Governo e politica economica: a quando un segnale di “sinistra”?

*Deputato PdCI

La crisi che attanaglia il paese si tocca con mano. Lo si può verificare giorno dopo giorno alla luce della drammatica questione salariale, degli effetti del precariato, di un senso di instabilità vissuto da fasce molto ampie della popolazione. All’Unione gli elettori chiesero politiche in controtendenza rispetto al precedente quinquennio, interventi che sapessero cogliere la particolarità della fase politica vissuta dal paese, risposte nette su nodi cruciali. Ebbene, ad un anno e due mesi dal varo del governo di centrosinistra si addensano troppe nubi su palazzo Chigi. Ed è legittimo che un giovane lavoratore si interroghi sul perché continui ad essere in vigore la legge 30, così come è immaginabile che un ragazzo studente si chieda il motivo per cui la legge Moratti continui a produrre i suoi effetti o che un immigrato si domandi come mai non si sia ancora posto fine al clima liberticida introdotto dalla Bossi-Fini. Guai a mostrare titubanze sulla qualità del sapere, sulla dignità del lavoratore e sui suoi diritti, sulle istanze di solidarietà e di libera cittadinanza tra italiani e stranieri: qui si giocano il destino e la credibilità di un esecutivo che si pretenda innovatore. Invece si è arrivati alla tornata elettorale amministrativa di maggio nella morsa del più comprensibile pessimismo. E l’esito delle urne ha dato corpo e sostanza alle paure della vigilia: il Partito democratico registra un flop, ma il campanello di allarme suona per tutta la coalizione e innanzitutto per il governo. Possiamo ben dire che la maggioranza è arrivata al bivio e deve scegliere da che parte orientare la sua politica: o sul versante sociale (dirimente è la scelta di destinazione del cosiddetto “tesoretto”) o in altra direzione. E’ evidente come sull’extragettito si giochi una partita che va ben al di là della sostanza finanziaria: decidere di dirottare il surplus inatteso di risorse sul welfare e sul lavoro significa iniziare a rendere concreta la “svolta” che gli elettori di centrosinistra si attendono. Tanto più che siamo giunti alla scadenza del 30 giugno (data di presentazione del Documento di programmazione economica e finanziaria), ed è necessario colmare il ritardo del governo nei confronti dei ceti più deboli. Tra i primi a dolersi della situazione ci sono senza dubbio i quattro milioni e mezzo di precari. La riscrittura della legge 30 è un auspicio rimasto sulla carta, nonostante tante chiacchiere sulla rinnovata attenzione ai bisogni dei lavoratori. Di recente i promotori del Partito democratico hanno diffuso indiscrezioni su un abbozzo di riforma della “Biagi”: si apprende di un possibile limite a tre anni della durata del contratto a termine, dell’abolizione del lavoro a chiamata e dell’innalzamento delle aliquote contributive per i lavoratori parasubordinati. Si tratta di misure che – se messe sul piatto di una discussione parlamentare – rappresenterebbero un primo passo, pur senza essere per nulla risolutive del problema. Serve piuttosto un salto di qualità, che dia il senso di un’inversione di tendenza: si tratta di riscrivere la legislazione sul lavoro economicamente dipendente, a partire proprio da una rivisitazione netta della filosofia devastante che ispirò la legge 30. Su questo terreno, alcuni mesi fa, le forze della sinistra sperimentarono a partire dal tema del lavoro quel percorso unitario che si articola oggi a più livelli: mi riferisco alla proposta di legge (di cui sono primo firmatario in qualità di presidente della Commissione Lavoro della Camera) che fin dal titolo ha posto l’urgenza di elaborare nuove “norme per il superamento del lavoro precario”. Quella sperimentazione conteneva in sé un valore simbolico: il punto era (ed è) cimentarsi sull’unità a partire dal lavoro e dai suoi protagonisti. E, da sinistra, vogliamo rilanciare la sfida del cambiamento a tutta la coalizione e ad un governo fino ad ora balbettante e incerto. Tenere assieme lo sviluppo e i diritti è l’unica strada che può produrre un moltiplicatore anche in termini di fiducia in un elettorato stanco e deluso; se la medaglia non presenta entrambe le facce, i diritti diventano fatalmente una variabile dipendente, primo fra tutti quello ad una pensione dignitosa. E’ ripartito il difficile tavolo di confronto con le parti sociali e il governo è chiamato ad un cambiamento di marcia che possa contraddire il profilo tenuto fino a ieri, del tutto insoddisfacente. Occorre essere chiari fino in fondo: le intemperanze di qualche ministro e le improvvide dichiarazioni di chi fa coincidere la “sostenibilità del sistema” con pregiudizi e luoghi comuni sull’innalzamento dell’età pensionabile mettono a rischio da un lato la tenuta della maggioranza e, dall’altro, il rapporto con la base sociale dell’Unione. Dare un segnale “di sinistra” è l’unica strada possibile per dare linfa al governo e fornire una speranza a chi ha invocato quattordici mesi fa il cambiamento. Deludere le aspettative rappresenterebbe un delitto politico che il centrosinistra non si può proprio permettere.