Grandi manovre militari della NATO nel nord della Svezia

Dieci paesi coinvolti, un’imponente flotta aerea, con oltre 50 aerei da combattimento, compresi gli statunitensi F-15 Eagle: sono le cifre della partecipazione alle manovre militari della NATO di metà giugno nei territori del nord della Svezia.

La scelta del settentrione svedese quale sede delle esercitazioni riflette la crescente importanza strategica del Continente Artico, che gli esperti stimano possa contenere un quarto del petrolio e del gas dell’intero pianeta. E nello stesso tempo – sottolineano le locali forze pacifiste – rappresenta un evidente impulso alla scalata del confronto, anche sul piano militare, tra l’Alleanza atlantica e la Russia, che da tempo reclama un primato nel diritto allo sfruttamento delle risorse energetiche racchiuse nel Mar Glaciale Artico.

“Queste esercitazioni aumentano il rischio di un conflitto, lanciando segnali offensivi e aggressivi. Si sta forse pensando alla pianificazione di un conflitto con la Russia, invece di sfruttare le opportunità della cooperazione nell’Artico?”, ha affermato Anna Ek, leader dell’organizzazione pacifista “Società Svedese per la Pace e l’Arbitrato”.

Le autorità svedesi (ricordiamo che la Svezia partecipa al programma “Partnership per la pace” della NATO) hanno cercato di minimizzare la portata dell’operazione, attribuendo alle manovre caratteristiche di routine, nell’ambito della normale attività di addestramento per le missioni di peacekeaping che vedono la presenza di truppe svedesi (ad esempio, in Afghanistan e nel Kosovo), e negando recisamente che esse abbiano assunto un carattere anti-russo.

I pacifisti ribattono che le manovre non hanno alcun legame con le operazioni che fino ad ora hanno visto la partecipazione della Svezia, ma rappresentano un altro pericoloso passo verso un maggiore coinvolgimento della nazione scandinava nella strategia globale della NATO, per il contenimento della Russia e in vista di un’ulteriore espansione dell’alleanza militare guidata dagli Stati Uniti.

Le manovre, che simulano un ipotetico conflitto nel cosiddetto “Lapistan” (terra dei Lapponi), hanno provocato anche la dura reazione delle comunità del popolo Sami (che da sempre abita il settentrione svedese), che non si sono limitate a denunciare i rischi dell’operazione per la sicurezza globale, ma hanno condannato con fermezza la terminologia stessa utilizzata per definire le esercitazioni.

Gli oppositori dell’operazione NATO fanno notare che il termine “Lapistan” rappresenta un insulto non solo nei confronti della popolazione nativa, ma anche verso la consistente comunità musulmana residente in Svezia. “Stan è l’ovvio riferimento a paesi islamici con cui l’Occidente è in guerra, mentre “Lap” è una vecchia parola di stampo razzista, con cui viene indicato il popolo Sami”, ha affermato Stefan Lindgren dell’ “Associazione di solidarietà con l’Afghanistan”, che ha annunciato un ricorso presso gli organismi nazionali competenti in merito al contrasto della discriminazione razziale.

Ma sono soprattutto gli effetti delle esercitazioni sulle condizioni di vita delle popolazioni locali, a preoccupare gli attivisti delle comunità Sami, per gli effetti devastanti (compresa la morte per panico) che il rumore degli aerei provoca sulle renne, il cui allevamento rappresenta la principale risorsa economica di questo popolo.

Anche vasti settori dell’opposizione parlamentare svedese non hanno mancato di mobilitarsi. Una manifestazione è stata organizzata nelle strade del capoluogo della regione Lulea. “Né il parlamento, né la commissione difesa sono stati informati delle reali dimensioni dell’esercitazione”, ha dichiarato Peter Radberg, deputato del Partito Verde. Che ha aggiunto: “le manovre sembrano piuttosto un tentativo di insediare la NATO in Svezia, un tentativo che rischia di causare la scalata militare in una regione che dovrebbe essere disarmata”.