Governo, programma, alternativa di società

*docente di Filosofia, segretario Federazione PRC di Fermo

I NESSI FRA QUESTI TRE TEMI NEL DIBATTITO E NELLE SCELTE IN RIFONDAZIONE DOPO IL VI CONGRESSO

In Italia, si dice nella tesi 11 di Bertinotti, la necessità della partecipazione al governo di Rifondazione comunista nasce dalla “esigenza improrogabile di sconfiggere il governo Berlusconi e di costruire ad esso una alternativa”. La portata di questa affermazione non può essere minimizzata: un governo che veda la presenza di ministri comunisti, finalmente riformatore e quindi sostanzialmente alternativo al centrodestra, arresterebbe la decadenza del paese e il processo di spoliazione dei redditi e dei diritti di tanta parte del popolo italiano, che non potrebbe non riconoscere in Rifondazione il decisivo fattore della svolta. Si fermerebbe con ogni probabilità il pendolo della delusione e della disperazione, si creerebbero le premesse per obiettivi di trasformazione più ambiziosi, sostenuti dal prestigio crescente del PRC e da movimenti di massa rasserenati e riconciliati con la politica.
Voglio sottolineare le due condizioni ovvie di inveramento di uno scenario così ottimistico: 1) successo del centro-sinistra alle politiche del 2006 (indispensabile probabilmente anche soltanto per la salvezza della democrazia italiana); 2) successo di una politica di riforme (attraverso un governo stabile per l’intera legislatura che affronti i nodi di fondo e rilanci lo sviluppo civile del paese). Si tratta di risultati vitali per l’Italia e per la sinistra, tutt’altro che facili da conseguire, in particolare il secondo, e tra i quali esiste un nesso evidente.
Se il paese, infatti, percepirà l’alternativa di governo come la conseguenza naturale della vittoria elettorale, si coniugano disperazione e speranza, allora le chances del Polo si riducono di molto, perché saranno mobilitate tante energie, saranno espresse tante potenzialità. Certo, si può vincere per la sola disperazione (altri cinque anni di Berlusconi?), ma si tratta di una scommessa rischiosa per una posta troppo alta.
Sul punto delle elezioni politiche e del futuro governo dell’Unione il messaggio che viene dal VI Congresso del PRC sembra essere, nella più benevola delle sintesi, questo: “domani si lotta per battere Berlusconi ad ogni costo, dopodomani si lotta per strappare ad un governo di centro-sinistra (con ministri di Rifondazione ) una politica di centro- sinistra”. Se non condizionato, infatti, l’ex Ulivo è irresistibilmente attratto dalle politiche di destra, e a destra non solo di Jospin ma anche di Chirac in politica estera e in politica economica; è a destra di Zapatero in politica estera e nelle questioni che attengono alla laicità dello stato, mentre la sinistra dell’ex Ulivo è stata ed è impotente proprio perché è andata al governo senza se e senza ma, proprio perché sta nel centro-sinistra a prescindere.
Che cosa potrebbe accadere se dovesse ripetersi un’esperienza analoga a quella che abbiamo vissuto tra il ‘96 e il 2001? Se, cioè, il risanamento dei conti pubblici dovesse realizzarsi a spese del lavoro dipendente e delle pensioni, se l’agenda della politica economica dovesse essere dettata ancora una volta dalla Confindustria? O se addirittura l’esigenza della continuità legislativa dovesse prevalere sull’istanza di abrogazione delle leggi con le quali il Polo ha assaltato il diritto del lavoro, gli immigrati, la scuola pubblica, i diritti delle donne, la pianificazione urbanistica, l’ambiente e i beni culturali, il diritto alla pensione e della previdenza pubblica, e non soltanto l’indipendenza della magistratura, la punibilità dei delinquenti potenti o la verità dei bilanci aziendali?
Sulla necessità almeno di parziali correzioni rispetto a questa immensa devastazione del paese (e l’elenco è incompleto) e della prima parte della Costituzione sembrano concordare tutte le opposizioni, ma è bene ricordare che l’azzeramento dell’offensiva del Polo (che prosegue con la manomissione della seconda parte della Costituzione) comporta la messa in discussione di un retroterra politico e culturale e di pratiche di governo, nazionale e locale, che caratterizzano una parte rilevante del centro-sinistra.
Tra le due ipotesi estreme (la più ottimistica e la più catastrofica) sono naturalmente possibili tanti scenari intermedi, è anzi probabile che si verifichi una situazione complessa e sfumata. È altrettanto naturale, in questo caso, che le diverse anime di Rifondazione si dividano sulla valutazione dell’operato del governo in base alle posizioni assunte nel dibattito congressuale.
Azzardiamo, intanto, una risposta che esprime soltanto una convinzione personale: in un’Italia peggiore del ‘96, se l’auspicata maggioranza di centro-sinistra non darà il meglio per qualità di obiettivi e per organicità ed efficacia dell’azione di governo, non ci sarà uscita dalla crisi italiana ed il collasso della democrazia sarà rinviato solo di qualche anno. Di più: se il paese non vedrà nel centro-sinistra la possibilità di una svolta, è ben difficile che si colga l’occasione del governo.
Su questa questione vitale, per il paese innanzitutto, per le forze democratiche, per la prospettiva di esistenza e di crescita di un partito comunista in Italia, sulla questione del governo, al Congresso di Rifondazione si è discusso malgrado tutto. Malgrado, voglio dire, l’asserita e ribadita marginalità della questione nella posizione del segretario e dei sostenitori della prima mozione. Proviamo a riassumere, col dovuto distacco a Congresso concluso, le diverse posizioni e le argomentazioni che le hanno sorrette, in ordine alle questioni del governo e delle alleanze.
Una minoranza del partito (un settimo circa dei consensi), con toni e accenti diversi, esclude la possibilità di un accordo di governo, pur riconoscendo la necessità di un’intesa elettorale per impedire il successo del Polo. Per la sua natura di classe o per il suo retroterra culturale ed ideologico, per la sua impermeabilità alle istanze dei nuovi movimenti che si sono sviluppati in questi anni in Italia e nel mondo, il vecchio Ulivo – mutato nel nome e nella forma organizzativa ma sostanzialmente immobile – è congenitamente incapace di un’azione riformatrice nell’interesse dei ceti popolari. In un governo della borghesia, dunque, Rifondazione non potrebbe che essere subalterna, recidendo i suoi legami con i movimenti e le classi sociali di riferimento, avviandosi a una mutazione genetica che trancia la prospettiva di un partito comunista di massa. Le frequenti esternazioni di importanti esponenti del centrosinistra sembrano sovente convalidare questa analisi.
La maggioranza del partito (il 59% circa) ha approvato la posizione del Segretario: l’accordo di governo è indispensabile, il popolo della sinistra, lo stesso elettorato di Rifondazione, non comprenderebbe una scelta diversa. Intese parziali o semplicemente elettorali non sarebbero comprese e travolgerebbero prima di tutto Rifondazione, percepita come elemento di debolezza dello schieramento democratico che deve contrapporsi a Berlusconi. Il vecchio Ulivo, inoltre, non c’è più; il liberismo è in crisi, la borghesia italiana è disorientata e priva di progetto. I movimenti in questi anni hanno profondamente modificato l’ambiente sociale, sindacale, culturale, riaprendo un orizzonte di speranza e di progresso. Sui contenuti di questa alleanza si è dapprima detto che era inutile ingaggiare un braccio di ferro, sicuramente perdente, tra i partiti, e quindi la futura azione di governo sarebbe dipesa dalla pressione dal basso, dall’iniziativa e dalla mobilitazione popolare che lo stesso PRC dovrà stimolare divenendo quindi partito di lotta e di governo. Successivamente, però, si è affermata la volontà di competere, con un programma alternativo, per la leadership dell’Unione, accettando il principio di maggioranza (osservo di passaggio che il candidato vincente affermerebbe tutto il suo programma, come è nel genuino spirito del criterio maggioritario, legittimo genitore delle primarie). Da ultimo (Panorama, 27/1/ 2005) Bertinotti ha proposto una grande assemblea programmatica con una platea tripartita di delegati (movimenti, amministratori locali, partiti); in caso di divergenze su singoli punti si rinvia ad una consultazione di base “come è avvenuto in Puglia tra Vendola e Boccia”, ribadendo comunque il principio di maggioranza.
Entrambe dogmatiche (al governo senza se e senza ma, fuori dal governo senza se e senza ma), queste posizioni non possono però essere poste sullo stesso piano. Il quadro disegnato dai compagni avversi alla partecipazione al governo e le previsioni conseguenti sono infinitamente più realistici e logicamente coerenti. Non si comprende, infatti, perché il centro-sinistra al governo dovrebbe concedere di più al PRC ed ai movimenti di quanto potrebbe impegnarsi ora, prima di un confronto elettorale incerto, per il quale il contributo di Rifondazione è probabilmente decisivo.
Ma, per sgombrare il campo da ogni equivoco, è bene aggiungere che nessuno finora ha invocato una trattativa esclusiva tra vertici di partito o delegazioni di esperti, e che i cosiddetti movimenti, in primis quello sindacale, hanno già prodotto elaborazioni programmatiche ed anche qualcosa di più, come organici disegni di legge, ed hanno quindi tutti i titoli per partecipare ad un confronto vasto e articolato con le forze politiche.
La verità è che una discussione sulle modalità di costruzione del programma non è mai iniziata, e che tale questione è avvolta da una nebbia fitta, mentre si rincorrono le emergenze con proposte mai passate al vaglio di una discussione collettiva.
C’è infine una terza posizione (sostenuta da un quarto circa dei consensi) che reclama precise condizioni programmatiche per un accordo di governo, verso il quale non si nasconde un certo scetticismo in considerazione degli orientamenti prevalenti nel centro-sinistra ed anche di una lettura problematica della “crisi del liberismo” e della crisi dei ceti dirigenti italiani, crisi certamente di strategia ma non altrettanto sicuramente di egemonia. Questa posizione, empirica perché rinvia ai fatti la soluzione del dilemma alleanza si alleanza no, problematica perché non presume di conoscere in anticipo l’esito del confronto, e prudente perché assillata dalla preoccupazione di evitare il ripetersi della situazione verificatasi tra il ‘96 e il 2001, merita di essere sviluppata nelle sue diverse implicazioni.
È intanto una posizione democratica, poiché comporta una giustificazione pubblica, fondata sui contenuti dell’atteggiamento di Rifondazione sia nel caso di una rottura che nel caso della conclusione di un accordo di governo. È culturalmente feconda, se all’approfondimento delle questioni di sostanza viene chiamato ad impegnarsi l’insieme del Partito. È socialmente feconda, se nell’elaborazione si intrecciano rapporti con le più varie espressioni della società civile. È politicamente produttiva, perché l’unica che possa strappare un compromesso accettabile. È immediatamente produttiva, se determina un salto di qualità dell’opposizione al governo Berlusconi in quest’ultimo anno di vita della legislatura.
È singolare questa rimozione dell’attività parlamentare, come se la futura azione di governo non avesse niente a che fare con l’attuale opposizione. L’idea che un leader edifichi una fabbrica del programma, è complementare all’idea che perdere le elezioni significhi attendere il prossimo turno e nel frattempo fare propaganda. Un’opposizione seria è un governo in pectore; l’Unione può (deve) in quest’ultimo anno presentare unitariamente proposte di legge sulle materie più varie: una contro la Moratti per la qualità della scuola pubblica di massa, una contro Lupi per salvare il salvabile nel governo del territorio, una contro la legge Biagi, che la CGIL ha per la verità già confezionato (raccogliendo 5 milioni di firme) e che attende di essere sostenuta in Parlamento, ed in più una legge onerosa sui licenziamenti collettivi, una legge sulla rappresentanza e la democrazia sindacale, una legge sulla previdenza che salvaguardi i diritti acquisiti ed incrementi sostanziosamente i coefficienti di rivalutazione nel sistema contributivo, una rimodulazione dei contributi che renda i contratti atipici superstiti più costosi del lavoro a tempo indeterminato, una profonda riforma fiscale (1), un dispositivo di recupero automatico del potere di acquisto dei salari e delle pensioni (2) , una contro-finanziaria 2006 che preveda una massiccia politica delle “piccole opere” (edilizia scolastica ed universitaria, manutenzioni e sicurezza stradale e ferroviaria, rimboschimento, prevenzione del rischio idrogeologico).
Qui sta l’esperimento decisivo, perché se Rifondazione ed il centro-sinistra non sono in grado di fare insieme una vera opposizione, allora, a fortiori, non possono insieme governare. Si cerchi in questo caso una soluzione di ripiego, e l’ex Ulivo si assuma tutte le sue responsabilità. Rifondazione spiegherà ai lavoratori, ai pensionati, agli ambientalisti veri, agli insegnanti, e agli studenti le ragioni di un accordo mancato, benché perseguito onestamente e con convinzione.
Diversamente un governo dell’Unione sarà il naturale sviluppo dell’attività d’opposizione, e la nuova maggioranza non avrebbe che da riprendere l’iter legislativo avviato nella presente legislatura. Nessun programma elettorale sottoscritto potrebbe possedere la precisione, l’articolazione e la forza vincolante di una tale attività parlamentare che, è ovvio, deve costituire lo sbocco istituzionale di una partecipazione, la più larga possibile, all’elaborazione delle proposte.
Va da sé che occorrerà tagliare la spesa militare funzionale agli interventi oltreconfine: sistemi d’arma (portaerei, aviogetti di larga autonomia etc.) addestramento e mantenimento di corpi speciali. Occorre inoltre avviare la chiusura delle basi americane in Italia e la loro riconversione ad usi civili.
Benché all’ultimo posto di un elenco che ha solo valore esemplificativo, la questione della guerra, della partecipazione italiana alla guerra, costituisce un discrimine insuperabile. La maggioranza congressuale del PRC può nutrire la speranza che, grazie alla Resistenza irachena, per qualche anno (per la fase del futuro governo di centro-sinistra) siano scongiurate ulteriori avventure militari dell’imperialismo americano. Magari gli stessi compagni che quella Resistenza hanno considerato con sufficienza e sospetto, o hanno semplicemente voluto confonderla con il terrorismo.
Bisogna rammentare che l’iniziativa americana non è determinata da una contingenza? Occorre ricordare il peso che la spesa militare esercita sul bilancio e sull’economia statunitensi, o che la guerra – il keynesismo di guerra – è per gli USA lo strumento più efficace nella competizione con l’Europa e che i conflitti armati “regionali” ( Jugoslavia, Iraq, Afghanistan) rappresentano, insieme, un tentativo di dominio geopolitico, il controllo sulle rotte del petrolio e un’accumulazione di forze militari per vincere una guerra strategica ( guerra fredda – come fu contro l’URSS – o calda, vera) contro la Cina? È possibile che la Resistenza irachena provochi, come ha già provocato, un’ulteriore dilazione nell’agenda di guerra statunitense. Anche per questo i combattenti iracheni vanno sostenuti senza riserve; ma noi, smaltiti i fumi dell’Impero, dobbiamo prepararci al peggio e preparare gli amici del centro- sinistra all’idea che Rifondazione non solo uscirebbe da un governo di guerra, ma cercherebbe di farlo cadere con ogni mezzo.

IL PROBLEMA DELL’EFFICACIA

Nell’opinione più avvertita è diffuso il sentimento che nella crisi italiana vi sia un elemento specifico, peculiare, che la rende diversa e drammatica rispetto al ristagno europeo, ma anche cupa e disperata rispetto ad una America latina così mobile e sorprendente. Sarà sufficiente una raffica di buone leggi per arrestare la decadenza palpabile del paese?
Qual è, intanto, lo specifico della crisi italiana? Le motivazioni strettamente economiche non spiegano in modo adeguato o, meglio, rinviano ad ulteriori spiegazioni. Che decine di migliaia di piccoli autocrati semianalfabeti, specializzati nella violazione di tutte le norme e nel super sfruttamento della forzalavoro vadano in pezzi nell’impossibile competizione sui costi non può sorprendere. Che molti di costoro delocalizzino nel mondo della semi schiavitù, anche questo non può sorprendere.
Bisognerebbe chiedersi piuttosto come hanno potuto sopravvivere e prosperare finora. Bisognerebbe chiedere agli Ispettorati del lavoro, alla Guardia di finanza, agli Uffici delle imposte, agli Ispettori delle ASL come è potuta avvenire per decenni questa immensa dissipazione di lavoro umano, e in quali condizioni, nel piccolo mondo del non contratto al riparo dello Statuto dei lavoratori e del famigerato articolo 18. Alla selezione razionale delle microimprese che la legalità avrebbe dovuto operare, subentra la selezione feroce e disordinata che la globalizzazione determina.
Ma non si tratta solo di questo. Da anni conosciamo l’altra faccia del modello marchigiano o del miracolo del nord-est, in crisi è la grande industria, il traffico ferroviario impazzisce per alcuni centimetri di neve, l’ Alitalia impiega anni per allontanare gli svaligiatori della Malpensa, il paese va in blackout per la caduta di un albero svizzero, e non si citino i bilanci dell’ENI o dell’ENEL per eccepire, si tratta di enormi monopoli di fatto dove la pratica delle tangenti e la politicità delle carriere non costituisce l’eccezione. Anche il sistema bancario fa profitti, ma sulla sua efficienza e quindi capacità di resistere alla colonizzazione straniera nutriamo più certezze che dubbi, per non dire del ruolo che svolge nei confronti degli investimenti produttivi e innovativi. Tutti i sistemi complessi di questo paese sembrano malati del morbo che affligge la Pubblica amministrazione: la corruzione, latu sensu, ben oltre la fattispecie penale, che pure non manca. (La Corte dei Conti, nelle sue osservazioni sull’amministrazione finanziaria, parla di “diffusa devianza”, termine mutuato dal gergo dei criminologi).
Assunzioni e carriere sono determinate da tutto: la “cessione” dei primi stipendi, l’avvenenza, lo zio prete, l’appartenenza ad una loggia, la sottomissione servile, mentre merito e competenza sono requisiti residuali. Praticamente tutte le organizzazioni di questo paese sono dominate da coalizioni invincibili di mediocri ben radicate nelle strutture gerarchiche.
Se anche per la corruzione esiste una dialettica della qualità e della quantità, se cioè esiste una soglia di diffusione oltre la quale la corruzione da furtiva si fa arrogante e persecutoria nei confronti dei capaci e degli onesti, bene, allora quella soglia l’abbiamo superata da un pezzo in mille comparti della società e dello stato.
Consideriamo che tutto questo corrisponda anche solo in parte alla realtà, allora lo specifico della crisi italiana è prima di tutto di ordine culturale e civile, ma anche politico, perché concerne il potere (i poteri), la sua distribuzione, le modalità del suo esercizio, il controllo e la verifica democratica. I comunisti devono riconoscere, studiare e combattere i mille poteri illegittimi che sviliscono nella gestione i migliori impianti legislativi e i più impeccabili provvedimenti amministrativi ma che spesso viziano nella fase genetica gli uni e gli altri.
Come si può porre al centro dell’azione di governo per uscire dalla crisi – come certamente dobbiamo fare – l’intervento pubblico nell’economia, la questione meridionale, la questione fiscale (che è questione di equità, ma anche di risorse pubbliche necessariamente crescenti), senza porsi il problema della corru-zione, dell’efficienza, dei poteri?
In particolare il problema del potere è ineludibile. Affermare che il governo non è il potere (in ogni caso esso è un potere) significa semplicemente che il potere democratico è limitato o sovrastato da un altro potere; volere il governo ma non il potere equivale a rinunciare al tentativo di superare lo scarto tra poteri democratici e poteri non democratici.
Eppure noi siamo immersi in rapporti di potere, lo stato e il diritto determinano rapporti di potere, il capitale è un potere di comando sulla forza lavoro, la struttura dei bisogni determina rapporti di potere tra proprietari e non proprietari, tra produttori e consumatori, la lotta per il salario è lotta per difenderne e accrescerne il potere d’acquisto, la lotta per la riduzione dell’orario e per la pensione di anzianità è lotta per ridurre il potere di comando del capitale, è lotta per una più libera determinazione della propria esistenza, cioè per il potere sulla propria vita. Dove non opera il mio potere, lì si esercita un altro potere, dove non opera un potere legittimo, lì opera un potere illegittimo. Dove non agisce il potere della trasformazione, lì domina il potere della conservazione.
È inoltre curioso, sia detto per inciso, che una maggioranza che celebra la mistica della rinuncia al potere nella società, reclami poi un potere indisturbato nella gestione del partito, e operi sistematicamente per conseguirlo, epurando la segreteria nazionale e modificando lo statuto, la Costituzione del Partito.

In primo luogo, dunque, un programma! Ispirato a chiari obiettivi di trasformazione, il programma deve essere accompagnato dal calcolo delle forze reali che lo contrasteranno, e quindi della ricerca delle forze positive con le quali condividere idealità e interessi comuni, anche temporanei.
Che attorno a questo debba svilupparsi la più ampia partecipazione non è che un aspetto della lotta per l’egemonia. È ovvio che occorre conoscenza, ricerca, formazione, magari invitando i compagni a tralasciare per un momento il dibattito sullo stalinismo e sulle foibe, sulla fede e la non violenza che, malgrado la serietà dei temi – ma non dell’approccio – appare come un diversivo rispetto all’urgenza.
Siamo in grande ritardo, vogliamo essere in ritardo, abbiamo concluso tanti accordi senza programma, a cominciare dalla Puglia, abbiamo determinato dal centro la chiusura di accordi in tutte le regioni, ma in Toscana – dove l’accordo è antieconomico per il centrosinistra – l’ autorità delle segreterie nazionali non conta più; ci si sente dire che poi, comunque, un assessorato per Rifondazione ci sarà, mentre la dura critica dei privatizzatori toscani si è trasformata in una lamentosa protesta per l’eccezione toscana. La linea del governo senza programma, dunque, è già passata, sta divenendo costume.
Eppure è difficile credere che si possa andare alle elezioni politiche senza un programma di coalizione. Io penso che sarà ambiguo e generico, pieno di nobili intenti e adattabile a varie interpretazioni.
Penso anche che il partito, non solo le minoranze, sarà escluso dalla discussione per via della delega conferita ad alcuni dirigenti e responsabili di dipartimento, tutti appartenenti alla maggioranza, e che il contributo che daranno all’elaborazione del programma di coalizione sarà superficiale e moderatissimo. Se poi qualche partitino vorrà scavalcarci a sinistra, se dal mondo dell’associazionismo o della sinistra sindacale verranno istanze serie di riforma, toccherà al principio di maggioranza il compito di ristabilire l’ordine.
Bisogna lavorare perché queste previsioni non si realizzino, o almeno per la riduzione del danno.
L’ernesto può essere il luogo di incontro e il motore di tante iniziative in questo senso. Anche se per vocazione e storia è soprattutto una rivista di riflessione teorica, non verrà meno al suo compito se per questo breve anno che ci separa da un appuntamento decisivo si farà promotore di un dibattito stringente sulla questione del governo e delle riforme necessarie. Organizzare convegni, sollecitare contributi, ospitare proposte precise nelle materie che maggiormente urgono, è solo un modo diverso per onorare la sua ispirazione di fondo: essere strumento della lotta dei comunisti per il progresso e la pace.

SULL’ALTERNATIVA DI SOCIETÀ

Esiste qualche relazione tra questa gigantesca omissione del problema del programma e del governo ed il progetto di alternativa di società che esce vincente dal VI Congresso? Credo che una serie di fatti possano contribuire a definire fin da ora un bilancio complessivo di quel progetto.
Scrive Rossana Rossanda, citando Gramsci, che un partito è in nuce il modello di Stato a cui tende.
Siamo senz’altro d’accordo; aggiungiamo anche che un partito considerato come comunità prefigura la società cui tende realmente, ma questo concetto è implicito nel primo. Bene, le dinamiche precongressuali e congressuali dimostrano che nel modello di Stato e di società evocati dalla maggioranza del PRC non vige il principio di legalità; che il potere non rispetta ed anzi colpisce ed emargina duramente le minoranze; che non si valorizzano i più capaci ed onesti; che non c’è alcuna coerenza tra fini e mezzi (anomalia del tesseramento precongressuale); che si pratica il culto della personalità ed il capo detiene il monopolio massmediatico; che si celebra la “contaminazione” e contemporaneamente si ingiunge di non comunicare con chi dissente (“non replicate” ha chiesto ai suoi sostenitori il Segretario nazionale nel suo intervento conclusivo a Venezia); si tenta di dividere l’opposizione garantendo ad una parte di essa qualche posizione di prestigio; si trascura la formazione per poi affermare le proprie posizioni grazie alla spesso debole consapevolezza politica e teorica dei compagni. È necessario continuare?
L’alternativa di società è una cortina fumogena che nasconde, malamente, la delega in bianco che il Congresso rilascia al Segretario sulla questione del governo. Il modello di Stato e di società risultanti dai fatti che abbiamo elencato richiedono innanzitutto una riforma intellettuale e morale.
Questo è il compito dei comunisti in Rifondazione, la casa che abitano e che hanno ricostruito con tanta passione e sacrificio.

Note

1 L’articolo di Panorama già citato riferisce con qualche dettaglio di un accordo già raggiunto in materia fiscale tra Visco e i responsabili di due dipartimenti delle PRC. Benché mai smentita, l’indiscrezione non è credibile per la nota ripugnanza del gruppo dirigente di Rifondazione verso le trattative di vertice. Figuriamoci per quelle semi clandestine. Supponiamo per un attimo che l’accordo vi sia stato e nei termini riferiti. Si tratterebbe di un caso esemplare del danno che la mancata partecipazione può causare. Gli esperti, iscritti o vicini a Rifondazione, se interpellati ci ricorderebbero che la questione delle aliquote IRPEF non sfiora neppure il problema di fondo, l’evasione fiscale, poiché interessa coloro che le tasse già le pagano. Viste le difficoltà di un risanamento a breve dell’amministrazione preposta agli accertamenti, occorre puntare sul sistema delle detrazioni: in alto, perché smetta di incentivare consumi di lusso e consumi nocivi dal punto di vista ambientale; in basso, perché consente ai redditi fissi di scaricare spese essenziali che alimentano rendite o redditi che evadono largamente (spese per l’abitazione, per la cura della persona, ecc.). In secondo luogo, un buon sistema generalizzato di detrazioni contribuisce ad orientare consumi e investimenti delle famiglie (in primis sul risparmio energetico). Molto incisive possono risultare le detrazioni integrali, scaglionate però su lunghi periodi per differire gli effetti del mancato gettito su numerosi esercizi del bilancio. È chiaro, quindi, che a queste condizioni le maggiori aliquote indicate nell’articolo, sarebbero troppo basse. I sistemi di tassazione delle imprese e del patrimonio immobiliare meriterebbero disamine circostanziate, anche in relazione all’autonomia finanziaria delle regioni e degli enti locali.

2 Malgrado si tratti di un meccanismo puramente difensivo, la presentazione di un ordine del giorno all’ultimo Congresso perché fosse considerato una pregiudiziale programmatica ha determinato una reazione sconcertante. Innanzitutto la maggioranza della Commissione politica ha improvvisato un ordine del giorno alternativo equivalente all’indice di un Bignamino di politica economica, al solo scopo di evitare un secco sì/no sulla proposta. Successivamente, nella discussione, Alfonso Gianni ha ricordato come sia difficile intavolare una trattativa sindacale dopo aver stabilito una pregiudiziale (considerata la nota ripugnanza della maggioranza per la trattativa, l’analogia non può che ritenersi una svista). Manifestando la sua insofferenza per l’incontentabilità della minoranza (“ieri la pregiudiziale sulla guerra, oggi la scala mobile, decidetevi!”), Alfonso Gianni ha svelato la mistica nozione di “spirito di coalizione” secondo Bertinotti. Non c’è che dire, con questi esperti e queste intenzioni, la trattativa di vertice va evitata ad ogni costo!