Gramsci, Lenin e l’egemonia

Una prima considerazione di carattere generale che emerge dall’analisi diretta degli scritti di Gramsci – e non solo dallo studio di articoli, saggi e documenti politici del periodo che arriva fino al Congresso di Lione, ma anche degli stessi Quaderni – riguarda la forte consonanza tra molti aspetti del pensiero di Gramsci e quello di Lenin. Proprio questa consonanza, negli ultimi anni, è stata risolutamente combattuta, per legittimare in qualche modo un’operazione di rilettura in chiave “liberal” del pensiero “maturo” di Gramsci, una rilettura “neutra” che si articola almeno in tre livelli: la prima tende a presentare Gramsci come un semplice libero pensatore, affamato di cultura a prescindere dal suo ruolo di teorico ed organizzatore del movimento comunista internazionale; la seconda tende a farne un idealista hegeliano tutto assorto nell’indagare la natura sovrastrutturale del concetto di società civile; la terza, infine, cerca di rintracciare tra le pagine dei Quaderni e negli abusatissimi concetti di “egemonia” e “guerra di posizione”, la prova di una frattura tra il Gramsci pre e post 1926, per giustificare tramite essa la discontinuità, se non proprio l’incompatibilità, tra queste categorie del Gramsci “maturo”, e la strutturazione complessiva del pensiero di Lenin.
Una delle ragioni di questa revisione va forse ricercata nel clima culturale e politico che si è creato con la fine “della spinta propulsiva” dell’esperienza del socialismo reale, che ha reso troppo ingombrante e imbarazzante la figura di Lenin per certi ambienti politico-intellettuali, e che in conseguenza ha portato questi al goffo tentativo di emanciparsi da quella esperienza, tramite un netto taglio d’accetta, che ripulisse Gramsci da tutto ciò che potesse risultare in qualche modo scomodo. In realtà così non si analizza la storia ma la si trasforma in una propria “biografia storico-politica”, e al contempo non si fanno neanche i conti con quell’esperienza che va semmai affrontata proprio tramite la piena valutazione delle fonti documentali, e dunque anche tramite il giusto riconoscimento alla profondità e fecondità storica del pensiero di Lenin, e quindi alla sua influenza su Gramsci, anziché tramite il suo occultamento o la sua mistificazione.
Questa operazione di maniera, tutta ideologica e per niente scientifica, ha l’evidente scopo di giungere appunto alla definizione di un Gramsci liberale o al massimo socialdemocratico, ed è insomma una di quelle tipiche forme di degenerazioni storiografiche che Gramsci stesso definiva come “storia feticistica”, con la quale si pretende di rileggere la vastità dei processi storici passati in funzione delle compatibilità attuali, dunque un approccio che fa assurgere a principio guida della propria analisi un presupposto per sua natura antistorico, che inevitabilmente tende a piegare il passato in funzione dei propri interessi politici immediati e contingenti, trovando così in esso le ragioni delle proprie “svolte”.
Affermare infatti che le categorie gramsciane di “guerra di posizione” e di “egemonia” sono politicamente autocefale, o comunque antitetiche rispetto al pensiero di Lenin, significa fare un torto non solo a Lenin e a Gramsci, ma alla verità storica. Così nel quaderno numero sette è lo stesso Gramsci ad affermare: “mi pare che Ilici aveva compreso che occorreva un mutamento della guerra manovrata applicata vittoriosamente in Oriente nel 17, alla guerra di posizione che era la sola possibile in occidente (…) questo mi pare significare la formula del “fronte unico” (…) solo che Ilici non ebbe il tempo di approfondire la sua formula, pur tenendo conto che egli poteva approfondirla solo teoricamente, mentre il compito fondamentale era nazionale, cioè domandava una ricognizione del terreno e una fissazione degli elementi di società civile” 1.
Ancora nel quaderno dieci si può leggere: “La proposizione contenuta nell’introduzione alla Critica dell’economia politica che gli uomini prendono coscienza dei conflitti di struttura sul terreno delle ideologie deve essere considerata un’affermazione di carattere gnoseologico e non puramente psicologico e morale. Da ciò consegue che il principio teorico pratico dell’egemonia ha anche esso una portata gnoseologica e pertanto in questo campo è da ricercare l’approccio teorico massimo di Ilici alla filosofia della praxis. Ilici avrebbe fatto progredire effettivamente la filosofia in quanto fece progredire la dottrina e la pratica politica. La realizzazione di un apparato egemonico, in quanto crea un nuovo terreno ideologico, determina una riforma delle coscienze e dei metodi di conoscenza, è un fatto filosofico”2.
Ancora più esplicite e illuminanti, da questo punto di vista, sono le note che vanno sotto il nome di Posizione del problema, sempre nel quaderno sette: “Marx è un creatore di Weltanschauung ma quale è la posizione di Ilici? È puramente subordinata e subalterna? La spiegazione è nello stesso marxismo – scienza e azione –. Il passaggio dall’utopia alla scienza e dalla scienza all’azione. La fondazione di una classe dirigente (cioè di uno stato) equivale alla creazione di una Weltanschauung . (…) Per Ilici questo è realmente avvenuto in un territorio determinato. Ho accennato altrove alla importanza filosofica del concetto e del fatto di egemonia, dovuto a Ilici. L’egemonia realizzata significa la critica reale di una filosofia, la sua reale dialettica. (…) Fare un parallelo tra Marx e Ilici è stolto e ozioso: esprimono due fasi: scienza-azione, che sono omogenee ed eterogenee nello stesso tempo”.
Nel passaggio successivo Gramsci compie un curioso parallelo nel rapporto tra Marx e Lenin, con quello tra Cristo e S. Paolo, che chiarisce la sua opinione su una categoria, sorta dopo la morte di Lenin, che fu e che rimane ancora oggi, elemento di controversia all’interno dello stesso movimento marxista, quella di marxismo-leninismo. “Così, storicamente, sarebbe assurdo un parallelo tra Cristo – Weltanschauung, S. Paolo organizzazione, azione, espansione della Weltanschauung: essi sono ambedue necessari nella stessa misura e però sono della stessa statura storica. Il Cristianesimo potrebbe chiamarsi, storicamente, cristianesimo-paolinismo e sarebbe l’espressione più esatta (solo la credenza nella divinità di Cristo ha impedito un caso di questo genere, ma questa credenza è anch’essa solo un elemento storico, e non teorico)” 3.
Dopo la lettura di queste note, non sono necessari troppi giri di parole, per chiarire che ad un ipotetico allontanamento di Gramsci dal leninismo nelle riflessioni del carcere, così come sostenuto, avrebbe dovuto corrispondere il contemporaneo allontanamento di questi dal marxismo, ma essendo tale tesi ancora più difficile da dimostrare della prima, coloro che si dilettano in quest’opera revisionistica, non si rivelano abbastanza arditi da arrivare a tanto e in conseguenza decidono dunque, di fermarsi al primo gradino della revisione.
Ma per dimostrare l’insussistenza di questo impianto teorico e per mostrare che la categoria egemonica e più in generale la consapevolezza delle differenze di contesto tra oriente e occidente, fossero tutt’altro che estranee a Lenin, avremmo potuto riportare alcuni passaggi da questo punto di vista assai significativi, come lo scritto leniniano del 1898 sullo sviluppo capitalistico in Russia, i suoi interventi al VII Congresso del PCB del 1918, al X del 1921, al III Congresso dell’Internazionale comunista del luglio 1921, e ad ulteriore sostegno avremmo potuto ancora citare gli scritti del periodo relativo al trattato di pace Brest-Litovsk, ed al paragrafo del Che fare? intitolato Denunce politiche e educazione dell’attività rivoluzionaria4.
Con tutto questo non si vuole certo affermare che il pensiero di Gramsci sia una applicazione pedissequa e ortodossa del leninismo, perché anche questa sarebbe una visione manieristica scarsamente attinente con la realtà, oltre che un insulto all’intelligenza, ma semplicemente che Gramsci, sia sul piano teorico che politico, fa consapevolmente proprio sin dal primo momento, l’assunto più importante del pensiero di Lenin, cioè quello di far interagire dialetticamente la propria strategia con il mutare delle condizioni generali, storiche, culturali e territoriali, anziché rinchiudersi “in una dottrina come in un’armatura”, e rendere con ciò il marxismo una “dottrina esteriore di affermazioni dogmatiche ed indiscutibili”.
Come già detto Gramsci ha fornito un contributo enorme ed originalissimo al marxismo, rendendolo una teoria viva e operativa tramite “un’accurata ricognizione nazionale degli elementi di trincea e di fortezza rappresentati dagli elementi di società civile”, ha cioè realizzato uno degli esempi di sviluppo del marxismo più organici e ricchi in assoluto, contestualizzando gli assunti teorici di Marx alle specificità economico-sociali, storiche e culturali dell’Italia, così come Lenin a sua volta contestualizzò questi alle peculiarità russe.
Dunque, considerando l’insieme dell’attività sia teorica che politica di Gramsci – dagli anni dell’Ordine Nuovo, alla conferenza di Como, al Congresso di Lione, alle riflessioni del carcere –, la prima conclusione più logica è che sicuramente non si possa parlare di rottura o addirittura di ripudio (tra il Gramsci pre e post 1926), come qualcuno sostiene, ma semmai di una evoluzione, di una costante crescita in simbiosi dialettica con la realtà, che comunque anche nei suoi ultimi assunti, non va mai disgiunta da una strategia che ha come suo asse portante la lotta di classe e come suo obbiettivo il socialismo. La prima conclusione è in sostanza, che il goffo tentativo di rendere Gramsci ciò che non era, per mera piaggeria di corte, costituisce una pessima operazione di mistificazione storica.
Nei Quaderni Gramsci sviluppa organicamente, con una ampiezza sorprendente, alcuni degli spunti e delle riflessioni che segnarono non solo l’elaborazione teorica, ma più concretamente, le battaglie politiche di cui egli fu protagonista sin dalle sue prime esperienze torinesi. Dal libro di Domenico Losurdo, Antonio Gramsci dal liberalismo al comunismo critico, estrapoliamo una valutazione di ordine generale che probabilmente coglie in pieno l’importanza del contributo fornito da quest’ultimo al pensiero marxista mondiale, e cioè che nei Quaderni, ma più in generale in tutto il pensiero di Gramsci, la categoria di base del marxismo, vale a dire il passaggio dalla classe in sé alla classe per sé, l’acquisizione da parte del proletariato della propria coscienza e soggettività politica, assume una “configurazione nettamente più complessa e tormentata che in Marx e nello stesso Lenin”, che ha a monte un problema storico nodale, quello di rendere le classi subalterne realmente protagoniste della loro emancipazione, quello per il quale la coscienza di classe può essere raggiunta solo con l’assunzione di un pieno ruolo dirigente da parte del proletariato e con il rigetto di una partecipazione passiva, basata sulle deleghe “bonapartistiche” a bardature burocratiche ed a organismi dirigenti del movimento operaio. Un problema che mantiene drammaticamente la sua attualità in un’epoca come quella odierna, caratterizzata dalla sempre maggiore lontananza tra dirigenti e diretti, tra oligarchie e masse, tra una politica ad esclusivo beneficio delle classi privilegiate e le aspirazioni mortificate del resto della società, un’epoca nella quale l’emarginazione delle classi strumentali e l’aumento esponenziale di quelle private di qualsiasi ruolo nei processi produttivi, e di un effettivo diritto di cittadinanza sociale e politico, è sempre più evidente.
All’individuazione di questo problema Gramsci giunge, non per una semplice intuizione intellettuale e speculativa, come risultato di una ricerca condotta a tavolino, ma attraverso una esperienza politica vissuta a diretto contatto con la classe operaia, con le sue esigenze, i suoi bisogni. Nei confronti del proletariato Gramsci non ha mai assunto l’atteggiamento distaccato e freddo dell’intellettuale, non si limitava a “sapere” ma cercava di “comprendere e sentire”, e ciò emerge non solo da ciò che ci resta dei suoi scritti, ma anche dalle numerose ricostruzioni biografiche. In queste, infatti, la testimonianza più ricorrente e significativa, da parte degli operai che negli anni torinesi ebbero modo di conoscerlo e frequentarlo, era che a differenza degli altri dirigenti del movimento operaio, Gramsci sapesse non solo parlare, ma soprattutto ascoltare5, che avesse un reale interesse, una “passione”, che lo spingeva ad informarsi su tutti gli aspetti della vita dei lavoratori, delle loro condizioni materiali di esistenza, delle loro conoscenze tecniche, della loro psicologia, delle concrete dinamiche dei processi produttivi.
La teoria del partito inteso come “intellettuale collettivo” rappresenta il risultato più fecondo e originale di questa passione, senza il quale non è possibile comprendere alcune categorie importanti del pensiero gramsciano, come quelle relative al passaggio dalla “guerra manovrata” alla “guerra di posizione”.
La questione della rivoluzione in occidente, e più concretamente in Italia, dopo il fallimento della “biennio rosso” e la fine della fase relativa alla guerra manovrata6, l’affermazione per la quale in occidente lo Stato costituisce solo la trincea più avanzata dietro la quale si sviluppa una robusta catena di trincee e casematte, espressione dell’egemonia politica, culturale e sociale delle classi dominanti, e dunque il compito operativo della conquista egemonica di quelle trincee e casematte da parte della classe operaia italiana, prima di lanciarsi nell’assalto frontale alla trincea più avanzata, sono infatti strettamente intrecciate alla individuazione della forma organizzativa più adeguata a perseguire questo compito, cioè all’idea del partito che Gramsci elabora.
Gramsci vedeva nella concezione del partito di cui si faceva portatore Bordiga non solo la continuità con la tradizione della filosofia idealista italiana, ma anche una idea di partito che opera solo nel momento topico dello scontro sociale, solo nella fase più acuta della radicalizzazione politica, che mantiene costituzionalmente la sua distanza dalle masse, dunque uno strumento strutturalmente inidoneo ad un lavoro teso alla conquista egemonica della società civile, che richiede la presenza sistematica7 di un partito che aderisce organicamente con le masse, quelle masse, – come più volte sottolineato –, che non devono essere solo dirette, ma devono diventare esse stesse dirigenti per assumere un ruolo egemone nei confronti della maggioranza delle classi sfruttate, dei gruppi sociali oscillanti, degli intellettuali che si sottraggono agli assetti di dominio esistenti.
In un’epoca come quella attuale, nella quale sul piano politico e storico si assolutizza una fase (per quanto importante comunque limitata) della Storia contemporanea, preconizzando con essa il futuro e proclamando in ultima analisi, con solennità, la fine della storia, la vastità del pensiero politico di Gramsci non deve essere relegata nell’ambito dell’archeologia politica, abbandonata al monopolio della vanità degli intellettuali e della “critica corrosiva dei topi”, ma deve necessariamente tornare ad essere viva ed operativa, per tutti coloro che continuano ostinatamente a non considerare la miseria un semplice problema di ordine “morale”, che rifiutano di accettare la bipartizione “naturale” tra privilegiati ed esclusi, e dunque in conclusione, per tutti coloro che non si rassegnano a considerare questo come il migliore dei mondi possibile.

Note

1 Quaderni dal carcere, edizioni Einaudi. p. 866

2 Ibid., p. 1249

3 Ibid., p. 879

4 Che fare? cit. p. 86

5 Su questo punto le testimonianze sono molte, qui ci limitiamo a riportare un passaggio della Storia del Partito Comunista Italiano di Paolo Spriano: “ Aveva una voce così bassa che mal si addiceva ai comizi. Preferiva ascoltare che non parlare, e parlare a tu per tu col compagno o con l’operaio che non intervenire a una tribuna; badava a suscitare e a convincere piuttosto che a proclamare e a comandare. Non aveva neppure il temperamento dell’apostolo: l’ironia, il sarcasmo, il gusto della precisione logica e del lavoro ben fatto, si accompagnavano agli slanci di una passione e di una volontà che il naturale ‘pessimismo dell’intelligenza’ non offuscava.” p. 15

6 Nel Quaderno dieci Gramsci afferma: “nell’epoca attuale, la guerra di movimento si è avuta politicamente dal marzo 1917 al marzo 1921 ed è seguita una guerra di posizione il cui rappresentante, oltre che pratico (per l’Italia), ideologico, per l’Europa, è il fascismo”. p.. 1229

7 Gramsci concepiva il partito di massa come uno strumento impegnato 365 giorni all’anno, che utilizza qualsiasi elemento anche parziale di lotta, per conquistarsi sul campo l’egemonia, così come chiarisce questo passaggio della lettera che Gramsci mandò nel 1924 a Togliatti e Terracini, contestando gli assunti della direzione bordighista.
“Il partito ha mancato di una attività organica di agitazione e propaganda, che invece avrebbe dovuto avere tutte le nostre cure e dar luogo al formarsi di veri e propri specialisti in questo campo. Non si è cercato di suscitare tra le masse, in ogni occasione, la possibilità di esprimersi nello stesso senso del partito comunista. Ogni avvenimento, ogni ricorrenza di carattere locale o nazionale o mondiale avrebbe dovuto servire per agitare le masse attraverso le cellule comuniste, facendo votare mozioni, diffondendo manifestini. Ciò non è stato casuale”. In La formazione del gruppo dirigente del PCI nel 1923-24, p. 195