Franco Trincale, un patrimonio della sinistra

È COSÌ DIFFICILE PENSARE A UNA FONDAZIONE CHE SI OCCUPI DI GESTIRE IL PATRIMONIO CULTURALE E, SOPRATTUTTO, EVITI CHE QUALCUNO PRIMA O POI FACCIA I SOLDI SULL’IMPONENTE MOLE DI BRANI CHE TRINCALE NON HA MAI DEPOSITATO?

“Sento che ogni giorno di più mi vengono meno le forze fisiche. Quest’anno compirò settant’anni; nel 2003 ho avuto un ictus e i medici mi consigliano di essere cauto, ma se non cercassi di ‘arrotondare’ la mia pensione (430 euro al mese + 290 quella di mia moglie) e mi ritirassi dal lavoro, oltre a rompere ‘l’equilibrio’ che mi sostiene, non vedo come riuscirei a campare”.
Il destinatario di questo accorato messaggio inviato nell’autunno scorso era il Presidente Ciampi, e l’autore era Franco Trincale, il più grande cantastorie italiano vivente, un artista che se fosse nato negli Stati Uniti oggi sarebbe considerato il “nuovo” Woody Guthrie, e che da noi invece deve guadagnarsi da vivere suonando per strada. Non da oggi scrivo dovunque mi lasciano la possibilità di scrivere che il suo caso è una vergogna per la sinistra, per tutta la cultura italiana e non solo per il mondo della musica. Gli appelli restano, in gran parte, inascoltati. Il problema non è soltanto quello del destino personale dell’artista, che pure dovrebbe preoccupare, ma anche della quantità di materiale prezioso che Trincale ha accumulato negli anni: canzoni, cartelloni dipinti a mano, documentazione, testimonianze e la storica chitarra costruita da Monzino e regalatagli nel 1968 dai lavoratori dell’Alfa Romeo. Tutto ciò rischia di andare perso per sempre.
Qualche mese fa sembrava che qualcosa si stesse muovendo. Il Corriere della Sera aveva dato spazio alla questione e il Sindaco di Bresso aveva anche lanciato l’idea di “acquistare” tutto il materiale in possesso di Trincale per conservarlo in un museo da realizzarsi nella fabbrica dimessa della Iso Rivolta. La Provincia di Milano aveva dichiarato la sua disponibilità, anche se pensava a una localizzazione diversa, nella futura Cittadella della Musica. I progetti suscitavano qualche speranza, ma per la loro lentezza rischiavano e rischiano di perdersi nel mare magnum dei complicati percorsi amministrativi. Chi sa come vanno queste cose non si sente rassicurato quando i progetti sono troppo grandi e, in fondo, troppo soggetti a variabili imprevedibili. Non è possibile percorrere una strada diversa? L’impressione è che la sinistra, così abile e talvolta felicemente visionaria nell’affrontare le tematiche culturali, fatichi a fare i conti con le situazioni reali e le difficoltà delle persone in carne e ossa.
Franco Trincale è un patrimonio della cultura italiana ma, soprattutto, è un uomo, un’artista con il quale la sinistra, intesa nel senso più largo, ha un debito accumulato negli anni. Basta pensare al rapporto costante della sua produzione artistica con il movimento operaio, i movimenti sociali e tutto ciò che si muove nella società. Nato il 12 settembre 1935 a Militello, in Val di Catania, inizia a cantare negli anni Cinquanta in Sicilia seguendo la tradizione dei cantastorie. Alla fine del servizio militare si trasferisce dalla natìa Sicilia a Milano. Qui le sue canzoni, fino a quel momento rimaste nell’ambito del folklore e della tradizione, si fanno più aggressive, in sintonia con i movimenti di lotta che accompagnano le grandi trasformazioni sociali degli anni Sessanta. Nello stesso periodo vince ben tre edizioni del festival dei cantastorie di Piacenza e diventa un “soggetto” interessante per le case discografiche. Il rapporto tra lui e l’industria dei dischi dura poco. Il suo carattere fondamentalmente alieno a qualunque tipo di disciplina imposta dall’alto ed estraneo alle ragioni di mercato lo porta ben presto a scegliere la strada dell’autoproduzione. Negli anni Sessanta e nei primi anni Settanta diventa così un antesignano delle “vendite militanti”, inaugurando una sorta di microrete destinata all’autodistribuzione che fungerà ancora da modello per le esperienze dell’hip hop e per la musica alternativa degli anni Ottanta. Album come Canzoni in piazza e Canzoni di lotta vendono un numero impressionante di copie, e c’è chi sostiene che se fossero state diffuse attraverso i normali canali di vendita avrebbero conteso alla più conosciute pop star la vetta delle classifiche di vendita.
Il fenomeno Trincale va però al di là della pur interessante esperienza commerciale. Egli, infatti, si caratterizza nel movimento della nuova canzone sociale italiana per il suo modo originale di scrivere canzoni, oltre che per lo stile vocale direttamente ispirato al modello dei cantastorie. I suoi testi, infatti, costruiti sui modelli narrativi tradizionali, spesso non rispettano le strutture metriche classiche, privilegiando il concetto alla purezza stilistica. La sua attività non termina con l’esaurirsi della grande stagione della canzone politica italiana, ma continua senza sosta fino ai giorni nostri. Insofferente a qualunque tipo di condizionamento, ha messo in musica e raccontato le storie dell’Italia degli ultimi cinquant’anni.
Scrivere che se fosse nato negli Stati Uniti oggi sarebbe considerato il “nuovo” Woody Guthrie non è solo un’invenzione retorica. I punti di contatto tra la sua storia e quella del più grande folk singer d’oltreoceano sono molti. Come Guthrie è un vagabondo armato di chitarra che scorrazza nel suo paese e mette in musica le storie, le lotte, le aspirazioni e luoghi dove le tensioni sociali si fanno più acute. Con Trincale e i cantastorie in genere, la nostra musica, soprattutto quella dei cantautori, ha un debito storico che fino a oggi non ha mai compiutamente pagato perchè siamo un paese strano e senza memoria. Non è accaduto così, infatti, per i cantautori dell’area anglosassone, che da tempo hanno riconosciuto, ripreso e rilanciato la cultura popolare dei broadside, i fogli volanti con i testi della canzoni che venivano venduti sulla strada dopo l’esecuzione. I folksinger inglesi e statunitensi degli anni Sessanta, Donovan e Dylan compresi, che hanno attinto a piene mani a questa tradizione, non si sono mai nascosti dietro al dito dell’innovazione, ma di tanto in tanto hanno anche recuperato gran parte del lavoro di quei maestri, spesso anonimi o dimenticati.
In Italia il collegamento non è stato così lineare, anzi in molti casi è stato ignorato o sfiorato con ironia, come ha fatto Edoardo Bennato nella sua Rinnegato. È un debito pesante quello che i cantautori italiani hanno nei confronti della tradizione dei cantastorie, che ha almeno quattro secoli di storia. L’impegno primario di quegli artisti era quello di diffondere le notizie con il supporto della musica e di tabelloni illustrati (oltre che, dopo l’invenzione della stampa, dei fogli volanti). Essi hanno dettato strutture, ritmi e melodie che ancora oggi fanno da base alla moderna canzone narrativa. Anche il rap, nella sua struttura, è debitore verso questa storia. Scrive Ambrogio Sparagna, uno che se ne intende, che “In Italia i cantastorie hanno svolto un’importante funzione nell’ambito della cultura popolare… (almeno) fino agli anni Sessanta e Settanta”. Figure come quelle di Ciccio Busacca, Adriano Callegari, Marino Piazza, Turiddu Bella, Matteo Salvatore e Franco Trincale sono state determinanti nel passaggio della storia cantata da semplice strumento divulgativo a moderna elaborazione musicale. Gran parte dei cantautori si rifanno, non si sa quanto consciamente, al loro lavoro, eppure la cultura del music business li ha cancellati. Se fossero nati in altre parti del mondo, le loro canzoni sarebbero oggetto di studio da parte delle scuole di musica e comunicazione. In Italia non accade. Per Trincale, poi, la situazione è paradossale. Mentre nel mondo (Stati Uniti compresi) lo invitano a tenere conferenze nelle università, nel suo paese lui è costretto, se vuole cantare, a prenotare porzioni di spazio pubblico nel centro di Milano e ad affidarsi alla questua (o alla vendita di dischi autoprodotti). Ha rischiato anche di non cantare più: quando gli avvocati di Berlusconi, per dimostrare che il Tribunale di Milano era una sede inadatta a processare il loro assistito, tra le influenze negative hanno inserito anche i concerti di strada di Franco Trincale. Nelle cartelle degli avvocati gli veniva infatti contestato di essere stato causa di una rissa per ragioni politiche. La contestazione, basata su una falsa ricostruzione dei fatti, per chi l’aveva proposta era un banale passaggio tecnico della querelle che opponeva il Cavaliere ai giudici di Milano, ma per lui era diventato un problema di vita. Se sottoposto a provvedimenti amministrativi, infatti, Trincale rischiava la sospensione della possibilità di cantare per le strade. “Non è nella mia natura fare la vittima”, aveva dichiarato ai cronisti curiosi, ma la situazione era davvero complicata, perché un provvedimento del sindaco Albertini che proibiva l’uso del suolo nel centro città rischiava di impedirgli di “cantare le ingiustizie, le falsità, gli inganni, così come ho sempre fatto. Se non mi lasciano più cantare, mi uccidono”. Per scongiurare questo rischio, si erano mobilitati amici, compagni, cittadini e anche vari legali. La sua vicenda, rilanciata in tutta Italia dai media, aveva suscitato moti spontanei di simpatia un po’ ovunque, con la costituzione di un comitato di solidarietà. I suoi concerti di strada nel centro di Milano erano diventati meta di una testimonianza solidale da parte di un numero crescente di persone, cui lui aveva risposto, come al solito, mettendo in musica i fatti, le ingiustizie e le stesse vicende che lo vedono protagonista. La vicenda aveva messo a nudo la fragilità del suo ruolo e la solita difficoltà della sinistra a rivendicare pezzi di propria storia. A chi gli chiedeva se avesse paura, Franco rispondeva: “No, non ho paura. Alla mia età ne ho viste tante da essere ormai preparato a tutto. Assisto però con un po’ d’angoscia al crescere di una sorta di intolleranza radicale verso qualunque spirito critico. È come se il gelo dell’autoritarismo stesse pian piano spegnendo il calore dell’arte. Io sono uno dei tanti piccolissimi granelli di sabbia che rischiano di essere spazzati via dalle folate fredde di un vento cattivo e vendicativo.
La mia sola speranza è nella gente che mi sta facendo scudo e mi invita a non mollare. Io continuo a fare quello che ho sempre fatto: canto”. La mobilitazione e la solidarietà, alla fine, avevano scongiurato ogni rischio.
Oggi, però, c’è un nuovo nemico, apparentemente più subdolo e paziente, ma altrettanto micidiale: il tempo che passa. Se da una parte le istituzioni, soprattutto la Provincia di Milano, cominciano a dargli una mano chiamandolo a insegnare il suo mestiere ai giovani interessati, la sinistra nel suo complesso e i comunisti in primo luogo dovrebbero porsi il problema di preservare dalla distruzione l’immensa mole di materiale che racconta più di cinquant’anni di storia dalla parte delle classi subalterne. È così difficile pensare a una Fondazione, magari pubblica e sociale, che si occupi di gestire il patrimonio culturale e, soprattutto, eviti che qualcuno, prima o poi, faccia i soldi sull’imponente mole di brani che Trincale non ha mai depositato? C’è un tempo per le parole e uno per i fatti. Questo è il tempo dei fatti.