Globalizzazione e mondializzazione capitalista

“Il processo di mondializzazione segna l’inizio della fine del sistema nazionale in quanto alfa ed omega delle attività e delle strategie pianificate dall’uomo”

(Ricardo Petrella)

“I capitalismi nazionali sono caduti, si prende atto della inazione dei poteri pubblici, gli stati non difendono più gli interessi dei cittadini”

(sub Comandante Marcos)

E’ scioccante (e curioso) notare come due personalità così diverse e contrarie arrivino alle medesime considerazioni : la fine degli stati nazionali e delle economie nazionali con, tuttavia, maggior prudenza da parte dell’incensatore del sistema che parla solamente di “inizio della fine”.
La mondializzazione fa scorrere molto inchiostro e non è che sia una questione secondaria dal momento che dalla sua analisi discende la comprensione del mondo contemporaneo e la strategia per trasformarlo.

La mondializzazione e i suoi limiti

Le tesi avanzate nel movimento operaio possono essere cosi sintetizzate, pur provenendo da correnti diverse sia politiche che sindacali : “Il nuovo ordine consiste nell’unificazione del mondo in un unico mercato” ; “assistiamo ad un processo di autonomizzazione delle multinazionali rispetto ai loro Stati nazionali”.
Ricordiamo che ogni conclusione frettolosa nello studio di un fenomeno oltre ad avere conseguenze negative nella pratica, può, involontariamente, essere utile al capitale il quale, diffondendo la convinzione che stiamo già vivendo in un mondo mondializzato, mira a seminare la rassegnazione ed a giustificare il neoliberismo quale pretesa conseguenza della mondializzazione.
Quello che è certo è che stiamo vivendo un fenomeno di globalizzazione capitalista, vale a dire una politica stabilita dai più potenti stati imperialisti, con le loro multinazionali, politica che deve essere assunta ovunque, in ogni paese, con gli Stati Uniti che giocano il ruolo principale.
Questa globalizzazione è la via capitalista per assicurare, nonostante la crisi, il massimo profitto. Queste multinazionali sono gli avamposti nella gara al supersfruttamento : licenziamenti massicci, intensificazione dei ritmi di lavoro, “toyotismo”, flessibilità, precariato, rottura degli accordi collettivi, acquisizione di imprese precedentemente nazionalizzate.
La crisi finanziaria in Asia rivela i limiti del neoliberismo. La sovraccumulazione di capitali ha prodotto – specialmente nei confronti delle “Tigri”, quei paesi di cui si vantava l’esplosione economica per glorificare il capitalismo – la rovina di milioni di risparmiatori. Possiamo scorgervi la contro-pubblicità vivente per i difensori dei fondi-pensione.
Quasi spontaneamente in quei paesi è ricomparsa la resistenza popolare, con forme di lotta anche violente, pesino di tipo insurrezionale : Thailandia, Indonesia, Corea del Sud, Filippine… Abbiamo letto diverse obiezioni ai sostenitori di una economia mondializzata compiuta, con gli stati-nazione relegati ad un ruolo di scarso rilievo : ma quando il capitalismo è malato gli anelli più deboli della catena si ammalano anch’essi gravemente, ed allora ci si rende conto che in quei paesi la collera popolare, gli scioperi, l’opposizione alla crisi capitalista assumono un carattere prima di tutto nazionale.
Un’altra prova che il mondo non ha cancellato il ruolo delle nazioni ci viene dalle acute contraddizioni che si innescano fra stati nazionali ,specie imperialisti, che a volte assumono anche toni bellicosi.
“Noi dobbiamo mantenere in efficienza i meccanismi volti a dissuadere i nostri potenziali rivali che dovessero cercare di ricoprire un più importante ruolo regionale o mondiale” (Direttiva del Pentagono 1994/1999).
E non mancano neppure le dichiarazioni contro l’Unione europea : “Dobbiamo impedire all’Unione europea di contestare la nostra supremazia mondiale” (Dichiarazione del Pentagono).
Queste contraddizioni interimperialiste per la conquista dell’egemonia conducono ad un livello superiore il pericolo di guerra direttamente fra grandi potenze o per interposti paesi.
Il capitalismo rimane pur sempre la fonte oggettiva delle guerre. Negli attuali tentativi di spartizione del mondo per il loro profitto, gli imperialismi coalizzati e concorrenti hanno sempre scatenato la violenza contro gli “stati-birichini”, o “stati-mascalzoni”, concezione curiosa ed inammissibile per indicare gli stati contrari alla accettazione del nuovo ordine mondiale imperialista.
Abbiamo letto le giustificazioni per le aggressioni all’Irak ed alla Jugoslavia, che sono state anche guerre di rivalità fra le grandi potenze in quanto ognuna cercava di porre le sue pedine, di conquistare dei mercati a scapito delle altre.
La globalizzazione non può quindi essere considerata come l’estinzione degli stati e delle economie nazionali; siamo anzi di fronte ad una politica del capitale che può essere messa in scacco nell’ambito nazionale. L’imperialismo, al di là delle declamazioni demagogiche, non favorisce lo sviluppo industriale del Terzo Mondo.
La chiusura di imprese, le delocalizzazioni investono anche questi paesi nel momento in cui diventano potenziali concorrenti (nella Corea del Sud il settore degli elettrodomestici e dell’automobile) o quando la classe operaia scende in lotta per il miglioramento delle condizioni di lavoro e di salario.
In realtà l’imperialismo non “sviluppa” l’industria nei Paesi del Terzo Mondo se non a due condizioni:
a) che gli assicuri dei sovrapprofitti ;
b) che lo sviluppo del paese sia relativo e limitato (e i limiti sono fissati dalla potenza esterna).

Come si fa a parlare di una economia “mondializzata” quando l’mperialismo ricolonizza alcuni stati, ne domina altri e quando questi stessi paesi imperialisti si lanciano in sfrenate guerre commerciali a vantaggio del “loro paese” ? E’ più esatto parlare di estensione delle economie imperialiste “nazionali” e dei rapporti di produzione capitalista a tutti i continenti e a tutti i paesi.

Contributo all’analisi dell’odierno imperialismo

Il capitalismo permane allo stadio imperialista-monopolista del proprio sviluppo.
Principale caratteristica : la crescente internazionalizzazione della produzione.
Questo fenomeno non si è presentato con la “mondializzazione” o con la “globalizzazione” ma ha origine nel progresso economico e nello sviluppo capitalista di alcuni stati europei già nel Cinquecento. Questo fenomeno ha assunto proporzioni rilevanti con la formazione dello stadio imperialista del capitalismo, cioè più di cento anni or sono.
Questa internazionalizzazione si traduce in scambi economici, culturali, umani (ineguali). E qui osserviamo un fenomeno che non è intrinsecamente tipico del capitalismo. Gli scambi internazionali esistevano già con il feudalesimo, l’internazionalizzazione potrebbe anche rappresentare un punto di riferimento per uno sviluppo “uguale” fra nazioni che si fossero sbarazzate del sistema di sfruttamento dell’uomo sull’uomo, con la proprietà sociale dei mezzi di produzione, con una pianificazione mondiale ed una divisione internazionale del lavoro che consentisse finalmente all’umanità di finirla con la miseria, la disoccupazione, la carestia e l’analfabetismo.
La crescente internazionalizzazione rappresenta anche il simbolo della contraddizione fondamentale fra il carattere sempre più sociale delle forze produttive e l’appropriazione sempre più oligarchica del plusvalore.
Alcuni tratti di questo fenomeno sono o modificati o nuovi :
a) il mercato finanziario è oggi relativamente mondializzato (relativamente perché soltanto alcuni stati possiedono un mercato finanziario!), sulla base di lotte acute e di sviluppo ineguale fra piazze borsistiche sulle quali tre sono dominanti : New York, Tokyo e Londra;
b) grazie ai moderni sistemi di telecomunicazione gli scambi finanziari sono diventati istantanei, fatto che accentua ed accelera l’esportazione di capitali (il predominio di esportazione di capitali sull’esportazione di merci costituisce un tratto organico dell’imperialismo) ;
c) la finanza (capitalizzazione borsistica) attira i percettori di alti redditi ma anche l’azionariato operaio (sovente imposto, è vero) tanto che nei grandi stati imperialisti la borsa supera le banche nella loro qualità di raccolta di denaro destinato agli investimenti.
d) il massimo profitto rimane l’obiettivo fondamentale dei monopoli ma la sua ricerca a breve termine ed anche immediata diventa decisiva nella strategia delle imprese, da cui l’accelerazione dell’internazionalizzazione della speculazione finanziaria.
Questi dati confermano e rinforzano la supremazia del capitale finanziario, l’egemonia dell’oligarchia finanziaria negli stati capitalisti, una oligarchia che domina il mondo e che si divide, secondo i relativi pesi specifici, gli organismi finanziari sovranazionali : il Fondo monetario internazionale, l’Ocse, l’Omc, la Banca mondiale ecc. Così gli Stati Uniti si garantiscono l’egemonia mondiale.
Un altro dato riguarda l’internazionalizzazione del processo lavorativo. Il NET consente transazioni di ogni tipo, è in grado di scatenare tempeste borsistiche nella “nuova economia”, favorisce una gestione internazionalista delle imprese, dove la casa-madre che ha la sua sede in questo o quello stato imperialista decide di disettorializzare le proprie attività nelle filiali in altri stati spesso dipendenti, cosa che determina le delocalizzazione nel paese della casa-madre e la gestione centralizzata delle filiali in “tempo reale” grazie all’informatica.
Le società multinazionali gestiscono quindi le loro imprese dalla loro sede sociale su scala continentale ed anche mondiale. Prendiamo l’esempio della Ford: una holding, appositamente creata, che coordina tutte le attività in Europa, e la stessa cosa vale per la General Motors.
In questo modo le imprese all’estero si sono trasformate in “siti specializzati” sulla base di una divisione del lavoro molto spinta ; il centro decisionale, anche per le piccole operazioni, sta presso la sede sociale con una situazione di accresciuta dipendenza delle filiali rispetto alla multinazionale. Questa dipendenza concorre anche ad impedire una politica anticapitalista alternativa ; immaginiamoci un governo che nazionalizza una filiale della multinazionale e chiediamoci quale utilità nazionale e sociale può avere una fabbrica che produce esclusivamente tergicristalli di una Ford
prodotta in una decina di paesi !
La divisione fra Casa-madre e filiali aumenta in misura tale che attualmente il commercio interaziendale (specialmente americano, giapponese, tedesco) rappresenta un terzo del commercio mondiale. La Casa-madre conserva la padronanza assoluta di tutta la produzione e di tutto il commercio e lo attribuisce allo stato imperialista cui fa riferimento.
Lo stato capitalista nazionale continua a gestire gli interessi collettivi della borghesia monopolista; Washington, ad esempio, serve gli interessi della multinazionali americane ma, anche, funge da arbitro, se necessario, fra la Ford e la General Motors le quali, fra l’altro, hanno i loro avvocati e rappresentanti diretti nell’apparato statale.
Il neoliberismo e la crescente internazionalizzazione non modificano affatto il ruolo dello stato capitalista (nazionale) che continua ad essere l’organizzatore collettivo della classe capitalista, capace anche di subordinare gli interessi di un monopolio, anche di quello più potente, agli interessi superiori dell’insieme dei monopoli (vedi i processi a Microsoft e a Bill Gates).
Con l’imperialismo alcuni monopoli internazionali giocano un ruolo di primo piano nella valorizzazione della politica del loro stato borghese contribuendo all’assoggettamento di un dato paese dipendente : Elf e Total sono fra le armi dell’imperialismo francese per il controllo della sua aerea neocoloniale.
I mezzi di pressione degli stati imperialisti sono aumentati grazie anche alla istantaneità degli scambi finanziari, visto che le multinazionali o le banche, nazionali o continentali, possono colpire (con offensive speculative o con fulminea fuga di capitali) ogni scelta governativa di un paese giudicata contraria agli interessi della globalizzazione capitalista.
Tale “istantaneità”, però, non presenta soltanto vantaggi (per i monopoli) in quanto aggrava alcune contraddizioni del capitalismo : per esempio, ha largamente favorito il “crac” asiatico spandendo il panico. Da cui le proposte, anche da parte di certi neoliberisti, di regolamentazione internazionale dei mercati finanziari.
Il processo di internazionalizzazione non comporta attualmente la cancellazione delle origini e del carattere nazionale delle grandi imprese che restano controllate da una maggioranza azionaria del paese d’origine.
Inoltre se il commercio e gli investimenti si internazionalizzano, la maggior parte delle entrate e delle vendite si realizzano nel paese d’origine. Secondo gli esperti fra il 70 ed il 75 % del valore aggiunto delle multinazionali è stato prodotto del paese dove ha sede la casa-madre.
Fra le 100 imprese più attive all’estero, soltanto 18 vi raccolgono la maggior parte delle entrate ; un altro mito si rivela infondato, quello della pretesa “gestione internazionale” : nelle 500 maggiori imprese americane soltanto il 2,1 per cento dei membri dei consigli di amministrazione non sono americani.
Certo, gli Stati Uniti godono di un protezionismo speciale, ma anche se la partecipazione straniera è maggiore nelle imprese dell’Unione europea (ma non in Giappone), i consigli di amministrazione restano sotto la leadership dei capitalisti nazionali.
Un altro elemento che sottolinea il carattere “nazionale” dei capitalismi avanzati è dato dal fatto che le attività finanziarie e commerciali sono definite da ogni stato e questo per favorire le imprese locali. Questo vale anche nell’ambito dell’Unione europea dove, dietro “l’Unione” ufficiale, le rivalità sono tutt’altro che sopite.
Alcuni uomini di stato si distinguono anche, nelle loro vesti ufficiali, quali agenti di commercio dei loro monopoli nazionali (vedi il presidente Chirac per l’Airbus o per il TGV). Le garanzie, le esenzioni, le tariffe preferenziali delle quali usufruiscono le grandi imprese sono concesse dagli stati e nello stesso modo la maggior parte delle ricerca e dello spionaggio industriale sono condotti a profitto delle rispettive “nazioni”.
La cooperazione in questo settore diventa operante soltanto quando il più forte ha imposto il prezzo di monopolio per ricavarne sostanziali profitti ed anche gli stessi progetti europei “comuni” si collocano sotto il controllo di questo o di quello stato in questo od in quel settore.
La congiuntura (con pericolo di crac) ha obbligato le 100 maggiori imprese mondiali a ridurre le attività all’estero a causa delle condizioni economiche incerte, delle rivolte sociali in alcuni stati neo colonizzati o dipendenti.
Tutto ciò induce a delle riflessioni: il processo di mondializzazione è una tendenza dello sviluppo economico ma esistono limiti obiettivi che costituiscono una controtendenza e che sono sufficientemente forti da autorizzare a pensare che il processo di mondializzazione è lungi dall’essere concluso.
Ma c’è di più, il neoliberismo globalizzato si trova di fronte all’acuirsi delle contraddizioni che esso stesso produce, come la ricolonizzazione in marcia nel Terzo Mondo, che contraddice la mondializzazione sbandierata dagli incensatori del capitale e che porta alla rovina alcune economie nazionali, il che spinge i monopoli ad una ridislocazione interna.
Il modo di produzione capitalista si caratterizza ancora oggi su scala mondiale per il dominio di un piccolo gruppo di stati imperialisti (le medesime potenze dell’inizio del Novecento ma con una gerarchia modificata).
L’alta tecnologia e la ricerca sono concentrate in cinque paesi (che posseggono oltre l’80 % dei brevetti mondiali).
Gli investimenti diretti all’estero (IDE) sono aumentati cinque volte più del valore di tutto il commercio, dieci volte più della produzione industriale. Questi investimenti diretti all’estero riguardano soprattutto movimenti speculativi (ricerca del massimo profitto immediato) il che contribuisce ad aggravare le fluttuazioni e le tempeste borsistiche con relativi “crac” o rischi di “crac”: ieri l’Asia e domani la Russia e il Brasile ? Abbiamo qui un fattore di aggravamento della crisi strutturale del capitalismo.
Gli investimenti diretti all’estero mettono in movimento la più grande massa finanziaria mai raggiunta in passato: nel 1995 gli IDE sono stati di 230 miliardi di dollari ma stanno raggiungendo i 5.200 miliardi di dollari.
Questi movimenti riguardano soprattutto cinque potenze : gli Stati Uniti, il Giappone, la Germania, la Francia ed il Regno Unito, che controllano il 65 % delle transazioni mondiali, ma con forti diseguaglianze fra di loro , dato che gli Stati Uniti, da soli, totalizzano il 25 % delle transazioni mondiali ( tutto il Terzo Mondo considerato complessivamente raggiunge a stento un 6 %) .
Nell’ultimo decennio gli IDE degli stati imperialisti in direzione dei paesi del Terzo Mondo si sono moltiplicati per cinque e l’Asia è il bersaglio di queste transazioni nel 70 % dei casi.
L’Africa è un continente che rappresenta soltanto il 4 % del complesso degli IDE (essenzialmente contano l’Africa del Sud e gli stati petroliferi). L’Europa centrale e dell’est non è meglio piazzata, con il 6,5% degli IDE.
Da tutte queste cifre possiamo ricavarne alcuni insegnamenti : la legge capitalista-imperialista dello sviluppo diseguale è attuale più che mai e va addirittura inasprendosi. Si è quindi ben lontani da una economia mondiale ed integrata ed anche da una “ineguaglianza relativa all’interno dello sviluppo mondiale”. Gli IDE rivestono soprattutto un carattere essenzialmente speculativo : il 90% degli IDE nord-americani riguardano acquisizioni relative ai processi di privatizzazione.
Quando gli IDE si collocano a livello produttivo questo avviene soltanto nei paesi nei quali i salari sono più bassi di quelli del paese d’origine. L’ora media di lavoro è pagata 1,5 dollari nell’Europa dell’est contro 2,6 dollari in Germania e questo spiega la penetrazione economica dell’imperialismo tedesco in quelle aree.
In ogni modo, gli IDE non sono che una minima parte della speculazione finanziaria, in quanto ogni giorno nelle principali piazze borsistiche sono scambiati 1.230 miliardi di dollari (cinque volte quindi il bilancio annuale di un paese come la Francia).
Questo tumore finanziario è alimentato mette in chiaro più che mai il carattere parassitario del capitalismo.
L’aumento del volume delle operazioni bancarie è superiore al volume del commercio mondiale : su 70 dollari scambiati sul mercato monetario, un solo dollaro corrisponde ad un effettivo scambio di beni o di servizi.
Il commercio mondiale delle merci raggiunge i 3.000 miliardi di dollari mentre la quantità di danaro legata ai crediti bancari o borsistici tocca la cifra vertiginosa di 75.000 miliardi di dollari, prova questa del carattere putrescente di questo sistema dominato dal capitale finanziario e da una oligarchia finanziaria.

Le multinazionali e gli Stati nazionali

Certuni teorici del movimento operaio sostengono l’idea che le multinazionali distruggano le prerogative dello stato-nazione e che sono diventate le vere padrone del mondo.
E’ evidente che oggi l’economia conferma largamente la caratteristica secondo la quale l’imperialismo è il capitalismo dei monopoli, il che significa centralizzazione e concentrazione del capitale.
Nel 1969 si contavano 7.300 società multinazionali ; attualmente ce ne sono 37.000 che operano in un mondo segnato dalla crescente internazionalizzazione delle forze produttive.
Sui 200 più grandi monopoli mondiali, 166, vale a dire l’83 %, appartengono alle cinque maggiori potenze imperialiste.

Paesi Aziende Prodotto lordo

(in milioni di dollari)

Stati Uniti 80 1305.5
Giappone 35 657.3
Regno Unito 18 264.7
Germania 17 207.5
Francia 16 182.6

Si noti che l’Unione europea conta 64 aziende, il che indica la sua posizione di potenziale rivale degli Stati Uniti. Tuttavia queste cifre non tengono conto del fatto che attualmente questi monopoli agiscono principalmente secondo gli interessi imperialisti del “loro” stato.
Questi 200 oligopoli realizzano il 30 per cento del prodotto mondiale lordo.
In precedenza abbiamo ricordato il rapporto esistente fra la “casa-madre” e le filiali ed abbiamo concluso che la politica delle multinazionali è duplice: centralizzazione accresciuta dei capitali e delle prerogative decisionali all’interno delle sedi sociali, e decentralizzazione della produzione nelle filiali installate in altri paesi.
Si tratta di linee di tendenza in quanto, come abbiamo visto, le delocalizzazioni non sono una esclusiva di alcuni stati sviluppati.
Ma la situazione è drammatica per il Terzo Mondo, raggiunto da misure di aggiustamento strutturale decise dall’imperialismo, misure che, tanto per cominciare, conducono spesso alla liquidazione delle tradizionali industrie locali. Ottanta paesi si sono visti imporre “ misure di aggiustamento” che hanno determinato aumento della disoccupazione, impoverimento assoluto per la popolazione, austerità ed anche rovina del paese. In realtà gli stati sviluppati hanno intravisto la soluzione della crisi di sovrapproduzione nella esportazione di beni strumentali in paesi che ne sono sprovvisti. Ma questo è soltanto un palliativo di breve periodo.
Questa tendenza dell’imperialismo induce le multinazionali a trasferire una parte della produzione, con pesanti conseguenze per il proletariato degli stessi paesi imperialisti : disoccupazione, diminuzione dei salari a causa della concorrenza, ecc. Qui la divisione internazionale del lavoro assume caratteri se non nuovi almeno accentuati rispetto a prima, con la parcellizzazione dei compiti su scala internazionale. In tal modo il massimo profitto è garantito poiché il salario ( a parità di lavoro) varia da 1 a 30 fra la “casa-madre” e le filiali.
Una divisione internazionale del lavoro di questo tipo non fa che aumentare l’interdipendenza attraverso la dipendenza anche per gli stati di capitalismo sviluppato nei confronti dei tre centri imperialisti maggiori. Ma questo significa forse la formazione di una macro-economia mondiale ? No, perché ci sono sempre gli stati che con le “loro” multinazionali formano un meccanismo di interazione complessa (vedi le precedenti considerazioni a proposito del passaggio di dirigenti da società private alle strutture di stato e viceversa).
Le 37.000 multinazionali sono fra loro di “peso” diseguale, dato che la concentrazione e la centralizzazione del capitale sono in continuo movimento, ma il ruolo decisivo è svolto dalle 200 più grosse , pur fra le loro rivalità : le fusioni-acquisizioni continuano a moltiplicarsi e gli stati sono chiamati ad assumere funzioni importanti in questo processo.
La questione è molto complessa e noi pensiamo che si faccia non poca confusione fra la politica di liquidazione delle sovranità nazionali condotta in nome del neoliberismo dal capitale finanziario per la “liberalizzazione” dei mercati – ma per impedire anche forme nazionali di resistenza – e la dissoluzione dello stato-nazione.
Nella storia molti paesi hanno vissuto sotto il giogo militare o politico di un aggressore : i paesi perdevano la loro libertà e la loro indipendenza, ma non solo quelle nazioni non sono state distrutte, ma è stato proprio il loro sentimento nazionale che ha dato loro la forza di insorgere e di cacciare l’invasore.
Il capitalismo, a maggior ragione allo stadio dell’imperialismo, è retto dalla legge dello sviluppo ineguale, fonte obiettiva questa di contraddizioni e di rivalità fra gli stati e fra i monopoli. Alcuni paesi assurgono a posizioni dominanti assoggettando e saccheggiandone altri, altri paesi assumono l’egemonia mondiale e poi la perdono. La particolarità del mondo contemporaneo sta nel fatto che gli Stati Uniti schiacciano il mondo sotto il loro dominio e dirigono la politica della maggior parte dei paesi secondo i loro stretti interessi.
Infatti, due paesi, il Giappone e la Germania rappresentano una effettiva entità politica ed economica e possono essere concorrenziali con gli Stati Uniti.
Dal punto di vista del capitalismo, esistono tre tipi di stati :
a) gli Stati imperialisti “dominanti” in lotta per l’egemonia mondiale: Stati Uniti, Giappone, Germania che controllano vaste aree economiche continentali. Gli Stati Uniti, il solo stato con influenza transcontinentale, è l’unico ad essere totalmente “indipendente”, tanto che i suoi rivali sono parzialmente sottoposti all’imperialismo statunitense in forza dell’occupazione militare ; il che può causare pressioni o conflitti armati se l’egemonia americana fosse contestata.
b) altri Stati imperialisti “dominanti-dominati” per via della diseguaglianza dello sviluppo. Dominanti sui paesi più deboli: se si prende per esempio la Francia si osserva che ha messo le mani su tre grossi monopoli belgi e che continua a spadroneggiare negli stati della “zona franca” in Africa nera.Ma anche dominati: perché dipendono in modo più o meno parziale da imperialismi più potenti. In Francia attualmente gli Stati Uniti, il Giappone e la Germania posseggono il 30 % del capitale delle imprese locali.
c) gli stati capitalisti o pre-capitalisti sia dipendenti, sia totalmente subordinati in via di ricolonizzazione con sistemi modificati quali il sovra-indebitamento, la filializzazione dell’economia, il ruolo del Fondo monetario internazionale e gli interventi strutturali.

Previsioni del Prodotto Interno Lordo nel 2020

Paesi (o blocchi di paesi) % sul PIL mondiale
Unione Europea 12
Stati Uniti 11
Giappone 5
Cina Russia India Brasile Indonesia 35

Dalla tabella qui sopra prima di procedere ad un’analisi approfondita sarà bene evitare facili interpretazioni erronee.
A – niente è più instabile dell’imperialismo, dato che le lotte e le incessanti rivalità fra i Paesi del primo tipo possono sempre indurre un Paese a rafforzarsi a scàpito degli altri. ;
B – ricordiamoci sempre che le forme di assoggettamento e di dominio si manifestano oggi per via economica più che attraverso interventi ed occupazione militare e che di conseguenza l’oppressione è meno evidente e visibile, più facile ad essere mascherata.
C – negli Stati imperialisti (dominanti/dominati) la borghesia monopolista nazionale non è affatto una vittima in quanto la sovranità e l’indipendenza delle nazioni sono diventate un peso per il capitale finanziario e l’organismo nazionale è considerato un impedimento alla realizzazione del massimo profitto.
Il dominio di uno Stato su un altro determina, da parte del Paese dominato, ma imperialista, la volontà di conquistare quello o quell’altro Paese più debole, secondo la legge della ineguaglianza dello sviluppo.
Quindi, nessuna “sacra unione” con la propria borghesia, nessun sostegno all’imperialismo del proprio Paese contro gli Stati Uniti per esempio, ma lotta globale internazionale contro l’imperialismo mondiale e nazionale, contro l’imperialismo ed il capitalismo del “proprio” Paese ; bisogna organizzare la solidarietà internazionalista di tutti gli sfruttati.

Fisionomia degli Stati imperialisti: rivalità e pericolo di guerra

Tutta questa analisi si fonda sull’imperialismo conosciuto quale stadio economico del capitalismo e non solamente come una “politica estera aggressiva di uno Stato”
Il nuovo ordine mondiale dominato dagli Stati Uniti non significa che il capitalismo si presenti come un insieme unito e compatto.
Questa unità (relativa) ha preso il sopravvento dopo la seconda guerra mondiale quando esisteva un campo socialista, ma adesso le rivalità ed i conflitti possono anche scatenarsi.
Al centro di queste rivalità si collocano tre Stati o blocchi di Stati: gli Stati Uniti, il Giappone, l’Unione europea. Nel 21° secolo l’egemonia americana può essere messa in pericolo come lo dimostra la tabella che segue e che riguardale previsioni economiche da qui a venti anni

Obbligazioni emesse 1996 1997 1998 1999
Dollari (in miliardi) 173.2 252.1 227.3 193.9
Euro (in miliardi di dollari) 4.7 9.6 77.9 330.2

Naturalmente queste sono soltanto indicazioni di possibilità ma mostrano ugualmente che stiamo andando verso un periodo di grande instabilità visto che gli Stati Uniti sono minacciati nelle loro leadership e che i dirigenti americani non nascondono i loro timori rilasciando dichiarazioni bellicose.: “L’euro potrebbe condurci alla guerra” (J.Feldstein, consigliere economico del presidente Bush). Queste paure sono confermate da alcuni indici economici.
Questa perdita di egemonia si tradurrà in tentativi di ripartizione del mondo a vantaggio degli imperialismi in ascesa anche se su basi d’incertezza in quanto la stessa Unione europea (a condizione che si costituisca in un unico Stato e più soltanto un blocco) non sarebbe in grado di imporre una effettiva egemonia.

Le forze imperialiste in campo

Gli Stati Uniti si apprestano da subito ad affrontare i loro concorrenti ; il potenziale è grande, gli Stati Uniti rimangono nettamente la prima potenza mondiale. “il nuovo ordine mondiale” è stato costruito su loro iniziativa, impulso e direzione, il loro dominio è evidente negli organismi internazionali (Fondo monetario internazionale, Ocde, Osce, G7, Nato, Banca mondiale, Organizzazione mondiale del commercio, Nazioni Unite) ed anche se si manifestano sovente delle resistenze da parte di altri Paesi capitalisti, gli Stati Uniti, almeno per il momento, ne vengono a capo facilmente.
Le più ricche multinazionali sono statunitensi e servono gli interessi del loro imperialismo. Le armi degli Stati Uniti per assicurare l’egemonia sono molteplici :
– ordine neo-liberale globale orchestrato da loro stessi ;
– ingerenze politiche nelle scelte politiche degli altri Stati ;
– pressioni militari comprese quelle sui loro “alleati” ;
– guerre con l’impiego di armi nuove ad alta tecnologia (scudo spaziale, ndt)
– terrorismo di Stato con bombardamenti od invasione di Stati che non rappresentano alcuna minaccia per gli Stati Uniti (Somalia, Afganistan, Grenada ecc.)
n abolizione di alcune misure protezioniste di altri Stati (progetto AMI)
– allargamento all’Est della Nato
– pressioni sull’Unione europea con il sostegno della Gran Bretagna, sempre molto disponibile a difendere gli interessi USA in seno all’Unione ;
– mercato nord-americano ALENA

Economicamente la situazione è più contradditoria ; i tassi di crescita, la “ripresa”, sono più marcati negli USA che non in Europa ed in Giappone, i livelli di disoccupazione meno ; ma tutto ciò è indice di un carattere largamente artificiale :come la rivitalizzazione delle capacità produttive per l’esportazione ( a scàpito dei rivali) che produce una restrizione del mercato globale per i concorrenti con conseguenze prevedibili per l’economia americana, ed infine l’occupazione, aumentata specialmente nel settore dei servizi, deve essere considerata più un incremento di “posti di lavoro” che non un effettivo allargamento di impieghi.
Gli ostacoli rimangono, il deficit commerciale, il debito colossale, il ricorso a prestiti esteri che fanno degli Stati Uniti il debitore n.1. Infine le contraddizioni organiche legate alla leadership, il peso delle spese militari: 262 miliardi di dollari (il 37 per cento delle spese militari del mondo nel 1995) contro i 150 miliardi dell’Unione europea nella quale la grande maggioranza degli Stati fa parte della Nato, o vi sono associati e i 42 miliardi del Giappone. La Cina è ferma a 6 miliardi.
Questa voragine finanziaria per la guerra se da una parte assicura l’incontestabile egemonia degli Stati Uniti, dall’altra aggrava i loro handicap economici. L’arsenale americano rappresenta il più massiccio potenziale di distruzione del pianeta al servizio non dei “diritti dell’uomo”, non della pace ma dei soli multimiliardari nord-americani.
Nello stesso tempo, il 30 per cento della popolazione nord-americana è costituito da analfabeti, 45 milioni di americani vivono al di sotto della soglia di povertà (specialmente neri e portoricani). Gli Stati Uniti restano il Paese della discriminazione razziale, dei ghetti, della estrema polarizzazione.

L’Unione europea (UE)
Per il momento l’Unione europea rappresenta il tentativo di un cartello (una sigla che rappresenta un consorzio di imprese, ndt ), di un blocco di Stati imperialisti associati (ma concorrenti). L’obiettivo dei monopoli e degli Stati francese, tedesco, britannico, era quello di trovare una soluzione alla sovraproduzione dovuta (secondo loro) alla ristrettezza dei mercati nazionali con la “libera circolazione dei capitali e degli individui” là dove la redditività è più alta e di formare, anche, un possente imperialismo “europeo” capace di fronteggiare gli americani e la loro egemonia.
L’UE è una creazione del capitale finanziario con scopi di classe incurante delle aspirazioni popolari alla cooperazione, all’accordo ed all’avvicinamento; si tratta di una operazione reazionaria su tutta la linea.
Questo blocco imperialista in via di formazione presenta un potenziale alto nella lotta concorrenziale con gli altri imperialismi. L’UE (federata) raggrupperebbe 30 Paesi con 600 milioni di abitanti . Attualmente la potenza dominante è la Germania. “Il miracolo economico tedesco” era basato sulla priorità accordata agli investimenti nelle nuove tecnologie e sul mercato interno, dato che non era più una potenza (neo)coloniale. Fra le 37.000 multinazionali mondiali, 7.500 sono tedesche. La Germania, per esempio, controlla fette importanti dell’economia francese, la sua rivale n.1. Ma il “miracolo” si sgonfia e l’annessione della Repubblica Democratica Tedesca unitamente all’aumento dell’inflazione e della disoccupazione dimostrano che la ripresa in Germania è molto meno marcata rispetto ai Paesi vicini.
Nel campo politico e diplomatico la Germania è stata all’avanguardia per l’unificazione sempre più organica dell’Europa ed inoltre la sua concorrenzialità con gli Stati Uniti passa attraverso la costituzione di una entità europea unita: la Germania aspira ad una federazione che cancellerebbe gli Stati-Nazione operando in basso una provincializzazione ed in alto una sovranazionalità.

Finora niente è ancora compromesso ; gli imperialismi francese ed inglese sono esitanti fra strategie diverse. Per il momento la Francia è ancorata a “l’asse Berlino (Bonn)-Parigi” per giungere, nella scia tedesca, alla costituzione di una grande potenza imperialista in Europa, non esitando a sacrificare, su questa strada, le conquiste sociali della Resistenza antifascista pur di soddisfare il raggiungimento del massimo profitto.
Alcuni elementi, di recente, hanno dimostrato che l’imperialismo francese è impegnato in una contro-offensiva voluta da alcuni monopoli : fusioni nel settore bancario e dell’armamento, partecipazioni od acquisizioni del controllo di EDF nel settore elettrico ed energetico di molti Stati, penetrazione economica in Belgio, situazione di relativa pausa nella crisi. Sono sintomi di un tentativo di modificare la gerarchia all’interno dell’asse Berlino-Parigi con il riavvicinamento Londra-Berlino come risposta ? Solo l’avvenire ce lo dirà.
La Gran Bretagna rimane una potenza imperialista indebolita ma non trascurabile dal punto di vista finanziario e militare. La sua tradizionale strategia era quella di avere in piede in Europa pur sviluppando l’alleanza preferenziale con gli Stati Uniti dei quali è il cavallo di Troia nell’Unione europea. Anche qui sembra che ci siano dei cambiamenti, specie con l’adesione al “progetto europeo di difesa” (dichiarazione di St.Malo) allineandosi quindi sulle preoccupazioni francesi e tedesche circa la necessità di un esercito europeo dopo l’esperienza della guerra contro la Jugoslavia.
I popoli non hanno perciò da attendersi niente di buono da questa UE il cui bilancio per i lavoratori è catastrofico : 52 milioni di disoccupati, dal 25 al 30 per cento della popolazione europea che vive al di sotto della soglia di povertà. Questa economia “continentale” che ha distrutto l’elemento di sovranità, le conquiste, i contratti collettivi, è passata grazie alle forze riformiste sindacali e politiche, totalmente asservite all’Europa capitalista.
La CES è un tavolo di registrazione delle decisioni e degli ordini del padronato, una forza di accompagnamento che mira, predicando la collaborazione di classe, a stroncare la lotta di classe ed a facilitare la costruzione dell’Europa dei monopoli.

Il proletariato, i lavoratori d’Europa non hanno nulla da guadagnare nel progetto capitalista europeo se non massicci licenziamenti travestiti da “razionalizzazione”, impoverimento di alcune popolazioni attraverso la desertificazione di intere regioni (vedi la sorte dell’ex RDT con il 30 per cento di disoccupati), le crescenti disuguaglianze sociali. Non c’era alcun bisogno dell’UE per viaggiare, lavorare e studiare all’estero ; al contrario sarà il nemico, la borghesia monopolista europea che uscirà rafforzata dalla regressione sociale ed economica generalizzata.
A noi, sindacalisti di classe, di trovare le forme della battaglia comune per sostenere le nostre rivendicazioni. Questa UE è diretta dai monopolisti e dagli Stati al loro servizio ; noi saremo presto in una “impasse” se non ci proponessimo di trasformare dall’interno questa sovrastruttura reazionaria. E’ necessario impegnarci nella internazionalizzazione delle lotte contro il progetto imperialista europeo.

Il Giappone
L’altro polo (il secondo per importanza) del triangolo che domina il mondo, Il Giappone ha trasferito oltre mare una gran parte delle proprie industrie ed è all’avanguardia nella divisione e nella parcellizzazione intenazionale del lavoro : grandi imprese e moltissimi sub-fornitori (vedi la Toyota con 36.000 sub-fornitori).
Nelle filiali il Giappone impone il più lungo orario di lavoro del mondo, i ritmo più infernali a fronte di salari molto bassi. Conduce una politica di “cartello” e di continentalizzazione dell’Asia del Sud-est sotto la maschera dell’ASEAN. Il controllo di questo organismo è assolutamente di vitale importanza per l’espansionismo e l’imperialismo giapponesi.
Il rafforzamento dell’economia giapponese, specialmente nel settore finanziario (anni Ottanta e Novanta) ha disturbato sia Wall Street sia il Pentagono che hanno contrattaccato con una offensiva protezionista specialmente nel settore automobilistico. In seguito, il rallentamento dell’economia ha obbligato lo Stato giapponese ad intervenire per rilanciare l’economia sino a raggiungere altezze equivalenti a 1.300 miliardi di lire ma la crescita ne è risultata minima.
Nonostante l’innegabile dinamismo, la presenza di forti multinazionali, la capacità di innovazione ed il supersfruttamento operaio, il Giappone incontra ostacoli seri nella sua lotta per l’egemonia. Il suo debito non convertibile ha raggiunto una cifra equivalente a 1.100 miliardi di lire, che rappresenta circa il 10 per cento del prodotto interno lordo giapponese.
Da non dimenticare che la dipendenza giapponese nei confronti degli Stati Uniti rimane pesante : l’autosufficienza alimentare non supera il 22 per cento dei beni consumati (in Germania è del 75 per cento e negli Stati Uniti del 70 per cento). Ne consegue che il Giappone è il maggior importatore del mondo di prodotti agricoli. Ancora più grave la bilancia energetica : il Giappone produce appena lo 0,3 per cento dell’energia che consuma. Questa situazione lo pone sotto il pieno controllo americano per quanto riguarda le sue importazioni di petrolio.

L’obiettivo del Giappone è dunque quello di rappresentare una grande potenza in Asia come base per una ulteriore espansione e già alcuni monopoli richiamano la “grandezza militare passata” e la “necessita di spazio vitale”. Anche da questo punto di vista il Giappone fa parte integrante della spartizione del mondo.

La ricolonizzazione del “Terzo Mondo”

Oggi la ricolonizzazione assume forme differenti da quelle tradizionali. Gli Stati rimangono formalmente indipendenti ma tutte le loro prerogative economiche e sociali sono loro sottratte. Gli Stati del Terzo Mondo sono le vittime più colpite dalla globalizzazione neo-liberale. Nell’Asia del Sud-est, molti Stati limitavano le partecipazioni straniere al capitale delle imprese ad un massimo del 25 per cento ed allora il Fondo monetario internazionale li ha “convinti” ad elevare il limite al 53 per cento. Non è solo che un esempio del processo di ricolonizzazione in una regione che è, tuttavia, relativamente sviluppata. Il dominio delle grandi potenze imperialiste si esercita anche attraverso la presenza delle loro multinazionali o mediante l’opera degli organismi sovranazionali quali la Banca mondiale, il WTO, ecc.
La Banca mondiale concede prestiti agli Stati i quali, sulla base dell’indebitamento conseguente, devono fare propri gli orientamenti del neo-liberalismo.
Il Fondo monetario internazionale gestisce le monete : è proprio il Fondo che impone e vigila che la restituzione del debito avvenga con profitto del capitale finanziario internazionale. Si attua con l’esclusione dal potere dei “capitalisti nazionali” rimpiazzati dai settori “compradori” della borghesia i quali, in quanto agenti dell’imperialismo (e campando sullo scambio diseguale) si incaricano di fare applicare le misure neo-liberali : drastica riduzione delle spese per l’educazione e la sanità, licenziamento di funzionari, liquidazione del settore statale e privatizzazioni, svalutazione della moneta senza alcuna compensazione economica per le popolazioni, soppressione dei prodotti sovvenzionati (molto spesso prodotti alimentari di base). La politica di bilancio (una delle prerogative essenziali della sovranità) è fissata dal Fondo monetario internazionale.

Il WTO è lo strumento di penetrazione delle multinazionali : liquidazione delle industrie tradizionali, “filializzazione” delle fabbriche collegate ai monopoli mondiali. Questo “libero scambio” generalizza e sistematizza lo scambio ineguale a vantaggio, per il 70 per cento, degli Stati imperialisti.
Le conseguenze sociali sono catastrofiche : il 75 per cento dell’umanità vive in miseria. Le malattie uccidono milioni di persone, il supersfruttamento, la schiavitù con tratta sessuale dei bambini e la prostituzione sono il “compenso” , il “premio” per oltre un miliardo di persone
Duecentoquindici milioni di africani sono sotto-alimentati, un milione e trecentomila uomini e donne vivono con meno dell’equivalente di un dollaro al giorno (poco più di 2.000 lire), seicento milioni sono in Africa i senza tetto.

La spartizione del mondo e il pericolo di guerra

Tratto rilevante dell’imperialismo, sulla base dello sviluppo diseguale, è che vi è una lotta senza esclusione di colpi per la spartizione del mondo fra le grandi potenze capitaliste. L’esistenza dell’Unione sovietica, qualunque cosa se ne potesse pensare, costituiva il maggior ostacolo allo straripamento imperialista, al neo-liberalismo, alla ricolonizzazione ed alla guerra. Per limitare gli effetti della crisi strutturale di sovra-produzione, l’imperialismo ha la necessità imperativa di conquistare nuovi mercati, di sfruttare le risorse del sottosuolo al minor costo possibile.
Il 70 per cento delle riserve mondiali di gas è concentrato nel Medio Oriente e nel Mar Caspio. La guerra contro l’Iraq e contro la Jugoslavia sono state le barbare premesse di un conflitto più grande in quella regione del globo, dove le transnazionali al servizio dei loro Stati sono fra di loro in lotta feroce. I disordini in Kurdistan, Cecenia, Afganistan, Georgia, Medio Oriente sono causati dalle potenze imperialiste che si nascondono dietro le opposte fazioni locali. La formazione dell ‘Unione europea, dell’Alena, dell’Asean dimostra che la continentalizzazione è posta al servizio della guerra e domandiamoci fino a dove si spingerà la follia omicida dell’imperialismo avido di profitti. Nessuno lo può ancora dire con precisione. La guerra mondiale per due volte è cominciata dal continente europeo e quello che è successo in Jugoslavia ci obbliga alla vigilanza, a tenere d’occhio la Nato.
La lotta contro il pericolo di guerra, la corsa agli armamenti, la militarizzazione dell’economia, i conflitti armati sotto l’egida delle grandi potenze capitaliste, è diventato il compito prioritario delle forze proletarie e delle loro organizzazioni. I sindacati devono innalzare la bandiera della lotta contro la guerra, ispirandosi ai successi dei lavoratori greci al tempo dell’aggressione americana ed europea contro la Jugoslavia.

Traduzione di S.R. e E. P