Fondi Sovrani

*Comitato Politico Nazionale Prc

Nonostante sull’economia globalizzata e sulle finanze dei paesi più industrializzati del mondo incomba un fortissimo rischio recessione, aggravato ancora di più dalla crisi finanziaria e da quella dei mutui americani, il gotha dell’economia e della finanza internazionale riunito al World Economic Forum di Davos ha concentrato quest’anno la sua attenzione sullo sviluppo e l’importanza che stanno occupando, nell’economia mondiale, i Fondi Sovrani di Investimento (Sovereign Wealth Funds, SWF). Al centro del dibattito internazionale degli ultimi mesi, la loro dimensione appare già oggi particolarmente rilevante: secondo uno studio condotto da Morgan Stanley, prestigiosa banca d’affari statunitense leader nella gestione degli investimenti e servizi finanziari, il valore dei Fondi Sovrani ha già superato quello dei Fondi Speculativi (Hedge Fund) e ci si attende, nei prossimi anni, una accentuata tendenza alla crescita, con un sorpasso sulle riserve ufficiali previsto per il 2011 ed un volume economico stimabile in migliaia di miliardi di dollari. Nati negli anni ‘50, hanno avuto un rapido sviluppo nell’ultima decade, con una crescita di influenza per quanto riguarda la stabilità dei mercati, la domanda globale di servizi finanziari, l’allocazione e i prezzi degli asset. Nonostante non esista una definizione univoca per definire cosa siano i Fondi Sovrani di Investimento, possiamo dire che sostanzialmente si tratta di strumenti finanziari posseduti da stati sovrani che amministrano e gestiscono fondi pubblici investendoli in un ampio ventaglio di asset. I paesi le cui economie hanno un surplus strutturale, dovuto alle materie prime – ed in particolar modo agli idrocarburi – o con grandi capacità di collocare nel mondo i propri prodotti, accumulano montagne di denaro e, una volta messa da parte la valuta necessaria a garantire la stabilità del cambio e a proteggersi da crisi di liquidità (le due funzioni classiche delle riserve ufficiali), decidono di destinare il denaro in eccesso in fondi di proprietà statali con l’obiettivo di investire all’estero con una strategia di lungo termine, dando così vita ad un SWF. Le ragioni per creare un Fondo sono diverse, ma a spingere i paesi emergenti verso questa scelta è senza dubbio il bisogno di non inondare il mercato interno di eccessiva quantità di valuta che avrebbe altresì un alto effetto inflattivo e, soprattutto, il bisogno di accantonare grandi quantità di denaro per far fronte ad un futuro in cui, prevedibilmente, le risorse energetiche o i surplus commerciali diminuiranno drasticamente. Per tali ragioni possiamo classificare i SWF in: Fondi di stabilizzazione, con lo scopo di stabilizzazione del gettito fiscale e dei saldi dei movimenti valutari in corso e Fondi di risparmio o intergenerazio – n a l i che, come è facile intuire, hanno lo scopo di conservare la ricchezza per le generazioni future e ridistribuire così in maniera più equa i proventi delle risorse (esauribili) di una nazione, investendo questo surplus economico in attività finanziarie a basso rischio 1. I primi due fondi (il Kuwait Invest – ment Board 2 e il Revenue Equalisation Reserve Fund) sono nati nel 1953 con lo scopo di investire i proventi deri- vanti dalla vendita del petrolio, mentre il terzo è stato creato nel 1956 dall’amministrazione coloniale britannica delle Isole Gilbert (dal 1979 Repubblica di Kiribati), in Micronesia, con parte della valuta che derivava dall’esportazione e dalla vendita dei fosfati. Questo fondo (il Revenue Equalisation Reserve Fund) oggi vale 520 milioni di dollari, pari a nove volte il Pil del paese, con un rendimento medio del 33%. Da allora il numero dei SWF è cresciuto rapidamente, ma due sono state le principali stagioni di sviluppo: la prima negli anni ’70 e la seconda negli anni ’90. E non casualmente, visto che nel ’73 prima e nel ’79 poi, abbiamo assistito ad una grave crisi energetica con un forte aumento del prezzo del petrolio – a tutto vantaggio dei paesi esportatori -, e negli anni ’90, a seguito del crollo dell’Urss e di tutto il campo sovietico, si sono aperte nuove e vastissime frontiere commerciali, ridisegnando profondamente gli equilibri nati durante la guerra fredda. Queste considerazioni fanno il paio con il processo di accumulo di riserve ufficiali, che hanno visto un incremento negli ultimi cinque anni del 140% ed il rapido sviluppo economico dei paesi emergenti che, nello stesso periodo, hanno accumulato 3,5 mila miliardi di dollari di riserve ufficiali, al netto della parte destinata ai SWF, con un incremento del 180%. Cifre da capogiro dovute alla particolare congiuntura economica che ha visto i grandi esportatori di prodotti (come la Cina) o di materie prime ed energetiche (come la Russia, i paesi del Medio Oriente, ma non solo) trovarsi una quantità enorme di valuta da poter investire nella creazione di un proprio Fondo, al punto che attualmente ne risultano operativi più di 40 3 . Le stime sugli asset facenti parte dei Fondi Sovrani variano, a seconda delle fonti consultate, da un minimo di 1,5 ad un massimo di 3,1 mila miliardi di dollari. Questo ventaglio di stima è dovuto al fatto che è molto difficile determinarne la dimensione esatta, a causa del bassissimo numero di informazioni ufficiali fornito dai vari paesi, in merito all’ammontare ed alla composizione delle proprie attività e proventi internazionali. Sempre secondo Morgan Stanley, oggi i Fondi gestiscono complessivamente 2,5 mila miliardi di dollari (gli Hedge Funds 1,6 mila miliardi), cifra enorme ma destinata ad aumentare esponenzialmente nel tempo: si prevede infatti che entro il 2015 diventeranno 12 mila miliardi e che, nel 2020, controlleranno il 10% circa della ricchezza finanziaria dell’intero pianeta. Recentemente anche Russia e Cina hanno deciso di istituire un proprio Fondo, riaccendendo la discussione e gettando scompiglio tra analisti e commentatori economici, al punto che il titolo scelto da l’Economist per parlare di questo tema è stato: “L’invasione dei SWF”. La Cina vanta introiti economici da capogiro, in virtù di un saldo commerciale che si aggira intorno ai 25 miliardi di dollari al mese. Fino ad ora questo surplus è stato investito nelle obbligazioni del tesoro americano. E questo ha fatto si che, se da un lato i capitali cinesi hanno aiutato l’economia americana a coprire il deficit e continuare a mantenere standard economici elevati ed evitare la bancarotta, dall’altro lato è accaduto che un pezzo consistente dell’economia americana, a partire dal suo debito pubblico, risulta oggi nei fatti nelle mani del principale paese antagonista a Washington. Nel 2007 è stato costituito il China Investment C o r p o r a t i o n (CIC). Emanazione della Banca Centrale di Pechino, questo Fondo è guidato da Lou Jiwei, cinquantenne ex viceministro delle Finanze ed uno dei dirigenti di punta del Pc cinese, e può già vantare una quota di 200 miliardi di dollari, un sesto delle riserve del paese. Non voglio qui produrmi in un’analisi dettagliata sullo sviluppo dell’economia cinese, ma è del tutto evidente che la nascita del CIC arriva a coronamento di uno sviluppo economico ed industriale senza eguali nella storia: solo nel 1999 su 20 società a maggiore capitalizzazione, 14 battevano bandiera statunitense; sono bastati pochi anni e lo scenario si è profondamente modificato. Oggi infatti al comando della classifica troviamo la Cina (con 8 aziende), seguita da Usa (sette), Ue (quattro) e Russia (una). E la musica non cambia guardando la classifica delle Borse: nella Top Ten si sono piazzati cinque gruppi cinesi e solo tre americani (fonte: Bloomberg), con PetroChina regina delle borse mondiali che vale quanto le americane Exxon e GeneralElectric assieme 4. Il Fondo di Stabilizzazione della Russia, costituito con i proventi dell’export petrolifero, è nato invece nel 2004, accumulando ben 158 miliardi di dollari. Dal primo gennaio 2008 è stato diviso in due: il Fondo di Riserva, pari al 10% del Pil, che servirà a coprire eventuali buchi di bilancio in caso di caduta del prezzo del petrolio (ossia sotto i 27 dollari al barile), ed il Fondo di Prosperità Nazionale che, dotato di 32 miliardi di dollari – e che crescerà a ritmo di 40 miliardi l’anno -, verrà usato per migliorare il tenore di vita dei russi, così come stabilito dalle linee guida della politica economica voluta da Putin nel suo ultimo mandato presidenziale. Entrambi i fondi saranno alimentati dai dazi sull’export di petrolio, che solo nel mese di dicembre è stato di 2 miliardi di dollari, senza contare le tasse sul gas e le altre materie prime, che hanno portato a chiudere il 2007 con un surplus di bilancio di 71 miliardi di dollari. In questo ultimo anno e mezzo si è registrata però un’inversione di tendenza rispetto alla destinazione d’uso di questi capitali. Se fino ad ora la stragrande maggioranza di tali fondi erano diretti verso l’acquisto di buoni del tesoro Usa, oggi si stanno spostando verso il finanziamento di opere pubbliche all’interno dei rispettivi stati e, soprattutto, verso l’acquisizione di partecipazioni azionarie di società, banche ed imprese dell’Europa e dell’ America del Nord. L’elenco è lungo e va dalla Daimler- C h rysler alla Deutetsche Bank, da Hbsc alla Standard Chartered e alla Barclays, da Airbus fino alla Ferrari e alla Piaggio Aero. Un fenomeno di portata enorme, che sovverte la logica privatista ed antistatalista in voga nell’ultimo quindicennio: è come se, dopo aver impiegato dieci e più anni per ridimensionare il ruolo dello stato nell’economia, questo ritorni più potente ed influente che in passato. E questo ha provocato una ovvia reazione nei paesi occidentali, con posizioni che vanno dal protezionismo tout court al liberismo puro del Regno Unito. Molto forte è stata la presa si posizione della cancelliera tedesca Angela Merkel che, a metà estate, ha sollevato il problema della presenza dei SWF in Europa, proponendo la costituzione di un’agenzia – come è negli Stati Uniti la Us Committee on Foreign Investments – a cui affidare il compito di valutare, selezionare, approvare o respingere gli investimenti più rilevanti dei fondi dei paesi terzi. A questa proposta ha fatto eco l’ipotesi dell’eurocommissario britannico Peter Mandelson, in un’intervista sul Sole-24 Ore del 21 luglio scorso, di risolvere il problema degli investimenti attraverso l’adozione di una golden share europea che abbia i pieni poteri decisionali quando sono in gioco asset fondamentali dell’intera Europa. E così, tra i due poli, il punto di mediazione in seno alla Commissione europea è stato quello di approvare un codice per la governance dei Fondi Sovrani, senza però prevedere un vero e proprio intervento legislativo, ma basandosi su un codice di condotta volontario di undici punti che prevede, soprattutto, la netta separazione della responsabilità dei fondi e la pubblicità degli obiettivi, degli investimenti e del sistema regolamentare 5. E questi codici non fanno altro che svelare un certo timore dell’Occidente nei confronti dei paesi emergenti e del loro crescente protagonismo, timori resi espliciti da Lawrance Summers, uno degli ispiratori della politica economica clintoniana degli anni Novanta, secondo il quale l’appartenenza diretta dei fondi ai rispettivi governi li renderebbe sospetti, perché animati da interessi geopolitici e non dalla ricerca del valore. Una posizione decisamente risibile, anche agli occhi di un convinto liberista, che riflette le paure dei paesi occidentali nella perdita di egemonia nella competizione internazionale. E si tratta, inoltre, anche di una posizione contraddittoria perché se da un lato vengono sanzionati e regolamentati i fondi sovrani, in quanto “emanazione diretta” di stati sovrani stranieri, dall’altro lato si fa finta di non vedere come le stesse attività siano state svolte, in questi anni, anche da major finanziarie di matrice anglosassone, come JP Morgan, Goldman Sachs et similia. Queste ultime, infatti, non solo non hanno orientato le proprie scelte in funzione esclusiva del profitto, ma la loro struttura è strettamente connessa col sistema di potere politico, come dimostra il copioso passaggio di ruolo dal top management delle stesse a posizioni di governo e viceversa.

Questa regolamentazione tuttavia non muterà i fenomeni di fondo, ossia che la potenza finanziaria di questi nuovi soggetti pubblici è crescente e non arrestabile da codici di condotta (del resto sono proprio i governi occidentali – cioè la politica che non si vuole che entri in gioco dall’altra parte- a chiedere ai fondi di investire in banche americane ed europee) e, soprattutto, il fatto che il boom dei SWF è solo il più vistoso degli effetti di un immenso spostamento di risorse e potere dai paesi industrializzati verso i nuovi paesi emergenti. Quando negli anni Settanta l’economia americana cominciò a scricchiolare, la scommessa degli strateghi statunitensi fu quella di istituire un nuovo meccanismo di regolamentazione che si imperniava sempre più sul libero mercato e sempre meno sullo stato, al fine di garantire un’apertura del mercato capitalistico mondiale e l’unità dei paesi occidentali, sotto l’egemonia Usa 6. Il crollo dell’ Urss non fece che rafforzare questa tesi che oggi giunge decisamente ad un punto critico: non solo non si è avverata la congettura della “fine della storia” di F. Fukuyama, ma siamo ad uno snodo cruciale della storia che, come ci spiega Stephen Jen di Morgan Stanley, vede «in aggiunta a un trasferimento geografico di poteri da un sistema unipolare centrato sull’egemonia degli Stati Uniti a un sistema multipolare, soprattutto un trasferimento del potere economico dal privato al pubblico». Ed inoltre nel 2050 «ci troveremmo non solo di fronte ad una profonda transizione nella struttura del potere economico globale, ma anche, per la prima volta, di fronte ad uno scenario sostanzialmente post-occidentale che segnerebbe il paradossale compimento di una parabola plurisecolare di sviluppo e diffusione dell’economia-mondo capitalistica. La Cina tornerebbe ad essere la più grande economia del pianeta, come lo era già agli albori della vicenda storica del capitalismo occidentale, (…) mentre il mondo del G6 (che include, tuttavia, il Giappone) rappresenterebbe solo il 40% dell’economia mondiale» 7. Qualcosa di paragonabile, quindi, alla rivoluzione avuta nel 1492 con l’apertura delle rotte commerciali verso il Nuovo Mondo e l’intensificazione dei rapporti con l’Asia, che provocò la decadenza dell’economia mediterranea e spostò l’asse economico e politico verso i mari d’Oriente e verso l’Atlantico, emarginando le città marinare italiane a tutto vantaggio di Amsterdam e Londra. Non sembri avventato questo paragone storico: l’irruzione dei paesi del Bric (acronimo che sta ad indicare Brasile, Russia, India e Cina) nell’economia globale, la crisi dell’impianto liberista ed un ritorno di centralità del ruolo dello stato nell’economia, possono rappresentare uno di quei momenti di accelerazione improvvisa della storia, capace di cambiare i rapporti di forza su scala globale. E l’Europa? La risposta meriterebbe una trattazione a parte, ma è del tutto evidente che dopo i dissidi registrati negli ultimi anni e resi visibili con le differenziazioni di Francia e Germania rispetto alla politica di guerra voluta dagli Usa in Iraq, la configurazione dell’Ue continua nel solco di una concertazione interimperialista che certo non annulla contraddizioni e rivalità economiche e commerciali, ma che comunque non minano le fondamenta di una partnership strategica, nel quadro Nato, che da quasi sessant’anni viene avanti. Anzi, l’attuale presidenza della Merkel del Consiglio dell’Ue ed una possibile vittoria dei democratici americani, ci potrebbero portare a dire che, nel prossimo periodo, ci troveremmo davanti ad “un’Europa un po’ più spostata a destra” ed agli Stati Uniti “un po’ più spostati a sinistra”, con una configurazione politica, quindi, che avvicinerebbe ancor di più le due sponde dell’Atlantico. Alla profonda crisi di egemonia politica ed economica, la triade imperialista (Usa, Ue e Giappone) risponde imponendo un nuovo ordine mondiale di concertazione interimperialista. Per questo motivo, a fronte dell’emergere dei paesi del Bric, del ruolo svolto dai paesi euroasiatici del Gruppo di Shangai, dal nuovo protagonismo politico della Russia nello scacchiere internazionale e dei movimenti profondi (non solo a livello statuale, ma anche di processi che vedono protagonisti le lotte di popolo) che avvengono dall’Africa australe all’America latina, passando per l’Asia, il ruolo che può svolgere l’Europa diventa essenziale. Per queste ragioni alle forze che qui si richiamano ad una prospettiva di critica del sistema e di sovvertimento dei rapporti di produzione, non basta semplicemente dichiararsi contrari all’esistenza dell’Ue, né basta contrapporre a questo processo reale una immaginifica “Europa dei popoli”. Accanto ad un forte contrasto delle politiche di unificazione comunitaria, le forze critiche e comuniste europee devono porsi il problema di un’analisi e di una lotta nei confronti dell’Ue, che porti ad un rovesciamento della sua direzione, affinché dal “multilateralismo imperialista” di Usa, Ue e Giappone si passi ad equilibri più avanzati che non impediscano, ma anzi accrescano, lo sviluppo della lotta emancipatrice dei lavoratori e dei popoli. Per le forze critiche e rivoluzionarie del continente, quindi, c’è ampia materia su cui riflettere.

Note

1 Questo tipo di classificazione dei SWF è in base al loro scopo principale (stabilizzazione o risparmio). Un’altra classificazione può essere fatta in base alla provenienza delle attività che costituiscono il Fondo. Avremo così: Fondi commodity costituiti da rendimenti derivanti da esportazioni di materie prime e Fondi non commodity, dovuti principalmente ad ampi avanzi economici di partite correnti che generano un “eccesso” di riserve ufficiali, che vengono così diversificati nei SFW.

2 Nel 1965 questo Fondo è stato rimpiazzato dal Kuwait Investment Office, che attualmente gestisce una parte rilevante del Future Generation Fund, nel quale il Kuwait riversa annualmente il 10% dei proventi della vendita del petrolio.

3 Per conoscere i principali SWF, la nazione, l’anno di costituzione e le relative dimensioni economiche, consiglio la visione delle tabelle redatte dal Peterson Institute, un think tank statunitense di studi di economia internazionale, vicino ad influenti settori di intelligence e governativi, che potete trovare all’indirizzo internet: http://www.petersoninstitute. org/ publications/papers/truman1107tables. pdf. Le varie schede sono molto dettagliate e svelano, qualora ve ne fosse bisogno, l’interesse dell’Amministrazione Usa allo sviluppo di questi Fondi e, soprattutto, dei rispettivi paesi. Per chi volesse del materiale in lingua italiana consiglio la visione del n.4 del 2008 di Diplomazia Economica Italiana a cura del Ministero degli Esteri e Sole24Ore http://www.esteri.it/MAE/IT/Ministero/Servizi/Imprese/DiplomaziaEconomica/Newsletter/Newsletter.htm

4 L’elenco dei successi economici cinesi potrebbe continuare a lungo e del resto tutti giornali, anche italiani, ne parlano molto. Non senza allarme e preoccupazione, al punto che La Repubblica del 21 Dicembre 2007 così titolava: “Il padrone cinese. Se la Cina compra il mondo”. Questo articolo di F. Rampini contiene diverse informazioni interessanti sul boom dell’economia cinese, soprattutto per ciò che riguarda i rapporti commerciali che il governo di Pechino ha stipulato col Medio Oriente, l’Asia, l’Africa e della consistente penetrazione nei gangli dell’economia americana. La cosa interessante, al di là dei numeri, è che la Cina è stata ammessa nel Wto solo nel 2001. Sono bastati pochi anni per accrescere esponenzialmente il proprio peso economico, con un doppio vantaggio: il primo è un netto miglioramento delle condizioni dei lavoratori cinesi che, solo nell’ultimo anno, hanno avuto aumenti salariali del 100% , ed il secondo costituito dal rovesciamento dei rapporti di forza in seno alla stessa Wto, sbalzando il primato Usa. Farebbero bene a riflettere, a tal proposito, giornalisti e politici di sinistra che, con civetteria, additavano la scelta dell’ingresso nel Wto del colosso asiatico come il segno di una avvenuta omologazione al mondo capitalistico…

5 Questi undici principi, secondo l’agenzia Radiocor, prevedono: netta separazione tra la gestione dei fondi e gli obiettivi geopolitici degli stati che li promuovono; separazione chiara e netta della responsabilità nella gestione dei fondi; pubblicità delle scelte di investimento; autonomia operativa per fronteggiare il rischio di interferenze politiche; ogni anno deve essere garantita una informazione sugli investimenti effettuati; trasparenza nell’esercizio dei diritti proprietari; pubblicità delle regole di gestione praticata nel paese di origine del fondo.

6 Confronta: “Il declino del capitalismo occidentale: una proiezione al 2050” di Salvatore Minolfi, in Giano, n.49 del 2004.

7 Tratto dal saggio di S. Minolfi, citato nella precedente nota, dove viene analizzato uno studio condotto dalla Goldman Sachs nell’ottobre del 2003, con proiezione fino al 2050.