Fuori l’Italia dall’Iraq

Ritirare al più presto le truppe italiane dall’Iraq. Questa parola d’ordine, già punto essenziale del movimento contro la guerra ed obiettivo primario e ineludibile per concorrere a liberare il popolo iracheno dal giogo degli invasori, diviene ora – dopo la vittoria di Bush alle elezioni americane – se possibile ancora più importante, al fine di scoraggiare e indebolire la linea guerrafondaia repubblicana confermata dalla maggioranza dell’elettorato statunitense. Ritirare le truppe, ritirarle subito: oltre il “secondo” Bush ci sono mille e una ragione per farlo e sono state dette e ridette: la Costituzione italiana, il diritto internazionale, le prove che la guerra era immotivata per mancanza di armi di distruzione di massa e di legami con Al Qaeda. Ci sono le dichiarazioni di settori dello stesso governo americano e anche di Berlusconi: tutti dicono che prima leviamo le mani dal pasticcio e meglio è. Aspettiamo – dicono tutti – che ci sia una restaurazione di democrazia (quale che sia) e poi torniamo tutti a casa. Tutto questo perché l’Iraq, anziché una conquista, si è rivelato una trappola per tutti: gli americani in primis.
Tuttavia c’è un’ultima argomentazione, anche di forze politiche che ci sono amiche e di questo scrive Rossana Rossanda nel suo editoriale su il Manifesto del 9 ottobre. Scrive Rossanda : “i guasti che abbiamo fatto sono così gravi che non si può uscire di scena senza far nulla”. Che cosa accadrà tra sciiti e sunniti e soprattutto con i kurdi una volta che noi occidentali li abbiamo “abbandonati”? Obiezione fondata ma alla quale ci può essere una risposta di buon senso: una volta che gli iracheni non avranno più un nemico esterno da utilizzare per le loro lotte intestine, dovranno pur trovare un qualche modo per accordarsi; lo scannamento reciproco diventerebbe non solo pericoloso e dannoso ma difficile da spiegare, come sono difficili da spiegare le guerre fratricide.
Ove le truppe di occupazione (e di una occupazione illegittima) si ritirassero gli iracheni dovrebbero trovare una loro pace. Non avrebbero più alibi, né per il terrorismo, né per le lotte fratricide: dovrebbero pensare alla casa nella quale tutti abitano: sunniti, sciiti, kurdi. Il terrorismo non avrebbe più una giustificazione patriottica o almeno plausibile. Lasciare l’Iraq agli iracheni, che non sono dei minorenni e tanto meno dei minorati mentali, sarebbe utile, sarebbe un passo avanti della verità.
E, in ogni caso, siamo poi così sicuri che lo scontro interetnico sia l’ineludibile destino dei popoli, quando non siano “assistiti” da un Occidente capitalistico compassionevole e umanitario? A pensar male – diceva qualcuno – si fa peccato, ma spesso si indovina. Chi può dimenticare che fino a qualche tempo fa nell’Europa balcanica e dell’Est esistevano una decina di stati in tutto e che oggi, dopo la dissoluzione della Jugoslavia, ne esistono circa trenta? Che la maggior parte di essi sono piccolissime compagini statuali, ridotte al ruolo di protettorati e del tutto soggette dal punto di vista politico ed economico ai dettami degli organismi internazionali che regolano per conto degli stati forti i rapporti di dipendenza nel quadro dell’attuale gerarchia planetaria? Analogamente, non va dimenticato che la tripartizione dell’Iraq, intesa come una soluzione praticabile e funzionale al mantenimento del controllo di territori ricchi di risorse petrolifere, è precisamente quel che risulta dai piani dell’intelligence statunitense. Già, perché se – come abbiamo detto – tutte le giustificazioni del massacro iracheno addotte dall’establishment Usa sono cadute come foglie, ben salda resta invece la volontà di controllare, direttamente o per interposto protettorato, questa porzione di Medio Oriente: ben difficilmente le numerose basi militari a stelle e strisce già operative in territorio iracheno saranno infatti smantellate e, anche se dovesse prendere piede una pax americana, non assisteremo di certo ad una nuova nazionalizzazione del petrolio iracheno. L’impero resta l’impero con le sue ragioni e le sue logiche; e l’Italia resta l’unico paese continentale della vecchia Europa (l’Inghilterra è infatti fuori dal continente) che continua a sostenerlo, dopo la caduta di Aznar. Non c’è oggi alcuna ragione spendibile, alcun arzigogolo argomentativo che possa dare un minimo di senso alla permanenza in Iraq di truppe del nostro paese: è del tutto evidente che tale permanenza esprime unicamente l’acquiescenza del governo di Berlusconi al potente alleato d’oltre Atlantico. E – per favore –- non c’è bisogno di essere antiamericani per recepire una siffatta ovvietà. Dobbiamo dunque spingere al massimo per il ritiro delle nostre truppe, per dire agli americani che anche l’amico europeo ha perso o ha cambiato idea, per far loro sentire di esser rimasti soli e che la politica dell’impero deve cambiare.
Dozzine di sondaggi fatti in Europa durante la campagna elettorale americana hanno svelato che se gli europei avessero dovuto scegliere tra Bush e Kerry circa il 70% avrebbe scelto il candidato democratico. La seconda elezione di Bush potrebbe ulteriormente acuire le contraddizioni tra Usa ed Unione europea, “poli” economico – politici dai diversi e spesso contrapposti interessi, nel mondo e in Medio Oriente: è anche su queste contraddizioni che dovrebbe agire il movimento per la pace, ed è chiedendo il ritiro delle truppe americane e straniere dall’Iraq che tali contraddizioni si possono acuire, nell’obiettivo della fine dell’invasione e della guerra.
Come si vede, la pressione per il ritiro delle truppe italiane non è solo una questione di affari interni, ma una scelta che può pesare sull’assetto complessivo del mondo. Quando Bush si è trovato in difficoltà, egli si è speso l’amicizia con Berlusconi ed è arrivato a mettere i morti italiani di Nassiriya nei suoi spot elettorali per spiegare che la guerra non l’ha fatta da solo.
Ma proprio per questo il tema è molto importante per le cose di casa nostra, per la fisionomia che vuole avere la nostra opposizione e, più precisamente, l’alleanza democratica di Romano Prodi.
Questo delle truppe italiane in Iraq è punto decisivo della opposizione a Berlusconi. Non basta essere per la patrimoniale, per il salario di cittadinanza, per l’intervento pubblico nell’economia, per la difesa del Welfare, per la cancellazione della legge 30 e quant’altro, se non si dice in modo netto e inequivocabile che il primo atto della nuova, sperabile, maggioranza di sinistra sarà quello di decidere il ritiro delle nostre truppe da Nassiriya. Zapatero qualcosa dovrebbe avercela insegnata. Quella della partecipazione dell’Italia alla guerra americana è una questione dirimente.