Gaza Freedom March: dal successo alla necessità di un salto in avanti

L’obiettivo dei delegati alla Gaza Freedom March era quello di andare a Gaza entrando dal valico di Rafah. E questo per rappresentare, simbolicamente, la violazione di quel sigillo che tiene prigionieri gli abitanti della Striscia facendoli vivere in un embargo che, a tutti gli effetti, si configura come una guerra a bassa intensità. “Se danno il permesso a 1500 delegati internazionali di entrare –pensavamo- allora poi permetteranno anche il passaggio dei palestinesi”. E assieme ad essi di tutti quei materiali che servono per la vita di tutti i giorni, ma che a Gaza è impossibile trovare. A partire dai materiali da costruzione perché, da quando gli attacchi israeliani sono terminati, a Gaza è stato impossibile ricostruire alcunché vista la penuria di materiale edile. Tutto quello che si trova nei mercati di Gaza arriva attraverso le vie del contrabbando, passando per i tunnel sotterranei che il “democratico” Egitto ha deciso di inondare di acqua salata e gas per renderli inutilizzabili e costruire un muro sotterraneo in acciaio (lungo 11-12 Km e profondo 20-30 m) per bloccare qualsiasi tentativo di costruirne di nuovi. E questo, unito all’inspiegabile rifiuto di far entrare la Gaza Freedom March in Palestina, simboleggia meglio di qualunque altro discorso l’ipocrisia del governo Mubarak nei confronti della vicenda palestinese, a cui fa seguito l’intera comunità internazionale che sembra aver messo nell’oblio gli abitanti della Striscia di Gaza e con essi il diritto e le convenzioni internazionali.

Però, anche se l’obiettivo non è stato raggiunto (l’ingresso a Gaza), sarebbe sbagliato considerare questa esperienza un fallimento, anzi: il successo è stato indubbio. La nostra presenza al Cairo e le pressioni lì esercitate hanno costretto i media di tutto il mondo a parlarne. Sembrerà poco, ma l’essere riusciti a rompere il silenzio mediatico su questo aspetto è un primo, importante, passo in avanti. Un assedio, purtroppo, non fa notizia ed il rischio della popolazione civile di Gaza è quello di finire nel dimenticatoio di un Occidente tronfio di valori effimeri e sempre attento alla notizia (qualunque essa sia: una guerra o la scappatella di un premier, pari sono) ma non ai fatti. Ed i fatti ci parlano di una vita difficile, fatta di penuria e di un quotidiano assedio che impedisce di progettare, o anche solo di immaginare, un futuro migliore a quel milione e mezzo di persone che sono condannati a vivere in una prigione a cielo aperto e di cui, più della metà, hanno meno di diciotto anni. Il secondo importante aspetto è che siamo riusciti ad essere così in tanti a questo appuntamento. Il fatto che dall’Italia 150 persone partissero durante le vacanze, sostenendo individualmente i costi, e si ritrovassero al Cairo è un fatto che non vedevamo dalla stimolante e proficua stagione dei Social Forum. Dobbiamo farne tesoro. E se il limite di quell’esperienza è stato quello di non essere stati in grado di andare oltre ai grandi momenti di aggregazione e sedimentare un lavoro quotidiano e radicato, dobbiamo fare in modo che la Marcia non sia ora un ricordo nella testa dei tanti delegati o di chi ha seguito con partecipazione le notizie che giungevano dal Cairo. Sappiamo che la solidarietà alla causa palestinese vede tanti protagonisti e soggetti in campo, in Italia e nel mondo, ciascuno col proprio punto di vista, le proprie pratiche di lotta ed il proprio profilo politico. E non potrebbe essere diversamente, vista la divisione che la stessa società palestinese vive. La nostra sfida, da comunisti, è quella di lavorare perché tutte queste energie diventino il lievito della ripresa, in Italia, di un forte movimento unitario e popolare di solidarietà coi popoli in lotta, a partire da quello palestinese. Il nostro era un paese dove il diritto alla resistenza armata del popolo palestinese contro l’occupazione israeliana veniva ribadito nelle aule parlamentari e dove, per mano dello stesso Presidente della Repubblica, veniva donata la coppa del mondo vinta ai mondiali di calcio al presidente Yasser Arafat. Siamo diventati il paese dove un colone della Cisgiordania è sottosegretario agli esteri e nessuno dice nulla. Ecco perché i comunisti, se sono capaci, devo saper diventare protagonisti di questa nuova stagione di lotta e movimento che radichi nella consapevolezza culturale e nella quotidianità le ragioni della solidarietà internazionalista. Il documento del Cairo, interprete genuino dello spirito della Gaza Freedom March, ci richiama all’impegno per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni contro Israele, così come fatto dalla comunità internazionale nei confronti del regime sudafricano durante l’apartheid. Bene: tra pochi mesi si svolgeranno, proprio in Sudafrica, i mondiali di calcio e saranno tanti i servizi dei mass-media che parleranno della storia di questo paese. Quale migliore occasione per tornare a parlare dell’apartheid di Gaza e di tutta la Palestina e raggiungere così la pancia di questo intorbidito paese?

* Partecipante alla Gaza Freedom March