Guardando l’Europa con lenti deformate

Gli scenari disvelati dalle polemiche sulle armi all’uranio usate dalla NATO nei Balcani (e prima ancora utilizzate nel Golfo e in Somalia), stanno via via definendo un quadro di problemi con cui dovremo cominciare a misurarci seriamente.
Il gap crescente tra le ambizioni europee e l’egemonia mondiale degli Stati Uniti, disegnano sempre di più il quadro delle nuove relazioni internazionali. Dentro tale quadro si delineano nella sinistra italiana ed europea posizioni corrette e posizioni sbagliate, elaborazioni problematiche e schematismi inservibili. A questo è urgente mettere mano per offrire ai militanti ma soprattutto al più vasto e disorientato “popolo della sinistra” delle tracce di riflessione e delle indicazioni di orientamento.
Seguendo il dibattito parlamentare sulla questione delle armi all’uranio impoverito, colpisce l’intervento svolto alla Camera dal presidente del Partito dei Comunisti Italiani, Armando Cossutta.

Una straordinaria capacità di “autoassoluzione”

La tematica era certamente spinosa per un partito che è stato ed e rimasto nel governo mentre gli aerei della NATO (inclusi quelli italiani) partivano quotidianamente dalle basi NATO situate in Italia per andare a bombardare – anche con armi all’uranio impoverito – le città, i ponti, le fabbriche e la popolazione della Jugoslavia.
Non ci interessa proseguire la pur giusta polemica politica di due anni fa. Ci colpisce la straordinaria capacità autoassolutoria di Cossutta quando in un passaggio del suo intervento sostiene di non sapere “se si sapeva” dell’uso delle armi all’uranio “ma lo si temeva”. Colpisce, perchè poco più di una settimana dopo sul giornale del PdCI, Paolo Guerrini, all’epoca della guerra Sottosegretario alla Difesa e dirigente dello stesso partito, conferma che dal 17 maggio del 1999 – 25 giorni dopo l’inizio dei bombardamenti sulla Jugoslavia – il governo italiano “sapeva” dell’uso delle armi all’uranio. “Per il Kossovo sapevamo da quasi subito dell’utilizzo delle armi all’uranio” sostiene Guerrini “mentre abbiamo le mappe solo dai primi mesi del 2000” (intervista a “La Rinascita” del 26 gennaio 2001).
Come dobbiamo giudicare queste affermazioni? Se pensiamo che un giornalista come Fulvio Grimaldi appena finiti i bombardamenti ha girato un video (“Serbi da morire”) che documentava gli effetti dei bombardamenti sulla Jugoslavia o che i “Quaderni del CESTES” già a giugno del 1999 riproducevano materiale di informazione sulle armi all’uranio impoverito usate nei Balcani, sorprende l’ignavia di tanti esponenti di governo nei mesi durante e successivi alla guerra contro la Jugoslavia. Ma non è questo, o almeno solo questo, il punto che vogliamo portare allo scoperto.

Il mito nefasto di un esercito europeo autonomo

Il preambolo autoassolutorio sulla questione dell’uranio nell’intervento in Parlamento, serve a Cossutta per preparare il terreno ad un ragionamento sulla NATO (in buona parte condivisibile) e sulla necessità di una forza armata europea (niente affatto condivisibile).
Ma il problema è ancora più profondo perchè il passaggio sull’esercito europeo come fattore di autonomizzazione da una NATO “sleale”, non è un semplice paragrafo “ad effetto” di un intervento parlamentare ma è la conclusione di una analisi e di un ragionamento sull’Europa che è in corso da tempo e che contiene elementi di errore e disorientamento che meritano una replica precisa e nel merito.
Cossutta sostiene che la NATO sotto la premiership americana è sleale verso i suoi membri ed anacronistica, ragione per cui occorre spingere per il rafforzamento di una struttura militare europea “niente affatto ostile agli USA, anzi amica del grande paese d’oltre oceano, gli Stati Uniti, ma autonoma da essi” (1).
C’è dunque una conclusione del ragionamento che ha delle serie e devianti conseguenze politiche sul ruolo e la natura dell’Europa in cui viviamo e non in quella che desideriamo, il che non è proprio la stessa cosa. Su questo, Cossutta sostiene cose contestabili e che occorre cominciare a contestare apertamente.
Esaminando i problemi connessi all’allargamento dell’Unione Europea ai paesi dell’Europa dell’Est (un tema su cui all’interno del gruppo parlamentare europeo della sinistra c’è stata parecchia discussione e più di qualche discordanza), Cossutta rimprovera a Rifondazione Comunista di aver prima favorito l’ingresso dell’Italia nell’Unione Monetaria europea (2) ma di aver successivamente avanzato obiezioni all’allargamento dell’Unione stessa ad altri paesi .
Cossutta sostiene impropriamente che “i comunisti sono senza esistazioni favorevoli all’allargamento dei suoi confini attuali (dell’Europa) verso Est e verso Sud”. Più avanti ribadisce che l’allargamento darà all’Europa una “nuova identità fondata sulla sua straordinaria forza economica, sociale, politica e con essa una sua propria autonomia anche sul piano militare che renderà finalmente superata l’attuale organizzazione militare della NATO, una autonomia dagli stessi USA, grazie ad una propria struttura di difesa, tutta europea, moderna, efficace, efficente” (3).

Una visione mitologica del modello europeo

Nella sua esposizione Cossutta, disegna un quadro quasi idilliaco “del modello Europa” e della sua capacità di essere riferimento per i lavoratori dei paesi dell’Est che hanno chiesto l’adesione all’Unione, in quanto essi avrebbero sperimentato il liberismo selvaggio e gli effetti del dumping sociale imposto dalle multinazionali. Le regole dell’Unione Europea dovrebbero quindi porli al riparo da questi “effetti collaterali” del modello capitalista.
Occorre sottolineare diverse contraddizioni di merito che emergono dal ragionamento di Cossutta:

1) Nel definire la natura “progressiva” di questa Europa come capace di trasmetterla anche ai paesi dell’Est che hanno chiesto l’adesione, Cossutta stesso deve ammettere che è ovvio che la “Carta dei Diritti Europea possa essere meno avanzata sui contenuti democratici e sociali rispetto alla Carta Costituzionale della Repubblica Italiana”;

2) La settimana successiva a queste valutazioni, lo stesso Cossutta – riferendosi ai paesi dell’Europa dell’Est che hanno chiesto l’adesione – ammette che sostenere l’allargamento “significa essere consapevoli che con ogni probabilità esso comporterà ancora disuguaglianze e sacrifici e durerà ancora moltissimi anni” (4)

3) Ma la contraddizione più contundente tra il quadro disegnato da Cossutta e la realtà concreta, viene dimostrata dal fatto che i paesi europei in cui il modello di protezione sociale era più consolidato (il modello scandinavo) sono proprio i paesi in cui le popolazioni e i lavoratori si sono pronunciati contro l’ingresso nell’Unione Monetaria europea. Il recente referendum in Danimarca è stato passato volutamente sotto silenzio, così come il no tondo della Norvegia. Ciò rivela piuttosto chiaramente che nei paesi in cui il modello europeo di Maastricht è stato sottoposto ad una consultazione democratica, o ha perso (Danimarca, Norvegia) o ha vinto di strettissima misura (Francia). Il fatto che questi paesi siano quelli dove il movimento operaio ha potuto usufruire o tuttora usufruisce di un sistema di protezione e garanzie sociali più elevato del resto d’Europa, non può che far riflettere sulla natura di classe del modello economico-sociale europeo oggi dominante.
E’ difficile allora ritenere che questo modello possa essere spacciato come riferimento progressivo per i lavoratori e le popolazioni dei paesi che intendono aderire all’Unione Europea, e forse dei comunisti coerenti con la propria storia e onesti con la realtà, piuttosto che contribuire ad alimentarle, avrebbero il dovere di mettere in guardia i lavoratori dell’Europa dell’Est dalle mistificazioni distribuite in questi anni.

Un errore strategico di valutazione “dell’Europa superpotenza”

Qui c’è dunque un errore strategico che risiede in due convinzioni di fondo più volte ribadite da Cossutta:
In primo luogo egli appare prigioniero dell’idea che l’Unione Europea sia oggi il migliore dei modelli possibili, al punto da diventare il modello politico-sociale da proporre ai lavoratori e alle popolazioni dell’Europa dell’Est;
In secondo luogo appare persuaso che un esercito europeo autonomo dalla NATO e dagli USA, ben armato ed efficente, sia una garanzia della democratizzazione delle relazioni internazionali.
Si tratta di questioni di fondo e dirimenti su cui occorre discutere con rigore e con vigore. Ci sono tre punti, almeno da subito, che meritano di essere confrontati:

1) A favore delle tesi di Cossutta vi è il ruolo oggettivo che una “Europa superpotenza” avrebbe come fattore di riequilibrio nelle relazioni internazionali oggi dominate dall’egemonia statunitense. Questa è la percezione che ci manifestano sistematicamente i compagni di altri paesi della “linea del fronte” (dai compagni cubani a quelli palestinesi, dai russi ai cinesi etc.). In tutti gli incontri bilaterali o multilaterali sappiamo benissimo come questo auspicio venga ben motivato da paesi o organizzazioni comuniste che devono misurarsi con il nemico principale ovvero gli Stati Uniti. Lo sfruttamento delle contraddizioni crescenti tra i due poli imperialisti – Europa e Stati Uniti – può offrire degli spazi di manovra ai paesi e alle organizzazioni della “linea del fronte”. Questa consapevolezza è un dato ormai comune a tutti coloro che lottano.

2) Se passiamo però sul piano soggettivo, nè Cossutta nè i compagni di altri paesi possono sottovalutare le valutazioni delle forze comuniste che vivono ed operano nel “cuore” di questa nuova potenziale superpotenza europea. La storia del movimento operaio ci insegna che molto spesso le valutazioni sono state divergenti. E’ noto, per esempio, che l’URSS di Krusciov e della coesistenza pacifica non vedeva affatto di buon occhio la Rivoluzione Cubana, una rivoluzione che rompeva un certo assetto delle relazioni internazionali. Il gruppo dirigente rivoluzionario cubano operò sulla base delle proprie valutazioni interne ed ebbe ragione.

3) Una valutazione pragmatica delle relazioni internazionali non può impedire – al contrario deve approfondire – l’analisi della natura, delle ambizioni e delle forze dominanti che guidano e determinano il processo di rafforzamento del polo imperialista europeo. C’è stato un cambiamento niente affatto secondario rispetto all’epoca del bipolarismo USA/URSS, dell’esistenza del Movimento dei Non Allineati, un’epoca in cui l’Europa svolgeva un ruolo oggettivo ed in parte soggettivo “diverso” dagli Stati Uniti (dalla Ost Politik di Brandt alla coraggiosa risoluzione CEE di Venezia sulla Palestina nel 1980). Questo cambiamento lo abbiamo verificato dolorosamente con l’aggressione alla Jugoslavia.
Sulla dominanza degli interessi del capitale finanziario e delle multinazionali sull’Unione Europea riteniamo che pochi possano nutrire dei dubbi. Il potere contrattuale della Confederazione Europea dei Sindacati è inesistente rispetto a quello della ERT (la tavola rotonda degli industriali europei), così come quello delle Autorità anti-trust lo è nei confronti della Commissione Europea (vedi le vicende Telecom, Assicurazioni, ABI), ancora più quello dei parlamenti nazionali ed europeo rispetto alla Banca Centrale Europea.
L’attacco alle pensioni e al TFR e alla rigidità della forza lavoro, che figurano al primo punto nell’agenda della Commissione Europea, dimostrano più di qualsiasi altra cosa il dominio del capitale finanziario sulle priorità del modello economico-sociale europeo.
Questo processo di costruzione europea è inoltre avvenuto con un deficit democratico strutturale (niente referendum popolari sull’adesione dei vari paesi ai Trattati di Maastricht e di Amsterdam, la famosa Carta dei Diritti europea è stata discussa per ben….due minuti al vertice di Nizza, il potere dell’esecutivo europeo non è sottoposto ad alcuna forma di controllo democratico etc.).
Questa natura di classe del progetto europeo non può essere più sottovalutata nè guardata con le lenti di venti anni fa, perchè sulla base delle forze reali in campo e della natura di questo progetto, rischiamo una lettura deformata e controproducente della realtà.

La realtà è assai peggiore dei desideri

Ma non c’è solo questo, anzi questo è uno scenario che già conosciamo e che in qualche modo ci consente di prendere le misure. C’è infatti la situazione concreta a scrollarci dai sogni ed a separare dolorosamente la realtà dai desideri.
1) Le forze socialdemocratiche (ed anche alcuni partiti comunisti come in Francia e in Italia) hanno avuto una occasione storica per guidare il processo di costruzione europea in una direzione democratica e di conquiste sociali per i lavoratori… ma non l’hanno fatto. La sinistra è (stata) al governo in Francia, Germania, Italia, Gran Bretagna, Belgio cioè in tutti i principali paesi europei ma non ha innescato alcuna contro-tendenza progressista, al contrario ha assunto come proprio il progetto neoliberista e assecondato la natura imperialista dell’economia. Se si è arrivati all’aggressione contro la Jugoslavia con l’Europa governata dalla sinistra vuol dire che la realtà è decisamente diversa dai desideri e dalla demagogia europeista. E questo ci pone una domanda dolorosa: se la tendenza e la natura di questa Europa non è cambiata in questi anni di governo delle sinistre o comunque delle socialdemocrazie, chi e quando potrà mai cambiarla?

2) Il ciclo di governo delle forze socialdemocratiche o di sinistra si sta esaurendo in buona parte dell’Europa. Il capitale finanziario le ha utilizzate per portare a casa il massimo dei vantaggi dal patto sociale che queste forze hanno imposto ai lavoratori. Adesso appare probabile che si appresti a cambiare cavallo. La nuova fase di rafforzamento del polo europeo sarà probabilmente gestita da forze conservatrici ed in alcuni casi reazionarie.

3) La competizione tra Europa e Stati Uniti, non è una competizione tra due modelli sociali diversi (quello renano e quello anglosassone). Questa mitologia è stata smantellata dai fatti già da tempo (5). Stiamo entrando in una fase di competizione intercapitalista classica nelle nuove condizioni di questa fase storica. Non siamo più nell’epoca dei conflitti tra Stati ma tra Poli, tra blocchi economico-commerciali, e – tendenzialmente – militari (6) come ebbe a sostenere l’ex Segretario di Stato americano Madeleine Albright.
Non è un mistero che tra i progetti della nuova amministrazione statunitense vi sia quello di costruire l’Area di Libero Scambio delle Americhe in funzione di blocco commerciale competitivo contro quello messo in piedi dall’Unione Europea (7). La dollarizzazione forzata di Ecuador, Salvador, Guatemala, Argentina, Messico non è forse speculare alla costruzione di Eurolandia? La competizione tra due poli di questa natura avviene sugli stessi obiettivi di fondo.
Non è un conflitto tra una “missione civilizzatrice” e l’imperialismo. E’ lo scontro tra due poli imperialisti. Utilizzare queste contraddizioni è un conto. Sostenerne gli interessi strategici di uno contro quelli dell’altro è cosa ben diversa.

4) L’Esercito Europeo a chi serve e contro chi dovrebbe essere usato? La liquidazione della leva di massa e la professionalizzazione delle forze armate lo hanno privato anche della caratteristica di “esercito di popolo” per farlo nascere su criteri estremamente selettivi e professionali. Con questa natura non si ambisce a funzioni di “difesa della patria” ma di intervento all’estero. L’aumento delle spese militari e un processo di riarmo diventano inevitabili (già ne stanno parlando apertamente i governi o il nuovo complesso militare-industriale europeo). Quando Javier Solana parla di nuova concezione dei confini dell’Europa, di sicurezza, di interessi vitali da difendere ha in mente gli stessi standard del Pentagono e del Dipartimento di Stato americano.

Quando l’esercito europeo interverrà per assicurare il “rifornimento delle fonti energetiche” in Medio Oriente o nell’area del Mar Caspio oppure la “stabilità” in qualche paese dell’Europa dell’Est, o ancora, quando per ipotesi soldati europei e soldati americani si fronteggeranno in qualche area di crisi strategica (do you remember Suez nel 1956?), come si schiereranno i partiti della sinistra? Dopo aver affiancato il governo D’Alema nell’aggressione alla Jugoslavia, il compagno Cossutta se la sentirà di votare anche i crediti di guerra? Su questo, la storia del movimento operaio ha scritto e vissuto pagine tragiche. Sarà pure il caso di trarne qualche insegnamento.

NOTE:
(1) Intervento di Armando Cossutta alla Camera dei Deputati in occasione del dibattito sulla moratoria delle armi all’uranio del 18 gennaio 2001.
(2) Il riferimento è alla decisione del PRC di sostenere la prima fase del governo Prodi e al voto parlamentare a favore del Trattato di Amsterdam. Trattasi di due scelte sulle quali l’autore di questo intervento ha dissentito ferocemente, all’epoca come oggi.
(3) A. Cossutta, Per una Europa politica ed indipendente, in “La Rinascita” del 15 dicembre 2000.
(4) A. Cossutta, Unione Europea, l’ampliamento necessario, in “La Rinascita” del 22 dicembre 2001
(5) Un testo rivelatore e ricco di documentazione sulla fine della competizione tra “modello renano” e “modello anglo-sassone” sono i capitoli centrali di “Eurobang” di Martufi e Vasapollo, edizioni Mediaprint, 2000.
(6) Segnali di allarme in questo senso sono già comparsi su “Mondo e Mercati” del 18 gennaio e su “CorrierEconomia” del 29 gennaio 2001.
(7) Sulla tendenza e la realtà del conflitto commerciale tra Stati Uniti ed Europa, vedi Hobsbawn, Intervista sul Nuovo Secolo, Laterza 1999