Gli anni della violenza

GUERRA E DOPOGUERRA AL CONFINE ORIENTALE ITALIANO

Decine di migliaia di sloveni e croati della Venezia Giulia (all’epoca formata dalle province di Gorizia, Trieste, Pola e Fiume) furono costretti ad espatriare durante il regime fascista. Ottanta mila secondo lo scrittore erzegovese P. Matvejevi, che ha trattato più volte anche il problema delle violenze contro gli italiani (foibe e deportazioni).
Il piano fascista di snazionalizzazione impose a sloveni e croati l’uso della lingua italiana in tutti i rapporti civili con le autorità e nella scuola (fin dagli asili), mentre tutta l’organizzazione politico-culturale e sociale slovena e croata venne distrutta. Il professor Guido Miglia, profugo da Pola (e poi insegnante e preside a Trieste) ricorda che, assegnato come maestro in un paesino croato dell’Istria, durante la ricreazione sentiva che i bambini parlavano sottovoce fra loro nella lingua materna, mentre in classe dovevano esprimersi in italiano. “Mai come allora mi sentii così solo”, ha affermato. Miglia partecipò poi alla resistenza, sia a Pola che a Trieste. Fallì anche, a lungo andare, il tentativo di assimilazione delle popolazioni slovene e croate, puntando sulle nuove generazioni e inquadrando i giovani nei vari organi del sistema sociale, politico e culturale del regime. Tuttavia sloveni e croati dovettero affrontare gravi difficoltà e momenti di disorientamento e rassegnazione, tenuto anche conto che i piani del regime si accompagnavano sempre a severe misure repressive contro ogni tentativo di dissenso, anche modesto. Come ha scritto la storica slovena Milica Kacin, la crescita dell’odio contro l’Italia non era un fine, bensì la logica conseguenza dell’oppressione. La situazione cominciò a cambiare, con un ritmo sempre maggiore, a partire dall’invasione italo-tedesca della Jugoslavia, nell’aprile 1941. Poco più di un anno prima, la Venezia Giulia era stata funestata da un grave incidente minerario: uno scoppio di grisou nel bacino carbonifero dell’Arsa (IRI) aveva provocato 185 morti e 147 feriti fra i minatori italiani, sloveni e croati. Ma l’inchiesta fu insabbiata. Merita ricordare che dopo l’8 settembre 1943 un improvvisato battaglione di minatori affrontò una colonna tedesca, bloccandone il tentativo di raggiungere Fiume, ma subendo gravi perdite.
L’attacco alla Jugoslavia provocò l’intensificarsi delle repressioni nella Venezia Giulia, con internamenti di massa in campi di concentramento di decine di migliaia di sloveni e croati, fra cui vecchi, donne e bambini, e con il conseguente diffondersi di decessi per malattia e denutrizione. Alla fine del 1941 cominciò a ramificarsi nella regione un movimento partigiano sloveno, collegato con il Fronte di Liberazione nazionale (O. F. ) creato a Lubiana da quel partito comunista. Una realtà nuova, come emerse anche dal processo che il Tribunale Speciale fascista, trasferitosi a Trieste nel dicembre del 1941, intentò a 60 arrestati. Il processo si concluse con la condanna a morte dell’intellettuale comunista sloveno Pino Toma_i_ e di quattro suoi compagni, e con dure pene detentive agli altri (professionisti, piccola e media borghesia slovena di vario orientamento).
L’aggravarsi della situazione provocò l’intervento dello stesso Mussolini, che a Gorizia, nel 1942, in un rapporto alle massime autorità militari ordinò misure draconiane anche nei confronti della popolazione civile; ordini che vennero in gran parte eseguiti. Fu inviato a Trieste l’Ispettorato Speciale di Pubblica Sicurezza, che si guadagnò ben presto una triste fama per le efferate torture praticate anche sulle donne. Due di queste preferirono suicidarsi gettandosi dalla finestra della sede dell’Ispettorato prima di essere nuovamente seviziate. Presto la triste fama dell’Ispettorato si diffuse in città, e il Vescovo mons. Santin, informato anche dai cappellani delle carceri, scrisse al governo di Roma, ma inutilmente. “Vi sonoparticolari che fanno inorridire”, recitava la lettera.
Dopo l’8 settembre 1943, l’Ispettorato aderì alla Repubblica Sociale Italiana, operando sempre a Trieste agli ordini della Gestapo e delle SS del famigerato reparto proveniente dai lager di sterminio di Sobibor e Treblinka, che nella città gestiva il lager della Risiera di San Sabba. Qui si uccidevano partigiani o presunti tali e renitenti alle leve naziste, e si qui si concentravano gli ebrei destinati ai campi della morte in Polonia. L’ultimo capitolo del regime fascista nella regione toccò apici di estrema violenza, e giustamente lo storico triestino Elio Apih parla di “parossismo della violenza”. Ebbero luogo incendi di villaggi, scorrerie sanguinose, deportazioni di massa ed esecuzioni collettive in vari villaggi. Nel luglio 1942 Temistocle Testa, squadrista e prefetto di Fiume, fece fucilare 91 abitanti e altri 888 ne fece deportare del villaggio croato di Podhum, che fu poi distrutto. Il generale Roatta, comandante della II armata in Balcania, ordinò di praticare fucilazioni collettive, distruzioni di villaggi e internamenti di massa, per cui i campi si moltiplicarono in tutta la Jugoslavia occupata oltre che in Italia. Si trattò di decine di migliaia di internati con famiglie, vecchi, donne e bambini. E arriviamo al 25 luglio 1943, con il crollo del regime fascista e l’avvento di quello monarchico presieduto dal maresciallo Badoglio. Anche a Trieste e nella regione tutti i poteri passarono ai militari, ma l’Ispettorato continuò ad operare anche sotto la nuova gestione.
All’armistizio dell’8 settembre, come ricorda il tenente colonnello Dino Di Ianni, le unità tedesche, con il consenso degli italiani, avevano già occupato tutti i nodi importanti del territorio. I tentativi dei comitati antifascisti, a Trieste ed altrove, di ottenere che si armassero i volontari per opporsi ai tedeschi, fallirono per l’ignavia dei comandi superiori. I quali si accordarono quasi ovunque con i tedeschi, e quindi partirono abbandonando i loro reparti alla disgregazione (tranne alcuni che resistettero, restando poi sopraffatti).
L’8 settembre 1943 ebbe in Istria un tragico epilogo. Partigiani e insorti assunsero temporaneamente il controllo di gran parte del territorio. Nel clima esaltante e violento della libertà riconquistata, di un sentimento nazionale a lungo soffocato e di rivalsa sociale, prese corpo in alcuni dirigenti e insorti croati la volontà di una resa dei conti con gli italiani “fascisti”. Vennero uccisi e gettati nelle foibe (cavità carsiche) notabili di paese e commercianti ritenuti sfruttatori, impiegati comunali ed anche persone con cui il “giustiziere” poteva aver avuto screzi personali, oltre s’intende ad esponenti dei Fasci locali. Il quotidiano italiano di Fiume, cioè l’organo ufficiale della minoranza italiana nella Jugoslavia di Tito, scrisse poi di uccisioni che erano “vendette personali, non ideali”, segnalando casi di persone italiane e croate soppresse per oscuri motivi. In questo clima ebbero scarso effetto le direttive impartite dagli organi partigiani di organizzare pubblici processi impedendo nella maniera più energica arbitri e vendette. Nel 1943 e 1944 i vigili del fuoco di Pola recuperarono dalle foibe in Istria 206 corpi, fra cui una ventina di tedeschi. Ma le vittime furono almeno 500, in maggioranza italiane ma anche croate.
Nel settembre-ottobre del 1943 numerosi furono gli italiani dell’Istria che combatterono contro i tedeschi a fianco delle unità partigiane slovene e croate. Gravi furono le perdite subite, anche per il mancato appoggio dei reparti dell’esercito, in gran parte scioltisi dopo l’armistizio. Gli operai del Cantiere navale di Monfalcone improvvisarono, su iniziativa comunista, un battaglione di 700-800 uomini che combatté per tutto il mese di settembre con le armi abbandonate dai militari. Decimata l’unità, i superstiti tornarono in Cantiere, tranne alcuni che gettarono le basi della brigata partigiana Garibaldi-Trieste.
Nella zona di Fiume un reparto di fanteria del Regio Esercito, datosi il nome di “Garibaldi”, con i suoi ufficiali condannò in un comunicato la diserzione degli alti comandi, e combatté sino ad essere sopraffatto. Il due maggio 1945 le forze jugoslave occuparono Trieste, Gorizia e poi quasi tutta l’Istria, precedendo le truppe anglo-americane. Il nuovo potere considerò il CLN come una forza nemica, in quanto contrario all’annessione alla Jugoslavia. La polizia politica OZNA-UDBA, già polizia partigiana, effettuò arresti in massa e deportazioni di “fascisti” e dissenzienti, mentre sul vicino Carso si rinnovavano le esecuzioni collettive e i corpi venivano gettati nelle foibe. Quando l’amministrazione anglo-americana sostituì quella jugoslava nei territori di Gorizia e Trieste, dopo gli accordi di Belgrado (giugno 1945), i vigili del fuoco esplorarono le foibe in tutta l’area fra Trieste e Gorizia, recuperando 464 corpi, di cui 217 di civili e gli altri di militari, parte dei quali caduti italiani e tedeschi negli ultimi giorni di guerra.
L’intensità degli arresti e delle deportazioni in campi jugoslavi, dove molti internati morirono per malattie, denutrizione ed anche esecuzioni, fu tale da provocare le proteste anche di dirigenti del governo sloveno, compreso il presidente Boris Kidri_, per cui fu dato all’OZNA l’ordine di cessare gli arresti. Da notare che fra i primi bersagli delle repressioni furono i CLN di Gorizia, dove furono arrestati e poi uccisi i due rappresentanti del Partito Socialista e del Partito d’Azione di Trieste e di Fiume.
Tra gli uccisi o i morti in deportazione per opera jugoslava, alcuni militari venuti in licenza e appartenenti al Corpo Italiano di Liberazione, reduci dal fronte sotto il comando anglo-americano. Fra gli antifascisti di Fiume uccisi o scomparsi dopo l’arresto, Angelo Adam, già arrestato e confinato dal regime fascista e poi deportato dai nazisti a Dachau. Arrestato dagli jugoslavi assieme alla moglie ed alla fi-glia, scomparve per sempre. Anche l’Unione degli Italiani di Fiume, nel dopoguerra, non riuscì a trovare tracce di lui e dei congiunti. Adam aveva aderito al Partito d’Azione.
Nella sua breve gestione il Tribunale del Popolo costituito a Trieste cercò di darsi una certa legalità, a differenza di altri organi similari in altre località. Tra l’altro, in un pubblico comunicato questo Tribunale avvertì la massa dei delatori anonimi che le loro accuse non sarebbero state prese in considerazione.
A Trieste ed altrove gli ambienti nazional- patriottici, assieme a quelli di matrice già neofascista, continuano a fornire le cifre di 20, 30 mila infoibati dagli jugoslavi. Un quotidiano nazionale è arrivato a parlare di 50 mila unità. Clamorosi sono poi gli errori geografici e storici della grande stampa, per cui l’Italia avrebbe perso, dopo la seconda guerra mondiale, non solo l’Istria ma anche la Dalmazia (RAI nazionale), e le foibe sarebbero “sparse fra il fiume Carso e la Dalmazia”, mentre la città di Zara si troverebbe in Istria, e via di questo passo. Per inciso, il Carso è uno degli altipiani rocciosi dove, fra Trieste e Gorizia, durante la prima guerra mondiale l’esercito italiano si dissanguò per anni. La Dalmazia è stata sotto occupazione militare italiana soltanto per due brevi periodi, dopo la Grande Guerra e dal 1941 al 1943, appartenendo prima all’Impero asburgico e poi al Regno di Jugoslavia. Zara invece, assegnata al l’Italia dopo il primo conflitto mondiale, è una città dalmata.
Sempre secondo certi ambienti “patriottici”, considerati con rispetto dalla grande stampa, le uccisioni compiute dagli jugoslavi rispondevano ad un piano di “sterminio etnico” degli italiani. Il professor Diego de Castro, istriano, già docente all’Università di Roma e strenuo difensore della sua terra, membro della commissione italiana alla conferenza di pace e rappresentante del nostro governo presso quello militare alleato, ha contestato ripetutamente la tesi dello sterminio etnico, e calcolato che il numero delle vittime uccise dagli jugoslavi o morte durante la deportazione oscilla tra le quattro e le sei mila persone. Cifre analoghe sono riconosciute dagli studiosi più seri di quel periodo. Ed è già un bilancio tragico.

* Galliano Fogar ha pubblicato diversi studi sulla storia di Trieste e della Venezia Giulia nel periodo fascista e nella seconda guerra mondiale. L’autore appartiene al gruppo dei primi soci dell’Istituto regionale per la storia del movimento di Liberazione nel Friuli Venezia Giulia di Trieste, Istituto fondato nel 1953 su iniziativa di Ercole Miani, membro del CLN giuliano e comandante di Giustizia e Libertà nell’insurrezione del 30 aprile 1945