Gerarchia delle città nell’imperialismo

Una delle confusioni più ricorrenti, è quella di ritenere esaurita la fase politica dell’imperialismo. Si ritiene cioè che la fase di espansione dei mercati, definita con il termine di “globalizzazione”, rappresenti una fase espansiva ad infinitum.
E un tale processo dovrebbe porre fine alle guerre per l’egemonia e il controllo sui mercati o nella finanza internazionale. Questo tipo di analisi vorrebbe liquidare sia l’analisi di Marx circa i limiti che incontrerebbe il capitalismo come sistema mondiale, ovvero la contraddizione crescente tra rapporti di produzione e sviluppo delle forze produttive, sia quella di Lenin secondo cui il capitalismo nella fase monopolistica tende inevitabilmente a trascinare il mondo in un conflitto imperialistico permanente per il controllo e l’egemonia sui mercati delle principali potenze economiche.
Questo concetto di “globalizzazione” lascia trasparire quasi un’assenza di contraddizioni e conflitti sia di ordine sociale, sia di ordine politico, sia di ordine economico tra aree geografiche e paesi, e di annullare qualsiasi elemento di contraddizione interna alla dinamica del sistema capitalistico mondiale, come se la nuova dimensione “globale” dei mercati recasse con sé una sorta di dimensione isotropa dell’accumulazione dei profitti, che si realizzerebbero senza contrasti ed ostacoli sia nella logica interna al mercato che nelle difficoltà create dalle resistenze oggettive e soggettive poste ai nuovi regimi di accumulazione e valorizzazione.
Tali visioni arrivano talvolta anche all’assurdo nel ritenere, come nel caso delle teorizzazioni di Kenichi Ohmae, che il processo di “globalizzazione” del capitalismo recherebbe in sè una sorta di principio social–capitalistico che a partire dall’abbattimento delle frontiere, con la creazione di aree di mercato aperte, espanderebbe nel futuro beni e sviluppo in tutte le direzioni.1

Nel linguaggio corrente giornalistico e televisivo il termine globalizzazione viene inteso generalmente nell’accezione di avanzamento progressivo del capitalismo.
L’entusiasmo per l’uso del concetto viene riferito alla pervasibilità e diffusione dei sistemi informatici e delle reti telematiche, dalla diffusione su vasta scala delle tecnologie high tech, ecc…
In realtà la globalizzazione intesa come tendenziale espansione del modo di produzione capitalistico a tutto il pianeta dovrebbe indicare, semmai, l’esatto contrario dell’espansione e dello sviluppo, ovvero il raggiungimento dei limiti strutturali del capitalismo stesso, da intendersi come accelerazione verso una sempre maggiore e più veloce saturazione dei mercati, tragica anticipazione di ritorni a dottrine protezionistiche, dumping mascherati o più o meno aperti sorrette da supplementi nazionalistici, inasprimento della concorrenza, intensificazione a qualunque latitudine dello sfruttamento, rischi di guerra interimperialistici sotto forma di conflitti regionali.
Con queste premesse accade, anche negli studi urbani, che si ritengono le città e i territori in concorrenza gli uni con gli altri. Così la conflittualità tra capitali che concorrono per la conquista di territori e città viene concettualmente sostituita dalla conflittualità tra città facendo apparire la competizione come un evento quasi naturale verso il quale le popolazioni debbono o adeguarsi o soccombere.
Ciò, comunque, non significa che non esista una gerarchia di potere o di potenza tra le città, ma che una tale gerarchia non può, dal nostro punto di vista, essere eliminata invocando maggiore concorrenza tra i capitali che concorrono per il controllo di territori, risorse e popolazione.
Quali sono dunque le funzioni che caratterizzano il modello ideale di città nella “globalizzazione”? E quali sono quelle che fanno ritenere una città perfettamente inserita nella dinamica della “globalizzazione” capitalistica? Si tratta delle città complete in cui si installano i terminali dei principali flussi di transazioni materiali ed immateriali (banche, borse e centri di governo dell’economia), sedi di sperimentazione tecnologica e di ricerca legata non tanto ad una industria di tipo tradizionale ma ad un industria leggera hi-tech ad alto contenuto innovativo e di ricerca; funzioni di forte connessione tra formazione culturale (università e ricerca) con le imprese multinazionali, funzioni legate ad un turismo selezionato ancorato alla “convegnistica”, agli indotti derivanti da grandi eventi di “occasione”, funzioni recettive, alberghiere, terziarie di lusso, ma soprattutto dotate di reti di supporto alla vendita dei prodotti ad alto contenuto tecnologico (applicazioni delle fibre ottiche, videotelefonia cellulare avanzata, microelettronica, ecc…), funzioni avanzate come teleporti e centri di servizio per le autostrade informatiche, funzioni di trasporto veloci come reti ferroviarie a rapida percorrenza ed aeroporti all’avanguardia.
In questo diagramma ideale tutte le altre caratteristiche funzionali ed ambientali, come il pieno soddisfacimento del fabbisogno casa per la popolazione residente, recupero edilizio, innalzamento della qualità architettonica, reti efficienti di servizi ed attrezzature a scala urbana ad uso della popolazione, dotazioni di parchi, miglioramenti della condizioni di salubrità dell’aria, ecc…costituiscono dei fattori al contorno non trascurabili ma che non vengono ritenuti prioritari.
I capitali che soddisfano le funzioni sopra citate tendono a dirigersi verso quelle città o regioni già dotate di discrete condizioni di vivibilità sociale e urbana, verso città già fornite di una efficiente armatura infrastrutturale, di condizioni di efficienza della pubblica amministrazione, di avanzati servizi a scala urbana, di buone capacità recettive dei flussi che le attraversano.
Secondo Sassen le città globali sono quelle che si sono strutturate come “punti di comando nell’organizzazione dell’economia mondiale”, come“piazze di mercato per la localizzazione di industrie di punta del periodo attuale”(finanza e servizi alle imprese), e come “sedi delle industrie che producono innovazione”. Si tratta delle città di New York, Londra, Tokyo, Parigi, Francoforte, Zurigo, Amsterdam, Sidney, Hong Kong.2
Una seconda categoria individuata da Sassen è quella delle città che un tempo erano sede di importanti attività industriali e portuali e che hanno progressivamente perso le loro funzioni base, entrando in una fase di stagnazione o di vero e proprio declino dal quale sembrano non uscire. A questa categoria possono essere incluse alcune città poste sul bacino settentrionale del Mediterraneo come Marsiglia, Genova e su quello centro-meridionale come Napoli e Palermo.
Alla luce di queste considerazioni occorre sfatare alcuni miti che serpeggiano tra urbanisti e geografi secondo cui la concorrenza tra le città nell’attrarre capitali e investimenti contribuirebbe al rafforzamento delle città già dotate di opportunità e risorse ed al decollo economico e sociale di quelle più svantaggiate. L’idea corrente è che la corsa verso l’inserimento delle città nella “globalizzazione” potrebbe aumentare occupazione e sviluppo, innescando circuiti virtuosi che porterebbero ad una automatica riduzione delle povertà sociali e urbane.
Questi ragionamenti sollevano in noi innumerevoli dubbi e perplessità, difatti la polarizzazione delle nuove funzioni richieste dall’economia globale non migliora affatto le condizioni di benessere nelle popolazioni urbane. La gran parte degli investimenti esogeni che avvengono nelle città sono opera di holdings immobiliari e banche d’affari i cui interessi a localizzarsi in una città piuttosto che in un’altra sono legati alla possibilità di condurre affari nel mercato dei capitali o al più operazioni speculative di carattere eminentemente immobiliare-fondiario. 3
Altre perplessità nutriamo di fronte ai vagheggiati ed attesi posti di lavoro che si innescherebbero nelle città più arretrate per effetto di atterraggi di capitali provenienti da altre regioni o città.
Accanto alla crescita allargata di professioni altamente specializzate i cosiddetti nuovi mercati del lavoro fagocitano una estensione della degradazione del lavoro rispetto alle forme classiche in cui veniva inteso (largo impiego del part-time, della flessibilità, del precariato). E’ ancora Sassen, a venirci incontro, quando afferma che: “Accanto alle nuove disuguaglianze già menzionate fra le città, si manifestano anche nuove disuguaglianze economiche interne alle città, specialmente in quelle globali e alle loro aree circostanti”.4 Contrasti sociali e spaziali tendono così ad acutizzarsi nel cuore stesso delle metropoli avanzate come testimonia una vasta letteratura di inchiesta in ambito internazionale.5 Alla luce di queste considerazioni corre d’obbligo la seguente domanda: se nemmeno gli interventi urbanistici nelle città più avanzate riescono a dilatare le opportunità occupazionali ed a migliorare le condizioni di vivibilità e di reddito per le classi più svantaggiate perché mai gli stessi interventi dovrebbero innescare “splendidi circuiti virtuosi” in aree, regioni e città già cronicamente depresse?
Nella misura in cui gran parte degli investimenti sono di carattere essenzialmente finanziario cade l’automatismo che faceva corrispondere all’investimento industriale un innalzamento potenziale delle opportunità di reddito nelle popolazioni. Quel tipo di modellistica è oggi completamente saltato, soprattutto nel caso delle città europee o nordamericane. Il carattere eminentemente parassitario, speculativo degli investimenti finanziari può oggi produrre effetti negativi e positivi in due punti diversi e distanti del pianeta. Una transazione finanziaria speculativa partita dalla Germania, da Londra o New York, fatta a danno di società sud-americane produce effetti positivi in Giappone o viceversa, senza arrecare alcun vantaggio alle città in cui sono insediati i fulcri decisionali dell’operazione (ad eccezione del settore dei servizi offerti in loco agli operatori: alberghi, ristoranti, negozi di lusso ed altre attività di intrattenimento, insomma di tutta un’economia di servizi altamente selezionati ed esclusivi per gli addetti di multinazionali, banche d’affari, business-man e non certamente ad uso della totalità della popolazione).
L’atterraggio nelle città globali di capitali provenienti da varie regioni del pianeta non sempre determina effetti che dinamizzano il mercato locale: “Potenti investitori istituzionali giapponesi, ad esempio, trovano conveniente acquistare o vendere proprietà a Manhattan o nell’area centrale di Londra. Essi provocano un rialzo dei prezzi una prima volta all’atto dell’acquisto per effetto della concorrenza, e una seconda volta, per realizzare un profitto, quando li rivendono. Come potrebbe un piccolo operatore commerciale di New York competere con simili investitori e con i prezzi che essi sono in grado di imporre?
L’elevata potenzialità di profitto dei nuovi settori dinamici poggia in parte sull’attività speculativa. La crisi degli anni 90, seguita ai profitti eccezionalmente elevati realizzati dai settori finanziario e immobiliare negli anni 80, può dare la misura di questa dipendenza dalla speculazione.”6
Un’ulteriore caratteristica funzionale molto richiesta dai flussi che si muovono nel mercato globale è la supervalorizzazione delle scarsità. Le risorse naturali che negli anni ‘60 e’70 erano considerate fuori mercato, perché ritenute erroneamente inesauribili, vengono ora, anche di fronte alla crisi ecologica, ricercate con forza, così piccole città e regioni particolarmente suggestive sotto il profilo delle bellezze naturali, monumentali e paesistiche, dotate ancora di aria salubre, acque limpide, ecc… vengono immesse nel circuito economico internazionale, correndo rischi di nuove grandi ondate di assalti speculativi a carattere prevalentemente immobiliare. La ricerca di aria pulita, mare pulito, luoghi tranquilli, sicuri e protetti, ridefinisce la gerarchia di importanza delle diverse località turistiche secondo le attese del mercato.
Una classificazione delle città nella fase di globalizzazione è quindi un’ impresa non semplice poiché le dinamiche di trasformazione, risultano piuttosto rapide mentre una qualunque ipotesi di classificazione tende a descrivere quadri essenzialmente statici. La materializzazione delle funzioni richieste dal capitale appare in alcuni casi immediatamente realizzabile mentre in altre località richiede frequenti sollecitazioni promozionali a far si che un’area venga “notata” o “scoperta” dagli investitori internazionali come più attraente di altre. In questa dinamica il soddisfacimento delle aspettative degli abitanti delle città, bisogni come la casa, il lavoro, istanze di socializzazione vengono considerate al più come un mero corollario, perché contribuiscono a prefigurare un ambiente metropolitano più tranquillo e sicuro sotto il profilo dell’ordine e della sicurezza. Nella nuova dimensione globale il cosiddetto “benessere delle popolazioni” non è dunque un fine ma un mezzo per meglio competere ed operare in condizioni di tranquillità. In realtà gli obiettivi di una tale razionalità capitalistica flessibile e selettiva ma finalizzata allo scopo ( profitti, rendita, interesse) non contemplano il soddisfacimento dei bisogni sociali se non come una conseguenza dell’allinearsi al “nuovo modello di sviluppo”, ai suoi valori, e tutto ciò che non rientra nel quadro delle funzioni e delle culture richieste dall’accumulazione flessibile, viene scartato e messo ai margini.
In questa gara a farsi notare nell’arena mondiale le città più svantaggiate rischiano di andar incontro ad illusioni anche effimere. Tutte le metropoli aspirano così a dotarsi di “tecnopoli”, di centri storici “vivaci ed accoglienti”, di business center, centri commerciali avanzati, ecc.. mentre in molte di esse, come in quelle del bacino sud del Mediterraneo, mancano perfino le reti fognarie o rischiano di andare incontro nei prossimi anni a serie carenze idriche e non si sa dove smaltire le tonnellate di rifiuti urbani trasformando le cinture periferiche e quartieri già degradati in discariche a cielo aperto7
Città che in secoli passati erano dotate di opportunità e vantaggi dettati dalla loro posizione geografica tendono a declassarsi mentre altre, che erano originariamente collocate su posizioni di basso rango, tendono a recuperare margini molto modesti nella riconfigurazione delle nuove gerarchie funzionali richieste dal mercato mondiale.
Nel novero delle città che hanno maggiormente subito gli effetti devastanti della “globalizzazione” vanno incluse tutte quelle che nella fase fordista si erano sviluppate in modo monofunzionale ( citta carbonifere, portuali o strutturate su uno sviluppo ancorato all’industria pesante di trasformazione: chimica, siderurgia, cantieristica). Queste città hanno talmente distrutto sotto il profilo ecologico le loro risorse naturali ed ambientali che un loro recupero appare oggi molto difficoltoso anche per gli ingenti costi economici necessari ad una riconversione ambientale delle aree (disinquinamento marino, fluviale, del suolo, interventi contro il dissesto idrogeologico, interventi di riqualificazione dei centri storici e dei quartieri residenziali di maggior degrado, recupero ambientale di fronti costieri), spese per le quali gli stati ed i governi locali, sospesi tra indebitamento e scarse risorse finanziarie, non riescono a far fronte, nel mentre i soggetti privati, come è nella logica del mercato, non risultano interessati a recuperare per beneficenza e con capitale proprio suoli, aree demaniali, coste, boschi, foreste, quartieri popolari, centri storici se non ne intravedono un utile diretto. Qui affiora tutto l’effimero di quelle posizioni secondo cui un mercato lasciato a se stesso potrebbe generare sviluppo e politiche di riequilibrio sociali e spaziali.
Le città più rigidamente strutturate su un assetto capitalistico industriale presentano maggiori difficoltà di riconvertire le proprie funzioni-base.
E intanto il loro sviluppo, massivo e disordinato, ha distrutto quelle risorse naturali che potevano prefigurare altri modelli di sviluppo. La penuria d’acqua e l’inquinamento delle falde, la distruzione e l’abbandono dell’agricoltura, dei boschi e delle foreste, l’inquinamento marino, dell’aria e del suolo, l’urbanizzazione selvaggia delle coste e dei litorali, hanno talmente degradato l’ambiente urbano che oggi persino uno sviluppo di un “turismo di qualità” appare in alcune regioni difficile da praticare. La penuria di acqua rischierà negli anni futuri di aggravare il propagarsi di malattie infettive, la distruzione delle risorse agricole costringerà intere città e regioni a rifornirsi di prodotti di minor qualità ed a prezzi maggiori (per ammortizzare le spese di trasporto) realizzati altrove. L’effetto combinato di queste tendenze devastanti potrebbe manifestarsi, come osservano lucidamente i geografi J.F.Troin e B. Kayser, proprio nelle città del bacino del Mediterraneo.
Queste città, qualora riuscissero a riconfigurare il loro assetto funzionale nelle direzioni più consone ai caratteri della “globalizzazione” capitalistica, permarrebbero dipendenti da città funzionalmente più definite, aspetto che non consentirebbe un loro recupero o decollo sotto il profilo economico e sociale.
Troin e Kayser definiscono queste città come “megalomani”, con implicito riferimento a chi ne disegna le traiettorie politiche. La loro analisi è impietosa e merita di essere citata per esteso:” Come tutte le grandi città dislocate lungo i circuiti economici e finanziari mondiali, le metropoli del Mediterraneo cercano di sostituire l’era dell’industria pesante con un’accresciuta partecipazione agli affari internazionali e con l’ìnstallazione di centri di tecnologia avanzata. Così facendo non seguono certo un percorso originale, dato che questa stessa strategia la si ritrova all’opera nell’Europa del Nord. Ma quali potenzialità possono far valere? Sedotte dalla tentazione degli affari, le grandi città mediterranee si sforzano di creare dei «centri direzionali>> che riuniscano sedi di società internazionali, organismi finanziari, agenzie e centri studi di alto livello, collegi di periti e di consulenti. Mirano a sviluppare quel settore «quaternario>> che è appannaggio delle metropoli mondiali. E pensano quindi di diventare delle «città transnazionali>>(…) Perciò si gettano nell’impresa di rimodellare a fondo certe aree dei vecchi quartieri centrali, per farvi proliferare torrri e palazzi di vetro: Barcellona e il suo «Villaggio Olimpico>> di fronte al mare, che è stato riconvertito in zona per alberghi di lusso e per uffici; Genova e la Corte Lambruschini; Napoli e il suo centro direzionale; Beirut e il suo progetto un po’ delirante di edificare una «città degli affari>> proprio nel cuore della capitale; Damasco e le sue ristrutturazioni parziali del vecchio tessuto urbano; Tunisi e il suo Centro Urbano Nord, ecc…Questi nuovi complessi trovano difficoltà a trovare inquilini; e inoltre, non sono forse destinati ad accentuare ulteriormente la dipendenza di queste metropoli e di tutta la nazione, che esse controllano, dall’economia mondializzata?(…) D’altro canto esse vorrebbero insediare, alla stregua delle loro rivali del Nord, delle aree tecnopolitane dove realizzare l’unione fra ricerca e industrie di punta in località paesaggistiche gradevoli, sovente esterne agli agglomerati urbani; ciò pone il problema della rapidità dei collegamenti con il centro degli affari: gli esempi abbondano: Barcellona e il delta del fiume Lobregat, Marsiglia e la tecnopoli dell’Arbois, Napoli e Tecnapoli sulle ex aree industriali ristrutturate, Tunisi e Il Cairo e gli annessi aeroporti. L’esperienza concreta del parco tecnopolitano di Sophia Antopolis, nei pressi di Nizza (dunque distante da una grande metropoli), lascia un po’ scettici dinanzi al proliferare di questi progetti. E’ possibile constatare in effetti un blocco degli investimenti delle grandi società, che tentano piuttosto di riavvicinarsi ai centri direzionali urbani, un effetto limitato della «fecondazione reciproca >> fra ricerca e produzione industriale che era stata annunciata, l’invasione di queste zone da parte di servizi terziari che potrebbero benissimo installarsi in un qualsiasi nodo di comunicazioni.
Volendo fare tutte la stessa cosa, le metropoli finiranno per entrare in concorrenza, diventando semplici appendici di centri direzionali e di tecnopoli già insediati? C’è davvero posto per così tanti centri direzionali e parchi tecnopolitani sulle rive del Mediterraneo, mentre sono all’ordine del giorno processi di concentrazione, assorbimenti di gruppi e di imprese, gerarchizzazione delle strutture, raggruppamenti regionali, il tutto nel quadro di uno sforzo teso all’efficienza planetaria?”8

La cosidetta “globalizzazione dell’economia” prefigura quindi dinamiche contraddittorie. Da un lato velocizza processi di cambiamento e trasformazione che avvengono con estrema rapidità mentre in altri casi contribuisce a rallentare o a bloccare del tutto la crescita o l’adattamento alle nuove condizioni richieste dal capitale finanziario.
Questo processo sta producendo un aumento della polarizzazione sociale e della redistribuzione della ricchezza molto sperequato che accresce le diseguaglianze sociali e di reddito portando molte metropoli a tassi di povertà elevatissimi.

Note

1 K. Ohmae, Mondo senza confini, Il Sole 24 Ore Libri, Milano , 1991
K. Ohmae , La fine dello stato nazione , B e Castoldi, Milano , 1996

2 Saskia Sassen, Le città nell’economia globale, Il Mulino, Bologna, 1994

3 S. Roberts, Fictitius Capital, Fictitius Spaces? The Geography of Offshore Financial Flows, in S. Corbridge, R. Martin e N. Thrift (a cura di ), Money, Power and Space, Cambridge MA, Blackwell, 1994

4 Saskia Sassen, op.cit., pag.15
5 B. Preteceille, Collective Consumption, Urban Segregation, and Social Classes, in «Enviromental and Planning>> Society and Space, 4, pp. 145-154, 1986;

L.C.Queiroz Riberio, Restructuring in Large Brazilian Cities: The Center/Periphery Model in Question, Research Institute of Urban and Regional Planning, Federal University of Rio de Janeiro;1990

R. Ross, K.Trechte, Global Cities and Global Classes: The Peripheralization of Labour in New York City, in »Review>>, 6,3; 1983

M.Sonobe, Spatial Dimension of Social Segregation in Tokyo: Some Remarks in Comparison with London, Relazione presentata al Meeting of the Global City Project, Social Science Research Council, New York, 9-11 marzo. 1993

6 Saskia Sassen, op.cit., pag.16

7 J. F. Troin, Le metropoli del Mediterraneo, Jaka Book, Milano, 1997
B. Kayser, Il Mediterraneo, geografia della frattura, Jaka Book, Milano, 1997

8 J.F.Troin, Tentazioni affaristiche e sogni tecnopolitani, in Le metropoli del mediterraneo, op.cit. pp.83-86