Gli USA in Iraq: crimini e illegalità

Si dice che la prima vittima della guerra è la verità. In realtà non è che la verità ne sia la vittima, il fatto è che la guerra è sempre partorita da una grande menzogna. Ciò perché si tratta di un evento così profondamente antiumano che l’opinione pubblica difficilmente potrebbe accettarla, cioè accettare le politiche che la preparano, la programmano e la mettono in cantiere. La guerra non può essere”venduta” sul mercato della politica, se non a prezzo di una colossale mistificazione della realtà, sia sulla natura stessa della guerra, sia sulle cause che l’originano e la renderebbero necessaria. E tuttavia mai, come nel caso del conflitto attualmente in corso contro l’Iraq, una guerra è stata scatenata sotto l’usbergo di pretesti così falsi e inconsistenti, da apparire inverosimili.
D’altro canto la guerra nella sua cruda, non mascherabile, realtà materiale, fatta di stragi, di distruzioni, di morte promessa e realizzata, è un evento che non può essere addomesticato, edulcorato o annacquato. E’ un evento che ci interroga tutti e ci costringe a fare i conti con la realtà. Di fronte ad una tragedia come quella dell’Iraq, che ha le dimensioni di una svolta della Storia, come lo fu, in un differente contesto, il 1939, la politica (come l’etica) ha l’obbligo di dire la verità. Non ci possono essere mezze misure, mezze verità, mezze decisioni. Non è più possibile nessuna forma di indulgenza politica, che non sia complicità, verso quel potere imperiale, che in passato molti sono stati orgogliosi di servire, proprio perché la dimensione del disastro è così immanente che non può più essere ignorata o nascosta.
Bisogna uscire definitivamente e per sempre dal territorio della menzogna e dal gioco delle finzioni.

La prima finzione è quella di credere che l’Iraq rappresentasse una minaccia per qualcuno a cagione del possesso di armi di distruzione di massa.
A differenza del 1990, l’Iraq non aveva compiuto alcuna aggressione, non occupava militarmente territori non suoi e non aveva posto in essere nessuna minaccia alla pace o alla sicurezza internazionale. La minaccia irachena semplicemente non esisteva e non è mai esistita.
L’unica minaccia alla pace che esisteva nella regione era la controversia fra gli Stati Uniti e la Gran Bretagna che, dall’estate dell’anno scorso, hanno cominciato ad ammassare truppe nel Golfo, incolpando l’Iraq, di non aver dato completa esecuzione agli obblighi di disarmo impostigli dal Consiglio di Sicurezza, all’indomani della guerra del Golfo, e minacciando di farsi giustizia da sé mediante un attacco armato.
Per sventare tale pericolo Il Consiglio di Sicurezza, nell’esercizio delle sue competenze nella gestione dell’ordine pubblico mondiale, aveva giustamente preso in mano la situazione, avviando con la Risoluzione 1441, un rinnovato e drastico programma di controllo del disarmo, ed inviando in Iraq un corpo di Ispettori, dotati di attrezzature di ogni tipo e di poteri così intensi e penetranti che non sono mai stati esercitati da organismi internazionali nei confronti di uno Stato sovrano.
Dalla fine di novembre, gli ispettori avevano compiuto più di 550 ispezioni in oltre 350 siti, ottenendo accesso incondizionato ovunque e procedendo alla distruzione di un sistema missilistico, che superava di una decina di chilometri il raggio massimo consentito.
Il Capo degli ispettori, Hans Blix, nella ultima relazione presentata al Consiglio di Sicurezza il 6 marzo scorso aveva dato atto della leale collaborazione dell’Iraq al programma di controllo del disarmo ed aveva dichiarato che la missione degli Ispettori poteva essere portata a compimento nel lasso di qualche mese.
La seconda finzione è quella di credere che l’intervento militare costituisca una sorta di “disarmo forzato”.
A prescindere dal fatto che un “disarmo forzato” non sarebbe una operazione meno illecita di ogni altro intervento militare, il pretesto del “disarmo forzato” è stato completamente smantellato proprio dalla ripresa delle ispezioni dell’ONU. E’ evidente, infatti, che gli Ispettori inviati dal Consiglio di Sicurezza stavano attuando proprio il “disarmo forzato” e si apprestavano a concluderlo in breve tempo senza spargimento di sangue.
I rapporti di Blix costituiscono a “futura memoria” un certificato notarile da cui si desume la prova incontestabile che l’attacco scagliato dalla invincibile armata americana contro l’Iraq è stato giustificato con un pretesto assolutamente inconsistente e destituito di ogni fondamento.
Adesso che la guerra c’è stata, nessuno parla più di disarmo dell’Iraq, e le formidabili armi di distruzione di massa di Saddam sono uscite di scena. Anche perchè non esistono, essendo state distrutte nell’ormai lontana estate del 1991.
Quali che siano le motivazioni che hanno spinto l’Amministrazione Bush ed i suoi Re-clienti a scatenare l’attacco armato, una cosa è certa il cosiddetto “disarmo forzato” non c’entra niente, ragion per cui questa guerra non può essere contrabbandata come una forma di attuazione coercitiva di Risoluzioni delle Nazioni Unite.

Questa guerra è stata un atto di aggressione

Per rispetto delle vittime, per rispetto della tragedia, occorre chiamare le cose per nome e dire la cruda verità, come ha già fatto la diplomazia vaticana: la guerra non è stata un tragico errore (come è stata considerata anche a sinistra), una misura sbagliata o controproducente per combattere il terrorismo, o un evento inaccettabile per qualsiasi altra ragione di opportunità. Essa è stata, puramente e semplicemente, una aggressione.
L’aggressione è un atto di rottura della pace ed un crimine internazionale, come tale previsto dallo Statuto del Tribunale penale internazionale. Il fatto che tale crimine attualmente non sia ancora concretamente punibile dai giudici che si sono insediati lo scorso 11 marzo all’Aja, nulla toglie alla radicale illegittimità di ogni aggressione, sia sotto il profilo del diritto internazionale, che sotto il profilo del diritto costituzionale interno.
Ed allora bisogna dire chiaro e forte che coloro che hanno concesso basi, porti, strade, permessi di sorvolo ed altro, hanno collaborano a questo crimine e se ne sono resi corresponsabili, divenendone complici.
Per confrontarci con l’art. 11 della Costituzione, la guerra che ha insanguinato la Mesopotamia è proprio quello che l’ordinamento italiano ripudia, in quanto costituisce “uno strumento di offesa alla libertà di altri popoli” (perché mira ad occupare un Paese per rovesciarne il regime che lo governa, violandone così la sovranità territoriale e l’indipendenza politica) ed un “mezzo di risoluzione delle controversie internazionali” (perché punta a risolvere manu militari una controversia fra USA –GB e Iraq).
La partecipazione dell’Italia alla guerra, sia pure sotto la forma minore dell’appoggio logistico, ha costituito un atto di rottura delle costituzione su un principio fondamentale, che incide sull’identità stessa del popolo italiano.
Quanto questo principio sia radicato nel profondo, lo abbiamo visto il 15 febbraio e nella straordinaria mobilitazione popolare che, ancor prima dello scoppio delle ostilità, ha percorso e sta percorrendo tutto il Paese.

La resistenza alla guerra

Proprio l’inconsistenza dei pretesti azionati ha fatto si che la marcia verso la guerra non sia stata una marcia trionfale. Il mantello giuridico (sotto il quale nascondere la vergogna dell’aggressione militare) che l’Imperatore voleva indossare per la battaglia, è stato fatto a pezzi: ad uno ad uno sono caduti tutti i veli con cui era stato intessuto e l’Amministrazione USA ha dovuto fronteggiare resistenze ed ostacoli insormontabili nel suo tentativo di far accettare la guerra (vale a dire la sua libertà di ricorrere alla guerra) alla Comunità internazionale, all’opinione pubblica e, persino, ai propri alleati.

Gli Stati Uniti hanno dovuto condurre un braccio di ferro di oltre due mesi all’ONU per ottenere che il Consiglio di Sicurezza approvasse la bozza di mozione che essi avevano presentato con la Gran Bretagna, come pretesto per legittimare l’intervento armato. Senonchè l’8 novembre 2002 la mozione è stata approvata con una modificazione significativa. La risoluzione 1441, infatti, pur conservando l’impostazione ingiuriosa ed aggressiva formulata dai proponenti, non contemplava alcun ricorso automatico alla forza, neppure nel caso di inadempimento dell’Iraq alle pesantissime condizioni che gli venivano imposte. Pertanto, per fornire un crisma di legalità alla guerra e presentarla come operazione di ordine pubblico internazionale autorizzata dalle Nazioni Unite, Stati Uniti e Gran Bretagna avrebbero avuto bisogno di una seconda risoluzione del Consiglio di Sicurezza.
E tuttavia questa seconda risoluzione il Consiglio di Sicurezza non poteva adottarla immediatamente perché, avendo imposto all’Iraq il ritorno degli Ispettori, aveva bisogno dei loro rapporti per valutare il comportamento dello “Stato canaglia”.
E a questo punto si sono messi di traverso anche gli Ispettori, il cui capo Hans Blix, nei vari rapporti presentanti al Consiglio di Sicurezza, ha dato atto di una sempre crescente e proficua collaborazione dell’Iraq, sia procedurale, sia di sostanza, ed ha chiesto qualche mese di tempo per portare a termine il suo incarico, che si sarebbe concluso con la certificazione notarile dell’avvenuto disarmo. A questi incidenti di percorso diplomatici, si sono aggiunti i fiaschi dell’offensiva mediatica, che è crollata sotto il peso delle sue stesse menzogne.
Cosi il famoso rapporto presentato all’ONU da Colin Powell il 5 febbraio scorso, con le tanto decantate prove sul possesso delle armi proibite da parte di Saddam, si è rivelato una vera e propria bufala, perché è stato smentito proprio dai massimi esperti del settore, i capi degli Ispettori, Hans Blix e El Baradei, mentre l’analogo rapporto di Blair è stato impietosamente ridicolizzato dai giornali, quando si è scoperto che era copiato da una tesi di laurea. La macchina politica e mediatica che doveva abbellire la guerra e renderla digeribile all’opinione pubblica mondiale, infine, ha registrato il suo più smaccato insuccesso con le grandiosa mobilitazione internazionale del 15 febbraio scorso che ha visto – per la prima volta nella storia – 110 milioni di persone manifestare per la pace (e quindi delegittimare la guerra in cantiere) in tutto il mondo.
Man mano che la pazienza di Bush si andava esaurendo, l’egemonia che gli Stati Uniti si erano costruiti franava sempre più vistosamente ed andavano in crisi anche quelle istituzioni, come la NATO, dove la “leadership” americana aveva regnato incontrastata per oltre cinquant’anni e persino i turchi si ribellavano, bloccando il fronte nord dell’offensiva terrestre.
Alla fine, nel vertice delle Azzorre, Bush ed i suoi due Re-clienti, Blair e Aznar, hanno dovuto constatare di essere rimasti soli (malgrado la solidarietà di Berlusconi) e di aver perduto la battaglia diplomatica per propiziarsi il consenso alla guerra.
A questo punto USA e GB hanno ritirato la mozione presentata al Consiglio di Sicurezza, con la quale assurdamente pretendevano che l’Onu autorizzasse l’aggressione, e si sono rassegnati ad agire da soli.
Questa guerra è stata parzialmente sconfitta prima ancora di iniziare perché marcata da un pesante isolamento internazionale dei suoi protagonisti e dalla generale disapprovazione dell’opinione pubblica internazionale.
E’ da qui che bisogna partire.
L’opinione pubblica non è riuscita ad arrestare la guerra , però è essenziale che la delegittimazione della guerra (e dei governi che l’hanno appoggiata o favorita,compreso il Governo italiano) sia confermata e ribadita dalla mobilitazione popolare, come sta avvenendo in tutto il mondo e specialmente nel nostro paese.
La partita non è perduta, siamo entrati in una fase nuova. L’opinione pubblica può ripristinare l’interdizione della guerra, scritta nella carte dell’ONU e scolpita nella Carta costituzionale e nell’identità stessa del popolo italiano, delegittimando quei poteri e quegli attori politici che l’hanno costruita o perseguita.
Alla guerra si può resistere, non rassegnandosi, consolidando il senso comune della sua illiceità e ripristinandone il tabù Ed è attraverso la resistenza alla guerra che si pongono le premesse per uscire dalla notte di barbarie che ha avvolto il mondo e per prefigurare un tempo nuovo ed una storia nuova.