Grande guerra ed egemonia borghese in Italia

Se si sorvola sul titolo di questo volume, che sembra banalmente rimandare a una delle tante rituali pubblicazioni nostrane sulla guerra in montagna durante quel memorabile conflitto, interne a una vera e propria nicchia di mercato e di “amatori”, si scopre un testo di respiro decisamente superiore, dalle ambizioni oggettivamente eccedenti il quadro dall’intestazione stessa suggerito.

PASSATO E PRESENTE

Nel volume, la parte dedicata a quello specifico capitolo della prima guerra mondiale occupa infatti una collocazione minoritaria, diluita e contestualizzata nella più ampia narrazione dell’evento fondativo del ventesimo secolo e dei suoi aspetti tecnico-militari, tattico-strategici. Quel “bianca” si rivela così una scelta editoriale che, mentre ammicca a un pubblico “di settore”, lascia in realtà defluire una panoramica ampia e variamente dimensionata degli eventi di forte suggestione politica e culturale che va molto oltre la “neutra” ricostruzione di un mero evento bellico, pur decisivo e cruciale quale la prima guerra mondiale. Ed essa consente di mettere a fuoco elementi decisivi di riflessione e analisi sull’ethos nazionale, in un giudizio che salda, anche al di là della volontà dell’autore, passato e presente, elementi di formazione del “carattere” del paese e suoi sviluppi, configurazione e “progetto” delle sue classi dirigenti, significativamente distendendosi fino all’oggi. Poiché è vero che molti vollero vedere in quella guerra l’enigmatica irruzione di un’inaggettivata e “metafisica” violenza nel panorama della civilissima Europa; ma non va dimenticato che essa, oltre l’abbagliante elemento di dismisura dispiegato, funzionò in realtà da concretissimo sismografo dello stato complessivo del continente come del nostro paese, cartina al tornasole delle sue difficoltà storiche, economiche e culturali. Nella specifica temperie dell’epoca, prima di tutto quella guerra agì non solo da acceleratore di virtualità presenti in una modernità che imboccava la strada dello scontro estremo “di materiali”, ma da precipitato di realtà internazionali che vi trovarono la rifusione dei nodi e degli ingorghi cui erano pervenute in virtù della loro intima contraddittorietà storica.

LA GUERRA IMPERIALISTA

Al di là delle ovvie, anche se inedite, declinazioni propagandistiche, delle ragioni della politica contingente e delle motivazioni “ideali”, che vi vennero profuse senza risparmio in un processo di colossale mistificazione ideologica della realtà, infatti, la guerra mise a nudo lo stato reale dei rapporti tra gli stati, entro la cornice d’epoca di una tensione infra – e inter imperialistica, che vi cercava la possibilità di una risoluzione. In termini macrostorici, riferiti alle dinamiche di medio-lungo periodo, essa rappresentava lo sbocco di antiche e recenti direttrici conflittuali del sistema internazionale, tutte interne e organiche allo sviluppo capitalistico delle potenze europee, nella fase dell’acme imperialistica.

E se pure vi era innegabile il concorso plurale di “eccedenze”, di specifiche figure della cultura e della sensibilità dell’epoca, di “occasionalità”, rimane indubitabile che il perimetro entro cui le varie dinamiche si intercettavano reciprocamente interagendo in modo distruttivo, era quello del restringersi degli spazi di affermazione internazionale, di una nuova divisione globale del lavoro, della rivisitazione degli assetti ed equilibri ottocenteschi, della ridefinizione dei rapporti di forza tra le potenze europee in ruvida gara per il controllo dei mercati. La “Grande depressione” del 1873- 96, con l’abbagliante rivelazione dei limiti inquietanti delle capacità di espansione delle economie più mature e introducendo per la prima volta la percezione sinistra di una saturabilità dei mercati stessi (anche grazie a una politica di bassi salari), sfociava nella strozzatura di una compressione protezionistica, sulla quale implodevano le varie, sbrigative teoriche del “libero” mercato, rivelando i termini darwiniani di una competizione per materie prime e sbocchi commerciali, alla quale si era cominciato a dare il sostegno di una massiccia corsa agli armamenti, con la duplice finalità di fornire un sostegno all’industria pesante e di un’esibizione “muscolare” della forza.

KEYNESISMO MILITARE

Al punto che nei circoli europei e nella pubblicistica le voci di una guerra imminente avevano cominciato a circolare con una frequenza e leggerezza allarmanti: solo a titolo d’esempio, in un’opera di larghissima diffusione, dal titolo inequivoco de La Germania e la pro s s i m a guerra del tedesco Friedrich von Bernhardi (nel 1913 giunta alla sesta edizione), la prospettiva di una conflagrazione continentale veniva posta come leva di “sblocco” di una tensione non più riscattabile nei termini di una pacifica contesa economica e, per la Germania, come strumento doveroso e inevitabile del legittimo diritto ad un letterale “spazio vitale” (già sinistramente orientato a est). E anche se sussisteva l’ingenua convinzione di tipo liberalcobdeniano circa un’incompatibilità tra fioritura e sviluppo dei commerci internazionali e guerra (come argomentato ed enfatizzato dal futuro premio Nobel Norman Angell nella Grande illusione, libro di successo tradotto in diciotto lingue), il seguito avrebbe abbondantemente certificato (e molto prima del “keynesismo militare”) di una circolarità ferrea tra industria (capitalistica) degli armamenti ed esiti cruenti delle relazioni internazionali.

LA DISTRUZIONE DELLA RAGIONE

Di guerra parlavano, d’altra parte, e con straordinaria disinvoltura, venata di suggestioni estetiche, non solo gli ambienti militari, che vi si erano preparati nei febbrili ma “pacifici” decenni seguiti al confronto franco-prussiano del 1870, fruendo (come si vedrà poi, catastroficamente) della straordinaria impennata tecnologica dell’industria, ma quei settori culturali, conservatori ma non solo, che in essa recuperavano la concezione “romantica” di un cimento salutare, di una prova di forza destinata a restaurare più “autentici” stili e ritmi di vita. Una diffusa avversione alle mitologie borghesi del progresso, ai loro corollari culturali e ideologici, al sottostante razionalismo di matrice positivistica, circolava negli ambienti filosofici e letterari già dalla fine del XIX secolo, e Nietzsche era solo una delle voci “profetiche” di una di – struzione della ragione (come avrebbe recitato il titolo del capitale testo lukacsiano del 1954), che non si fatica a indovinare alle origini di quella che verrà significativamente definita “seconda guerra dei Trent’anni” o, più equivocamente “guerra civile europea”. Ma vi faceva la sua parte, e non a caso, un’“aristocratica” e trasgressiva avversione al pacifismo di matrice progressista e operaia, incarnato dall’internazionalismo socialista nella sua naturale propensione umanistica, che coglieva nella guerra un affare delle classi dominanti, fatto “produrre” dai proletari, col duplice scopo di trasferire all’esterno attriti e contraddizioni sociali e far avanzare i vari processi di “nazionalizzazione delle masse” (secondo la felice espressione di George L. Mosse). Soprattutto, quell’ideologia non nascondeva la propria secca contrarietà alle teoriche antagonistiche della lotta di classe, percepite da una parte come “rozza” rivendicazione pseudo-filosofica di un primato dell ’economico, dall’altro come pericoloso fattore eversivo della gerarchia tra gruppi sociali e aree del pianeta, in sostanza di rapporti proprietari declinati naturalisticamente.

LE AMBIZIONI DI GRANDE POTENZA DELL’ITALIA

Non si sottraevano a quel clima ovviamente neanche gli ultimi arrivati del “concerto” europeo, quegli italiani che approdavano alle ambizioni da grande potenza, dopo gli affanni di un difficile processo di unificazione e le frustrazioni di una proiezione estera naufragata nei toponimi cruciali di Dogali (1887) e Adua (1896), a fatica risarciti dalla sanguinosa conquista dello “scatolone di sabbia” libico nel 1912. Esisteva e dilagava nella penisola tutto un fervore da neofiti, diversamente rappresentato, che mescolava ragioni e tensioni culturali, suggestioni letterarie, inquietudini esistenziali, velleità imperiali di grandezza, giochi politici interni e un protagonismo delle classi dirigenti, che percepivano il prudente riformismo dell’età giolittiana, allora al suo apice, come un’intollerabile restrizione a più vaste ambizioni territoriali, degne della conquistata posizione internazionale dell’Italia, e come artificiale abbassamento del “tono” spirituale della vita pubblica. Un fervore, come fu subito evidente, interamente giocato nell’area dei ceti dominanti e delle loro appendici funzionali colte, nel quale incubavano e si rifondevano pericolosamente pulsioni autoritarie e istanze d’ordine, massicciamente convergenti sull’esigenza di un disinnesco, più o meno brutale, della questione sociale e sullo “spostamento” del baricentro spirituale sull’Union Sacrée interclassistica della “Nazione”. Tutte, comunque, in un arco ampio di istanze attivistiche, orientate a celebrare nella guerra la marinettiana “sola igiene del mondo”, l’ experimentum crucis di una gioventù che voleva sottrarsi alla fiacca e antieroica saggezza “progressista” dei tempi immergendosi nell’esperienza assoluta di un idealizzato cimento estremo.

LA GUERRA “RIGENERANTE” E LA CANEA GUERRAFONDAIA

La letteratura nazionale di quegli anni pullula di evocazioni ispirate dello scontro militare “rigenerante”, nelle quali si intrecciano una pur comprensibile domanda “differita” e apparentemente impolitica di una vita più genuina (contro la piattezza di un’esistenza votata al piccolo cabotaggio della normalità “borghese”) e un’istanza patologica di traumatica esperienza trascendente, nella quale si intendeva spettacolarizzare il recupero di una sana e vitale ferinità biologica contro l’oppressiva ipoteca del razio – nale. Insomma, circolava in Italia un sovraccarico “energetico” ed esistenziale che respirava, localmente traducendoli, le diffuse teoriche continentali della forza e gli “aromi” nietzscheani di una “volontà di potenza” che, estrapolata dal suo contesto (anche se in sé tutt’altro che priva di ambiguità), produceva una richiesta insofferente di alte temperature belliche. È così che, quando l’azione lobbistica dei poteri forti e pezzi minoritari ma potenti dei ceti dirigenti, della “piazza” dei pochi ma brutali nazionalisti e l’opera tenace del Corriere della Sera di Luigi Albertini, “perimetrati” nel “secondo colpo di stato della Corona” (secondo l’espressione di D. Losurdo), infilano il paese nel tunnel della guerra imperialista, il fervore lungamente incubato nei settori dell’intellettualità piccolo-borghese esplode nelle forme eruttive di un entusiasmo violento ed “ecumenico”. Le “radiose giornate” del maggio 1915, trascinate al parossismo dall’ “immaginifico” costruttore di consenso D’Annunzio, nelle quali culmina il percorso frenetico di mobilitazione interventista, rappresentano dunque il collo di bottiglia del sinistro accumulo “ideale” coagulato e frustrato nella stagione della pacifica e prosaica crescita economica e invocante una qualche fuoriuscita cruenta. Quando si dice “qualche”, si mette poi a fuoco un aspetto non secondario di quell’atmosfera, già tuttavia trasparente da quanto descritto. Poco prima che l’Italia entri in guerra, con un’operazione politicodiplomatica di spregiudicato rovesciamento delle alleanze, il grosso delle truppe è schierato a ovest, a fronteggiare la Francia, secondo i dettami della Triplice Alleanza (con Austria e Germania). Cosicché la canea guerrafondaia, fino a quando non intervengono la torsione opportunistica e il “meschino capolavoro” del ministro degli esteri Sonnino, che strumentalmente recupera le “antiche” ragioni antiaustriache e irredentistiche, è serenamente orientata contro il nemico transalpino, motivata prima di tutto da una domanda di guerra purchessia, comunque indirizzata. Quello che si vuole è una guerra qualunque, nel fuoco della quale rifondere le fibre estenuate della Nazione, evocandone spirito e tradizione guerrieri.

CADORNA: LA GUERRA COME DISPOSITIVO DI PURA ARTICOLAZIONE DEL DOMENIO SOCIALE

Quando l’avventura comincia, com’è noto, i furori futuristico-militaristici hanno breve durata: l’esperienza sul campo rivela un profilo remotamente lontano dalle enfasi del “cuore oltre l’ostacolo” e le folle piccolo-borghesi che l’ubriacatura aveva trascinato alla grande saga omicida ripiegano verso la rassegnazione incredula e stremata di una guerra di “fango ed escrementi”, impersonale, feroce e antieroica, secondo i dettami della nuova “guerra di materiali”. Quel che si aggiunge all’orrore, poi, è lo scenario di assoluta incompetenza della classe militare chiamata a gestirne le sorti, doppiamente colpevole, nella sua inadeguatezza “professionale” a comprendere i caratteri specifici del nuovo conflitto (dopo un anno di macelleria sul fronte francese), e nell’ostinazione omicida e antipopolare a perseverare in una tattica di pura dissipazione delle “risorse umane”: la tecnica dell’assalto frontale, ottusa e irresponsabile riproposizione di un ormai obsoleto modello ottocentesco, giocata sulla possibilità di contare su masse ingentissime di uomini, la “carne anonima di fanteria”, come dirà il poeta Clemente Rebora (anche lui ripiegato dagli entusiasmi bellici a più miti consigli). Se all’evidente indifferenza per gli uomini in carne e ossa (i contadini del sud), si aggiunge anche la pratica di una disciplina assolutamente inumana ai danni dei sottoposti, le decimazioni, le esecuzioni sommarie di una “giustizia militare” unica nella sua ferocia, gli ammutinamenti, le mille forme dell’opportunismo classista e dell’“imboscamento”, la corruzione grande e piccola, il quadro che la gestione di Cadorna suggerisce a Thompson è quello di una vera e propria attitudine a pensare la guerra come un dispositivo di pura articolazione del dominio sociale su un “materiale” di assoluta e mera fungibilità. Si trattava di un vezzo non nuovo, risalente a uno stile di comando consolidato nello stesso percorso unitario e post-unitario, temprato verticisticamente negli anni della costruzione dello stato, ora confluito nella weberiana “gabbia d’acciaio” che inscriveva i fanti-operai nel circuito infernale della produzione seriale di morte. Legandosi all’ispirazione semireazionaria crispina e alla strozzatura autoritaria di fine secolo, essa implementava, passando per l’attivismo interventista, sviluppi nei quali un nostrano e casareccio Führerprinzip futuro poteva decisionisticamente incarnarsi nel “Duce supremo” della “quarta guerra d’indipendenza”. Sarà il Corriere della Sera di Luigi Albertini a etichettare in tal modo Luigi Cadorna, prima ancora che il solito D’Annunzio gli dedichi un’ode apposita, contestualmente alle richieste molteplici che al generale si assegni “romanamente” la dittatura. Non è un caso dunque che durante il conflitto, e almeno fino al presunto “sciopero militare” di Caporetto (secondo le parole dello scialbo Bissolati, socialista riformista senilmente conquistato alla guerra, ed esemplarmente arruolato), il profilo del Generalissimo scimmiotti l’assolutismo “governamentale” dell’omologo tedesco Hindenburg, e pretenda di subordinare a sé, dentro una cornice emergenziale, la sfera della mediazione politica (cui imputava di porre freni e limiti politici al pieno dispiegamento della guerra totale e dunque alla vittoria). È Cadorna a prefigurare pioneristicamente la “forma” di un dominus svincolato da regole che non siano quelle della più severa disciplina militare, dentro un quadro di “mobilitazione totale” nello sforzo bellico della nazione in armi, per il quale il processo di formazione democratica delle decisioni rappresenta solo un impaccio procedurale. Ed è Cadorna, nell’insulsa campagna agiografico-giornalistica dei primi tempi di guerra a gettare i semi di quel culto del carisma che, argomentatamente demolito anche nelle sedi più responsabili dell’esta – blishment, si prolunga come una domanda di delega e disimpegno da parte dei settori più retrivi della borghesia, piccola, media e alta.

IL FASCISMO FIGLIO DELL’”ITALIA DI VITTORIO VENETO”

Nella ricostruzione di Thompson, tuttavia, tale figura della politica si salda ad altri elementi, tutti concorrenti all’elaborazione di “zone” cruciali dell’immaginario italico a venire delle classi dirigenti. Anche a prescindere dal legame di continuità e diretta filiazione che il fascismo stesso avrebbe sbandierato, con “l’Italia di Vittorio Veneto”, rivendicando quello che Thompson efficacemente definisce il mussoliniano “monopolio del senso della prima guerra mondiale” (pag.410), il conflitto avrebbe insomma messo a punto molti dei tòpoi sovraordinanti la successiva vita sociale e civile del paese. E si può anche essere critici verso questa sua evidente caustica vena “anti-italiana”, come è stato fatto lamentando una sorta di rituale accanimento anglosassone verso il sanguinoso romanzo di formazione dell’“Italietta” e l’epica della “guerra dei nonni”. Ma la sua ricostruzione fornisce un utilissimo antidoto a una certa risorgente retorica unanimistica, con la quale molti oggi ritengono di utilmente contrastare la deriva localistico-secessionista delle leghe, senza accorgersi di utilizzare un’arma spuntata e logora, se non controproducente.

LA GUERRA: OCCASIONE STORIA PER UNA PIU’ SALDA EGEMONIA BORGHESE

La gramsciana “prima vera esperienza nazionale collettiva” degli italiani (p.408) si sarebbe rivelata performativa dell’Italia futura anche nel senso dello slittamento conser- vatore e reazionario che avrebbe impresso alla tradizione risorgimentale, a essa istituzionalmente legandosi, tuttavia tradendone lo spirito, anzi rovesciandolo nel suo contrario. In tal senso, essa fungeva da convertitore del “segno” tendenzialmente progressivo ed emancipatorio di quella stagione in un progetto di nazionalizzazione delle masse, che le integrava in un massiccio progetto di governo del popolo in funzione antioperaia. Lungi dal “completare il Risorgimento”, la grande guerra confermò “la perduta grandezza di quell’epoca”, e la dissociazione tra un Risorgimento vero e proprio, facente capo all’ispirazione mazziniano-garibaldina (“libertario, patriottico, democratico, illuminato”) e un “antirisorgimento autoritario, manipolatore, nazionalista, eversivo e aggressivo” dei ceti dominanti, cioè un fondamentale disprezzo per le forme stesse della democrazia, pensato in funzione di una curvatura d’ordine che non si sarebbe ovviamente esaurita con la fine del conflitto. Al punto, da autorizzarlo a sostenere non solo che “dal 1915 al 1944 l’anti-Risorgimento ebbe il sopravvento”, ma che forse “questi due principi continuano ancora a lottare per assumere il controllo del cuore oscuro dell’Italia” (pag.409), quali tratti antropologici e culturali di una contesa che attraversa carsicamente le vicende dell’oggi e ne accompagna sinistramente il decorso. Quella guerra fu dunque non solo il tradimento, da parte della borghesia nostrana, dell’originario ”intento morale” della fase autenticamente eroica e popolare della riscossa nazionale italiana, così come essa venne vissuta dal basso, ma l’occasione, colta al volo nella sua unicità evenemenziale, di una irreggimentazione- omologazione della società italiana e delle masse, utile al consolidamento di un’egemonia ferrea e duratura contro quelle stesse masse. Nel disegno di un rafforzamento del potere borghese, in una fase di pericolosa crescita del movimento operaio e socialista, tentate dalla duplice, complementare suggestione di paternalismo e repressione, le classi dirigenti della penisola trovarono l’occasione storica di una fortunata congiuntura, sulla quale ritennero di poter lucrare un prezioso paradigma culturale che ricollocasse le tradizionali gerarchie sociali nel perimetro di un rinnovato, più saldo controllo egemonico.

SOVVERSIVISMO DELLE CLASSI DIRIGENTI

Si trattò, insomma, di un momento imprescindibile e cruciale di “fissazione” dell’autobiografia della nazione, nel quale oltre all’emersionecristallizzazione funzionale di certi “caratteri” comuni (ad esempio, quello che Carlo Emilio Gadda chiamerà “l’egotismo cretino degli italiani”, pag.167), o vezzi e miserie di matrice qualunquistica ovviamente interni a un’istanza fondamentale di conservazione, si decisero le coordinate di un dominio di classe che abbandonava metodi e strumenti della “romantica” fase iniziale del Nation Building, per reinsediarsi robustamente al vertice dello stato saggiando le potenzialità di quell’imminente “sovversivismo delle classi dirigenti”, che era già stato rodato nelle fasi di implementazione del conflitto stesso.

CONFORMISMO E COSTRUZIONE DEL CONSENSO

Né mancavano a quella congiuntura gli aspetti di conformismo, legati alla costruzione del consenso intorno all’“impresa” decisa ai piani alti della società nazionale, quali la subordinazione sconcia del giornalismo, cui l’appiattimento ai voleri dello Stato maggiore costò fatiche minime, raggiungendo vertici di servilismo embedded, come nel caso del famigerato Luigi Barzini, autore di quelle “barzinate”, con le quali i soldati sarcasticamente liquidavano la sistematica falsificazione delle notizie terribile provenienti dal fronte, trasformate in apologie ridicole dei (al più, magrissimi) successi della conduzione del conflitto, in chiave di ammorbidimento di un’opinione interna non precisamente allineata con le scelte governative. O di geniale conversione dell’incapacità e disastrosa inadeguatezza dei subordinati di rango in leve di repentina scalata al potere, come nel caso dell’esemplare Badoglio. In generale, in quella che Winston Churchill aveva scabrosamente chiamato al momento della firma dello scandaloso Patto di Londra la “puttana d’Europa”, la guerra sembrò dunque forgiare le coordinate non solo di un costume e di una mentalità, ma costituire il banco di prova e il palinsesto di una prassi e di un ethos delle classi dirigenti della penisola nelle loro varie articolazioni esistenziali, i quali potrebbero rivelarsi di grande utilità nel recente, allarmato, dibattito sulla storia comune degli italiani, che cerca di fare faticosamente luce sull’imputridimento della nostra “anomalia”.

*Saggista e storico, già collaboratore di Giano