Globalizzazione e socialismo

Queste note sono state scritte per l’ernesto prima dei tremendi attentati contro le torri gemelle di New York e della costruzione, ad opera di Bush, della poco chiara “alleanza mondiale contro il terrorismo”. Nessuno sa con certezza quali sono i fini concreti di quest’alleanza, quali i nemici né chi decide in concreto le operazioni. Tantomeno la stesso Bush conosce le risposte a queste domande.
Evidentemente è nella cuspide del potere degli Stati Uniti dove si prendono le decisioni di questa pretesa alleanza mondiale. Ci lascia sconcertati il fatto che chi ha esercitato il terrorismo in buona parte del mondo contro la democrazia e l’indipendenza dei popoli, gli invasori di tanti paesi dell’America Latina, i promotori di tanti golpe militari contro la democrazia, in altri termini i soci di Bin Laden e dei talebani durante tanti anni per operazioni oscure, si presentano oggi come salvatori dell’umanità di fronte al terrorismo.
Quali sono i veri propositi di quest’alleanza? Una risposta al colpo ricevuto? Una crociata universale contro il terrorismo internazionale? Se così fosse un’alleanza di questo tipo richiederebbe: la direzione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite dopo l’espressione dell’Assemblea generale; che si definisca con precisione cosa si debba intendere per terrorismo; quali organismi, politici e militari, debbano dirigere la campagna contro il terrorismo.
Oggi, per come sono le cose, questa campagna è pianificata e diretta esclusivamente dagli Stati Uniti e viene da pensare che sia a suo beneficio. La globalizzazione neoliberista, della quale parliamo in quest’articolo, potrà molto facilmente utilizzare il clima creatosi con gli attentati terroristici per costruire operazioni strategiche orientate ad estendere la presenza degli Stati Uniti in zone nevralgiche del pianeta. Libero mercato e potere imperialista avanzeranno dunque di pari passo nel nome della lotta mondiale contro il terrorismo.

1. Le due globalizzazioni

Quando si parla di globalizzazione si mescolano molto frequentemente due aspetti distinti, anche se relazionati tra loro.
Mi sto riferendo, per una parte, al fenomeno obiettivo della globalizzazione, la rivoluzione cioè che si sta producendo nella scienza e nella tecnologia, nelle comunicazioni e nell’informazione, nei trasporti e nei sistemi di produzione. Si tratta di un fenomeno obiettivo di straordinaria importanza, che porterà grandi ripercussioni su tutto il pianeta.
Altra questione ben distinta è la politica neoliberista della globalizzazione. Le due questioni non sono la stessa cosa. La politica neoliberista delle grandi multinazionali, degli Stati Uniti e dei suoi alleati più stretti è la politica che attualmente esprime gli interessi dell’imperialismo. Una politica che utilizza a suo servizio la tendenza obiettiva alla globalizzazione con due obiettivi molto chiari: trasformare il mondo in un unico mercato perfettamente controllato, dal quale trarre i massimi benefici possibili, dominando il mondo con tutti i mezzi necessari.
Le conseguenze di questa politica sono evidenti. Una recente informativa della Commissione europea sulla povertà nel mondo, ancora non pubblicata al momento della stesura di quest’articolo, segnala che “Gli anni novanta (quelli del predominio del neoliberismo) sono stati drammatici per i paesi più poveri. Non c’era mai stata prima una simile crescita mondiale e un tale aggravamento della povertà nelle zone più depresse”. Noti sono i dati delle Nazioni Unite e delle altre istituzioni internazionali, enormemente espressivi dell’intollerabile diseguaglianza nel mondo e del suo aumento crescente, dell’accumulazione delle ricchezze fra pochi, della terribile penuria che soffrono masse immense nel pianeta.
Mi permetto di insistere sulla distinzione descritta. Si tratta di una contraddizione centrale, che oggi vive l’umanità. Da un lato una globalizzazione obiettiva, reale, che apre immense possibilità per la soluzione di alcuni dei più gravi problemi sofferti dai popoli. Per fare un esempio, oggi si potrebbero risolvere per tutti le quattro più grandi ingiustizie del mondo: la fame, l’analfabetismo, la mancanza della casa e dell’assistenza sanitaria primaria. La ricchezza economica, lo sviluppo scientifico e tecnologico, permetterebbero di risolvere questi quattro gravissimi problemi sociali per tutta l’umanità. Tutto ciò oggi non è un sogno: le potenzialità della globalizzazione obiettiva potrebbero rendere possibile, senza alcun dubbio, la soluzione di queste quattro piaghe. E a nessuno sfugge il salto trascendentale che questo porterebbe alla storia dell’umanità. È di fronte a queste possibilità che si colloca la politica neoliberista della globalizzazione, espressione attuale del grande capitalismo, dell’accelerata concentrazione multinazionale delle grandi imprese e delle finanze, dei suoi immensi strumenti di potere in tutti i campi. Questa politica non cerca la soluzione dei gravissimi problemi di cui abbiamo riferito, come ben si sa, li sta invece aggravando sino agli estremi in ampie zone del pianeta. In una parola, si tratta di una perversione della globalizzazione obiettiva, perversione che altera le sue grandi possibilità a sfavore dell’immensa maggioranza degli stati e della popolazione mondiale, a beneficio di un’esigua minoranza d’individui e paesi.Questa contraddizione globale c’impone una grande sfida: attuare un’altra politica della globalizzazione che sia favorevole agli interessi di quell’immensa maggioranza di paesi e dell’umanità, che sappia offrire una forte alternativa alla globalizzazione neoliberista scontrandosi con essa in tutti i settori della vita sociale. Non c’è un’altra strada: o la globalizzazione perversa del neoliberismo, espressione diretta degli interessi del minoritario club internazionale dei grandi capitali, ogni giorno più dispotico, o una globalizzazione democratica e sociale che esprima gli interessi dell’immensa maggioranza dei popoli e dei cittadini. Ripeto, non c’è un’altra strategia.

2. Politica o mercato

Poniamo attenzione su di un aspetto importante della globalizzazione neoliberista. L’ideologia dura del neoliberismo proclama urbi et orbi che il libero gioco del mercato produce un dinamismo economico che di per se stesso risolve i grandi problemi sociali. Lo stato, pertanto, vede ridotto al minimo il suo ruolo. In altri termini: è l’economia che deve comandare e decidere e non la politica con i suoi rappresentanti eletti dai cittadini. La democrazia dunque si mercifica e perde per passo a passo il suo ruolo direttivo.
A nessuno sfugge la perversione che tutto ciò presuppone. I reali poteri sulla società non rispondono a nessuno. Il cittadino, i popoli, rimangono indifesi di fronte a loro. I meccanismi del potere del grande capitale sui cittadini e i popoli sono giorno dopo giorno più occulti, lontani, ideologicamente camuffati, opachi al gioco elettorale e parlamentare, più difficili da controllare, nascosti sotto una vernice liberale o sotto la pura e semplice corruzione politica.
Si proclama che la politica, l’autogoverno dei cittadini e dei popoli, deve sparire a beneficio del mercato, autentico dirigente della società. Però, naturalmente, a nessuno può sfuggire il fatto che l’ideologia che proclama la debolezza della politica (della democrazia) a beneficio del potere del mercato, non ha altro obiettivo che quello di indebolire le possibili politiche di resistenza alla politica del grande capitale (delle grandi multinazionali, degli Stati Uniti e dei suoi più stretti alleati).
L’imperialismo, in questa fase storica d’accelerazione della globalizzazione, vuole disporre del monopolio mondiale della politica. Il suo autentico motto non è altro che questo: Lasciate la politica a me e voi rassegnatevi ad essere semplici elementi di mercato. L’obiettivo è che né i cittadini, né i popoli, né gli stati possono giocare un ruolo di resistenza di fronte l’accelerazione della globalizzazione neoliberista.
Quali sono, dunque, le possibili risposte alle nuove sfide proposteci dalla globalizzazione: 1) difendere la politica dal mercato; 2) esigere che lo stato giochi un reale ruolo di resistenza alla globalizzazione neoliberista, in altri termini che si opponga alla furia privatizzatrice e allo smantellamento delle conquiste sociali storiche (pensioni, assistenza sanitaria per tutti, istruzione pubblica, etc.) lì dove queste esistono, esigere che s’introducano laddove non esistono.
Se la società non partecipa criticamente ed attivamente, in primo luogo senza dubbio i lavoratori (che oggi costituiscono la maggioranza della società), ma anche molti altri settori sociali danneggiati dalla politica neoliberista, se non si dà inizio ad una lotta costante, gli stati o vivranno in una democrazia anemica e sottostaranno in un nuovo tipo di sudditanza imperiale, adattandosi alla corrente neoliberista, o anche quelli che partono da posizioni popolari si burocratizzeranno passo per passo sino a perdere l’impulso di resistenza. In altre parole, gli stati possono essere strumenti di grande importanza nella lotta contro il neoliberismo e la sua politica di globalizzazione. Gli stati giocheranno un ruolo o l’altro in base alla politica che in loro dominerà, la pressione che su di loro eserciteranno i settori popolari e progressisti, in base ai gruppi sociali o alle classi che li controlleranno.
Si tratta di comprendere che ci troviamo di fronte due possibili prospettive del ruolo degli stati di fronte alla globalizzazione: o gli stati si sottometteranno alla tendenza attualmente dominante della politica neoliberista del grande capitale, accettando una democrazia anemica a beneficio dell’imperialismo in un ruolo subordinato, oppure si ribelleranno a questa tendenza, resistendo ad essa ed attuando un’altra politica della globalizzazione di carattere indipendente, democratico e sociale. Ciò richiede che i settori più danneggiati dal neoliberismo e dalla sua politica globalizzatrice diventino i protagonisti principali degli stati e della loro politica di resistenza, allontanando dal potere statale i settori più proclivi al neoliberismo. O la democratizzazione sociale degli stati o la loro sottomissione.
La sfida consiste nel reclamare il regno della politica, il regno di tutti, a fronte del regno del mercato, di pochi.
La globalizzazione neoliberista tende ad annullare il carattere politico e sociale dell’essere umano. Anche qui si manifesta la sua natura perversa e di classe. Sottrarre il politico, il sociale all’essere umano è, di fatto, disumanizzarlo, abbruttirlo. Credo che quest’affermazione non sia esagerata, poiché la pratica internazionale quotidiana ci mostra un mondo disumanizzato e abbruttito, benché evidentemente dotato delle sue convenienti vaseline morali (il ruolo di buana parte delle ONG, l’umanitarismo, l’etica delle buone intenzioni, il sentimentalismo, etc.) affinché tutto possa apparire accettabile.
Perché gli stati difendano in questa fase storica, la loro natura politica la loro resistenza di fronte la politica neoliberista della globalizzazione, è necessario che siano realmente al servizio della maggioranza della popolazione, strumenti chiari di democrazia e socializzazione. Cambino il loro carattere di classe. Non c’è altro cammino. È questa oggi una delle grandi sfide delle sinistre.

3. Pace internazionale o violenza contro i popoli

La globalizzazione neoliberista proclama, come abbiamo ricordato, che tutto migliorerà grazie al semplice gioco del mercato. Questo è il principio ideologico. Però i fatti sono più complicati. Quest’intento di visione naturale che ci condurrebbe all’utopia di “un mondo neoliberista felice”, non ha nell’attuazione dei suoi leader uno sviluppo così positivo. Al contrario, dobbiamo affermare che la globalizzazione neoliberista esercita violenza ogni giorno. Quella violenza che è la diretta conseguenza della politica del libero mercato imposto a tutto il mondo. È evidente che nel gioco del mercato i potenti e i deboli non si trovano in eguale posizione, si tratta, infatti, di paesi e di imprese che esercitano violenza obiettiva nei confronti dei popoli.
La violenza impiegata dalla globalizzazione neoliberista è in primo luogo militare, ma anche politica come dimostrano i blocchi e gli embarghi che colpiscono interi popoli.
Il neoliberismo globalizza la violenza militare sino agli estremi nei confronti di chi si oppone e rifiuta la sottomissione. Basta ricordare la nuova dottrina della Nato elaborata nella riunione tenutasi a Washington, ovviamente finanziata dai più importanti fabbricanti di armi, nel pieno dei bombardamenti in Jugoslavia e della continuazione dell’aggressione all’Iraq. La nuova dottrina si compone di tre elementi: 1) si estende in sostanza la possibilità d’intervento della Nato a tutto il pianeta; 2) abbandonando la sua proclamata natura difensiva, stabilisce come motivi legittimi di possibile intervento un arsenale di definizioni imprecise come “ragioni umanitarie”, “difesa dei diritti umani”, “lotta al narcotraffico”, “difesa della democrazia”, etc.; 3) si stabilisce come nuovo principio delle relazioni internazionali il “diritto d’ingerenza”, diritto che ovviamente sarà utilizzato dai paesi forti sui deboli, dal Nord nei confronti del Sud.
Nella storia non era mai stata proclamata, in modo tanto spudorato, una politica di aggressività globale come fa oggi il neoliberismo!
A questo punto è evidente come la globalizzazione neoliberista avanzi non solo con la gamba del libero mercato, ma anche con quella della violenza militare. È altrettanto evidente che la decisione degli Stati Uniti di rimettere in marcia il progetto di “scudo spaziale”, aprirà senza dubbio una nuova pericolosissima epoca di corsa agli armamenti.
Alla violenza militare bisogna aggiungere la vecchia violenza politica dei blocchi e degli embarghi che colpiscono interi popoli, politica ripetutamente condannata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite, ancora utilizzata contro i paesi del Sud del mondo con conseguenze anche peggiori della stessa guerra. Questo è il caso, ad esempio, dello spietato embargo contro il popolo iracheno, vero e proprio crimine contro l’umanità.
Ci troviamo dunque a dover attuare nuove forme di lotta contro le sfide della globalizzazione: proibire la fabbricazione delle armi nucleari e delle armi di distruzione di massa, proibire l’uso dell’uranio impoverito e degli altri materiali radioattivi, rispettare l’autodeterminazione e la sovranità degli stati, instaurare relazioni basate sul diritto internazionale rifiutando il “diritto di ingerenza” che, ripetiamo, è esercitato dai paesi capitalisti nei confronti dei piccoli stati e non solo quelli. Oggi di fronte ai pericoli creati dall’attuale clima internazionale e ai dubbi sulla cosiddetta “alleanza mondiale contro il terrorismo” guidata da Bush, la lotta per la pace deve tornare ad essere al centro della politica. O i popoli riescono ad imporre la pace o sarà la guerra contro di loro.

4. Regionalizzazione del mondo o potere unico

La globalizzazione neoliberista che ci troviamo di fronte è il prodotto di uno scenario ben determinato, un mondo unipolare nel quale c’è un’unica superpotenza in campo economico, politico e militare, nel dominio tecnologico in generale e nel controllo culturale e del pensiero: gli Stati Uniti.
Con la monopolarizzazione attuale (la caduta dell’Unione Sovietica e degli stati socialisti dell’est europeo ha permesso al grande capitalismo di essere più libero e pertanto più forte, mancando la funzione di contrappeso che nella scena internazionale svolgeva l’Unione Sovietica, al di la delle opinioni che si possono avere su quel tipo di socialismo), si va verso l’eliminazione, passo per passo, del modello di società internazionale basato sulla pluralità dei soggetti. Lo stesso dicasi per il diritto internazionale. Questo modello di società internazionale sta subendo, attualmente, continui attacchi, perdendo sostenza. Si utilizzano concetti sempre più ambigui e manipolati. Un esempio è il concetto di “comunità internazionale”. Questo concetto, tanto adoperato ai nostri giorni, non s’identifica più nell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, unica “comunità internazionale” alla quale poter riferire tale denominazione. Oggi s’identifica nelle “comunità internazionale” una volta la Nato, un’altra gli Stati Uniti e i suoi alleati, un’altra ancora gli Stati Uniti accompagnati esclusivamente dalla fedele Gran Bretagna e in fine solamente gli Stati Uniti senza nessun altro; tutto ciò senza che nessuno li abbia autorizzati a rappresentare tutta la “comunità internazionale”. Non è che il diritto internazionale sia violato ogni giorno dai paesi leaders del neoliberismo, in special modo gli Stati Uniti; è che la società internazionale sta vivendo passivamente un processo di distruzione del diritto internazionale (uno degli elementi di questo processo distruttore è rappresentato dall’evidente riduzione delle Nazioni Unite a una semplice organizzazione che ratifica gli abusi del potere globale degli Stati Uniti e dei suoi alleati) e si tenta di imporre un altro diritto internazionale basato sul cosiddetto “diritto d’ingerenza” stabilito dalla Nato.
Di fatto ci troviamo di fronte alla pura e semplice negazione del diritto internazionale e delle stesse Nazioni Unite. Il pensiero unico porta ad un’assenza del pensiero, così come il nuovo diritto internazionale della globalizzazione porta ad un’assenza di qualunque tipo di diritto internazionale degno di questo nome. Un mondo unipolare porta fatalmente a queste pericolose conseguenze. (Da qui nascono i dubbi sulla “alleanza mondiale contro il terrorismo” che tutti sappiamo essere di carattere unipolare). Di fronte a quest’implacabile realtà non valgono né i legittimi discorsi basati sui principi della democrazia internazionale, né tanto meno i discorsi etici. Solamente una politica realmente orientata a cambiare il rapporto di forze su scala mondiale potrà affrontare i gravi pericoli mondiali prodotti dalla monopolarizzazione.
L’umanità si trova dunque di fronte un’altra sfida: far avanzare un nuovo sistema internazionale basato sul libero raggruppamento regionale degli stati e di quei paesi che di per se stesso sono regioni del mondo, come ad esempio la Cina, la Russia, l’India.
Solo questo nuovo scenario internazionale permetterebbe di sprigionare innumerevoli forze democratiche e rivoluzionarie. Solo così si riequilibrerebbero i rapporti e si potrebbe vincere l’attuale unipolarismo.
Bisogna confrontarsi con la realtà: oggi moltissimi stati non hanno e non riuscirebbero ad avere la forza, salvo alcune eccezioni, da poter affrontare isolati il despotismo della globalizzazione neoliberista. Solo una libera regionalizzazione potrà creare le condizioni di un nuovo equilibrio capace di riorganizzare le relazioni internazionali su basi libere e democratiche.
Sono convinto che cambiare l’attuale mondo monopolare è possibile solo lavorando per la costruzione di un nuovo sistema d’equilibrio fra gli stati, equilibrio che si potrà conquistare, e questo è decisivo, solo tenendo in considerazione la tendenza obiettiva della globalizzazione. In altre parole, sulla base di una regionalizzazione del mondo, di una regionalizzazione che sappia unire la piena sovranità e personalità degli stati con l’unità regionale e il maggior protagonismo internazionale di quegli stati cui ho accennato che di per se stessi sono vere e proprie regioni mondiali.
Il cambiamento del rapporto di forza mondiale è un momento necessario, imprescindibile dalla lotta per l’alternativa al neoliberismo, per conseguire nuovi contenuti democratici e avanzamenti sociali di fronte all’attuale forza del grande capitalismo. Cambiamento necessario per aprire possibilità inedite, che permettano di accelerare, in condizioni migliori rispetto alle attuali, le potenzialità della globalizzazione obiettiva, di fronte alla dipendenza ed alle diseguaglianze generate dalla perversione della globalizzazione neoliberista.
È questa una sfida che sarà vinta solo se la sinistra, le sinistre (partiti e movimenti sociali), avranno le idee chiare e se sapranno elaborare una vera strategia di globalizzazione favorevole ai popoli e ai cittadini, strategia che obbligatoriamente sarà una strategia tendenzialmente socialista. È necessario che la lotta popolare contro la globalizzazione neoliberista si estenda su tutto il pianeta, tocchi tutti i problemi sociali senza tralasciarne alcuno, si organizzi e coordini sempre di più, precisando passo a passo i suoi contenuti teorici e politici, sommando alleati, sviluppando al massimo la solidarietà internazionalista.

Traduzione a cura di Roberto Di Fede