“Globalizzazione imperialista, lotta per la pace e scioglimento della Nato”

Rispondo volentieri alla richiesta de l’ernesto di illustrare per i lettori della rivista le ragioni che mi hanno indotto – insieme ad altri 54 membri del Comitato politico nazionale (Cpn) del Prc – a presentare una Tesi alternativa su alcuni temi di politica internazionale. Si tratta precisamente della tesi 14-15 (“Globalizzazione imperialista, lotta per la pace e scioglimento della Nato”), che si propone come sostitutiva delle tesi 14 e15, approvate a maggioranza dal Cpn, che già nel titolo propongono invece “Il superamento della nozione classica di imperialismo” (tesi 14) e una conseguente analisi su “I nuovi assetti del mondo” (tesi 15).

Riassumerei la questione in due parti :
1) il valore emblematico, per la definizione della identità del Prc, di una discussione sul superamento (o meno) della nozione di imperialismo;
2) i principali concetti contenuti nelle Tesi 14-15 di maggioranza, ripresi anche in altre tesi, che si intendono correggere, precisare o arricchire con la Tesi alternativa.

Una discussione emblematica, che investe l’identità del Prc

1) Scegliere di cancellare la nozione di imperialismo dal vocabolario politico e ideale del Prc, come propone la tesi 14 e come già è avvenuto da tempo nel lessico di alcuni dei maggiori esponenti del partito, è scelta ben diversa da quella, che invece sarebbe utile e necessaria, di un suo aggiornamento. Da quasi cento anni, ancor prima della Rivoluzione d’ottobre, quella di imperialismo è una delle categorie interpretative più caratterizzanti, anche sul piano simbolico, della identità di un partito comunista e rivoluzionario. Ed è stupefacente che si proponga il suo funerale proprio in una fase della storia mondiale in cui l’imperialismo non solo esiste, ma provoca e minaccia guerre in ogni angolo del pianeta. Tanto è vero che, per la quasi totalità dei partiti comunisti e delle forze rivoluzionarie di ogni continente (dalle Farc colombiane ai comunisti di Cuba, dai Sem Terra brasiliani – protagonisti e organizzatori del Forum di Porto Alegre – a tutte le sinistre latino-americane che si raccolgono nel Forum di San Paolo, dai comunisti sudafricani alle sinistre palestinesi, dal Pkk curdo di Ocalan ai comunisti indiani), il riferimento comune alla lotta contro l’imperialismo (soprattutto americano) è oggi l’elemento di maggiore convergenza politica, ideale e di analisi: sia pure dentro una grande varietà di approcci politici e teorici alle problematiche del mondo d’oggi.

Il superamento della nozione di imperialismo non è cosa di ordinaria amministrazione (come il sostegno o meno a una linea politica o sindacale); non è espressione cioè di un confronto ordinario di punti di vista, nè astrattamente nominalistico. Esso investe la cultura politica complessiva di un partito, la sua natura e identità, il suo profilo ideale e strategico. E non è un caso che, nella storia passata e recente del movimento comunista e della sinistra mondiale, l’abbandono più o meno apertamente teorizzato della nozione di imperialismo, abbia sovente coinciso con processi di mutazione genetica e identitaria.

Fu il caso ad esempio del Pci negli anni ’80 : chi non ricorda il famoso emendamento di Luciana Castellina nel 17° congresso del Pci (1986) che proponeva di reintrodurre la nozione di imperialismo nelle tesi congressuali di un partito che era ormai alle soglie della Bolognina. Quell’emendamento fu non a caso considerato emblematico da quanti, tre anni dopo, si sarebbero opposti allo scioglimento del partito.

Fu il caso dell’ultima fase della perestrojka (fine anni ’80), alla vigilia del crollo rovinoso dell’Urss, quando il termine fu abbandonato da Gorbaciov con l’argomento che il capitalismo era ormai entrato in una “nuova fase storica”, “pacifica”, che rendeva obsolete alcune categorie interpretative del passato. L’argomento fu avanzato apertamente in un saggio del leader sovietico, che fece scalpore nel movimento comunista e naturalmente raccolse gli elogi del “nuovo Pci occhettiano” (e la garbata ironia di Fidel Castro, che di imperialismo un po’ se ne intendeva…).

E’ il caso oggi delle componenti più moderate all’interno di Izquierda Unida spagnola, della Pds tedesca, del Synaspismos greco, della sinistra alternativa scandinava, che propugnano – in contrasto con altre tendenze – una organica socialdemocratizzazione delle rispettive organizzazioni, e che non a caso rimuovono dal proprio alfabeto la nozione stessa di imperialismo.

Il dibattito nel Prc a tale proposito è evidentemente più complesso, e sarebbe riduttivo e ingeneroso ridurlo a un confronto teorico-politico tra comunisti e socialisti di sinistra. Me ne guardo bene. Ma anche nel Prc esso assume il significato di un confronto sulla identità presente e futura del partito. E si intreccia tra l’altro con una discussione sulla opportunità o meno di un riferimento positivo (e non dogmatico) al pensiero di Lenin : non solo nel preambolo dello Statuto, ma in primo luogo nelle Tesi congressuali. Non può essere un caso che le posizioni che nel partito sostengono la necessità di “superare” la nozione di imperialismo, siano le stesse ad opporsi ad ogni riferimento positivo a Lenin. Come ho già avuto modo di sostenere nella tribuna congressuale del Prc (Liberazione, 9 gennaio 2002), “il richiamo teorico al solo pensiero di Marx non è sufficiente oggi (non siamo nel 1848) a definire l’identità di un partito comunista”. E persino “un illustre storico socialdemocratico come Giuseppe Tamburrano (già dirigente del Psi) ci ricorda che – se è per questo – anche Saragat e Turati si richiamarono a Marx, e così “tutti i riformisti” del secolo scorso, così come i tanti “marxisti socialdemocratici”. “La tendenza a contrapporre Marx a Lenin (e Lenin a Gramsci) è sempre stata emblematica – anche nell’ultimo Pci – di mutazioni ideologiche in senso non comunista. E non credo proprio che ciò si addica al Prc e al nostro progetto di rifondazione di un partito comunista in cui tutti ci sentiamo impegnati”.
Posso capire e ritenere del tutto coerente che alcuni filoni di pensiero non comunista, presenti anche nel gruppo dirigente di Rifondazione e che si rifanno organicamente al “socialismo di sinistra” o alla cultura “rosso-verde”, possano essere poco interessati a una riflessione sulla identità comunista del partito, sentita invece come un valore irrinunciabile dalla quasi totalità dei suoi militanti. Assai meno comprensibile, per non dire stupefacente, appare invece l’orientamento di quanti, pur richiamandosi alla cultura comunista, nelle sue varianti anche più “critiche”, accettino senza batter ciglio che vengano cancellati dalla cultura politica del Prc riferimenti fondanti della loro peculiare identità, come il richiamo a Lenin e ad una teoria aggiornata dell’imperialismo oggi. Mi riferisco ad esempio alle posizioni trotzkiste che sostengono le Tesi di maggioranza (Bandiera rossa), o a quelle che si rifanno alla “nuova sinistra” e al ’68, per non parlare dei comunisti di varia matrice che vengono dal Pci, dalla scuola di Togliatti, di Longo, dello stesso Berlinguer – che non rinunciò mai alla nozione di imperialismo.
Ci troviamo forse in presenza di nuove forme di mimetismo e di “sommergibilismo”, dopo tanti calorosi appelli alla trasparenza del dibattito?

Analisi e posizioni a confronto sulla situazione internazionale

2) Riassumerei nei seguenti punti le principali differenze di approccio che si condensano in due diverse formulazioni delle tesi 14-15, e che alludono a problematiche presenti anche in altre tesi congressuali.

-Le tesi di maggioranza accennano solo di sfuggita al tema dello “scioglimento della Nato” (con un inciso di tre parole nella tesi 43), senza indicare alcun programma di lotta e di movimento per il conseguimento di tale obbiettivo. Un limite grave, che viene evidenziato dalla tesi alternativa, che definisce la Nato come il “principale strumento di guerra e di espansione imperialista, di condizionamento dell’autonomia dell’Italia e dell’Europa, da parte degli Stati Uniti”. Il che è tanto più vero in presenza di un governo succube agli Usa, come quello di Berlusconi: il primo in Europa, e uno dei pochi, a pronunciarsi apertamente a favore dello “scudo spaziale” di Bush.
La tesi pone al centro dell’iniziativa dei comunisti, dentro e fuori il movimento no global, “la costruzione di un nuovo movimento mondiale per la pace,…il più largo possibile, che sappia concentrare le forze contro i settori più aggressivi dell’imperialismo, soprattutto americano”, che stanno riproponendo la guerra come strumento di egemonia mondiale. Un movimento che, nel nostro paese, si batta “per l’allontanamento di tutte le basi militari straniere, di tutte le armi nucleari dislocate in Italia”. E a livello internazionale sostenga “la difesa del trattato Abm del 1972 che vieta ogni ipotesi di scudo spaziale; e trattati vincolanti …che vietino nuovi test nucleari e mettano al bando tutte le armi di sterminio: atomiche, chimiche e batteriologiche”.

-Le tesi di maggioranza presentano il mondo come se esso fosse ormai sostanzialmente governato da “un nuovo assetto unipolare”, da “un asse” fondato sulla “amicizia di lungo periodo tra Usa, Russia e Cina” (tesi 12). Una sorta di “governo mondiale” omologato ad una “globalizzazione capitalistica che coinvolge tutte le potenze” in una logica di “salvaguardia del sistema nel suo insieme”.
Un mondo in cui la funzione degli Stati nazionali sarebbe ormai in via di deperimento e che, salvo gli Usa, andrebbero tutti “progressivamente smarrendo potere” (tesi 10). E dove “i contrasti tra gli Stati nazionali”, tra le maggiori potenze capitalistiche, non avrebbero più il carattere di “contraddizioni di tipo interimperialistico” e sarebbero ormai un fattore del tutto irrilevante per la “costruzione di un campo antimperialista” (tesi 14 e 15).
In un mondo così descritto – rieccheggiano qui alcune tesi di Toni Negri, da sempre “cattivo (e ambiguo) maestro” – l’unica forza alternativa e che veramente “si oppone (sarebbe) il movimento no-global” (tesi 14).
Staremmo freschi, e soprattutto starebbe fresco il movimento se fosse davvero così isolato, marginale e privo di interlocutori a livello mondiale. O se percepisse se stesso, senza alcun senso del limite, come l’unico o il principale epicentro di un nuovo processo rivoluzionario mondiale di lungo periodo. Mentre esso è invece – e non è poco – uno dei soggetti preziosi di un fronte progressista, rivoluzionario e antimperialista mondiale che è tutto da ricostruire. E che nessuno, né ieri né oggi, ha mai concepito banalmente e riduttivamente in termini di “fronte antimperialistico tra Stati” (tesi 15): semmai come convergenza tra movimenti e organizzazioni sociali, politiche, popoli e anche – perché no? – governi progressisti.
O dovremmo escludere per decreto Cuba, il Venezuela di Hugo Chavez o il futuro Stato palestinese dall’appartenenza ad uno schieramento mondiale progressista?

-La tesi alternativa (14-15) sostiene viceversa che “non esistono né un mondo né un “capitalismo globale” compatti e omogenei, privi di contraddizioni tra i grandi capitalismi e imperialismi e tra i rispettivi Stati nazionali, che ne supportano gli interessi nella competizione globale”, che ha appunto un carattere “interimperialista”.
I capitali di comando delle 200 maggiori società multinazionali, con filiali sparse in tutto il mondo, sono per lo più riconducibili a questo o quel gruppo nazionale e sono fortemente intrecciati col potere politico del proprio paese (la Fiat in Italia, la Toyota in Giappone, la General motors negli Usa…).
E’ questa l’origine strutturale dei contrasti ricorrenti tra gli Stati dell’Unione europea, nei vertici del Wto, tra dollaro, euro e yen; tra Europa, Stati uniti e Giappone. E così pure delle guerre commerciali, dei contrasti sul tema di una difesa militare europea più o meno autonoma dagli Usa (che dividono Europa e Stati Uniti, e gli Stati europei tra loro, come si è visto nella vicenda emblematica dell’aereo militare Airbus); le divisioni su Echelon o sulla politica da seguire verso i Balcani e il Medio Oriente. Contrasti di cui è stata emblematica nel nostro paese la vicenda delle dimissioni del ministro degli esteri Ruggiero, che ha messo in luce, non solo in Italia, concezioni diverse dell’integrazione europea e del rapporto tra Europa e Stati Uniti.

Tale competizione “non sempre e non necessariamente produce guerre mondiali”. Essa “ha i suoi momenti di concertazione e di coordinamento (Fmi, Banca mondiale, Wto, G7-G8)”, ma questi organismi sono “dominati dai maggiori Stati capitalistici del mondo, non già da un anonimo “capitale globale” (altro che deperimento degli Stati imperialisti !) E “quando scoppiano le guerre, sono questi Stati a condurle” e a dichiararle, non i consigli di amministrazione di questa o quella multinazionale.
“Il punto è che non tutti gli Stati sono uguali: mentre le maggiori potenze, a partire dagli Usa (ma non solo), vedono un loro rafforzamento politico e militare nella competizione mondiale”, gli Stati piccoli e medi si trovano sempre più subalterni e “vedono una riduzione di ruolo e di sovranità in un mondo sempre più dominato dall’imperialismo”.

-Non esiste – afferma la tesi alternativa – alcuna “coalizione internazionale” con basi strategiche e durature tra Stati Uniti, Europa, Giappone, Russia, Cina, India, Pakistan, mondo arabo…: “realtà tra loro troppo diverse per struttura sociale, profilo politico e interessi geo-strategici”. Tanto è vero che India e Pakistan quasi si fanno la guerra; Russia, Cina e Francia sono contro la politica di riarmo degli Usa e contro lo scudo spaziale, e non condividono la politica americana in Medio oriente e in Africa (mentre Berlusconi e Tony Blair dicono sempre di sì a Bush, non per piaggeria, ma per scelta di campo); il Giappone e la Cina sono favorevoli alla pacificazione e riunificazione delle due Coree in uno Stato confederale neutrale, gli Usa si oppongono per non perdere la loro influenza nella regione; e si potrebbe continuare.
Il fatto che si siano determinate, dopo l’11 settembre, convergenze parziali, fragili e faticosissime, nella lotta al terrorismo islamico e al regime dei talebani, fondate su convenienze reciproche e congiunturali, non prefigura alcun “asse” strategico o “direttorio mondiale” unificato (lo riconoscono ormai quasi tutti gli osservatori internazionali, passate le emozioni e le strumentalizzazioni interessate della prima ora).

-Il punto centrale, assente nelle tesi di maggioranza ed evidenziato invece nella tesi alternativa (14-15), riguarda l’analisi delle cause primarie che ripropongono la spinta alla guerra nello scenario mondiale del 21° secolo, e che riattualizzano appunto la nozione di imperialismo.
In nome della lotta al terrorismo, gli Stati Uniti stanno attuando una linea di supremazia militare globale per vincere la competizione economica del 21° secolo. E non per caso “i teatri di guerra dell’ultimo decennio (Iraq, nel cuore del Medio oriente; Balcani e Afghanistan, nel cuore dell’Eurasia) investono regioni in cui si trovano le più grandi riserve energetiche del pianeta”.
Gli Usa avvertono l’ombra del loro declino nell’economia mondiale: contavano per il 50% del Prodotto interno lordo del mondo nel 1945, oggi sono il 25%, come l’Unione europea; tra un ventennio, secondo studi autorevoli dell’Ocse, gli Stati Uniti vedrebbero la loro incidenza ulteriormente dimezzata, a scapito di altre potenze regionali emergenti (Cina, Russia, India, Brasile…). Proprio la prospettiva di un mondo sempre più multipolare, induce l’imperialismo americano a contrastare la possibile perdita del primato economico con il perseguimento di una schiacciante superiorità militare sul resto del mondo, se necessario con la guerra.

-Dunque: “globalizzazione capitalistica, imperialismo e competizione globale sono facce di un’unica medaglia, non categorie interpretative tra loro incompatibili”.
Bisogna aggiornare l’analisi dell’imperialismo, non liquidarne la nozione. “Anche il capitalismo dei tempi di Marx era molto diverso da quello attuale, ma continuiamo a definirlo così perché ne conserva le fondamenta “sistemiche”, a partire dal conflitto irriducibile tra capitale e lavoro”.
E così pure persistono, anzi si accentuano, nella loro essenza, quelli che Lenin indicava come “i cinque principali contrassegni” dell’imperialismo:
-la concentrazione della produzione e del capitale in grandi monopoli (oggi le multinazionali);
-la fusione di capitale bancario e capitale industriale – il capitale finanziario – e la formazione di un’oligarchia della grande finanza;
-l’aumento dell’esportazione di capitali rispetto all’esportazione di merci (l’economia di carta e le speculazioni borsistiche, che si mangiano l’economia reale);
-il sorgere di associazioni internazionali di capitalisti che si spartiscono il mondo (oggi la chiamiamo “globalizzazione capitalistica”);
-la competizione tra le maggiori potenze capitalistiche per la ripartizione delle zone di influenza.
Dopo la guerra nei Balcani, in piena guerra “infinita”, con la partecipazione militare in Afghanistan di truppe anglo-americane, tedesche, francesi, italiane e giapponesi, ognuna coi vessilli dei rispettivi Stati nazionali (non quelli dell’Onu, del G8 o del Wto…), è appena il caso di dire : nulla potrebbe essere più attuale per un imperialismo che avrebbe smesso di esistere!