Falce e martello come la svastica

La decisione del parlamento di Vilnius, Lituania, di mettere al bando il simbolo comunista della falce e martello, equiparandolo alla svastica, è una decisione che non ci sorprende se la si legge nel contesto mondiale di rimozione di tutto ciò che potrebbe impedire il cammino del capitalismo neoliberista, oggi padrone del mondo. Allo stesso tempo, questa decisione, non ci fa perdere di vista la battaglia che in questi giorni di congresso l’area dell’Ernesto stà portando avanti per salvaguardare l’esistenza di quel simbolo e del partito stesso in chiave comunista. Alla luce di questo ennesimo attacco all’alternativa di società, ogni tentativo di rimodulare l’azione della politica della sinistra italiana, che non preveda la presenza di una forza comunista capace di attrarre attorno al tema principale dell’abbattimento di questo capitalismo le altre forze progressiste di sinistra, risulta fallimentare.

La notizia è riportata in piena evidenza da un noto giornale libero occidentale: il Giornale della famiglia Berlusconi. Ed a riportarla è Guerri che nel suo blog afferma: “Una destra che riesca a superare i vecchi steccati dell’ideologia, e a adottare le buone idee senza badare alla provenienza (magari anche in una sinistra più recente e attuale di quella gramsciana), è una destra finalmente pronta a volare alto e nella quale mi posso riconoscere.” Cioè le idee di sinistra al servizio del capitale! Ma il Giornale va oltre. Prendendo a spunto la notizia non manca di sottolineare le “ferocie inaccettabili” che commise la Resistenza e che quei partigiani che “aspiravano a fare dell’Italia un paradiso dell’Internazionale” non si rendevano conto su “cosa ciò avrebbe significato:una dittatura che avrebbe portato miseria e isolamento, come negli altri paesi satelliti dell’Unione Sovietica”.

Lungi da noi fare una difesa dell’Unione Sovietica e delle distorsioni che ha portato il tentativo, fallito, di realizzare il socialismo reale in quel modo, ci viene da chiedere come in Italia si è realizzata quella parvenza di libertà e quel progresso economico oggi negato al 90% della popolazione? Forse con dure battaglie portate avanti ancora e sempre dai comunisti, dentro e fuori da un sindacato di classe, in continuazione con la lotta partigiana che vide i comunisti in prima linea e come gruppo più numeroso?

In questo contesto storico, di revisionismo becero della storia, si stà svolgendo il VII congresso di Rifondazione. Questo è l’ennesimo attacco di una destra che non vuole vincere e basta, ma annientare completamente l’alternativa al capitalismo. Sarebbe auspicabile che all’interno di Rifondazione ci si interrogasse con serietà se era il caso di fare un congresso con cinque mozioni e non con due, come aveva chiesto l’Ernesto: una per chi voleva un partito comunista ed un’altra per chi non lo voleva.

Il gruppo dirigente del partito faccia le dovute considerazioni e tragga le giuste conclusioni. In fretta, il Paese ha bisogno, ancora una volta, dei comunisti e di un partito comunista forte.