali per produrlo. Questo è l’imperialismo.

5. I PRESUPPOSTI SPECULATIVI DELL’EUFORIA CONSUMISTICA USA

Conosciamo le prevalenti forme in cui si è prodotta ed oggi continua a prodursi la rapina imperialista ai danni delle periferie del mondo: investimenti esteri, diretti o indiretti, a condizioni vantaggiose per il capitale investito e con relativo rimpatrio più o meno esentasse dei profitti; capestro del debito estero; condizioni ineguali negli scambi commerciali; varie modalità di signoraggio della moneta egemonica. Soffermarsi sull’ultima di queste forme, considerata in connessione con la tenuta complessiva del sistema economico, consente di rilevare in particolare le fragilità strutturali dell’economia statunitense e di far luce su alcune linee di tensione che attualmente attraversano il sistema suddetto.
Tutti gli analisti economici concordano nel ritenere che gli investimenti in Cina e i consumi negli Usa siano attualmente i due motori dell’economia mondiale. La locomotiva cinese ha decisamente contribuito ad incrementare il tasso di crescita complessivo viaggiando negli ultimi dieci anni, secondo i dati forniti dalla Banca dei Regolamenti Internazionali, alla media del 9,7% di prodotto interno lordo. Sono però i consumi statunitensi a de-stare oggi più di una preoccupazione. Vediamo perché. Già nella seconda metà degli anni ’90 l’euforia consumistica attirava negli Stati Uniti la metà dell’incremento di export mondiale. Ma anche adesso – con le ferite della fase recessiva non ancora rimarginate – il risparmio privato Usa continua a declinare e, per converso, resta molto forte la propensione a spendere. Il 50% degli americani possiede azioni, ma è il 20% dei pacchetti azionari più ricchi a spingere i consumi: in particolare quelli opulenti (indirizzati verso i fuoristrada giapponesi e tedeschi, i gadget elettronici asiatici, i grandi marchi italiani come Ferrari o Bulgari). Ovviamente, tale spensierata disposizione non riguarda i due milioni di disoccupati che la presidenza Bush ha prodotto, né i 45 milioni di cittadini statunitensi sprovvisti di copertura sanitaria (cui vanno aggiunti altri 75 milioni che, a causa della flessibilità lavorativa, restano scoperti per periodi che vanno dai 6 ai 24 mesi). Né potrà essere significativa la compartecipazione ai consumi di lusso assicurata dalla maggioranza dei futuri pensionati, certo non beneficiati dall’annunciata privatizzazione completa del sistema previdenziale. Ma tali sperequazioni non turbano le cifre della statistica economica; quel che conta, nel nostro caso, è che il minor consumo dei meno abbienti sia più che compensato dall’euforia dei ricchi. Cosa del tutto plausibile, se pensiamo che tra il 1970 e il 2000 il reddito dello 0,01 di cittadini Usa (due o tre decine di migliaia di persone in tutto) è passato da 70 a 300 volte il reddito medio. Da parte sua George W. Bush, se non cessa di comprimere le spese sociali, ha tuttavia generosamente agevolato le spese private e i consumi dei cittadini americani “più fortunati”: la sua riforma fiscale ha comportato una spesa aggiuntiva di 350 miliardi di dollari, finiti nelle tasche del 35% della popolazione americana (con ogni evidenza, è lui il “cattivo maestro” di Berlusconi). L’esecutivo Usa ha operato in perfetta sintonia con l’autorità monetaria: dal maggio 2000 in poi, la Federal Reserve ha infatti ribassato per ben 13 volte consecutive i tassi di interesse, portandoli al livello più basso degli ultimi 45 anni (1%, la metà di quelli europei). Il costo stracciato del denaro, con la conseguente incentivazione dei prestiti al consumo, e le iniezioni di liquidità assicurate dai massicci sgravi fiscali decisi dal governo, hanno tenuto alti gli acquisti di beni durevoli e continuato a finanziare nuovi mutui immobiliari.
L’alto livello dei consumi interni ha sostenuto l’export degli altri paesi ma, ovviamente, ha anche fatto lievitare le importazioni Usa, a cominciare da quelle di petrolio. Come sottolineato da Marcello De Cecco (cfr. “Affari & Finanza” del 7-6-2004), il petrolio è la linfa vitale dell’economia americana, rappresentando il 40% dell’energia consumata e il 99% di quella usata nei trasporti. Gli Stati Uniti sono di gran lunga il primo importatore mondiale di petrolio (il Giappone segue a distanza, con la metà della richiesta Usa) e di benzina raffinata (50% dell’import mondiale complessivo). Con l’offerta interna al massimo delle sue possibilità, la domanda di benzina per autotrazione ha continuato a crescere, alimentando l’importazione: cosa del tutto comprensibile per un paese in cui le vendite di fuoristrada, benevolmente esentate dalle tasse sui consumi (prezzo di listino dai 40 mila dollari in su, cilindrata media di 5000 cc, almeno 8 cilindri e 500 Cv, 3 km per ogni litro di benzina) hanno superato nel 2003 quelle delle tradizionali berline, conquistando il 53% del mercato interno. Così, gli Usa non cessano di succhiare petrolio, il cui prezzo continua ad aumentare (in sei anni, da 10 a 50 dollari al barile), e a pesare ovviamente sui conti con l’estero degli Usa.

6. ELEMENTI DI FRAGILITÀ NELL’ECONOMIA USA

È una tale imponente spesa per consumi individuali – oltre che l’aumento delle commesse industriali per la difesa (e l’impegno bellico) – ad aver fatto ritrovare agli addetti ai lavori, verso la fine del 2003, il loro perduto ottimismo, consentendo loro di salutare entusiasticamente la fine della recessione e l’avvento della “ripresa Usa”. In verità tale ripresa si è rivelata meno consistente del previsto, con gli investimenti ancora fermi al palo, l’utilizzo degli impianti ancorato al 70% della loro capacità e senza un vero rilancio dell’occupazione (quella buona, non precaria).
Ma il problema principale è che il suddetto dispendioso tenore di vita non corrisponde ad una crescita reale dell’economia Usa, ed è stato fondamentalmente alimentato dall’aumento dell’indebitamento complessivo del sistema (delle famiglie, delle imprese, dello stato). Vengono da qui i famigerati “deficit gemelli” Usa: un deficit pubblico che ha ormai raggiunto i 500 miliardi di dollari, e un disavanzo commerciale nei confronti del resto del mondo che ha ampiamente superato anche tale astronomica cifra. Due deficit che, secondo una stima del Financial Times, fanno in totale il 9,3% del Pil. In particolare, l’abnorme debito estero Usa – una costante nella storia dell’economia americana degli ultimi decenni (4) – sembra oggi aver mollato tutti gli ormeggi: 4,5 alla fine del 2003, 5,1 nel primo trimestre del 2004, 5,7 nel se-condo trimestre. Di questo passo si arriverebbe al 10% nel 2010. Un tale disavanzo con l’estero ha potuto sinora essere tollerato perché compensato dal copioso afflusso di capitali dall’estero di cui gli Stati Uniti hanno beneficiato: un’immissione di ricchezza nell’economia a stelle e strisce che ha sostenuto i corsi azionari di Wall Street, ha finanziato il debito pubblico federale, ha mantenuto sui circuiti finanziari e valutari il signoraggio del dollaro, riconosciuto come valuta internazionale di riferimento. In altre parole, è il resto del mondo che consente agli Usa – e soprattutto ai ceti privilegiati di questo paese – di continuare a vivere al di sopra delle loro possibilità proseguendo la loro corsa al consumo.
Tuttavia, anche qui arrivano le cattive notizie. L’economia americana non è più attraente come prima: i titoli azionari non sono più quelli della seconda metà degli anni ’90 e la politica dei bassi tassi di interesse tenacemente praticata dalla Federal Reserve non costituisce certo un’attrattiva per i capitali di prestito. Il flusso di capitali esteri in entrata tende dunque a ridursi, minacciando di lasciare il deficit commerciale in tutta la sua devastante solitudine. Ma soprattutto il dollaro ha iniziato il suo inarrestabile deprezzamento: nel solo 2003 aveva già perso il 30% del suo valore rispetto all’euro. E continua a svalutarsi, bruciando un minimo storico dopo l’altro. Gli operatori sembrano essersi passati la parola: non fidarsi dell’economia americana, che non tira più come prima e che sta sprofondando sotto il peso dei “deficit gemelli”. Quindi, vendere dollari. In realtà c’è dell’altro in tale deriva nel cambio della moneta statunitense: il fatto è che l’establishment Usa dà mostra di assecondare tale corso, in quanto ritiene che un dollaro sempre più debole serva a deprezzare lo stesso disavanzo (un meccanismo ben noto ai nostri ex governanti democristiani) e, contemporaneamente, possa essere il traino ideale per le esportazioni statunitensi (oltre che un argine per le importazioni dall’Europa). È quindi più che comprensibile che i mercati, sulla base di tale autorevole input, scommettano sul dollaro debole: si è sicuri che il dollaro continuerà a calare e che, per contro, l’euro continuerà a salire; quindi tutti vendono dollari e comprano euro. In tale spirale verso il basso, il dollaro perde di valore per il semplice motivo che tutti lo vendono e nessuno lo compra.

7. IL RISCHIO DOLLARO E LA PRECARIETÀ DEGLI EQUILIBRI ECONOMICI GLOBALI

Le autorità americane stanno dunque scommettendo su una svalutazione dolce, graduale della loro moneta, e non sono disposte a dar retta ai lamenti provenienti dall’altra parte dell’oceano Atlantico. Rispetto alla svalutazione del dollaro e alla conseguente rivalutazione dell’euro, gli interessi degli esportatori europei sono infatti specularmente opposti a quelli dei loro colleghi americani. Le economie dei principali paesi europei (in particolare della Germania) dipendono in grande misura dalle esportazioni: in presenza di una debole domanda interna, che ovviamente il Patto di stabilità non contribuisce a rivitalizzare, un’alta percentuale del totale della produzione europea va all’export. Il caro-euro – a fronte della debolezza del dollaro – dipende anche da questa non secondaria circostanza e, conseguentemente, c’è chi ritiene ingiustificate le proteste degli europei, i quali farebbero bene a incentivare la domanda interna e a cercare di ridare fiato ad un’economia così dipendente dalle esportazioni, cioè dalla crescita altrui (cfr. L. Spaventa, “Bush, l’Europa e la cura del dollaro”, La Repubblica del 9-11-2004). Anche in Italia salgono le preoccupazioni per il nostro sistema moda, per la nostra industria meccanica, per l’industria di prodotti per la casa e la persona, comparti indicati come particolarmente vessati dal super- euro. Basta aprire a caso Il Sole 24 Ore per rendersene conto: se col cambio euro/dollaro in parità è stato concordato col partner Usa un prezzo di listino di 10 dollari per ogni paio di pantofole esportate, e poi il dollaro scivola ad un cambio di 1,30 con l’euro, l’esportatore made in Italy convertirà i dollari incassati in euro ma per un corrispettivo di 7,69 dollari a paio invece che di 10, con una perdita secca del 23% (cfr. “Doppio impatto sulle imprese italiane”, Il Sole 24 Ore del 9-11- 2004). Non è qui il caso di indugiare sulle lacrime dei nostri imprenditori e sulla legittimità delle loro lamentazioni: i guai del nostro sistema industriale non pare derivino tutti e prevalentemente dal caro-euro.
Sta di fatto che la situazione ora descritta determina un altissimo grado di incertezza e rissosità nel contesto dei rapporti internazionali intercapitalistici. Va inoltre sottolineato che la stessa strategia delle autorità americane è esposta a due gravi rischi. In primo luogo, mentre è certo che la svalutazione del dollaro fa fuggire i capitali dalle attività espresse in dollari, e dunque dall’insieme dell’economia statunitense, non è detto che da questa medesima svalutazione possano trarre grandi benefici le esportazioni Usa. Infatti potrebbe risultare più redditizio per gli imprenditori statunitensi produrre in paesi a valuta forte e poi rimpatriare i profitti, così da guadagnare sul cambio favorevole; ma soprattutto le multinazionali Usa, che mantengono all’estero una grossa fetta dell’apparato produttivo, sottraggono una quota consistente all’export degli Usa e, al contrario, ne incrementano l’import (il 60% dell’export cinese proviene da multinazionali straniere che operano in Cina, molte delle quali americane). Se così fosse, resterebbero tutti i danni della svalutazione e ne risulterebbero largamente vanificati i benefici. Tuttavia, il secondo rischio è quello più pesante. È evidente che la caduta del valore del dollaro penalizza chi possiede dollari o attività espresse in dollari. Ora, il valore complessivo degli scambi internazionali di petrolio si aggira attorno ai 450 miliardi di dollari all’anno, ed è noto che tali transazioni avvengono effettivamente con la valuta statunitense quale mezzo di pagamento. Non vi è dubbio che, con il dollaro in caduta libera, un divorzio da tale valuta potrebbe ridurre il rischio valutario per i produttori. Non è dunque un caso se, secondo una stima approssimativa, le riserve ufficiali della Banca centrale russa abbiano rimpolpato del 30% la loro dotazione in euro e se si fanno sempre più esplicite le intenzioni russo-europee di fissare in euro il valore delle ingenti importazioni di petrolio russo. Né può stupire che la Banca dei Regolamenti Internazionali segnali l’incipiente tendenza dei paesi Opec a spostarsi dal dollaro all’euro. Entro certi limiti le autorità monetarie americane sono convinte di governare la tendenza al ribasso della loro valuta, ma i suddetti segnali di fibrillazione lasciano intravedere un altro possibile scenario: una caduta accelerata, che sfugga al controllo degli apprendisti stregoni e arrivi a configurare quella che il premio Nobel Paul Samuelson ha recentemente definito una specie di “Hiroshima valutaria”, che polverizzerebbe le attività in dollari e potrebbe preludere ad un nuovo 1929 ( “Dollaro, il rischio è grande”, Il Sole 24 Ore, 9-11-2004).

8. LE PROSPETTIVE DI LUNGO PERIODO

A questo punto potrebbe ragionevolmente porsi il seguente interrogativo: perché, nonostante tutto, il sistema globale scricchiola ma per ora tiene? La risposta è che, in generale, nel mondo si ritiene che le importazioni Usa siano ancora (insieme alla Cina) la locomotiva mondiale e che, tutto sommato, sono in molti a detenere ancora i loro risparmi in dollari. Ma, più nel dettaglio, occorre dire che è l’area asiatica – Cina e Giappone in testa – ad evitare per ora agli Stati Uniti guai peggiori. Nel loro insieme queste realtà – pure assai diverse quanto a sistemi economici e politici – generano da sole con le loro esportazioni il 50% del deficit commerciale Usa, ma contemporaneamente sono ad oggi i più formidabili acquirenti di buoni del tesoro statunitensi. Se abbandonassero anche loro la nave, questa colerebbe a picco. Per un paese come il Giappone, tradizionale alleato degli Usa dal dopoguerra in poi, un tale soccorso non fa problema. Ma anche la Cina ha in esso il suo immediato tornaconto: una simile spada di Damocle equivale infatti ad un potente strumento di dissuasione, per evitare che gli stessi Stati Uniti alzino più di tanto la voce, premendo per una rivalutazione dello yuan (di certo penalizzante per l’export cinese), o cedano alla tentazione di erigere barriere tariffarie per contrastare l’afflusso di merci cinesi sul loro mercato interno. Tutto ciò serve a procrastinare lo statu quo, ma non disinnesca il potenziale squilibrio ad esso intrinseco: tanto più che la Cina, pur tra non lievi difficoltà, è tuttavia sospinta da una crescita impetuosa (che corrisponde ad un’espansione della sua economia reale) ed è impegnata ad operare sui tempi lunghi; laddove il tempo non sembra affatto giocare a favore degli Usa e della loro economia, ancora oggi consistente ma sempre più drogata e insidiata da nuovi concorrenti.
“Difenderò il nostro stile di vita ad ogni costo”, ha dichiarato George W. Bush nel corso della recente campagna presidenziale. Non vi è dubbio che, accanto alle pulsioni ideologiche reazionarie, un tale proclama in nome dell’american way of life abbia toccato corde profonde, contribuendo a convincere molti circa l’opportunità di una sua rielezione. Ma egli non potrà a lungo aggirare i nodi strutturali che comprimono l’economia Usa. E dovrà prima o poi decidere – come sono portati a ritenere i più accreditati osservatori delle vicende americane – se stringere i cordoni della borsa, con evidenti riflessi sulle condizioni sociali di una grande parte del suo paese. In ogni caso, potendo contare sul più potente apparato bellico mai visto sulla scena della storia, difficilmente sarà disposto ad allentare la morsa del dominio geopolitico e militare. Rimane da vedere se il mondo sia disponibile a restare appeso a tale prospettiva. Ma qui la parola spetta di diritto ai “dannati della terra” e alla resistenza antimperialista.

Note

1 I dati sopra riportati sono contenuti in V. Giacchè, “Imperialismo e capitale finanziario”, in l’ernesto, n°3 maggio/giugno 2004, p.75 sgg.

2 Cfr. ad esempio L. Tronti, “Slowdown e aggiustamento”, in Rivista di economia politica, marzo 1987.

3 G. Carchedi, “Il valore e l’imperialismo: sono ancora attuali per un’analisi del capitalismo contemporaneo?”, in AA.VV., I l piano inclinato del capitale, Milano 2003, pp.57-65.

4 Su tale questione e sull’importanza del dominio delle fonti di risorse energetiche da parte degli Usa, cfr. ad esempio J. Halevi, “L’imperialismo del petrolio”, in La rivista del manifesto, settembre 2003, pp.31-34.