Federico Garcia Lorca: la vita recisa in una metafora

L’ombra dorme sul prato, prona all’infuocato crepuscolo invernale, e l’acqua cosparge di melodia quel fazzoletto d’infinito. Il pioppo tuffa le braccia sull’erba che accoglie la sensualità senza macchia delle sue resine in un 1919 pieno di nuvole barocche, a Fuente Vaqueros . Federico Garcia Lorca porta il giogo dei suoi occhi ventenni, pieni di buoi che tirano l’aratro, di campi che presto avranno la pelle dorata dal grano, di alfabeti sensuali che impara a tradurre in logica alla facoltà di lettere di Granada. Intanto, però, riempie centinaia di pagine con i versi densi di quel bambino primordiale che resterà sempre in lui come il primo amico. La scrittura è verginale e intatta, scrittura di adolescente. La ferita dell’esistere sanguina già, grida da dietro le sbarre della giovinezza, ma riesce ancora ad estraniarsi dolcemente nella mitologia della fiaba. La sua poesia prende la misura con la prima esperienza letteraria che Federico può fare a quell’età, in quell’Europa, in quell’epoca: segue la mulattiera del romanticismo, addensa i simboli sulle parole con l’urgenza delle mosche sull’energia del tuono. Federico resterà per sempre affezionato a questo primo Libro de Poemas che raccoglie i suoi testi giovanili; lo sentirà per sempre vivo come il nerbo della radice che assicura continuità, e lui stesso invita il lettore a nutrire rispetto per “queste pagine disordinate dov’è il riflesso fedele del mio cuore e del mio spirito imbevuto dei colori che gli fornì la vita palpitante intorno. La nascita di ognuna di queste poesie che hai tra le mani, o lettore, è il sorgere di un nuovo germoglio dell’albero musicale della mia vita in fiore. Sarebbe una sciagura dispre z z a re quest’opera, così unita alla mia stessa vita”. L’ombra lunga del Caudillo non è più così lontana, la Spagna esplode di problemi irrisolti e di sangue lasciato sulle strade: i lavoratori non hanno goduto della neutralità della nazione alla grande guerra, mentre invece si sono arricchiti i capitalisti del florido mercato di ferro e munizioni nei traffici con i paesi belligeranti. I conflitti sociali sono tizzoni ardenti, la politica espansionistica verso il Marocco è un insuccesso e la Spagna deve ancora assaggiare prima un colpo di stato, poi il pugno di ferro dei Borboni. Già a metà anni ’20 l’ombra pian piano si allunga. Nelle notti andaluse, scure come vino d’annata, la repressione della Guardia Civil si ripiega sui gitani e Federico ne inscena la realtà sul palco improvvisato della pagina bianca. Il verso si trasforma in giustizia sociale pura inevitabile e decisa; la parola si coagula intorno ad una sensazione tattile o visiva, colma i sensi con gli umori tellurici delle ingiustizie umane di quel pezzetto di mondo. Lo stile lorchiano descrive tutto, anche la cattiveria, con un ritmo che scorre sulle immagini di un primitivo canto gitano o indù, ma non è semplice estetismo fine a se stesso: è il correlativo poetico della pacificazione naturale degli elementi che costituiscono l’uomo, la società, perché Lorca è essenzialmente una persona gaia che crede alla positività dell’azione; non ha bisogno della logica espressa razionalmente per vibrare un concetto o rievocare un significato profondo. Se penso ad un italiano, per associazione d’idee, mi viene in mente De Andrè: grande perché raggiunge senza forzare, idealizza senza pontificare. Il poema dell’Andalusia (Romancero gitano) è una tela grezza che vibra di elementi popolari antichi innescati sulle virate volitive della lirica lorchiana e intessuti di realtà. È un viaggio sotterraneo nelle viscere della sua Andalusia: rivolta terra e uomini in cerca dei ceppi originari della cultura Andalusa fatta essenzialmente di luce e colore, di musica e pena. E tra il folclore di sapore leggendario, si dispiega in metafora il sangue colato come una canzone muta di serpente; si dispiegano poesie di una bellezza feroce, si fa sempre più epidermica e diretta la denuncia quasi stupita della cattiveria gratuita dei guardiani del regime, quella Guardia Civile che “ha teschi di piombo e l’anima di lustrino./ Oh città dei gitani! Un volo di lunghi gridi tra le banderuole/ e di sciabole che tagliano le brezze./ Avanzano per due alla città della festa./ Il cielo appare loro una vetrina di speroni” (Romanza della Guardia Civile spagnola). Le pagine umili e superbe di questo e di tanti altri poeti non conniventi, riescono laddove i libri di storia non possono, intrappolati come sono nella logica di una trasmissione asettica della conoscenza: sanno gridare alla comprensione del cuore ciò che sono state le vessazioni di regime, di ogni regime. Per questo, spesso, il regime di turno li ha uccisi. Anni ’30: la dittatura militare infuria, gli studenti scendono in piazza a reclamare il diritto di scegliere la libertà. Garcia Lorca non si sdraia sui consensi che i suoi versi stanno ricevendo anche all’estero, ma la sua poesia quasi visionaria segue tecniche sempre più surreali, modella a suo gusto una sintassi contorta e serpentina, idealizza immagini sempre più inusitate. Non ha pietà lirica per il lettore, pare volerlo smuovere e snidare dalle rassicuranti convenzioni e convinzioni borghesi, dalle sue abitudini di pensiero e ferirne beneficamente la coscienza. “Perché ”, dirà lui stesso, “la virtù magica della poesia consiste nel battezzare con acqua scura chi la guarda; perché col demone è più facile amare e comprendere, essere amati e compresi. La lotta per l’espressione umana assume a volte, in poesia, caratteri morali.” È di questi anni l’esperienza di vita fatta da Federico a New York; e alla terra dei crolli e degli incensi, di Harlem e delle vetrine, non risparmia il morso poetico. Metafore a flash, spezzettate con limpida chiarezza, danno l’idea di un mosaico frantumato dove i pezzi non si incastrano; sembra di assistere dal finestrino di un treno allo scorrere di immagini in ritmo vorticoso e ne esco con la bocca piena d’amarezza; penso che è proprio così che la vedo anch’io, l’America. Sfilano alberi a moncherini, pingui bambini dal volto bianco d’uovo, oppressi neri di Harlem che puliscono con la lingua le ferite dei milionari, madri alle messe dei figli morti (daranno loro una manica o la cravatta verde marcio, in ricordo), direttori di banca che misurano il silenzio della moneta e il mascherone di Wall Street dove la Borsa è una piramide di muschio su cui spunteranno le liane dopo i fucili… È feroce la frantumazione di questa America anni’30 che non ha saputo trasformare in realtà un ideale alto di democrazia in germe, e Lorca usa le adatte, attualissime parole. Volitivo e passionale non poteva non amare il teatro, misurarsi con esso; aveva già scritto, infatti, diversi testi da rappresentare sul palco, di cui alcuni furono sonori fiaschi. Ma il teatro ambulante che porta in giro con assiduità tra gli analfabeti per le strade di Madrid nei primi anni ’30, determina la sua iscrizione ufficiale nelle liste nere degli estremisti di destra. Già i suoi testi hanno scavato tra le pieghe del perbenismo della borghesia spagnola e non sono certo passati inosservati, anche perché il poeta non tralascia occasione pubblica di leggerli e commentarli, così come non nasconde la sua omosessualità ai salotti intrisi del culto del machismo fascista. Ma portare in giro quei teatranti itineranti che pencolano con ostentazione dalla parte degli emarginati, è un gesto che sancirà l’epilogo ufficiale della sua libertà di uomo. La repubblica del ’31 dura il tempo infinitesimale di un fuoco fatuo, non riesce nemmeno a tentare le prime prove di democrazia popolare. La guerra civile del ’36 mette a nudo ancora una volta le concrezioni della repressione in un forsennato cocktail di governo civile preso con la forza, falangisti, poliziotti e squadre nere. Il nome di Federico Garcia Lorca è inchiodato da tempo nella lista del governo, e qualcuno non aspetta altro che venga il suo turno. In un’alba metallica e immobile, nell’atmosfera post romantica della disillusione, è fucilato a Viznar, insieme ad un maestro di scuola e a due banderilleros.

Perché non c’è più chi divida il pane e il vino,
né chi coltivi erbe nella bocca del morto,
né chi pianga le ferite degli elefanti.
C’è solo un milione di fabbri
che forgiano catene per i bambini dell’avvenire.
C’è solo un milione di falegnami
che fanno bare senza croce.
C’è solo una massa di lamenti
che aprono le vesti aspettando la pallottola.
Ma l’uomo vestito di bianco
ignora il mistero della spiga,
ignora il lamento della partoriente,
ignora che Cristo può dare acqua ancora,
ignora che la moneta ustiona il bacio
e dà il sangue dell’agnello
all’idiota becco del fagiano.