Gli arabi alla prova della “giustizia infinita”

Beirut
L’aria che tira da queste parti è assai meno tempestosa di quella che ha soffiato sugli occidentali sotto forma di delirio bellico. Beirut è l’osservatorio ideale sul Medio Oriente, anche perché qui tutte le tendenze politiche della regione sono rappresentate da altrettanti giornali e partiti, dal Baath ai comunisti, dagli integralisti sauditi agli hezbollah, da Fatah alla destra israeliana (che ha il suo equivalente nella Falange libanese), dai marxisti palestinesi ai nasseriani e ai reazionari filoamericani o filofrancesi. Ed è in questo arcipelago, che, in un paese di non si sa quanti abitanti (ultimo censimento nel 1933, dopodichè lo si è accuratamente evitato per non scombussolare i delicatissimi equilibri etnici e tribali), riassume la complessità del mondo mediorientale, dove si registrano con precisione omogeneità e divergenze nelle reazioni agli attentati e al successivo scatenarsi della “crociata” statunitense.
Già, la “crociata”. Uno spettacolare autogol di Bush lo Scarso che qui, rievocando aggressioni e massacri storici profondamente incastrati nella memoria collettiva, hanno provocato notevole indignazione, minando alla base quell’adesione all’ “Alleanza” antiterrorista che, del resto, per molti governi dell’area è stata un esercizio di puro principio, perlopiù corredato dal corollario che per terrorismo qui s’intende e si conosce su tutti il terrorismo israeliano.
La compostezza, quasi freddezza con le quali il mondo arabo ha risposto al nevrotico allarmismo occidentale, hanno il segno di due consapevolezze. Freddezza mantenuta anche quando Powell intimava ai sostenitori degli hezbollah Siria e Libano di liberarsi dei “terroristi” pena l’inclusione nella lista nera degli stati sterminandi, o quando l’ambasciatore USA a Beirut è arrivato a pretendere la consegna dei dirigenti hezbollah Fadlallah e Nasrallah e dei loro vice, o ancora quando la CIA ha finalmente estratto dal cilindro l’Iraq quale obiettivo vero del senile impazzimento militaresco di un paese che sente sul collo il fiato dell’inizio della crisi finale. La prima consapevolezza, scaturita dall’aver vissuto sulla propria pelle ogni genere di nefandezza terroristica occidentale, dalla conquista colonialista alle guerre di liberazione, dalle aggressioni israeliane alla guerra civile in Libano innescata dagli ascari libanesi di USA, Vaticano e Israele, dalle stragi sioniste in Palestina e fuori fino a Sabra e Shatila e ai massacri di palestinesi oggi, definite “violenze nei territori”.
La seconda è il risultato di una capacità di analisi di politici e osservatori arabi che sfugge del tutto alla maggioranza degli “esperti” o dei media occidentali, vuoi per malafede, vuoi per stereotipi politico-culturali di antica e sempre rinnovata potenza che ottundono qualsiasi serenità di giudizio.
Vale per gli arabi quello che vale per gli slavi, per cui a ogni Saddam (un tempo erano i Nasser, i Gheddafi, i Ben Bella) corrisponde un Milosevic, o un qualsiasi altro difensore della sovranità e dell’identità nazionali contro il neocolonialismo imperialista guidato dagli anglosassoni.
E’ un’analisi che, senza paraocchi occidentocentrici, per i quali la civiltà sta solo da una parte, spoglia tutta la baraonda del vittimismo USA ed europeo della sua retorica e delle strumentalizzazioni che tenta di operare, per andare al nocciolo del cui prodest. E anche su questa analisi si è creata un’unità araba, appena increspata dall’allineamento dei sauditi (tra gli arabi gli unici autentici alimentatori dei terrorismi islamici) e dalle bizzarrie di un Gheddafi ansioso di rassicurare l’Occidente e ormai lontano, immerso come è nell’Africa, dalle questioni arabe e palestinesi.
A prescindere da chi abbia fatto fare gli attentati – e sul nome di Osama bin Laden si levano ovunque alti sghignazzi, insieme alla sottolineatura delle sue attuali operazioni al servizio degli USA con mercenari afghani e wahabiti in Kosovo, Macedonia, Cecenia, Asia centrale, Algeria, Indonesia, Filippine – l’uso che ne è poi stato fatto dagli USA, illustra, secondo gli arabi, una strategia imperialista di grande respiro.

I dirigenti libanesi

Con la bufera recessiva determinata dalla demenzialità del mercato cosiddetto neoliberista, dove tutti sbranano tutti, toccava ricorrere allo strumento statale capitalista per eccellenza: il complesso militar-industriale, impersonato in modo strabordante dal vicepresidente Cheney e sostenuto dal consenso dell’integralismo cristiano-fascistoide dilagante negli USA. La locomotiva del riarmo, in vista della “guerra di lunga durata” preconizzata da Bush, dovrebbe ridare fiato alla ripresa in USA e nei paesi alleati, mentre l’azione verso l’Afghanistan consentirebbe agli USA di riempire un vuoto strategico che il Pentagono denuncia da tempo: quello tra Turchia e Corea del Sud, dove gli statunitensi vantano solo la base insulare di Diego Garcia. La guerra del Golfo, si ricorda, doveva consentire alle forze statunitensi di installarsi nella penisola arabica, quella contro la Jugoslavia ad insediarsi permanentemente nei Balcani. Mancava una presenza sul fianco sud per la spinta verso l’Asia centrale, la Russia e la Cina (dove pure, nella provincia a maggioranza musulmana del Xinyang, sono attivi gli ascari CIA di bin Laden), a cavallo di tutti i maggiori oleodotti. Tanto più che i Taleban, diventati figlioli riottosi, avevano negato agli USA la costruzione dell’unico oleodotto che gli avrebbe portato il petrolio caucasico verso l’Oceano Indiano. Un’opinione questa, espressa da Talal Salman, direttore (tre attentati in vent’anni fattigli dalle destre) del più grande giornale di sinistra del mondo arabo, As Safir, e a cui, col suo solito modo scanzonato e beffardo, il più anticonformista dei politici libanesi, Walid Jumblatt, leader dei drusi e del Partito Socialista Progressista, aggiunge un’altra dimensione. Accantonato con disinvoltura lo sbigottimento dei commentatori arabi per la sua affermazione che gli attentati alle Torri Gemelle e al Pentagono sarebbero stati opera di americani e israeliani, Jumblatt punta il dito sulla fascistizzazione rilanciata a ritmo accelerato dall’orrore di New York e Washington. “Lo shock, lo sgomento, la repulsione per quelle stragi, mai espressi in passato per le ecatombi di iracheni, palestinesi, guatemaltechi, serbi, angolani e tanti altri che non appartengono alla “civiltà occidentale”, saranno utilizzati dagli USA per una stretta repressiva ed antidemocratica in tutto il mondo. E qui gli europei, che sugli obiettivi militari degli USA, destinati a ricomporre le forti contraddizioni soprattutto economiche tra Washington ed UE, hanno forti riserve, vanno invece a nozze. In Europa, come negli Stati Uniti, recessione e aumento delle spese militari comporteranno sacrifici e rinunce pesantissimi per i ceti più deboli, per i lavoratori, e ulteriori devastazioni ecologiche per la riduzione delle spese sociali ed ambientali. Ne nasceranno tensioni e conflitti sociali difficili da controllare. Ecco perché la militarizzazione della società, i controlli, i divieti, leggi e operazioni repressive del dissenso saranno indispensabili anche ai governi europei, ormai quasi tutti di destra, mascherata o vera”.

La madre di tutti i terrorismi

Il fatto che da queste parti sono cinquant’anni che si subisce il più feroce terrorismo di stato della storia, quello degli israeliani contro gli arabi – e l’occasione è buona perché è appena caduto l’anniversario di Sabra e Shatila, “ la madre di tutti i terrorismi”, quando, nel 1982, Sharon fece massacrare dai falangisti e dall’esercito mercenario di Lahad 3000 inermi profughi nei campi – e che si parli di “crociata” e che un difensore del suo paese come Milosevic sia in prigione mentre un macellaio come Sharon è il più caro degli alleati, rende gli arabi indifferenti, non alle vittime, ma alla grancassa vittimistica dei dirigenti occidentali.

Il presidente della repubblica

Mi ha detto il capo dello Stato, Generale Emile Lahoud, che “fin quando saranno definiti terroristi ragazzini con i sassi e gente che si immola contro gli occupanti del suo paese, e non quelli che assaltano i colonizzati e assediati con carri armati e F-16, nessuno potrà prendere sul serio la campagna antiterrorismo. Includano anche i terroristi israeliani, (“quelli islamici in Kosovo, Cecenia e Macedonia”, aggiunge Jumblatt) e coloro che bombardano ogni giorno l’Iraq, poi si vedrà”. E così anche l’adesione all’alleanza antiterrorista dei governi-clienti degli USA, dal Kuwait agli Emirati, dai sauditi ai giordani, si è sempre portata dietro la richiesta di intervenire su Israele. Un’Israele che, secondo molti commentatori arabi, verrà si frenata dagli USA nella persecuzione dei palestinesi, ma in compenso potrà vedere gli americani farla finita una volta per tutte con l’Iraq, tuttora, insieme all’Intifada, il catalizzatore di una rabbia araba che rischia di scuotere i già fragili regimi feudali. Il pur moderato presidente Lahoud si spinge fino a ribattere alla pretesa USA di neutralizzazione degli hezbollah da parte di Libano e Siria, con una vera sparata in favore del “Partito di Dio”. “Assurdo chiamarli terroristi. Sono patrioti libanesi che hanno difeso la dignità e la libertà del loro paese. Ci hanno riempito di orgoglio per avere liberato la nostra terra dall’occupazione israeliana. Sono amati da tutti”.
Inutile aggiungere che Lahoud, l’ex-capo di stato maggiore che ha saputo riunire un esercito frantumato da mille lealismi a capiclan e capi politici vari, ha contribuito a unificare anche buona parte delle tante anime, confessionali, etniche, politiche, del mosaico nazionale, superando ostracismi e promuovendo la convivenza.

Hezbollah

Gli hezbollah, stimati e applauditi per il forte ruolo sociale che svolgono, in assenza di uno Stato che campa di speculazioni edilizie e finanziarie, anche grazie ai fondi di Teheran, nonché per la prima vittoria militare ottenuta da un esercito arabo sugli israeliani, sono amici di tutti, esclusa ovviamente la destra fascista cristiana, tuttora, come ai tempi di Sabra e Shatila, quinta colonna israeliana in Libano. Ne ho incontrato il fondatore e vicesegretario generale, Sheikh Naim Kassem, numero due dopo Hasran Nasrallah.
Le misure di sicurezza da superare nel quartier generale, nel poverissimo quartiere degli sciiti alla periferia sud di Beirut, non sono inferiori a quelle imposte oggi a chi va a incontrare Bush.
Armati tutt’intorno, blocchi di cemento e sbarre agli ingressi, esame minuzioso degli ospiti e dei loro oggetti, fino alle penne, anch’esse prese, passate ai raggi x, e restituite. Ci si augura che ci sia anche un bunker a prova di missile all’uranio, vista la serie di assassini mirati realizzati dagli israeliani e i recenti avvertimenti USA, rimbeccati dalla fatwa del leader spirituale, Fadlallah, che vieta a tutti i fedeli di aderire all’”alleanza antiterrorismo” voluta dagli USA

Intervista a Sheikh Naim Kassem vicesegretario degli Hezbollah

Come giudica la situazione?

L’infinita tragedia palestinese e il sostegno incondizionato ed acritico di Europa e USA a Israele hanno posto la regione in uno stato di costante destabilizzazione. È una responsabilità gravissima nei confronti degli arabi e di tutta l’umanità, che ora si tenta di coprire con vuoti slogan sui diritti umani, sulla democrazia, sui paesi “civili”. È opportuno che siate venuti in questi giorni (si riferisce alla delegazione italiana, guidata da Stefano Chiarini, con esponenti di RC, DS, PDCI, FIOM e Verdi, venuta a commemorare Sabra e Shatila e a promuovere con le famiglie dei sopravvissuti l’incriminazione di Ariel Sharon), è un’ottima risposta allo strabismo euro-americano, per cui il terrorismo c’è solo quando si colpiscono i cristiani e i bianchi. Se il mondo avesse riservato la stessa attenzione e commozione alla carneficina di Sabra e Shatila che alle Torri Gemelle, oggi la situazione sarebbe ben diversa. Purtroppo gli arroganti non vedono il nostro martirio, ai diritti umani preferiscono la difesa dei loro interessi.

Pensa che la campagna antiterrorismo miri soprattutto a criminalizzare e dunque eliminare i palestinesi?

La causa palestinese non verrà liquidata. Nessuno di noi resistenti si fa impressionare dalla potenza USA. E noi hezbollah abbiamo battuto il quinto esercito del mondo. Per secoli i crociati hanno cercato di schiacciarci, ma sono stati sconfitti. Questo vale anche per i nuovi crociati, vale per tutte le occupazioni.
Alla fine viene sempre la liberazione e l’Intifada è la magnifica espressione del rifiuto di tutto quanto di miserabile è stato offerto ai palestinesi in 50 anni. La volontà dei popoli, come si vede, viene misurata non sulla potenza, ma sulla determinazione. E noi pensiamo di avere ogni diritto di concorrere alla lotta di liberazione dei palestinesi.

Gli USA vi annoverano tra i gruppi terroristi da cancellare…

Abbiamo fatto un comunicato in cui abbiamo espresso tutto il nostro dolore per le vittime. Nessuno ha mai offerto condoglianze per le migliaia che sono rimasti sottole bombe israeliane in Libano. Gli USA, però, non hanno il diritto di utilizzare quegli attentati come pretesto per assalire chi gli pare. Non si possono attribuire responsabilità a caso o a convenienza. Non siamo più nell’epoca in cui ci si faceva guidare da spiriti tribali. Non si possono colpire paesi perché qualche loro cittadino ha commesso qualcosa. Di questo bisogna convincere i governi asserviti agli USA, o dagli USA intimiditi. Per i popoli è più facile: ogni aggressione USA provoca un aumento dell’odio, anche per i loro alleati. Tutti capiscono che questi tamburi di guerra rullano contro innocenti.

Gli USA accusano i cosiddetti integralisti islamici. Eppure in Kosovo, Cecenia, Algeria, Macedonia e in molte altre aree, i terroristi islamici lavorano a fianco degli USA, da loro addestrati, finanziati col narcotraffico governato dalla CIA, armati ed indirizzati. Pensi all’UCK, ai banditi ceceni anti-russi allenati da Bin Laden, come Shamil Basajev. Con che faccia…

Non ho gli elementi per classificare gruppi o partiti di varia natura. Preferisco fare un discorso globale e valutare le varie azioni e ripercussioni. E’ vero, gli USA sponsorizzano il terrorismo in tutto il mondo, coprono il genocidio attuato da Israele, hanno creato i Contras del Nicaragua, golpe ovunque, dittature, hanno le mani in pasta nell’Afghanistan anche oggi. Può darsi che, a causa di certe contraddizioni, di certi conflitti d’interesse (magari sulla droga, magari mafiosi.- Ndr), si verifichino dei cambiamenti, dei rovesciamenti politici. Noi, comunque, condanniamo ogni terrorismo, di Stato o di gruppi. C’è differenza tra terrorismo e resistenza, tra interessi colonialisti e liberazione. Oggi la direzione in cui si sono imbarcati gli occidentali favorirà il dilagare del terrorismo in tutto il mondo e chissà se saranno ancora in grado di gestirlo ai propri fini. Con il pretesto del terrorismo si legalizza l’uccisione di milioni di persone. Pensi solo all’Iraq. Il terrorismo non appartiene all’Islam vero. Identificarlo con l’Islam e con gli arabi significa voler aumentare la paura e l’odio della gente e costringere tutti ad allinearsi agli USA.

Come reagire al dilagare delle guerre?

Noi stiamo preparando risposte a varie opzioni. Vedremo cosa succede e poi decideremo. In ogni caso tutte queste interferenze nella sovranità degli Stati si trasformeranno in un incubo per gli USA, resteranno del tutto isolati e odiati.

Si è verificato un allargamento della frattura tra Occidente e mondo arabo-islamico, parallelo alla rottura totale tra Israele e Palestina. A quali condizioni tornare al dialogo?

Ogni dialogo deve esser tra due parti che devono essere alla pari. Solo così si arriva a una conclusione. Ma il dialogo tra Israele e Palestina e tra gli USA e gli arabi non è mai stato un dialogo, a dispetto del termine. E’ sempre stato pressione, ricatto, dominazione. Noi siamo disponibili, ma non a essere dominati. Contro la dominazione siamo disposti a sacrificare tutto, vita compresa. I tempi degli schiavi e dei padroni sono finiti, anche se loro vorrebbero farli tornare. Noi abbiamo resistito e vinto e oggi collaboriamo con la prima generazione di palestinesi nata dopo la strage di Sabra e Shatila e ci impegniamo a livello sociale e parlamentare (agli hezbollah è andato il 10% dei parlamentari libanesi, oltre a centinaia di amministratori locali). Per questo ci chiamano terroristi. Voi vedete di quanto sostegno godiamo in tutti gli ambienti libanesi.

Le vostre priorità oggi.

Promuovere democrazia e benessere in Libano, resistere all’aggressione, rappresentare il popolo nelle istituzioni, opporsi agli errori del governo, potenziare i servizi ai bisognosi, opporsi a tutte le potenze arroganti

Un’ultima domanda. Voi oggi collaborate con i palestinesi nei campi. Come intendete lavorare per la liberazione della Palestina?

In tutti i modi. Il come è un dettaglio. Non occorre entrare nei dettagli. Intanto ci battiamo perché in Libano ai palestinesi, degradati a non-cittadini, vengano riconosciuti i diritti civili.
Il nodo palestinese resta la base ed il vertice delle tensioni che sconvolgono il pianeta. Senza soluzione della questione palestinese e senza la liquidazione della trincea irachena, gli USA sanno che la regione, lungi dall’essere normalizzata, come si sperava con le sceneggiate di Oslo e con la tentata uccisione sul nascere dell’Intifada, sarà fonte di sempre più forti destabilizzazioni e i risultati che ci si era aspettati dalla guerra del Golfo potranno essere del tutto vanificati.

Di questo parlo con un padre nobile della Resistenza palestinese, Shafiq el Hout, segretario generale dell’OLP in Libano, che nel 1992 si dimise in protesta contro le disponibilità negoziali di Arafat, ma non venne mai sostituito e, dunque, riveste tuttora questa carica. La sua autorità si esercita sulla regione da Beirut ai confini nord del paese, dominio delle sinistre palestinesi, ma è contrastata nei campi di Sidone e Tiro, dove resiste l’egemonia arafattiana. La forza delle sinistre di FPLP, FDLP, Saika, PC, e della neonata Fatah-Intifada, maggiore in Libano che non in Palestina, si fonda da un lato sulla maturazione politica delle fasce vissute in ambiente metropolitano, dall’altro sulla delusione provocata ai 400.000 profughi del Libano dall’accantonamento da parte di Arafat della questione “ritorno” durante i negoziati di Oslo. Questione tornata prepotentemente alla ribalta grazie all’Intifada e ai recenti collegamenti tra le due comunità, in esilio e in patria, ressi possibili dalla telematica (e i profughi invocano computer) e che stanno sviluppando un forte senso unitario dopo decenni di oblio.

Intervista a Shafiq el Hout dell’OLP

Shafiq el Hout esordisce dicendo con una certa soddisfazione di avere 16 anni più dello Stato israeliano. “Avevo un passaporto palestinese da prima del 1948, ne ricordo il numero: 202083. Mi venne confiscato dagli israeliani quando arrivarono qui nel 1982. Vi ringrazio di essere qui a sostenere i diritti di un popolo povero, non come quello di Manhattan, a cui tutti pensano e a cui anche noi abbiamo espresso profonde condoglianze. Noi palestinesi non abbiamo mai invaso nessuno, mai mosso guerra a nessuno, fino a quando non ci siamo accorti che la nostra terra era stata data ad altri. L’aggressività israeliana e statunitense è determinata anche dal riemergere, grazie all’Intifada, della questione del ritorno a casa di 4 milioni di palestinesi. Dicono che non c’è posto, però invitano tutti gli ebrei del mondo a immigrare. Il fatto è che con il nostro ritorno, anche solo parziale, finirebbe il dominio razzista e cambierebbero tutti gli equilibri. In Palestina come in Medio Oriente. Avevamo offerto varie soluzioni. Nel 1974 lo stato unico, laico israelo-palestinese. Fu respinto. Poi, ai termini della risoluzione ONU 181, due stati in Palestina, uno ebraico e uno palestinese, per noi un enorme sacrificio visto che ci avevano lasciato appena il 22% della Palestina storica. Niente da fare. Ora gli USA usano il terrorismo per staccare i paesi arabi da noi, dall’Iraq e dalla Siria, lasciandoci magari alcuni bantustan (il famoso 40% del 22% attuale). Israele con Sharon, ha una strategia di spopolamento attraverso le stragi, il blocco economico, la blindatura dei villaggi, l’impossibilità di vivere. Svuotare i territori occupati col terrore, come ai tempi in cui Begin, Shamir e Sharon facevano saltare i villaggi con dentro gli abitanti. Disperderci nel mondo. Un popolo senza terra per una terra senza popolo, come diceva Herzl. L’attualizzazione della questione “ritorno” ha reso tutto questo molto più difficile. Per cui l’accelerazione di oggi, che però preoccupa gli USA per le ripercussioni che potrebbe avere nei paesi arabi vassalli. Ecco una bella contraddizione tra imperialismi alleati, o tra imperialismo e colonialismo. Con Sharon che dà del bin Laden ad Arafat e Bush che lo riceve con tutti gli onori alla Casa Bianca.

Ancora molti, anche a sinistra, credono che la via per evitare la catastrofe generale, e forse finale, avvicinata dagli attentati in Usa, sia la ripresa delle trattative, il ritorno ad Oslo…

L’intifada non la può fermare neanche Arafat. Del resto la presa in giro degli incontri e delle trattative è ormai manifesta. Se non sono riusciti a tirare fuori assolutamente niente per noi in 8 anni, figuriamoci col clima di adesso e con Sharon.
E’ stato ingenuo fin dal’inizio Arafat, ad accettare questi negoziati. Negoziati che hanno prodotto quanto si vede oggi nei territori occupati.. Noialtri avevamo voluto dare una chance ad Arafat. Dovrebbe ormai aver capito quanta fiducia meritino USA e Israele. E pensare che Arafat viene chiamato terrorista, quando a pochi metri da qua, sotto i miei occhi, Sharon ha massacrato 3000 persone. Se ci rapportiamo alla popolazione USA di 250 milioni, noi abbiamo avuto 45.000 morti.
Io sono un apolide da mezzo secolo. Ora lo sono anche mio figlio e mio nipote. Fino a quando un popolo può sopportare questo?

Una via d’uscita dalla morsa tra la soluzione finale di Sharon e la colonizzazione perpetua di Bush? E gli interessi USA nei paesi del petrolio, messi a rischio dall’assolutismo israeliano?

Finchè verranno adoperati due pesi e due misure sui diritti umani e sul terrorismo ci saranno guerra e terrorismo, non solo in Palestina, ma per tutto il mondo. Non ci illudiamo sui paesi arabi cui gli USA, con la campagna antiterrorismo, forniscono strumenti ed alibi per la repressione interna. Fino a dieci anni fa, prima della guerra del Golfo, poteva esserci un certo equilibrio tra interessi USA e interessi indipendenti dei regimi arabi. Oggi non più. A parole i regimi chiedono che si agisca per i diritti palestinesi, ma ipocritamente, per paura dei loro popoli. Prima di cedere alle masse, tenteranno ogni forma di repressione. Non vedo nessun governo del petrolio che non sia amico e vassallo degli USA. Farebbero guerra a noi piuttosto che urtare gli USA. Gli arabi non vogliono bere il petrolio, lo vogliono vendere, e vendere a chi ha i soldi.

Ma pare che Bush e Powell abbiano ripetutamente tentato di frenare Sharon.

Comunque prevalgono in questa classe dirigente senza saggezza e senza cultura gli automatismi irrazionali. Il cowboy è caduto dal cavallo e ora deve risalire e riconquistare un’immagine forte. I termini sparati per aprire la strada alle traiettorie dei missili erano “terrorismo” e “guerra”. Parole astratte, che si possono riempire di qualsiasi cosa, come gli assalti ai paesi di cui si afferma apoditticamente che avrebbero ospitato, o appoggiato terroristi: Afghanistan, Iraq, Siria, il Libano degli hezbollah. Hanno dato del terrorista anche a me. Io rispondo: datemi i fucili, i missili, le bombe atomiche, i carri armati che hanno gli israeliani e io non userò più né sassi, ne giubbotti imbottiti di tritolo. Così sarò il soldato della civiltà occidentale e non più un terrorista”.

Lasciamo la sede dell’OLP, sepolta sotto le superfetazioni mattonare in cui formicolano i dannati della terra di Shatila, tra rigagnoli fognari e ragnatela pencolanti di fili elettrici, tra muri butterati di colpi della strage e della successiva “guerra dei campi”. Raggiungiamo il corteo palestinese nella ricorrenza del peggiore atto terroristico dalla seconda guerra mondiale: 3000 persone uccise a vista, sventrate, scuoiate, affettate, appese per le viscere. Sventolano centinaia di bandiere delle varie organizzazioni, più frequenti di tutte quelle gialle col fucile degli hezbollah.

Si finisce sulla fossa comune dei 3000, fino a ieri, quando il sindaco hezbollah della periferia sud l’ha fatta ripulire, una discarica. Piantiamo alberi di ulivo e di limone. Ci guardano con occhi fermi e facce segnate le superstiti di Sabra e Shatila. Le madri e mogli di “terroristi”.